giovedì 27 marzo 2014

Ayşe Gökkan, il sindaco che contrasta il muro


NUSAYBIN - ”Il mondo è un villaggio piccolo e tutto può essere avvicinato” dichiara questa donna, prima cittadina d’un luogo di confine qual è Nusaybin, dove la geometria della geopolitica ha tagliato l’area con righello e accetta. Da una parte Turchia, dall’altra Siria e la comunità kurda a fare i conti con amministrazioni, stati centrali ed eserciti differenti. Eppure fino a un giorno dello scorso ottobre il confine poteva essere varcato facilmente da cittadini e famiglie che vivono qui e là. Certo dalle proteste della Primavera anti Asad e con l’escalation del conflitto siriano le condizioni di vita erano diventate difficili sino a precipitare col drammatico flusso dei profughi. Le cifre ufficiali parlano di tre milioni, per metà bambini e minorenni, ma il numero è ampiamente in difetto. Il governo turco ha inizialmente raccolto in campi d’accoglienza decine e poi centinaia di migliaia di rifugiati, quindi ha posto i blocchi. In zone aperte come il confine che divide Nusaybin fin dentro il suo cuore, la metamorfosi della frontiera è passata dalla simbologia di Turchia e Siria presente sulla nuda terra alle pietre e al filo spinato del muro di separazione.

Iniziato in un’alba dell’ottobre 2013 con squadre di operai al lavoro e i mitra dei soldati minacciosi a controllarli e tenere lontane le proteste della gente che non voleva credere all’insensata separazione. Il muro doveva correre per sette chilometri da ovest a est con un’altezza di circa tre metri. “Fui svegliata dall’allarme dei cittadini – ricorda il sindaco Ayşe Gökkan – e immediatamente corsi sul luogo. I militari facevano un cordone attorno al cantiere dove il numero degli abitanti cresceva. Protestai con l’ufficiale responsabile che mi parlò di ordini del ministero e del governo. Io, però, come autorità municipale ero all’oscuro di tutto, nessuno mi aveva avvertita. Quella barriera avrebbe impedito agli abitanti della città di circolare liberamente, d’incontrare amici e parenti che abitano nell’altro settore. Come un tempo a Berlino. Come oggi a Gerusalemme. Una mostruosità! Così ho deciso di contestare quella  vergogna, attuando uno sciopero della fame. Sono rimasta accanto al cantiere per giorni. Ricevevo visite e conforto da parenti e da tanti cittadini che mi sostenevano nonostante le pressioni e le minacce dei soldati”. 

“Dormivo sotto una tenda, sono stata insultata e umiliata. Di notte i militari illuminavano gli anfratti dove mi ritiravo per i bisogni fisiologici; mi aizzavano contro i cani, ma non ho mollato”. La tenacia di Ayşe, diffusa da numerosi media internazionali, ha limitato l’estensione del muro, lei è convinta che anche il chilometro eretto a minore altezza alla fine verrà abbattuto “Le due comunità non possono rimanere divise, ho interrotto la protesta perché ho ricevuto assicurazioni per una soluzione, se non arriverà sono pronta a ricorrere al Tribunale dell’Aja”. Gökkan è un’attivista combattiva, ha collezionato 150 denunce per azioni di lotta durante una carriera politica non lunghissima. Ora ha scelto di non ripresentarsi al vertice dell’amministrazione in una città dove il BDP raccoglie il 92% di voti, passerà il testimone del collegio a un’altra donna: Sara Kaya. Ribadisce che il partito con qualunque candidato prosegue il progetto non solo di puntare alla carica di sindaco, che elegge a occhi chiusi, ma di raccogliere la collettività kurda e chiunque vorrà unirsi. “La vicenda del muro ha mostrato a tutti gli abitanti di Nusaybin le logiche di divisione del governo Erdoğan che predica in un modo e agisce al contrario”.

“Inizialmente il leader turco sosteneva di comprendere le nostre ragioni, raccontava d’essere stato arrestato e perseguitato, voleva confondere gli abitanti che ora non gli credono più. Negli ultimi cinque anni s’è rivolto solo ai turchi, maschi e islamici. Le persone comprendono che qui non è Turchia e là (e indica oltre la finestra del suo ufficio, ndr) non è Siria. Siamo un tutt’uno. Etnìa, religione, stato non sono importanti, il nostro programma di liberazione dei popoli, come testimonia il progetto della Rojava, è aperto a tutti”. Purtroppo neppure questa struttura politica, che per un buon periodo ha preservato i kurdi dai massacri, è sicura viste le incursioni jihadiste che dalla scorsa estate imperversano sul versante interno della Rojava. Né Gökkan può far granché per la tragedia dei profughi. Riprende “Non lontano da qui c’è un campo con 8.000 persone che necessitano di aiuti. Ma esistono campi molto più grandi in condizioni disastrose dove si sono verificati casi di suicidio. Come sindaco non posso far nulla; non ho competenze, decidono ad Ankara prefettura e governo. Entrambi si lavano la coscienza delegando all’UNHCR”.

“Avete visto i camion coi viveri davanti all’accesso del confine su cui vigila l’esercito turco; se i militari non consentono il passaggio i Tir restano bloccati per giorni con tutto il loro carico. Per non parlare dei medicinali salvavita e le sacche di sangue per le trasfusioni che devono essere consegnate in tempi brevissimi. Invece…” Scuote la testa e rilancia “Nei mesi scorsi alcuni concittadini mi rivelavano i loro viaggi solidali: attraversavano la frontiera verso i campi profughi più vicini portando masserizie e ciò che poteva alleviare la penosa quotidianità dei profughi di qualunque etnìa, siriani, kurdi, armeni, aleviti. Questi tragitti d’aiuto sono quasi scomparsi perché la terra di nessuno è stata disseminata di mine antiuomo. Ci sono state vittime delle mine oppure dei cecchini di cui non conosciamo la canna del fucile”. Jihadisti, siriani, turchi, contractors non è facile scoprirlo, ma per il sindaco non è questo il problema “Il conflitto incarognito ha prodotto un’emergenza straordinaria, migliaia di bambini muoiono di morbillo e ora anche di polio, servono medicine per alcune malattie infantili. Davanti a un simile strazio i governi e le organizzazioni internazionali non possono più tirarsi indietro”.     

mercoledì 26 marzo 2014

Kurdi, la via del dolore


DIYARBAKIR - C’è una via del dolore che incrocia quella d’una giustizia tuttora sconosciuta alle Madri della Pace, una comunità di donne unite dalla sorte di mariti, figli, figlie finiti martiri nella comune lotta identitaria. Oppure murati nelle prigioni con condanne anche secolari per aver applicato quell’autodifesa d’un territorio dove le proprie famiglie vivevano da generazioni. Racconta Halise, una vecchina senza tempo che potrebbe avere ottanta o cento primavere “Vivevo in un villaggio nella zona di Haqqari, una mattina arrivò l’esercito turco. Ci fecero uscire di casa, non volevano che prendessimo nulla e bruciarono tutto. Ora vivo vicino ad Amed ma non mi abituo a stare in città e poi non ci sono i miei figli. Uno condannato a trentasei anni, ne ha scontati sedici, l’altro a venti”. La guerra feroce fra questa popolazione e lo stato turco, all’epoca fortemente kemalista, ha attraversato tutti gli anni Novanta, ma è proseguita durante l’epoca erdoğaniana. Esecuzioni reciproche in imboscate: partigiani kurdi da una parte, militari e agenti del Mıt dall’altra, oltre ai morti in scontri aperti e l’odissea dei civili.

Con la meticolosa pratica della distruzione e dello spopolamento di villaggi attraverso la deportazione di quattro milioni di persone in varie zone della Turchia. Una storia nascosta per anni e rigettata dalla politica ufficiale che accusa il PKK d’essere l’unico responsabile di quelle distruzioni. Così l’illegalità è diventata real politik fra il disinteresse della comunità internazionale che nelle vicende geopolitiche applica sempre pesi e misure differenti. Nei recenti anni del dialogo Öcalan, con una lettera al governo, ha chiesto il ritorno ai luoghi d’origine dei deportati, ma la risposta non è mai giunta. Intanto sul tema da tempo operano associazioni come Goç-der che del diritto al recupero della terra ha fatto il suo impegno primario. Racconta Vechi Aydogan, uno degli animatori del gruppo “Oltre a ricostruire una mappa dei luoghi d’origine e di deportazione della nostra gente, cerchiamo d’investire la politica per restituire quanto tolto. Dovrebbe scomparire l’occupazione militare tuttora praticata attorno ai villaggi, i cui terreni spesso sono stati minati per evitare reinsediamenti. L’Unione Europea che tanto si è spesa per altre minoranze (non lo dice ma pensa sicuramente al Kosovo, ndr) potrebbe aiutarci. Invece tace”.

“Le pressioni dello stato turco sono pesanti, anche l’attuale esecutivo aperto al dialogo con Öcalan punta ad aggirare le responsabilità. Al massimo cerca accordi diretti con le famiglie dei profughi accogliendone i ricorsi (su 263.00 ne sono stati accettati 150.000, ndr). Alla fine arriva un risarcimento simbolico e offensivo: 4000 euro per ogni casa danneggiata. Così s’aggira il reale nodo della questione che è politico, perché ancora una volta il nostro popolo subisce un doppio scippo sociale e identitario”. Aggiunge Fatma Esmer, l’altra attivista che segue le traversie delle famiglie “Donne e bambini hanno vissuto i traumi maggiori, i vecchi ne hanno viste tante, gli uomini adulti combattevano o migravano per dare sostentamento alla famiglia. Queste ferite dell’anima non si cancellano facilmente”. Sulla strada dei lutti compaiono buchi neri addirittura più bui. Quello dei massacri coi cadaveri finiti in fosse comuni è una pagina criminale con la quale i vertici della politica turca non hanno fatto e non vogliono fare i conti. Come per l’eccidio degli armeni. Certo quando accade, s’è verificato tempo addietro in questa zona, che dal terreno agricolo affiorano prima un femore poi dieci tibie e altre ossa, l’imbarazzo delle autorità sale alle stelle.

Eppure non si forma alcuna commissione Onu per capire di quale massacro s’è trattato. Le testimonianze dei familiari sono considerate di parte. Si è mossa una struttura che aderisce alla rete delle associazione per i diritti umani: Insan Haklari Derneği che con l’avvocato Sendar Gelebi dichiara: “Dopo un lavoro documentario durato anni e basato principalmente su testimonianze, perché immagini e filmati sono difficili da riprodurre in un territorio sequestrato dall’autorità militare, il Tribunale dell’Aja ha riconosciuto le colpe degli apparati repressivi turchi e ha emesso sentenze che, però, restano sulla carta. Non condanna nessun ufficiale o soldato sia perché i vertici di quelle Forze Armate sono stati decapitati dalle inchieste su Ergenekon, sia perché la scorciatoia scelta dallo stato, e in tanti casi accettata dalle famiglie che temevano ostracismi lavorativi e sociali, ha chiuso il percorso attraverso un rimborso misero, ma accettato”. Così è. Eppure l’oblio forzato non produce automaticamente pacificazione. La pace armata si legge sui volti pur gioiosi dei giovani danzanti dietro musiche e canti che parlano dell’Öcalan combattente e prigioniero. Si vede nelle keffie calate sui volti che esprimono la disponibilità a riprendere ogni tipo di lotta.

Si ritrova nei comizi d’un parlamentare navigato come Türk che nei programmi futuri non dimentica le trascorse battaglie di martiri, combattenti e attivisti. I nodi irrisolti sono vicini anche al luogo dell’atteso, e nella scorsa settimana festeggiatissimo, Newroz al quale i tanti Öcalan ancora reclusi non hanno potuto partecipare. Galere: ogni città kurda riceve questa piaga. La solare Diyarbakır veniva ferita dal modello ‘E-type’ dove minori e bambini soffrivano in celle di tre metri. Tuttora i detenuti subiscono torture e continui trasferimenti che li fiaccano, come fiaccano i familiari costretti a veri tour de force se vogliono fargli visita. Aggiunge Gelebi “Anche nei casi meno gravi senza l’accusa di omicidio, le condizioni carcerarie sono drammatiche perché la legge vigente marchia gli attivisti come terroristi. Negli ultimi sei mesi i reclusi hanno subìto trasferimenti anche di mille chilometri, possono usufruire di cinque minuti mensili di telefonate e di un’ora e mezza di visita settimanale, di solito incompiuta per le distanze e i costi che i parenti dovrebbero sostenere. Abbiamo 600 detenuti malati gravissimi, 200 sono anziani, che in assenza di cure adeguate rischiano la vita. I rapporti di denuncia spediti al ministero di Giustizia non hanno ricevuto risposta”.

martedì 25 marzo 2014

Diyarbakır, i ragazzi dei giardini di Hevsel


DIYARBAKIR - I ragazzi delle piante che non ci sono più presidiano il luogo. Una zona verde vicinissima a Diyarbakır (Amed in kurdo) di proprietà della locale università che ha concesso alcuni ettari al ministero degli Interni. Quest’ultimo senza pensarci su ha deciso di costruire lì degli edifici e venderli, un cambio di destinazione d’uso a vantaggio della speculazione edilizia e delle sue casse. Appena diffusa la notizia giovani e studenti della zona sono accorsi per protestare, evidenziando le storture della gestione dei due dicasteri responsabili d’un attacco ecologico al territorio. Nei giorni seguenti l’avvio d’un presidio permanente ha ricevuto visita e assalto dei reparti di polizia giunti a manganellare e sgombrare. Poi per mostrare i muscoli agli attivisti e alla stessa natura una squadretta in borghese ha provveduto a tagliare alberi d’alto fusto sparsi su quell’area chiamata i giardini di Hevsel. E’ la rivalsa dello Stato turco su una comunità socio-politica che rivendica presenza e controllo della terra che nell’antichità era un tesoro di frutteti. Ancora oggi è un altopiano fertilissimo bagnato dal Tigri dove, fra gli altri esemplari, cresce un tipo d’anguria gigantesca.

Dopo le sassaiole i ragazzi sono tornati, piantando sul posto tende e striscioni che ricordano i militanti dei partiti legali (BDP) e illegali (PKK) uccisi nel tempo. Combattenti della cultura come la cantante della guerriglia Şehit Delila (https://www.youtube.com/watch?v=fqHCtwcSK6g), colpita proprio quando le cose iniziavano a cambiare seguendo le aperture avviate da Erdoğan, che comunque verso i kurdi per anni ha praticato uno ‘stop and go’ di avanzamenti e retromarce condito di repressione. Per fortuna l’epoca delle persecuzioni feroci con arresti di massa anche in questa città e nei villaggi limitrofi sembrano alle spalle. Alcuni dei ragazzi del presidio ne hanno avuto notizia dai fratelli maggiori o dai genitori che non vogliono spezzare il filo della memoria. Un legame che passa anche attraverso l’uso del linguaggio, sempre meno utilizzato dalle giovani generazioni che devono rapportarsi al mondo globalizzato e immagazzinano nella mente il turco oppure l’inglese e il tedesco della scuola. Perciò centri culturali che riescono a sopravvivere (la Casa Dengbej) o vengono rilanciati dal desiderio di testimoniare un passato millenario, richiamato anche nelle teorizzazioni dell’uomo simbolo della rivendicazione identitaria – Abdullah Öcalan –, proseguono un rapporto con l’arte basato su canti e danze.

Con talune leggi avviate nello scorso autunno ora i sindaci hanno la facoltà di disporre di fondi senza attendere che giungano dal governo centrale. Una parte delle tasse della popolazione resta nelle casse municipali. Con questo decentramento federale l’amministrazione non deve più spendersi in richieste e preghiere ai politici di Ankara per finanziare opere locali attese da decenni. E’ il caso d’un servizio di tram che i 600.000 cittadini (un milione e duecentomila nell’intera provincia) aspettano da un decennio e il cui progetto resta bloccato in prefettura. Burocrazia che, col voto kemalista o islamico, non faceva bene alla gente di Amed. Così dalle amministrative dei prossimi giorni le attese si sommano: la coppia del BDP candidata in città (Firat Anli e Gulten Kisanak) punta ad aumentare la percentuale di voto attestato nelle ultime consultazioni attorno al 64%. Pensa di continuare a dirigere la municipalità e avere la forza economica per costruire, ad esempio, un nuovo ospedale che rimpiazzi il vecchio dismesso e ora nelle mire del ministero della Difesa che vorrebbe inglobare quella struttura nelle tante caserme esercitative, tuttora presenti attorno alle millenarie mura. Come gli oltre 300.000 soldati. Avete capito bene, trecentomila, per i quali alloggi privati protetti da colleghi armati non mancano.

lunedì 24 marzo 2014

Il sogno kurdo nelle amministrative di Erdoğan


ISTANBUL – Nella triade dell’urna che misurerà il peso del sultano le amministrative di questo fine di questa settimana sono un primo round nient’affatto secondario. Lo si vede da come il premier affronta da giorni le tappe pubbliche che preparano la scadenza. Nell’ultima di domenica a Kocaeli ha incendiato i cuori anche degli avversari nazionalisti più restii a concedergli chance, cogliendo al volo l’episodio dell’abbattimento del Mig siriano da parte dei propri F16, congratulandosi in diretta nientemeno che coi generali. Poi di corsa verso il bagno di folla nella sua croce e delizia: l’Istanbul dal volto adorante che prendeva il posto di quello riottoso, che Erdoğan ben conosce e forse teme per i giorni che verranno. Un futuro già alle porte, per il quale s’è messo a lavorare sodo: comizi su comizi in cui alterna il discorrere paternalistico, un po’ confidente, un po’ autoritario, che serve a riportare sotto l’ala protettiva del partito-regime quel pezzo d’elettorato che può voltargli le spalle. Stufo com’è di scandali e strette repressive che attaccano addirittura i cinguettii di Twitter.

Se dovesse perdere dai due ai cinque punti di percentuale rispetto all’en plein del quasi 50% delle politiche 2011 avrebbe comunque parato il colpo, che invece secondo altri potrebbe ridimensionare la forza dell’AKP anche di 8-10 lunghezze. Allora sì s’aprirebbe una crisi politica personale per il leader che già si vede incoronato presidente dal popolo che non deve tradirlo. E il secondo round elettorale d’agosto produrrebbe affanni. E’ vero che il quadro nazionale non offre figure carismatiche tali da ostacolare la smania di potere del sultano, ma il suo piano di fare della Turchia una repubblica presidenziale dal volto autoritario anziché autorevole ha bisogno di numeri che se sono in caduta non aiutano a raggiungere lo scopo. Per tacere degli intoppi personali del leader, possibili macchie su un orizzonte non solo suo ma nazionale. E questo la Turchia non può permetterselo. Lo sanno tutti. Dagli avversari di sempre del CHP, ai nostalgici e intransigenti del MHP, entrambi immersi in una campagna meticolosa per queste amministrative dall’alta valenza politica.

Lo sa la coesa e orgogliosa comunità kurda che con la nuova formazione confezionata nello scorso ottobre (HDP) e il consolidato BDP si presenta rispettivamente nei collegi occidentali e nelle province orientali dove registra un’eccellente risposta dalle urne. In alcuni collegi le punte raggiungono quasi l’unanimità (Xuksekova: 98%, Nuseibyn: 92%). E’ da simili roccaforti che il sogno kurdo di resistere per rilanciare l’idea del Kurdistan flessibile, un’entità socio-politica che estende la proposta del Confederalismo a quattro nazioni (Turchia, Siria, Iraq, Iran), pone le basi per i percorsi di domani. Certo quest’utopia politica deve fare i conti con le chiusure di Barzani e la repressione degli ayatollah nelle ultime due nazioni, più la guerra civile siriana che dalla scorsa estate erode la locale Rojava. Ma l’azzardo è sentito e condiviso dalla gran massa del popolo kurdo come fosse una ragione di vita e viene diffuso come l’unica via praticabile. Öcalan nell’isolamento di İmralı sorride.