mercoledì 30 settembre 2020

India, sbriciolare la storia per soffocare altre fedi


Fra l’assoluzione totale, dopo circa trent’anni dai fatti, degli assalitori hindu della Babri Masjid - edificata nell’era moghul (XVI secolo) nella città di Ayodhya, India settentrionale - e la protezione di cui godono gli edificandi luoghi di culto della maggiore confessione del Paese passa una storia per nulla pacifica fra hinduismo e islamismo. Religioni contro, che si sono combattute anche violentemente nei secoli passati, con azioni simili compiute su entrambi i fronti. Eppure nell’India post coloniale, e ancor più nella moderna nazione voluta dal Mahatma Ghandi e Nehru, le forme d’ogni fanatismo, soprattutto quello confessionale, erano bandite e isolate. Si cercava la convivenza sulla base di quel multiculturalismo e di quella multi religiosità esistenti da oltre un millennio. Sebbene il fondamentalismo dell’hindutva, l’estremismo hindu filo fascista e razzista, aveva continuato ad agire organizzando movimenti politici e formazioni paramilitari. Un’eredità raccolta da quando esiste (1980) dal Bharatiya Janata Party, il partito che negli ultimi anni guida il Paese. Proprio alcuni esponenti legati alla formazione di governo (compresi vari ex ministri, e qualcuno assai anziano come Lal Krishna Advani, mentore di Narendra Modi) oggi sono stati graziati dalla Corte Centrale d’Investigazione riunita a Lucknow, motivo: la “mancanza di evidenza” nell’assalto, secondo i giudici “non pianificato”. Eppure nel dicembre 1992 molte migliaia di affiliati al ‘familismo hindu’ lavorarono con picconi e pale per azzerare quel luogo di culto e testimonianza storica. Asserivano che sotto le fondamenta ci fosse un tempio di Ram, divinità hindu, distrutto all’epoca moghul per creare quella moschea. In altre situazioni ci furono  demolizioni, distruttore di templi hindu fu il sultano di origine afghana Sikander, alla fine del XV secolo. Ma ad Ayodhya storici e archeologi hanno sempre escluso questa possibilità.


Ma quell’edificio era un simbolo, in una regione l’Uttar Pradesh a corposa presenza musulmana, e in una fase in cui l’hinduismo più fanatico, riunito nella Rashtriya Swayamsevak Sangh, cercava di ampliare il proprio seguito fra i fedeli e gli elettori. Nei primi giorni di quel dicembre l’ultradestra hindu organizzò carovane di seguaci verso il luogo dove avrebbe dovuto ‘risorgere’ il tempio di Ram, che poi coincideva con la Babri Masjid. Gli eventi, peraltro ampiamente documentati da immagini e filmati, confutano completamente il dispositivo dell’attuale verdetto: la distruzione fu pianificata, organizzata e portata a termine. E non contenti di polverizzare il luogo di culto i fondamentalisti si lasciarono dietro un’ampia scia di sangue con duemila vittime, in gran parte islamiche. Da quell’azione la vita comunitaria indiana è stata modificata, perché periodicamente si sono verificati episodi di assalti e violenze fra gli indiani hindu e islamici. Così fu negli anni Novanta a Bombay, a inizio millennio nel Gujarat, poi sempre nell’Uttar Pradesh a Muzaffarnagar, nel 2019 in Kashmir che ha perduto costituzionalmente la sua autonomia. E durante le chiusure per l’avvio dell’epidemia Sars CoV2 nella capitale Delhi. Il verdetto non ha tenuto in alcuna considerazione numerose testimonianze oculari di giornalisti e fotografi presenti all’epoca dei fatti, che ricordavano come proprio Advani impedì la presenza della polizia per disperdere i facinorosi. E la sentenza fa da corona ai passi attuati dal governo per l’edificazione di un grande tempio hindu ad Ayodhya. Lavori avviati quest’estate, con una cerimonia presieduta dal premier medesimo che ha scelto un’altra data simbolica, il 5 agosto, anniversario della contradditoria cancellazione dell’autonomia del Kashmir. Inutile sottolineare come a vigilare su questo cantiere ci siano le forze dell’ordine. Mobilitate a tempo pieno. 


 


lunedì 28 settembre 2020

Il Nagorno Karabakh entra nella giostra della supremazia turca

La  fase in cui la Turchia aveva un occhio diplomatico morbido sui propri confini e su chi vivesse al di là, s’è chiusa da oltre un quinquennio. Dopo essersi liberato del ministro Davutoğlu, che dell’esterofilia soffice era il gran cerimoniere, Erdoğan ha lanciato affondi alla sua maniera, con operazioni militari e sessioni diplomatiche. Quest’ultime alla bisogna rudi o furbescamente misurate, ma non senza una strategia: essere al centro della scena internazionale partendo proprio dai confini. Oltre i quali c’è tanto Medioriente che ha ribollito in questi anni, dalla straziante guerra siriana all’area kurda, strizzata dal Sultano con una feroce repressione interna e lacerata, nel corpo e nell’anima del Rojava, grazie al gioco a tre con Putin e Asad. Quindi il recente fronte del mare in versione patriottica - Mavi vatan - dove ci son dentro Libia, gas da scovare nelle zone esclusive, gas da trasportare con le pipeline e dunque affari, nel periodo terribile della pandemia di Covid che ha mandato a picco l’economia del mondo. Poi l’ultim’ora della nuova scintilla nel Nagorno Karabakh. Così anche su questo lembo di terra, che pare insignificante eppure  trent’anni fa creò una guerra con trentamila morti fra gli eserciti armeno e azero, si posa l’occhio di Ankara. Poiché, come accade per la minoranza di Cipro nord, il sangue turco scorre nelle vene degli epigoni azeri. Un pretesto? Probabile. Però in geopolitica quel che non esiste, s’inventa. E come l’amico-avversario Putin offre la sua protezione alla comunità armena di quelle terre, Erdoğan gli rifà il verso coi cittadini di fede islamica. Sebbene l’unica fede in campo sia quella geostrategica.

Se si osservano sulla carta geografica le zone descritte, la Turchia appare circondata. Molti più problemi coi vicini che situazioni tranquille, proprio a seguito della politica estera intrapresa negli ultimi tempi. Le vicende della ‘Patria blu’ proiettata nel Mediterraneo hanno messo in fibrillazione capi di Stato e capi bastone coinvolti ad esempio, nel presente libico. E potenze come la Francia, che per mettere le mani sugli idrocarburi locali, ne ha incentivato il caos sin dall’epoca della presidenza Sarkozy. Il fronte libico coinvolge per questioni securitarie, disegno autoritario e business l’Egitto di Sisi e le petromonarchie dei due Bin, il saudita Salman e l’emiratino Khalifa. Questi  autocrati, benvoluti Oltreoceano e carezzati dall’Eliseo, puntano a ostacolare la voglia di supremazia del presidente turco su un pezzo del mondo islamico. Ma i contrasti hanno un rovescio della medaglia esplicitamente finanziario. Da almeno un decennio, epoca della scoperta dei giacimenti gasieri sui fondali mediterranei orientali, l’area è in subbuglio. E in quel bacino s’affacciano piccoli Stati con tanti problemi e limitate pretese (Libano), nazioni con pretese esagerate e tanti nemici (Israele), Paesi dependance di terzi (Cipro) in gran parte bastimento di Atene, ma usata anche da Ankara per il contrasto aperto per lo sfruttamento dei fondali col secolare nemico. Sulle Zone economiche esclusive esistono accordi di massima (la più nota è la Convenzione Onu), ma fra alcuni Stati i patti non valgono perché ciascuno stabilisce regole proprie, come quella di considerare le isole (è il caso della Grecia nell’Egeo) un avamposto per ampliare la propria giurisdizione su mari e fondali.
Ma se la Grecia, membro Nato (com’è, e con un peso decisamente maggiore, la rivale Turchia) nel corso dell’estate ha rappresentato la punta con cui l’Unione Europea ha punzecchiato il desiderio di strapotere di Erdoğan, quest’ultimo, minacciato di sanzioni per gli scandagli presso l’isola di Kastellorizo, ha varie carte da giocarsi. Quella dei profughi siriani, tenuti sui propri territori, dura da quattro anni e gli consente i buoni uffici di Germania, Italia, Spagna che rappresentano quasi la metà dei cittadini dell’Unione. Eppure al di là delle scoperte presenti e future sui Zohr e Noor, Afrodite e Leviatano (i nomi dei giacimenti gasieri che convoglierebbero metano nel progetto EastMed), rispetto alle altre capitali di quell’area che disegnano il futuro energetico Ankara ha ben guardato oltre i suoi confini. Da anni sta lavorando per proporsi come hub energetico fra i continenti europeo e asiatico, stabilendo proposte e accordi con amici, avversari e strateghi senza scrupoli. In quest’ultima categoria il passo viene bellamente tenuto da Vladimir Putin con due pipeline - Blue Stream e Turk Stream - che saldano interessi finanziari e geopolitici fra i due statisti autocrati e pragmatici. Che si sono scontrati e guardati in cagnesco, ma dal 2016 hanno stipulato accordi. Strategici, militari, politici, economici. Ora sul lembo del Nagorno Karabakh, luogo d’instabilità con radici risalenti all’epoca di Stalin, si dovrebbero misurare le simpatie verso due nazioni che i leader mondiali adagiano su versanti opposti. Sebbene in politica le sicurezze non esistano, quest’incompiuta dovrebbe rimanere tale. E non dovrebbe incrinare l’asse interessato che Russia e Turchia si sono cucite addosso. Per questo Erdoğan aggiunge un tassello d’incertezza anche nell’area del Caucaso. Scavando nella Storia e scovando un altro nemico (gli armeni) grazie al quale guadagnerà consensi dentro il suo confine, rischiando poco sullo scacchiere internazionale. E pone sul lembo del Nagorno una bandierina del Risiko. Come fa Putin.

sabato 26 settembre 2020

L’Egitto per strada


Riprendono le proteste in Egitto attorno al tema degli abbattimenti di milioni di metri cubi edificati nelle grandi città, dal Cairo ad Alessandria, e in quelle periferie satelliti diventate esse stesse megalopoli. Da mesi ruspe e tritolo sono utilizzati per smantellare edifici piccoli e grandi; le operazioni sostenute dal presidente in persona come riorganizzazione urbana che mette ordine al caos edilizio, creano una caotica situazione a decine di migliaia di persone evacuate che non haano una chiara destinazione. Sarebbe interessante sapere quante di queste costruzioni abusive siano legate alle imprese appaltate dalle stesse Forze Armate, poichè una delle loro branche economiche maggiori è connessa proprio all’edilizia pubblica e privata. Ma gli affari lucrosi di generali ormai defunti o pensionati non costituiscono un freno alla ‘moralizzazione’ urbanistica lanciata dal regime. Questi però non disdegna, proprio nell’area archeologica di Giza, di progettare l’attraversamento della zona delle Piramidi con delle autostrade, di cui s’è parlato di recente. La reazione della cittadinanza, che vede sotto i suoi occhi venir giù le brutte costruzioni in genere dell’epoca Mubarak, è ampia. Viene contenuta dalla mobilitazione di decine di migliaia fra poliziotti e militari, di volta in volta convogliati nei luoghi di smantellamento. Le proteste s’allargano anche a più generali questioni di carovita e difficoltà di sopravvivenza per la riduzione, nei mesi scorsi a causa della pandemia da Sars Cov2, del micro commercio diffuso. Poi, come ovunque nel mondo, il totale azzeramento del flusso turistico ha bloccato la catena dell’indotto legato a quest’attività. E la crisi morde sul reddito di tante famiglie.
Si sono riviste manifestazioni in strada e s’è rifatto vivo anche l’uomo d’affari che parla dall’esilio, quel Mohamed Ali intervistato un anno fa da importanti media e accusatore dei meccanismi di corruzione che animano la lobby militare. In realtà aveva lanciato il sasso ma non mostrava prove a sostegno delle sue tesi. Comunque, a chi gli faceva notare che simili accuse perdevano di credibilità, rispondeva di non poterle procurare in patria poiché rischiava di finire fra i sessantamila detenuti. Cosa probabile visto l’onda lunga della repressione. Con la nuova sortita Ali si rivolge agli oppositori interni e a quelli riparati all’estero perché collaborino contro il regime. Fratelli musulmani, liberali, laici, senza partito a suo dire tutti devono contribuire alla rivolta contro Sisi. Dai loro blog non oscurati, gli attivisti rifugiati non sembrano dare importanza a questo signore, mentre il sito web indipendente Mada Masr conferma la notizia delle proteste di queste ore per le quali si registrano 150 arrestati, fra cui alcuni minori. Come al solito a costoro vengono contestate azioni che mettono a repentaglio la sicurezza nazionale e virano verso il “terrorismo”. Eppure dal suo esilio Ali insiste, invitando i concittadini a non rientrare in casa, a tenere posizione nelle strade, sebbene reale sia il rischio che il centinaio di fermi e arresti si possano trasformare nei 2.300 d’un anno fa. Chi certamente non tornerà a casa sono gli abitanti degli edifici abbattuti. Forse loro non hanno perso la speranza d’un cambiamento, ma per ora il tetto sì. 


venerdì 25 settembre 2020

Charlie Hebdo, l’incubo infinito

Nel riproporre la sanguinolenta scia e forse la ripetuta morte (uno degli accoltellati davanti alla sede parigina dell’emittente Premières Lignes Televison, dove fino a cinque anni fa c'era anche  la redazione di Charlie Hebdo, è in fin di vita) gli attentatori -  vedremo se saranno definiti jihadisti, lupi solitari, assassini consapevoli o assassini e basta - reiterano il gesto carnefice e distruttivo drammaticamente introdotto in questi anni. Il tempo scorre, l’idealizzato Stato Islamico, cui ‘macellai urbani’ come i fratelli Kouachi s’spiravano, è svanito, invece non tramonta il delirio omicida che ispira il fondamentalismo. Un fanatismo a 360° che ha avuto una versione per altre “fedi”, visto che bersagli non sono stati solo inermi cittadini occidentali falciati dal piombo e dai camion, sventrati da lame e machete. Lo sono diventati uomini e donne riuniti in moschea (attentato in Québec, 2017), passanti davanti a una Sinagoga (tentativo di assalto a Halle, 2019), giovani laici partecipanti a un campo estivo (strage di Utoya, 2011) e purtroppo i caduti in decine di altri episodi. L’integralismo è un asse portante di tendenze para politiche diffuse, difese e idealizzate da più parti se si guarda a quel che accade non solo nelle madrase del wahhabismo e di certe interpretazioni hanbalite dell’Islam. Viaggia sui tavoli della diplomazia internazionale che riscopre i taliban, ammettendoli in governi futuri. Siede sugli scranni di alcune petromonarchie carezzate dagli statisti occidentali, Macron in testa, che in queste ore giustamente lanciano anatemi contro i terroristi. Ma il terrore che, comunque, certa politica occidentale opportunista e collusa alimenta su varie piazze mondiali è sempre dimenticato per via, celato dietro interessi di parte, in un gioco infinito che diventa il giogo del libero pensiero. Ispirandosi a esso, la quintessenza della comunicazione che da millenni è la satira, propone percorsi e logiche anche davanti a chi per visioni del mondo o al contrario  chiusure, oscurantismi, propri fanatismi non comprende, rigetta, anzi accusa di blasfemìa concetti, frasi, disegni com’è accaduto alle vignette satiriche di Charlie Hebdo su Maometto. Quelle che produssero un attentato a colpi di molotov nel novembre 2011 e successivamente la vile e sanguinaria aggressione del gennaio 2015, con dodici vittime, dal direttore Charbonnier a vari collaboratori e poliziotti e passanti. Le stesse vignette che, riproposte poco più d’un mese fa, paiono diventate il pretesto per l’attuale nuovo giro di follìa. Rappresentano esse una ventata di libertà o una ruota libera che perde l’obiettivo primario di salvaguardarsi, finendo nel gorgo del fanatismo della lama? La questione non è temere ritorsioni o pensare d’essere meno salaci, bensì comprendere quanto altri punti di vista rendono sopportabile taluna satira. Le critiche ai fumetti su Maometto e al modo di porli erano venute, ben prima della criminale azione della coppia omicida di cinque anni fa, da studiosi della cultura islamica. Non imam o fedelissimi, ma docenti che consideravano eccessive quelle vignette perché irrispettose del Weltanschauung di quei fedeli. Cittadini normali che vivono a Islamabad oppure a Londra. Insomma si mancava di buon gusto. Detto da profondi conoscitori d’una certa società c’è da credere e cambiare registro. Non per abbandonare il diritto di satira, ma per meglio orientarlo. Che non vuol dire farsi suggerire su cosa ridere, ma magari far ridere anche l’oggetto della battuta, affinché sia scherzo e non scherno. 

giovedì 24 settembre 2020

India-Cina, confronto glaciale

Un luogo severamente proibito e duro, dove resistere contro la natura è quasi più difficile che contro il nemico. Indiani e cinesi si fronteggiano attorno al ghiacciaio Siachen, con i suoi oltre cinquemila metri d’altitudine già definito il più alto campo di battaglia della terra. Gli indiani l’hanno occupato e costituisce assieme all’area più meridionale del Ladack un’altra, e sicuramente più difficoltosa, zona dove i due giganti asiatici sono contrapposti. Finora a suon di spranga. L’episodio sanguinoso, con venti vittime tutte indiane, risale al giugno scorso, ora i militari coinvolti nel pattugliamento sono decine di migliaia su entrambi i fronti. Col sopraggiungere della stagione invernale gli esperti di Delhi sono preoccupati per la tenuta delle proprie truppe non abituate a quei luoghi, assolutamente spopolati, e soprattutto a un certo clima. La differenza con un altro confine conteso, la linea di controllo (LoC) con il Pakistan, è sostanziale. Nei punti dov’è aumentato il numero dei militari impiegati nella contrapposizione ai reparti di Pechino, anch’essi cresciuti di numero all’acuirsi della crisi, il clima freddo mette paura. E’ una zona che varia dai 4200 ai 5400 metri di altitudine, un frigorifero naturale dove la temperatura raggiunge i meno quaranta gradi, per giunta è un luogo ventoso, e stare fermi all’aperto per tempi anche non particolarmente lunghi può causare congelamenti. Oltre all’ipotermia, a edema polmonare e cerebrale, altri pericoli possono provenire dall’esposizione ai raggi ultravioletti per la rarefazione dell’atmosfera. Mantenere uomini pur equipaggiati da montagna in quelle condizioni estreme, può produrre danni seri o letali. Le difficoltà non afferiscono esclusivamente a questioni climatiche, l’ambiente è ostile per tanti aspetti, la presenza di venti gelidi comporta anche il trasporto di materiale sabbioso che congelato diventa tagliente. Chi è in quelle condizioni deve proteggere adeguatamente ogni centimetro del corpo. I comandi indiano e cinese dovranno prevedere turni di guardia brevi, inevitabilmente aumentando la quantità di militari impiegati con tutte le conseguente logistiche del caso. Nel corso dell’estate è iniziato lo stoccaggio di vari materiale, compresi milioni di litri di carburante destinato a riscaldare i baraccamenti d’alta quota.

Le condizioni locali impongono un vestiario protettivo del peso di circa otto chili, cui occorre aggiungere un kit di altri 18 kg, fra armi, munizioni e ulteriori strumenti operativi. La stampa di Delhi ha diffuso notizie che la tipologia d’abbigliamento necessaria ha reso necessarie commesse provenienti da aziende europee superspecializzate sui capi da alpinismo, una vera beffa per l’India fabbrica del mondo di tante merci. Ciò che preoccupa maggiormente i medici è la permanenza in un luogo tanto ostile non di atleti superallenati come gli scalatori delle pareti dell’Himalaya, bensì di uomini, seppure in giovane età, per lunghi periodi. Una scalata, accanto alla preparazione, ha i suoi tempi di durata e, imprevisti a parte, ha un termine. I pattugliamenti non richiedono performance in altura, però dureranno l’intero inverno, quindi fino ad aprile inoltrato. Pur ruotando, trovarsi a quelle temperature, talvolta in preda alle intemperie, può produrre serie alterazioni delle funzioni fisiologiche (disordini alimentari e quelli legati al ricambio) e addirittura vitali (pressione arteriosa, problemi respiratori e altro). Per tacere di possibili limiti di tenuta psicologica. Insomma il contrasto di confine pone un buon numero di militari dei due Stati a obbedire a ordini per controllare una fascia di territorio totalmente inospitale per chiunque e per non correre rischi di perdere unità si dovranno escogitare soluzioni. Inoltre  interventi d’emergenza, ad esempio il trasporto in elicottero all’ospedale del campo base di soggetti bisognosi di cura, sono legati alla meteorologia e nei mesi invernali i forti venti di quella zona impediscono questi voli. Dopo i gravi incidenti di fine primavera, e dopo un iniziale irrigidimento delle parti che s’incolpavano a vicenda, le due nazioni hanno iniziato a parlarsi per provare a risolvere la controversia. Finora hanno inanellato sei incontri fra gli alti comandi. Si sono mosse anche le reciproche diplomazie che hanno sottoscritto a Mosca “cinque princìpi-guida” da applicare: non aumentare il numero dei militari impegnati, rafforzare la comunicazione sul terreno, rifuggire incomprensioni e valutazioni errate, astenersi da mutare unilateralmente la situazione sul terreno, evitare ogni operazione che possa complicare i rapporti. Il primo dei propositi risulta strategicamente il più importante. Però bisognerà fare i conti col comandante supremo dei luoghi: il generale inverno. 


 

lunedì 21 settembre 2020

Colloqui inter afghani, ostacoli politico-giurisprudenziali

Dopo otto giorni dall’avvio dei colloqui inter afghani e cinque di contatti di lavoro le delegazioni governativa di Kabul e talebana hanno deciso di ridurre a venti gli articoli su cui stipulare un concordato. Inizialmente erano ventitré, ma sul nome dato al conflitto, sul sistema religioso scelto per le negoziazioni e sull’inclusione del precedente accordo firmato da Stati Uniti e turbanti, quale premessa per questo successivo patteggiamento, non c’è concordanza fra le parti. Le tre questioni restano in sospeso e potrebbero costituire un ostacolo insormontabile qualora non si arrivasse a compromessi. Non è comunque detta l’ultima parola perché i due fronti si mostrano collaborativi. Certo, i taliban non vogliono rinunciare al termine “jihad” usato per indicare la lotta che li ha visti finora combattere contro la Nato e l’esercito afghano da lei sostenuto. I governativi parlano di “guerra” e chi cerca di superare la contrapposizione ha proposto il termine “problema”. Definizione vaga e incolore seppur realistica, poiché se non si decide quale formula usare il problema diventerà quello di far proseguire i colloqui. I taliban poi pongono come base per qualsivoglia decisione negoziale la giurisprudenza hanafita. Su questo la delegazione di Kabul è più possibilista poiché la maggioranza pashtun si riconosce nell’Islam sunnita, aderente in quell’area a quella corrente. Inoltre la delegazione degli studenti coranici pone un netto rifiuto a menzionare il nome di altre fedi nelle circostanze in cui si fa riferimento a decisioni con una base religiosa. Però l’articolo 131 della Costituzione vigente in Afghanistan, dichiara che le Corti di giustizia devono applicare la giurisprudenza sciita nei casi che coinvolgono i fedeli di quel credo. Conciliante su quest’intoppo la posizione di Mohammed Mohaqiq, leader del Partito di Unità Islamica del popolo, un hazara sciita egli stesso. In una recente apparizione pubblica ha dichiarato che gli afghani “s’identificano in vent’anni di democrazia e si accettano l’un l’altro. Etnie, lingue, religioni erano state discusse nella costituzionale Loya Jirga e ufficialmente ci siamo riconosciuti e accettati”. Mentre il chierico Kalantari dichiara: “La giurisprudenza hanafita non è tutto, lo stesso vale per le leggi sciite. Abbiamo molti casi che credono come il diritto hanafita si riferisca anche ad altre scuole di giurisprudenza”. Basterà a convincere i talebani? Comunque più della fede potrebbe l’identità per il futuro. Gli attuali governativi non ci stanno a condizionare l’accordo che si dovrebbe firmare a quello precedente sottoscritto in febbraio, dal quale peraltro erano esclusi. Invece i taliban lo considerano il padre dell’attuale e di futuri accordi, sanno che nelle concessioni per il governo che verrà gli statunitensi si mostreranno più generosi dei politici di casa con cui dovranno convivere.

venerdì 18 settembre 2020

Kashmir, un anno disastroso

Crisi d’identità e sbandamenti nello Stato del Kashmir anche per quei politici che s’identificano con lo Stato indiano, ma che a causa della linea dura voluta dal premier Modi sono finiti, in alcuni casi essi stessi in galera, in altri hanno abbandonato la politica o meditano di farlo. “Cosa diciamo alla gente di fronte a una situazione che si ripercuote sulla quotidianità: chiusure di attività per insicurezza, prim’ancora che per la pandemia, violenze che si trascinano nelle vite private, mancanza assoluta d’un piano per il futuro, eccezion fatta che repressione e militarizzazione di villaggi e città?” è il grido di dolore di una di queste attiviste. Del resto l’occupazione dell’esercito di Delhi, che è seguita alle proteste popolari dopo la cancellazione, nell’agosto dello scorso anno dell’articolo 370 che ha azzerato l’autonomia locale, continua a incrementare azioni violente contro la “casta politica”. Ne fanno le spese anche elementi non allineati alle posizioni del premier Modi, ma semplicemente pro nazione indiana. L’instabilità è altissima a discapito della più elementare sicurezza. Alcuni di questi politici, intervistati da media internazionali, hanno dichiarato: Waheed Para del Pdp una formazione pro-India “La gente, e noi stessi, non avere più spazi dove vivere. La polizia ci intima di restare in casa, è questa la risposta a chi ha sostenuto la democrazia nella regione”. Yousuf Tarigami, politico di vecchia data e membro del partito comunista: “Siamo tutti sulla stessa linea, non c’è distinzione, ci ritroviamo in galera: politici dell’opposizione, separatisti, mainstream trattati come terroristi. La regione è diventata una prigione, chi ha diversità d’opinione può constatare un comune denominatore: il rischio d’essere detenuto”.  
A detta di analisti indiani i politici kashmiri sono molto misurati e posseggono una visione più aperta rispetto ai loro potenti colleghi di Delhi. Del resto il princìpio di autonomia regionale sancito dalla Costituzione nel 1947 tendeva a tenere in India un’area a maggioranza musulmana, invece il nazionalismo hindu rilanciato dall’esecutivo del Bharatyia Janata Party spinge per un’esasperazione dell’elemento confessionale con risvolti razziali e tutto ciò diventa un boomerang per la stessa politica interna. Così, quello che negli ultimi anni era comunque stato un disamore verso l’apparato statale con una diminuzione della partecipazione elettorale è diventato un ampio rifiuto non solo da parte della base, ma dei medesimi politici che animano le formazioni pro India. La forzatura centralista e nazionalista sul Kashmir sta diventando una ferita aperta per l’amministrazione Modi, e anche la commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani ha valutato come nell’area ci sia una restrizione nel dibattito politico e nella conseguente partecipazione. Certo, la sponda islamica della regione vede nella crisi d’identità dei pro indiani una questione psicologico-identitaria, e alcuni ricordano come fino a un paio d’anni addietro alcuni di costoro tiravano dritto, facendo i propri interessi di parte senza manifestare scrupoli. Chi è fuori dalla lotta di parte, come alcuni cittadini che hanno svolto o svolgono mestieri di formazione per i giovani, sentenzia categorico: “Situazione desolante priva di democrazia”. Aggiungendo che le iniziative del Bjp hanno solo radicalizzato le condizioni socio-politiche, rendendo soffocante la vita e insicura la regione sottoposta all’occupazione militare.