mercoledì 9 novembre 2016

Turchia erdoğaniana, nel nostro passato un grande futuro

Presidente kemal-islamista - Mentre il mondo s’interroga su quale sarà l’impatto geopolitico dell’elezione del più improponibile dei presidenti statunitensi, scenari di crisi e situazioni delicatissime come quella della Turchia erdoğaniana tengono banco sul doppio binario interno e internazionale. Elementi di forza, di debolezza e obiettivi futuri dell’uomo del destino che ottanta milioni di cittadini turchi sostengono o subiscono possono essere valutati nel cangiante orizzonte degli eventi. Il colpo istituzionale che il leader dell’Akp ha messo di recente a segno è l’accordo con l’anziano boss del partito nazionalista Bahçeli per l’appoggio alla legge che introdurrà ufficialmente quel presidenzialismo, in realtà già attuato da Erdoğan dal 10 agosto 2014, giorno della sua elezione. L’Mhp, pur in ribasso rispetto a precedenti consultazioni, conta 40 seggi in Parlamento, può dunque venire in soccorso dei 317 deputati filogovernativi e superare l’agognata quota dei 330 voti per trasformare la Repubblica in senso presidenziale. Un voto previsto per il prossimo gennaio, seguito a primavera da un referendum popolare confermativo. Per garantire un assenso totale del suo schieramento Bahçeli chiede in cambio la pena di morte. Uno scambio da brividi. Con l’aria che tira nella nazione anatolica non è detto che non l’ottenga. Ma potrebbe anche risultare una promessa per il futuro.
Polarizzazione vantaggiosa - Intanto Erdoğan incasserebbe il via libera a un’investitura istituzionale nel ruolo di uomo forte che non dispiace a tanti fan dei ‘Lupi Grigi’. Il suo volto repressivo, aumentato a dismisura nel dopo golpe, piace perché è a largo spettro; perseguita giornalisti, attivisti di sinistra, popolazione kurda, fino a giungere all’incarcerazione di deputati dell’unica opposizione parlamentare, quell’Hdp che ha superato alle urne l’Mhp. L’acceso rilancio di tematiche nazionaliste, fino alle stoccate razziste contro le minoranze presenti sul territorio turco (e non parliamo qui dei profughi siriani) sono stati musica per le orecchie delle frange più retrive presenti in casa Bahçeli che, attualmente, soprassiedono sull’islamismo presidenziale. Domani si vedrà. Del resto accanto alla foga oratoria usata contro i traditori golpisti, i gülenisti della prima e seconda ora che ben conosce, il coriaceo Recep ha arricchito il repertorio retorico già in uso da un triennio, quando il conflitto con l’organizzazione Hizmet diventò palese e quando la stessa opposizione urbana si faceva sotto con la rivolta di Gezi park. Allora insultava i giovani contestatori, ma dall’estate 2015 verso giornalisti, oppositori sgraditi (gülenisti o meno) e cittadini kurdi usa ormai il termine “terroristi”, come se tutti imbracciassero i  kalashnikov del Pkk.
Tanti nemici, ampio futuro - Tutti nemici di una Patria, a difesa della quale c’è una chiamata totalizzante, e il vittimismo d’un tempo diventa prima linea per la sicurezza, l’onore, la prosperità. In quest’ottica i nemici non mancano, visto che già da premier Erdoğan aveva intrapreso vie di contrasto, alcune scelte, altre subìte. Ma nella crescente polarizzazione il suo ego smisurato ottiene l’effetto di compattare i sostenitori, che diventano l’arma migliore nelle tre ore di tentato golpe, un colpo goffo, che notizie a posteriori rivelano quasi annunciato e diretto, pur fra tentennamenti, da Oltreoceano. L’orgoglio e la resistenza del cittadino medio, prima che attivista dell’Akp, sicuramente anche d’altro colore politico, ha indicato al “padre turco” la via da seguire nelle settimane successive, accanto ad arresti ed epurazioni. Creare una nuova base, farla riconoscere nella prospera Turchia dell’ultimo quindicennio innanzitutto come nazione che fieramente cerca una giusta ricollocazione nella storia attuale. Senza dimenticare il passato. Ora gli analisti discorrono se la sponda che la Turchia nazional-islamista in salsa ultraconservatrice ricerca sia più neo ottomana, panislamica o panturca, come sintetizza Lucio Caracciolo nel suo ultimo editoriale su Limes (n.10 2016) Osservando i pur contraddittori passi compiuti nei recenti mesi di fuoco, dentro e fuori i propri confini, la tendenza sembra essere quella di tenere fermi alcuni punti.
Geopolitica nazionale - Rilanciare un ruolo centrale sul pur incandescente orizzonte mediorientale, perché lì due nazioni, nate dalla spartizione neocoloniale del secolo scorso, sono frantumate dai conflitti in atto. Perciò si potranno prevedere spartizione di terre e pur tenendo alta la tensione (giocata, comunque, favorevolmente per il consenso interno) si pone il Paese di fronte al combattentismo kurdo e quello del Daesh. Per evitare che si consolidino i territori di entrambi Ankara rivolge le proprie truppe principalmente contro l’ipotesi d’un ampliamento dell’area del Rojava, poiché Pyd e Pkk restano i suoi nemici giurati. Al di là di annettersi territori di una Siria smembrata, il presidente turco vuole che l’unico Kurdistan resti quello di Barzani. Mentre per altri tratti dell’Iraq la presenza diretta o interposta di avversari regionali quali Iran e Arabia Saudita, rendono più difficile e rischioso il Risiko. Finora il rilancio di un’ampia conflittualità in quel territorio era frutto dell’assenza di un  pluriventennale “equilibrio da Guerra fredda”. Con la Russia di Putin impegnata direttamente nel caos siriano quest’andamento potrebbe mutare. Per ora nessuna fiamma s’è spenta, anzi i civili sono sacrificati a tutte le ragioni di Stato imperialista e islamico, ma le stesse aperture verso Mosca, suggellate dai recenti accordi sul Turkish Stream sembrano servire più alla carriera personale dei due presidenti autocrati che al quadro internazionale. Tutti lo giudicano un avvicinamento interessato, assieme ad altri affari che riguardano vie di commercio orientali e turismo.  
Erdoğanizzazione turca - Il futuro prossimo si gioca pure su un’erdoğanizzazione della società turca, col repulisti di ogni angolo dello Stato: forze armate, polizia, intelligence, magistratura, parlamento, ambasciate, amministrazione statale, scuole pubbliche, private e università, organi d’informazione, industria culturale. Libero, per ragioni di sicurezza e salvezza nazionale, dai Fethullahci, dagli avversari politici dell’Hdp e di chi si dovesse opporre alla restaurazione, anche all’interno del partito-regime (Gül ne sa qualcosa, Davutoğlu pure), dai terroristi kurdi o d’altra provenienza, perché chiaramente il jihadismo si supporta  lontano dai propri centri di potere, come fanno a Riyad. Tutto ciò accanto al citato rilancio regionale, a un riallineamento mondiale (vicino alla Russia) che incute timore a Washington per l’Alleanza Atlantica. Questa dopo il gelo causato dal tentato golpe, di cui ex generali accusano la Cia (cfr. intervista di Ahmet Hakan a İlker Başbuğ su Limes cit.) può diventare l’arma di ricatto turca sui bisogni della Nato. Appena eletto Trump ha ricevuto da Erdoğan l’ennesima richiesta di estradare l’imam della Pennsylvania. Potrebbe solo essere un argomento per ottenere di più su altri terreni, come accade con l’Unione Europea sulla questione profughi tenuti in casa. Verso costoro il presidente fa sapere d’essere disposto a concedere a tutti il passaporto turco, così da giocarsi la carta di tre milioni di siriani, prevalentemente sunniti, nel divide et impera delle etnie già presente, per l’affanno degli alauiti kemalisti. Ma anche questo, che pare un problema, può trasformarsi in una risorsa: molti siriani potrebbero accettare l’offerta così come gli alauiti potrebbero girare le spalle al kemalismo.

Paura e grandezza per il consenso - Certo, di mezzo c’è sempre l’Islam però se è vero che, in fondo, il riferimento alla grande famiglia della Fratellanza Musulmana serve al presidente più per la diplomazia politica su tante piazze mediorientali che per rigorismi da Shari’a che non gli appartengono, come non appartenevano al realismo ottomano soprattutto degli ultimi due secoli di vita. Non bisogna dimenticare che un cemento potentissimo con cui il modello del partito Giustizia e Sviluppo s’è saldato al mondo turco, rurale e urbano, è rappresentato dalla trasformazione individuale e collettiva. E dal miglioramento delle condizioni di vita. Seppure il Pil nazionale non viaggia più a due cifre come un decennio fa, non si può dimenticare la forza costituita da un ceto medio che solo trent’anni addietro, quando Özal sdoganava il liberismo, la Turchia non conosceva. Il su turbocapitalismo non è privo di magagne, produce come ovunque corruttela, risparmia sulla sicurezza e mette a repentaglio la vita operaia come la strage dei minatori di Soma rammenta, ma investe denaro pubblico e privato per infrastrutture esistenti e non presunte. Serviva davvero il ponte Osman Gazi, ennesima dedica a un’icona ottomana, che taglia il golfo di İzmit? Forse sì, forse no, di fatto 1,3 miliardi di dollari sono stati spesi e non sprecati. Hanno prodotto l’opera (eseguita da un’azienda giapponese) in poco più di tre anni. Fatti, non promesse. Come le linee ferroviarie d’alta velocità che fra il 2002 e 2014 sono passate da zero a 1.213 km, quanto quelle italiane. E per il 2023, l’anno del centenario, dovrebbero diventare 12.000. Business e potere contro libertà e diritti, e rischiano anche i premi Nobel. Gli scrittori Pamuk e Sönmez sono a Istanbul, non è detto che ci resteranno. Erdoğan è piantato lì come un totem.  

venerdì 4 novembre 2016

Erdoğan arresta il Partito Democratico dei Popoli

Democrazia rappresentativa in galera - Dopo mesi Erdoğan ha messo le mani sul nemico più temuto: il Partito Democratico dei Popoli. Ha posto agli arresti domiciliari i suoi segretari, Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ, più nove deputati di questo partito. Un attacco diretto alla rappresentanza popolare, alla libertà di pensiero, alla democrazia stessa. Per gli amanti di statistica l’ennesimo colpo repressivo giunge dopo un anno dalla conferma elettorale dell’Hdp, che con 59 seggi aveva ribadito l’exploit delle consultazioni del giugno 2015 (80 deputati), quelle cosparse del sangue dei suoi militanti posti sotto l’attacco congiunto delle bombe dell’Isis e di quelle di Stato. Nonostante sia la terza forza del Paese tale componente, che organizza l’unica vera opposizione politica (quella personale di Gülen è altra cosa) al sistema-regime creato dal premier diventato presidente, risulta il nemico acerrimo di Erdoğan. Con la sua presenza istituzionale ha finora impedito che l’autoritarismo ricevesse il benestare parlamentare. L’accusa rivolta ai leader kurdi è quella di sempre: contiguità col Pkk posto
fuorilegge (anche da Stati Uniti e Unione Europea) e perseguito con ogni mezzo. Per garantire la “sicurezza nazionale” messa in pericolo dal tentativo di golpe del luglio scorso attuato da militari e militanti del movimento Fetö, ex sodali del partito di governo, proseguono emergenza e nel sud-est anatolico coprifuoco.
Giorni nerissimi di dittature già conosciute - Continuano epurazioni (oltre 30.000 sono finora gli arresti, 100.000 licenziamenti di dipendenti pubblici e privati), chiusure di organi d’informazione (170 testate) e ovviamente incarcerazioni di giornalisti. Parecchi, già toccati dalla repressione come il direttore di Cumhuriyet Can Dündar imprigionato e rilasciato, sono riparati all’estero. E contro una testata semplicemente progressista, che svolge con precisione il mestiere di informazione-controllo-critica, sono intervenuti anche editorialisti dell’ultimo giornale liberale ancora non irrigimentato: l’Hürriyet. Recentemente Ahu Özyurt, ricordando la sua formazione su quella testata, ha scritto: “Cumhuriyet è la nostra Sarajevo, e non cadrà”. Però la furia con cui la mannaia governativa s’abbatte sulle teste di avversari e di presunti tali è finora strabordante; e il clima nel Paese ha il sapore dei giorni nerissimi di dittature già conosciute.  Da stanotte i maggiori social media (Facebook, Twitter, Youtube, Whatsapp) sono inaccessibili e anche circumnavigazioni in rete attraverso differenti network risultano impossibili. L’ultimo accesso l’ha compiuto proprio Demirtaş, mostrando il suo fermo attuato dagli agenti. Un deputato dell’Hdp che si trova all’estero ha lanciato un messaggio ai colleghi di altre nazioni denunciando l’accaduto e ricordando come simili iniziative non abbiano nulla a che vedere con procedure d’emergenza, né qualsiasi legge e costituzione. “Sono assolutamente illegali – ha detto – e mirano a cacciare il nostro partito dal Parlamento”.
Cancellare l’opposizione parlamentare - In realtà dopo l’arresto dei sindaci di varie città kurde avvenuto nei giorni scorsi il partito del presidente stringe verso la soluzione finale: azzerare la rappresentanza di circa sei milioni di cittadini che hanno dato fiducia a un gruppo che parla di democrazia e laicità in maniera nuova, superando il nazionalismo kemalista nel suo riformismo di maniera dei repubblicani o nel viscerale sciovinismo parafascista dei Lupi grigi di Bahçeli. Il raggruppamento Hdp, nato quattro anni or sono, supera le chiusure nazionaliste, parla di autonomia, parità di sessi e rappresentatività, mira a una trasformazione egualitaria della società, è laico rispettando le altrui fedi, è solidale ricercando la collaborazione fra etnie. E’ la carta che ha sparigliato la politica turca bloccata fra nostalgie del paternalismo trascorso che l’ha gettata fra le braccia d’un padre-padrone del presente. E’ la mossa che mette in difficoltà gli stessi duri e puri della “lotta armata per sempre” presenti nel Pkk che probabilmente mal digerivano la Road map di Öcalan. Certi analisti rimproverano a Demirtaş di non essersi distanziato dal Pkk e quindi di poter prestare il fianco alle accuse con cui Erdoğan ora lo ammanetta. Ma il co-segretario ha sempre affermato di seguire la propria strada, dettata dalla linea che i delegati del partito decidono di tenere. Certo, le cronache dopo il blitz poliziesco registrano l’esplosione di un carro bomba a Diyarbakır che ha procurato venti feriti civili. Reazione della guerriglia kurda o provocazione del Mıt?


mercoledì 2 novembre 2016

Palestina. Dahlan: smanie di potere

Spietato interprete d’una forza di sicurezza usata come arma di pressione per il suo personale potere Muhammad Dahlan, sostenuto dal terzetto guidato dalla monarchia saudita, quella hashemita di Amman e dall’emiro Khalīfa bin Zayed più il presidente-generale Al Sisi, pensa a un rientro nella politica palestinese. Prospetta il passo dal buen retiro dorato di Abu Dhabi, concedendo interviste al New York Times così da assicurarsi copertura mediatica a un’idea osteggiata dallo stesso anziano, malandato e accentratore presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese. Proprio l’Abu Mazen che incarna antichi vizi di quella struttura, scaturita dagli accordi di Oslo (1994) e gestita con fare personalistico da Arafat, è additato da Dahlan come un uomo impaurito. Da cosa? “Da quanto ha fatto negli ultimi dieci anni e perché lui conosce ciò che io so”. Un messaggio mafiosetto neanche tanto velato, rivolto a un sodale dei tempi passati (Dahlan è stato ministro dell’Interno di Mazen) che non smentisce la linea da sempre seguita da un personaggio abile e senza scrupoli che avversari politici accusavano d’essere una pedina in mano a Israele. Di Israele imparò la lingua durante i molteplici arresti avvenuti fra il 1981 e l’86 nella nativa Striscia di Gaza, dove dirigeva l’ala giovanile di Fatah.
Uscito di prigione studiò amministrazione d’affari presso l’Università di Gaza e aver spostato la saudita Jaleela, gli ha aperto contatti con uno stato arabo particolarmente potente e all’occorrenza utile per sé. Negli anni l’intera famiglia Dahlan (con moglie e quattro figli) ha guadagnato altre cittadinanze: nel 2012 la montenegrina, nel 2013 quella serba. Un cittadino del mondo? Forse molto più prosaicamente un elemento che cerca ripari e vie di fuga rispetto a progetti ben poco idealisti. La scalata al potere di Dahlan iniziò proprio col processo di pace degli accordi di Oslo, a seguito dei quali assunse l’incarico di responsabile della forza di sicurezza, organismo che aveva rapporti e collaborazioni col Gotha delle Intelligence: Cia e Mossad. Ben addestrato e istruito, anche sul fronte della tortura, il rampante Abu Fadi (suo giovanile nome di battaglia) ha usato “certe conoscenze” contro combattenti palestinesi ritenuti avversari, soprattutto del movimento Hamas. Un’accusa da lui respinta, ma rilanciata con evidenza da chi portava sul corpo quelle ferite. Non è l’unica infamia attribuita a Dahlan, l’altra riguarda la corruzione con cui sin dalla fine degli anni Novanta accaparrava finanziamenti internazionali per la sua gente, dirottandoli su un conto personale. Questo fiume di denaro l’ha reso ricco e, differentemente da altri vizi, lui la ricchezza non l’ha mai nascosta.

Ora che ha in mente di riaffacciarsi nella politica di casa riaperta dall’annoso tema delle elezioni presidenziali attese già da due anni, è lui ad accusare il vecchio Mazen di tutti i mali che circolano nei Territori Occupati e nella stessa Gaza: corruzione fra i politici, dittatura individuale nello staff della dirigenza. Nell’intervista in questione fa esempi noti: “Sono i segnali di un regime come quelli di Saddam e Asad”. Per passato e odi trascorsi, alcuni analisti sostengono che difficilmente Dahlan può proporsi come candidato, più facile che metta la sua personalissima fazione a servizio di nomi papabili. Oltre al sempre ipotizzato Marwan Barghouti, che Israele tiene sepolto nelle proprie galere condannato per cinque omicidi sempre rigettati dal condannato, c’è il nipote di Arafat, Nasser Kidwa, a cui Dahlan presterebbe sostegno. Si dichiara pronto di poter vestire ogni ruolo di supporto, amministrativo o militare, pur di tornare sulla scena. Invece una disillusione, se non addirittura un rigetto, ai suoi piani giunge dal diretto interessato. Kidwa dice che il passato non ritorna. Ma non tutti gli osservatori sono d’accordo e l’uomo della forza incute apprensione. Per ora ci pensa ancora una volta Abu Mazen ad allontanare ogni volontà di consultazioni: come nel biennio precedente, tutto è congelato. In futuro si vedrà. Un futuro né democratico né costruttivo per le sofferenze del proprio popolo.

lunedì 31 ottobre 2016

L’ombra di Hekmatyar sul governo di Kabul

Il lanciatore di razzi si proietta ufficialmente in politica. In realtà dalla politica Gulbuddin Hekmatyar non è mai uscito, la sua presenza, ingombrante e inquietante, ha oltre trent’anni di storia. Da quand’era studente d’ingegneria all’università di Kabul e abbracciava ideali marx-leninisti poi riconvertiti verso un Islam, più che puro, fanatico. Così da mujaheddin antisovietico si trasformò in signore della guerra a tuttotondo fondando l’Hezb-i Islami, partito mai tramontato nell’Afghanistan resistente a due invasioni e a tutti i dopoguerra possibili, anche quelli successivi al conflitto civile degli anni Novanta. Hekmatyar il pashtun, fondamentalista tutto d’un pezzo è al tempo stesso un abile osservatore d’ogni mossa politica, qualità che gli ha permesso di sopravvivere a ogni fase che la terra dell’Hindu Kush sta conoscendo, col comune denominatore degli scontri armati, ma non solo. Non è un segreto che l’attuale leadership afghana del presidente Ghani e i suoi tutor statunitensi cerchino soluzioni patteggiate per un presente e futuro per loro ingestibili. Le cercano riaprendo il dialogo coi nemici che dal 2001 hanno ufficialmente spodestato - i talebani - scalzati solo dai palazzi di Kabul, non dal territorio nazionale. Infatti i talib controllano una grossa fetta che oscilla fra le 15 e le 27 province su trentaquattro. Hekmatyar, come altri potentati armati, in tutti questi anni ha continuato a vivere indisturbato in Afghanistan perché nessuno lo ricercava.
Poteva essere accusato di crimini di guerra, ma da chi? Dai governi locali?  Da quei “i missionari di pace” con le divise Nato che lì seminavano morte e commettevano altri crimini? Come altri warlords responsabili di stragi di gente comune, nessun tribunale nazionale e internazionale gli ha mai contestato nulla. Anche per Hekmatyar e altri combattenti antisovietici, è valso quel lasciapassare offerto da Cia e Pentagono, e l’assenza di moralità e autodeterminazione dei premier fantoccio, prima Karzai ora Ghani, hanno fatto il resto. Inoltre l’occupazione, con tanti o pochi militari, continua ad assegnare a ciascun elemento armato, vecchio e nuovo, il ruolo di difensore del suolo patrio, e questa è la narrazione che il capo dell’Hizb-i Islami continua a utilizzare. Nel ‘do ut des’ in corso con Ghani lo staff di Hekmatyar ricordare la propria funzione di difesa del Paese da ingerenze straniere, che nel tempo sono addirittura cresciute passando da finalità geostrategiche, comunque sempre presenti, a interessi economici legati alle scoperte del sottosuolo capaci di mandare in fibrillazione multinazionali e appetiti imperialisti sparsi per il mondo. Perciò un portavoce di quel partito, Amin Karim, in un’intervista concessa ad Al Jazeera ribadisce l’intento di voler lavorare per la libertà e l’indipendenza afghana relazionandosi al governo e non opponendosi più a esso.
Certo Karim dichiara di sentirsi “orgoglioso della resistenza all’occupazione di truppe straniere e rifiuta il concetto di democrazia diffusa coi droni”. Afferma anche che Hekmatyar non cerca contropartite, il suo obiettivo non sarebbe la ricerca del potere politico, premierato o qualche ministero. Per la cronaca ricordiamo che agli inizi degli anni Novanta, Hekmatyar era stato investito del ruolo di capo di governo, ma durò poco. I contrasti con Rabbani e altri leader lo condussero allo scontro. Sanguinosissimo. Oggi l’intento è partecipare attivamente alla politica ufficiale, presentandosi alle elezioni, perché convinto che il popolo afghano sia vicino a ideali e valori promossi dal movimento islamista. Ma se si fa riferimento al ruolo femminile, alle ragazze che non indossano l’hijab, Karim non ha dubbi: quell’abbigliamento fa parte della fede afghana. Per lui il 99% della gente unisce passato e presente, la modernità non dimentica la tradizione. Dice: “La nazione è fatta dalla gente dei villaggi mentre certi codici di vestiario non escono fuori da Kabul, di 5 non di 30 km. La mia personale opinione è che ci dev’essere libertà nel vestire, per uomini e donne, ma coi limiti del rispetto. E sul comune sentire fra il proprio partito e i talebani in una governance islamica l’intervistato non si nasconde: “Per Hizb-i Islami si basa sul senso di giustizia, per altri sul tagliare la mano a un ladro. I percorsi sono differenti, dipende dalle situazioni. Su un punto noi e i talebani concordiamo: combattere per l’indipendenza della nazione”. Più chiaro di così.

giovedì 27 ottobre 2016

Egitto, la crisi morde il regime

Povertà vecchia e nuova - Dal Cairo giungono simili notizie: un ristoratore che finora pagava un suo cuoco attorno alle 1000 lire egiziane mensili (oltre 800 dollari, casi rari ma esistenti) con l’inflazione in corso si troverà a raddoppiare e forse triplicare il salario fino a 2500 dollari attuali. Ma il valore di quel denaro non sarà più tale per la svalutazione monetaria in corso nel Paese e la caduta d’ogni potere d’acquisto. La crescita inflattiva (+14% a settembre) e l’aumento del costo della merce stanno rendendo difficile la vita quotidiana, anche a quei ceti dallo stipendio certo, figurarsi al 28.8% di abitanti annoverati come poveri. Quest’ultima percentuale è ufficiale, dunque contratta per difetto. La stima di poveri e impoveriti è aumentata perché l’economia da oltre cinque anni segna il passo e non migliora affatto. L’ultimo prestito del Fondo Monetario Internazionale all’Egitto ammonta a 12 miliardi di dollari ed è giudicato dal governo sufficiente per sostenere un’economia malaticcia, però in grado di tirare avanti. Per quanto tempo? Anche gli economisti interni s’interrogano sull’incertezza scaturita dalla scarsità di capitali esteri e  conseguenti investimenti. Nel corso dell’estate l’incremento dei prezzi è stato generalizzato, dall’olio, farina e zucchero - che in alcuni casi i grossisti hanno problemi a reperire - all’elettricità. Aumenta tutto e gli osservatori affermano che in un Paese importatore per 60 miliardi di dollari ed esportatore per 20 miliardi, qualsiasi carenza monetaria può significare una mancanza delle più svariate forniture.
Ceto medio addio - Qualche mossa, a metà strada fra il demagogico e l’autolesionista, il governo la compie. Scontenta i ceti più indigenti risparmiando sui sussidi e aumentando il prezzo dei pubblici servizi, introduce una nuova tassa (chiamata Vat) che avrà l’effetto di riversarsi sui prezzi dei principali prodotti. Al contempo cerca di convincere la popolazione a sacrificarsi: “Le coraggiose riforme accorceranno la strada” “Possiamo razionare i consumi, ridurre le importazioni” inneggiano con enfasi i cartelloni pubblicitari che svettano negli angoli più in vista della capitale, come il viadotto 6 Ottobre nei dintorni di Tahrir. Nel cerchiobottismo del regime è prevista anche la carotina, così da qualche settimana esecutivo e apparato militare (gestore di molti prodotti e approvvigionamenti agricoli) hanno lanciato una campagna di offerta della merce a prezzi scontati. Secondo alcuni economisti, mentre la rete di sostegno sociale creata dal governo può aiutare casi singoli, nell’insieme essa non può mitigare l’impatto dell’inflazione, soprattutto su un ceto medio reso molto vulnerabile. Studi internazionali (Rapporto sul benessere sociale) stimano che questo strato della popolazione raccoglie attualmente solo il 5% degli egiziani, con una caduta del 48% nell’ultimo quindicennio. Dal canto suo la Banca mondiale ha calcolato una diminuzione della classe media egiziana dal 14% al 9.8% dal 2000 al 2010. Forse la forbice fra i due studi è troppo ampia, sebbene l’ultimo quinquennio rappresenti il buco nero di quell’entrata che rivaleggiava coi dazi doganali del Canale di Suez: gli introiti turistici. Entrambe sono le voci cardine del Pil nazionale.
Diritto allo studio, un lusso - La stampa ufficiale interna (Al-Ahram) ha indagato fra categorie di lavoratori ancora considerate sicure: gli addetti a una società energetica, che nelle ultime stagioni hanno conosciuto addirittura un aumento di stipendio, ma il cui potere d’acquisto risulta pur sempre fortemente diminuito. Costoro, in quella che era la classe media, sono soggetti a rinunce: devono considerare surplus e beni di lusso anche lo studio dei propri figli. Non solo l’iscrizione all’università, ma la stessa scuola superiore sta diventando un miraggio. In queste famiglie un tempo agiate, la merce che fa tendenza e che viene inseguita, ad esempio i cellulari, si possono acquistare solo a scapito di vacanze o qualche viaggio. Ribadiamo: si parla di gente che poteva permettersi simili svaghi e fatica a mantenere lo status oppure l’ha dovuto abbandonare. Per loro oggi è un lusso garantire ai figli lo studio, un’abitazione dignitosa, una mobilità comoda tramite un’auto privata. I grandi progetti statali (raddoppio canale di Suez) hanno esaurito le riserve estere e alcuni economisti affermano che, accanto ai lavori pubblici, l’attenzione nazionale dovrebbe essere rivolta all’incremento di attività produttive. Per ora il refrain dei sacrifici individuali e collettivi viene rilanciato da personaggi pubblici che mettono la propria faccia al servizio della nazione e di chi la dirige.
“Il controllo della gente” - Amr Adib, noto anchorman televisivo s’è gettato a capofitto nell’iniziativa chiamata “Il controllo della gente” che si propone di abbassare i costi delle materie prime e degli stessi profitti commerciali del 20%. E’ un appello trasversale rivolto ai magnati di produzione e commercio, dunque a certi tycoon come Sawiris e Salem mai usciti dal grande giro affaristico, e ai mercanti di grande e piccolo calibro, Forze Armate comprese. Si tratta di un’iniziativa un po’ populista ma concreta che comunque, secondo certi esperti, pur mitigando i contraccolpi sociali non durerà più di qualche mese. Al di là dei proclami le misure del governo si dimostrano impotenti di fronte a un’inflazione crescente che abbatterà il potere d’acquisto di strati sempre più vasti della popolazione su ogni tipo di merce. E poiché la situazione diventa addirittura più critica dei tempi di Mubarak, c’è chi pronostica l’ennesima esplosione di rivolte di piazza, sebbene la repressione continui a essere durissima. Non da impedire le azioni di nuclei armati. Una settimana fa un commando ha freddato davanti alla sua abitazione il generale Adel Ragaei, fedelissimo di Sisi, che aveva diretto la distruzione dei tunnel del contrabbando sul confine fra la cittadina di Rafah e la Striscia di Gaza e organizzato i trasferimenti forzati degli abitanti di quel territorio. Un agguato probabilmente condotto da gruppi dell’opposizione al regime dislocati nel Sinai, attivi in proprio o in connubio col jihadismo filo Isis. E la mancanza di sicurezza e l’instabilità tengono a distanza qualsiasi investimento estero.