lunedì 21 settembre 2026

Crisi iraniana sotto vetro


  

Nei cinque giorni per discutere tutto e decidere nulla che vanno sotto l’81° assise delle Nazioni Unite al Palazzo di Vetro di New York, avviata stamane, ci potrebbe essere spazio anche per un incontro fra i presidenti statunitense e iraniano. Così perlomeno s’annuncia. Se non accadrà i colloqui fra le parti, avviati e stoppati e comunque in corso dovrebbero riprendere a latere coi mediatori qatarino e pakistano in appuntamento costante nel Golfo. Lì mosse e contromosse sono ormai note, l’ultima dell’attuale segretario del Consiglio di sicurezza di Teheran Mohsen Rezaee ribadisce richieste già rivolte in più circostanze: fine della guerra su ogni fronte, non interferenza negli affari interni, revoca del blocco navale americano, scongelamento dei beni iraniani all’estero. La Casa Bianca tende a non rispondere. Segue il proprio copione: lanciare proclami su un ipotetico accordo senza circostanziarne né contorni né punti fermi, mirando a non valutare le richieste avversarie anche perché talune, come quelle che coinvolgono i fronti palestinese e libanese, dipendono solo dalle smanie guerrafondaie e coloniali d’Israele cui Trump lascia carta bianca. Fra l’altro sempre lui apre una porta a una ripresa degli attacchi, l’ipotesi peggiore, che mette in difficoltà i mediatori iraniani, non tanto il presidente Pezeshkian ma l’equilibrato Araghchi e il pragmatico Qalibaf, aperti al negoziato, che potrebbero non contenere le risposte militanti dell’ala dura dei Pasdaran e lo stesso responsabile dei Guardiani, Vahidi, nel ruolo di pontiere fra la voglia di rivalsa del corpo e il realismo politico-militare in atto. Nei giorni corsi la capitale iraniana ha visto sfilare, con intenti ovviamente propagandistici e anche di sfida, decine di migliaia di persone, fra cui gli immancabili volontari basij (in genere calcolati fra le centomila e un milione di unità) accanto a reparti del Sepah. Forse le autorità erano al corrente di quanto s’era tenuto poco tempo prima in Germania. Ne ha parlato di recente l’agenzia Axios: un incontro segreto fra i capi militari dell’alleanza israelo-statunitense e quei comandi militari arabi (Egitto, Bahrein, Giordania, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabia e pure Qatar in formato bellico anziché diplomatico-pacifista) disposti a fornire sostegno in caso di ripresa delle offensive. Una variante degli umori trumpiani per non smentire la possibilità di nuovi colpi di testa e di mano.  Dunque ogni svolta è possibile, compresa quella egualmente inquietante d’una tensione lasciata vagare e strisciare. Questa da una parte aumenta malumori e preoccupazione alla cittadinanza iraniana stressata da una crisi incistata da oltre un anno e sedimentata sulle pesanti carenze economiche, ma al tempo produce cogenti emergenze energetiche per un terzo della popolazione mondiale, con l’Occidente europeo nel pieno d’un ciclone inflattivo fatto pagare a contribuenti e acquirenti d’ogni mercato nazionale. La souplesse prosegue, la guerra economica pure.  

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