martedì 10 luglio 2018

Sinai: i sogni, la rabbia


Il Sinai, regione egiziana dalla storia antica, da quella biblica alle travagliate vicende dell’occupazione israeliana con la ‘guerra dei sei giorni’, è un volto marginale ma ampiamente realistico dell’Egitto voluto dal generale Sisi. Un Paese spaccato e represso che mostra scenari contrapposti e contraddittori, come la sua desertica penisola perla del turismo. Circa mezzo milione di abitanti, fra stanziali e beduini, divisi nei 25.500 kmq dell’area settentrionale che s’affaccia sul Mediterraneo con 339.000 abitanti,  e i 150.000 residenti della più ampia fascia meridionale (33.000 kmq). L’area è da tempo afflitta dalla presenza di gruppi jihadisti di vecchia e nuova formazione. S’iniziò, subito dopo il golpe del luglio 2013 e soprattutto del massacro della moschea Rabaa Al Adawiya (dalle mille alle duemila vittime in un solo giorno, mai rivelata la cifra esatta) con una parte della Fratellanza Musulmana lì uccisa, quindi criminalizzata, che passava alla lotta armata contro l’esercito. Sebbene il jihadismo, fondamentalista e non, abbia accresciuto le milizie in quella zona, per vie proprie.
Per sostenere l’immagine di forza e sicurezza lanciata a sostegno della sua persona, il generale diventato presidente, ha proposto in più occasioni un repulisti ‘antiterroristico’ del Sinai, riportando ripetuti fallimenti. Certo, in vari casi si sono registrate catture e uccisioni di miliziani reali o presunti, che comunque non hanno prodotto l’estirpazione dei fenomeni violenti rivolti contro l’esercito, con azioni armate, e la popolazione attraverso attentati. Nell’ultimo biennio, seguendo il copione apparso in più aree mediorientali, anche il Sinai conta un gruppo di un neocreato Isis locale, spina nel fianco del regime, poiché ne evidenzia i limiti di efficacia militare e ne sbugiarda la presunzione di controllo del territorio. La strage del novembre 2017 nella moschea di El Rawda, nel Sinai settentrionale a 45 km dal capoluogo El Arish, compiuta con bombe all’interno e mitragliatrici esterne, ha rappresentato una carneficina senza precedenti (300 civili uccisi). L’attentato rientra nella strategia del terrore attuata dal Daesh che mette Sisi davanti all’incapacità di esercito e polizia di filtrare la regione. Visti i comportamenti conseguenti, resta pur sempre il dubbio che la volontà di tamponare il terrorismo non sia così piena come si enuncia, la repressione riguarda altre figure e situazioni.

Un terrorismo vivo consente al generale di perpetuare lo stato d’assedio lì e in tutto il territorio nazionale. Per il Sinai Sisi ha varato dallo scorso febbraio ‘l’operazione 2018’ con cui ha infarcito ogni sua pubblica apparizione durante la campagna elettorale di primavera. Una consultazione vinta col 92% dei consensi, a fronte d’una presenza alle urne del corpo elettorale inferiore al 30% e soprattutto senza avversari, visti lo scoraggiamento e l’eliminazione di sei candidati. L’operazione Sinai 2018 nulla ha potuto contro nuovi attentati, quello all’aeroporto di El Arish, a 50 km dalla Striscia di Gaza, ma tanto sta facendo contro la popolazione civile e lavoratrice. Le località di Sheikh Zuweid, El Arish e Rafah, questa a ridosso del confine palestinese, continuano a registrare demolizioni di abitazioni e fattorie, il 90% delle quali sono state rase al suolo. In più agricoltori e la gente del Sinai settentrionale devono fare i conti col blocco dei Tir (per ragioni di sicurezza, nel timore trasportino esplosivo) che comporta da mesi carenze di approvvigionamento alimentare. In tanti casi i contadini hanno creato, negli anni a loro spese, le strutture ora distrutte dai militari e non riceveranno risarcimenti.
I media di regime non trattano granché la questione, né riferiscono sui reiterati raid aerei dell’aviazione israeliana e di quella degli Emirati Arabi Uniti che “aiutano” le demolizioni dal cielo, a suon di bombe. Organizzazioni umanitarie hanno denunciato tali operazioni e le vittime civili che producono; da parte sua Il Cairo copre ogni cosa, sostenendo si tratti di guerra al terrorismo e all’improrogabile necessità di creare una zona cuscinetto sul sempre infuocato confine di Gaza. L’informazione locale, rieducata dal modello Sisi, considera tali iniziative un dono al benessere nazionale (sic). All’interno di questa tendenza ‘benefattrice’ si pone il faraonico piano del capo di Stato che, come altri omologhi della grandiosità autocratica, ha già prodotto il secondo canale di Suez e prevede una nuova capitale a sud-est dall’attuale. In più s’interfaccia al funambolico sviluppo di città nel deserto previsto sulla lingua di mare del golfo di Aqaba: i sauditi di Bin Salman in quei luoghi hanno progettato Neom, a metà fra la metropoli d’affari e la località turistica e mondana.
Una giostra di grattacieli e fantasmagorie per riconvertire i petrodollari e fargli intraprendere percorsi affaristici differenti. Il principe Saud prevede d’estendere la città anche sulla sponda del dirimpettaio e ha già impegnato 500 miliardi di dollari. Programmati hotel e villaggi turistici iper lussuosi per vip e ricconi d’alto bordo da far sorgere su entrambe le coste, il lato egiziano s’estenderebbe a nord di Sharm El Sheikh. Eppure c’è chi dubita dell’effettiva realizzazione del progetto in terra d’Egitto e chi crede che introdurrà un’ulteriore ingerenza saudita nel Paese, com’è accaduto con la vicenda delle isole Tiran e Sanafir, finite, in cambio di denaro, agli sceicchi che ne fanno luoghi di svago e porti franchi, con conseguenti paradisi fiscali. Fra nord e sud del Sinai, dunque, gli orientamenti divergono. Il mal comune degli abitanti locali è rappresentato, come per il resto degli egiziani, da nuove tasse, raddoppio del prezzo del carburante, azzeramento dei sussidi governativi per i ceti meno abbienti. Più tutte le incertezze economiche presenti, nonostante e ben oltre queste opere, spesso private e inavvicinabili per lo stesso cittadino medio, figurarsi per il terzo della popolazione (30 milioni di persone) che vive in povertà.

sabato 7 luglio 2018

L’attivista Cattafesta e il regime che non vuole intrusioni


Dopo dodici giorni Cristina Cattafesta è rientrata in Italia. La presidente del Cisda, fermata il 24 giugno a Batman (Turchia) dov’era in qualità di osservatrice elettorale invitata dal Partito Democratico dei Popoli, quindi trasferita in un centro di migrazione ed espulsione a Gaziantep, è stata restituita ieri all’affetto dei familiari e delle sue compagne. Il fermo, operato da agenti delle forze dell’ordine in base a controlli detti di routine, in realtà si è diretto su figure ben individuate quali erano gli osservatori internazionali, coinvolti a vigilare sulla regolarità delle elezioni. In diverse località del sud-est, dove si concentra l’elettorato kurdo, c’erano stati fermi a seguito di controlli simili. Nessuno, però, era stato trattenuto. Il blocco dell’attivista italiana, nota nell’ambiente della cooperazione internazionale per il lavoro svolto con l’ong Cisda (Coordinamento italiano sostegno donne afghane), è parso rivolto a ostacolare la presenza degli osservatori nei seggi. Ha, altresì, assunto il sapore d’un monito lanciato dal governo dell’Akp agli operatori dei diritti: la vostra presenza non è gradita nella Turchia a una dimensione creata a suon di repressione dal presidentissimo Erdoğan.
Il doppio successo ottenuto alle elezioni di due settimane fa blinda un regime che ormai usa il Parlamento solo come maschera di una democrazia, ma lo mutila delle funzioni operative in virtù d’un presidenzialismo totalitario. Con esso Erdoğan controlla la sfera legislativa e quella giudiziaria, oltre alle forze armate e tutti gli apparati della sicurezza nazionale. Lo spostamento ancora più a destra del partito Akp già di per sé conservatore, l’alleanza col nazionalismo parafascista dei ‘Lupi grigi’ che, coi voti del Mhp ha consentito un anno fa di far passare nel Maclis la riforma costituzionale varando il presidenzialismo ora vigente,  e lo scorso 24 giugno ha rilanciato verso un successo elettorale il partito di maggioranza, diventa di fatto un ulteriore soffocamento per il pluralismo. In realtà il multipartitismo in Turchia esiste. Formalmente non ci sono né partito unico, né quelle dittature militari che il Paese ha conosciuto in più occasioni dagli anni Sessanta in poi. Però l’opposizione, le altre formazioni politiche vivono sulla pelle un’oppressione per non essere conformi alla maggioranza elettorale.
Soprattutto l’opposizione di sinistra e filo kurda ha subìto nell’ultimo biennio una compressione della libertà politica ed esistenziale, com’è accaduto al co-presidente Hdp Demirtaş incarcerato, assieme a decine di deputati del suo gruppo, con l’imputazione, mai provata, di prossimità al Partito Kurdo dei Lavoratori (Pkk), considerato un’organizzazione terroristica. Ciononostante alle recenti consultazioni il sostegno alle liste Hdp della copiosa minoranza kurda è stato ampiamente confermato da un 11.5% che ne fa la terza forza politica interna. Eppure la linea repressiva erdoğaniana, forte d’un ampio consenso nel Paese, vuole cancellare questa diversità, incarcerarla, ghettizzarla, intimorirla, isolarla da contatti di solidarietà internazionale. Perciò  si cerca di bloccare simili rapporti, di limitarli o impedirli. Per questo Cristina Cattafesta è stata pretestuosamente internata per dodici giorni, quale lugubre monito per il futuro suo e di qualsiasi attivismo partecipe. Il messaggio dice: non venite in Turchia, non ficcate il naso nel nostro sistema, altrimenti rischiate fermi o arresti. Le indirette imputazioni possono essere la volontà di vedere e sapere, di raccontare come il sultano tratta quei sudditi che non si sottomettono alla sua autocrazia.

giovedì 5 luglio 2018

Ghani, il partito talebano e il sogno di pacificazione


Nella macro politica di Kabul il tema che tiene banco anche più di sicurezza e Tapi (il gasdotto transnazionale) è l’apertura politica ai talebani, divenuta la vera ossessione del presidente Ghani. Se la prima questione mette a nudo l’incapacità governativa di controllare alcunché, e la seconda l’ennesimo mega progetto da cui la popolazione trarrà benefici nulli, l’ipotesi del dialogo coi miliziani coranici è l’incompiuta difficile da compiere. E neppure tanto nuova. Rifà il verso a quanto già si era tentato otto e sette anni addietro, quando la Cia di mister Panetta e l’allora presidente Karzai proposero ai talebani tavoli d’incontro, separati e unitari, da cui ci si aspettava un’uscita dalla palude in cui erano finite la muscolare Enduring Freedom e l’ambivalente Isaf mission. Già all’epoca le posizioni della galassia talebana erano diversificate, ma accanto agli irriducibili della rete di Haqqani, l’Alto Consiglio della Pace, creato per l’occasione, colloquiando coi turbanti doveva prendere atto di alcune loro richieste irrinunciabili: ritiro delle truppe d’occupazione, revisione della Costituzione considerata insufficientemente islamica, cancellazione dalla lista nera del terrorismo mondiale, rilascio di prigionieri in mano ad americani e governo afghano. La posta talebana era alta, altissima, come la personale considerazione di non pensarsi partito elettorale.
Quindi, nel 2012, tutto si bloccò per l’oscuro episodio omicidio di Burhanuddin Rabbani, un’esecuzione avvenuta nella sua abitazione kabuliota, e mai chiarita. Si ventilò l’ipotesi della mano della dissidenza talib, oppure dell’Intelligence pakistana che poco gradiva un inserimento “istituzionale” talebano a Kabul fuori da proprie ingerenze. Molto pragmatico apparve uno dei leader talib della Shura di Quetta (Mansour) che avrebbe voluto proseguire gli incontri nonostante il lutto, invece tutto di fermò. Comunque già all’epoca i talebani puntavano a essere riconosciuti come parte del conflitto, più che come partito. Dalla sua nascita il movimento degli studenti coranici armati incarnava il ruolo di resistenti contro il caos prodotto dai signori della guerra, e si dichiarava non interessato al potere. Certo, una volta conquistata la capitale (nel 1996) e instaurato l’Emirato islamico la musica cambiò e mutò tragicamente per la stessa popolazione che aveva creduto nella buona fede dei taliban che ostacolavano lo strapotere vessatore dei warlords. Studiosi di quelle frange fanno notare come nella gestione, pur contraddittoria dell’amministrazione statale, i talebani mutarono approccio a tal punto che, dopo la sconfitta (ottobre 2001) e nei periodi precedenti la formazione di nuovi governi (Rabbani, poi Karzai), pur concentrati quasi esclusivamente sulla sua ristrutturazione militare, tenevano in vita una sorta di governo-ombra.
Comunque, insediati al potere o lontani da esso, i talebani non si comportavano come un partito, non seguivano gli schemi rappresentati in altre aree dall’islam politico. E fuori da tale prospettiva essi non si sentono attratti da processi elettorali per conquistare consenso fra la popolazione.  Acquistano seguito nel ruolo di difensori della legge islamica, magari autocelebrandosi come resistenti ai soprusi occidentali e degli infedeli oppure l’ottengono con la coercizione, incutendo timore fra la gente. La prospettiva del voto non gli appartiene, differentemente dalle molte formazioni islamiste che in varie fasi uniscono kalashnikov e scheda nell’urna, meglio se taroccata o macchiata da violenze e brogli. Come peraltro fanno quei gruppi politici cui Stati Uniti e Unione Europea inventano un’anima democratica. Perciò lo scenario che da oltre un anno Ashraf Ghani espone, non solo non è nuovo e può risultare infruttifero come già fu, ma cerca solo un alibi alle prossime consultazioni per: tenere congelati il sistema dell’occupazione strisciante, gestire i mercati delle armi nel Grande Medioriente, controllare i traffici dell’oppio in combutta coi signori degli affari locali e mondiali, reiterare la sagra degli aiuti umanitari miliardari, conservare il controllo militare geostrategico nel cuore dell’Asia. Non si tratta di robetta da poco.
Per la cronaca, che diventa storia, i talebani, proprio nella fase seguente all’avvìo degli incontri del 2011, s’erano ‘occidentalizzati’ aprendo una sede diplomatica presso una delle più scaltre e intraprendenti petromonarchie del Golfo: il Qatar. Poi, come ricordato, i colloqui scemarono, ma l’ufficio a Doha non venne chiuso. E da quella sede nel 2014, quando le fazioni di Ghani e Abdullah si fronteggiavano l’un contro l’altra armate, accusandosi reciprocamente di brogli elettorali, il portavoce talebano esprimeva tutto il disprezzo per quella finta democrazia basata su elezioni (truccate) e Parlamento (costellato di signori della guerra, di affaristi e di corrotti). I turbanti sceglievano di stare fuori da quella Loya Jirga. Tuttora non si pronunciano su questioni come riforma del Parlamento e pluralismo politico, restando il Convitato di pietra del panorama politico nazionale. Non esibiscono monopoli politici, accettano tatticamente anche dialoghi con interlocutori che disprezzano, come Ghani, con le ambascerie di chi non amano (Hekmatyar). Diventano attori quando mostrano un pentimento, parlando di giusta via per i diritti umani (sic), di educazione per le donne. Comunque la loro organizzazione e il fine restano prettamente militari, anzi spererebbero di ripristinare l’Emirato Islamico d’Afghanistan con le armi, cosa che i geostrateghi ritengono difficile. Così nel Paese dell’Hindu Kūsh tutto resta in bilico, immerso nel conflitto logorante e latente, davanti a un abbandono definitivo americano che non arriva e a un sogno di pacificazione solo immaginato.

domenica 24 giugno 2018

Elezioni turche: Erdoğan centra il doppio obiettivo


Bottino completo su politiche e presidenziali per Recep Tayyip Erdoğan che ancora una volta si fa padrone della Turchia col consenso dell’urna. Registra il duplice successo alle politiche col partito-regime (l’Akp), che da tempo ne segue ed esegue pedissequamente ogni respiro e con il 42.4%, può tranquillamente governare, vista anche la tenuta dell’alleato nazionalista (Mhp)  confermatosi all’11.4%. In più vince la sfida presidenziale, stravolgendo in questo caso i pronostici che non gli concedevano un passaggio al primo turno e lo rimandavano a un temibile ballottaggio con un uomo delle opposizioni. Invece l’urna offre al presidente uscente un 52.5% che scava un abisso sul repubblicano İnce (30.7%) e sul kurdo Demirtaş (8.3%). Quasi 26 milioni di concittadini l’hanno abbracciato, più della somma dei restanti candidati in grado di mobilitare (İnce, Demirtaş, Akşener). Erdoğan guiderà l’agognata nazione fino a tutto il 2023, festeggiando, come sognava da tempo, la celebrazione del centenario d’una Turchia moderna ridiventata islamista ben oltre qualsiasi benevolo ricordo del laicismo kemalista.
La tranquilla domenica elettorale che coinvolgeva 59.3 milioni di elettori divisi in 188mila seggi disseminati in 81 province, segnava in tarda mattinata un evento luttuoso, quindi turbolenze legali. A Erzurum, provincia orientale a nord del lago Van, Mehmet Sıddık Durmaz, rappresentante l’İyi Partisi, è stato ucciso a colpi di pistola a seguito d’una rissa scoppiata fra due clan familiari. Sempre nell’area est dieci osservatori (tre italiani, tre francesi, tre tedeschi rispettivamente nei distretti di Dıyarbakır, Ağri, Șirnak) sono stati fermati nei seggi, dov’erano presenti in qualità di visualizzatori della regolarità delle operazioni di voto per conto dell’Osce, e sono stati fatti oggetto d’un procedimento legale “per aver tentato d’interferire con le procedure elettorali”.  A Batman un’altra italiana è stata trattenuta dalla polizia. L’Osce è l’Organismo di sicurezza e cooperazione europea che ha organizzato il più alto numero di osservatori - 234 - su un totale di 415 funzionari e volontari che afferiscono a otto organismi, cui è stato concesso di seguire da vicino le operazioni elettorali in Turchia.
Il principale partito d’opposizione ha lanciato esplicite accuse all’agenzia statale Anadolu che ha diffuso per ore orientamenti di voto favorevoli al governo, prendendo a campione aree dove più alta era la percentuale del partito di maggioranza. Un comportamento deontologicamente scorretto “che ha deliberatamente creato una percezione falsata dell’orientamento di voto”, seppure nella conta finale le percentuali risultano favorevoli a chi deteneva il potere. Per ora non ci sono contestazioni su schede e spoglio, si vedrà nelle prossime ore. A superare l’altissima soglia del 10%, che consente di eleggere i deputati nel Meclis, sono stati cinque partiti: Akp 42.4% (accreditato di 293 deputati), Chp 22.7% (146), Hdp 11,5% (67), Mhp 11.2% (49), İyi Partisi 10.1 (45), altre formazioni non registrano eletti, pur col sistema delle alleanze che può favorirne l’ottenimento. Il fronte kurdo ha resistito all’offensiva securitaria che da un anno e mezzo ne ha dimezzato la rappresentanza parlamentare con gli arresti per “terrorismo” di onorevoli e dello stesso co-presidente Demirtaş, facendo registrare le consuete altissime percentuali a Dıyarbakır e Șirnak, (65%), il 55% ad Ağri e Batman e superando il 10% anche a Istanbul, İzmir, Adana, Mersin.

venerdì 22 giugno 2018

Turchia, l’Alleanza Nazionale contro Erdoğan


Tutti contro Erdoğan sull’altra sponda del Bosforo, quella dell’opposizione d’ogni tendenza e colore, unita, a detta dei seguaci del presidente uscente “solo dall’odio verso chi sta facendo grande la Turchia”. E questo è in parte vero. Ma il  matrimonio di comodo con finalità elettorali che nel confronto-scontro dell’urna avvicina i repubblicani del Chp, gli altri nazionalisti dell’Iyi, gli ultraconservatori islamici dell’Sp e i seguaci del Partito Democratico nella cosiddetta ‘Alleanza Nazionale’ mostra qualche desiderio in più di quello di togliere spazio all’Akp (sostenuto dai nazionalisti storici del Mhp) e d’intralciare il presidente nei suoi disegni assolutistici. Per avere un futuro costoro promettono, se ribalteranno le previsioni risultando vincitori, di tornare al passato. Così ripristinerebbero la centralità del Parlamento, messa all’angolo dal ‘sultano’, e reintrodurrebbero la figura del premier. Sì, un processo antierdoğaniano per ridare ossigeno alle Istituzioni piegate dal super presidenzialismo.
La Costituzione, rinnovata di recente, prevede anche un cambiamento che può diventare un boomerang per chi l’ha partorita: la possibilità di avviare alleanze fra partiti (un tempo vietate) in base alle quali chi risulta sotto la soglia del 10%, per ottenere rappresentanza in Parlamento, può comunque ottenere deputati se uno dei partiti della coalizione ha superato quella percentuale. La norma è stata creata a misura del Milliyerçi Hareket Partisi i cui voti sono serviti a Erdoğan per ottenere il cambiamento costituzionale, linea che è stata contestata da una corrente interna autrice d’una scissione (quella che ha dato vita l’Iyi Partisi). Per questo terremoto, e temendo una contrazione dell’elettorato del Mhp sotto il 10% (nella consultazione del novembre 2015 s’era fermato all’11.9%), lo staff erdoğaniano ha predisposto la suddetta norma. A essa, ora, s’appella l’Alleanza Nazionale che ha nel Chp il partito di maggior peso (25.3% nel 2015) che garantirà gli altri tre soci. In quest’anticipo elettorale, fortemente voluto da Erdoğan e Bahçeli, il dibattito verteva sull’impossibilità dell’Iyi Partisi di correre, poiché per legge un raggruppamento dev’essere formato da sei mesi per entrare nell’agone.
Ma il Chp è corso in aiuto: ha offerto alla nuova formazione 15 deputati (gli altri cinque provenivano dal Mhp, fra cui la leader Akşener) e raggiungendo quota 20 ogni lista è ammessa senza anzianità di servizio. Secondo i sostenitori (assai entusiasti) dell’Alleanza essa rappresenterà una sorpresa, limitando le certezze presidenziali. Dicono che la gente è stanca delle imposizioni di anni e vuol dare uno scrollone al sistema. Mentre la voce dei comizi ha ripeteva ossessivamente questo concetto: “Il governo ha polarizzato il o Paese attorno allo schema ‘noi e loro’. Quest’Alleanza esce dagli steccati di parte e cerca alternative. Nonostante i punti di vista differenti, l’attuale situazione c’impone di sfocare linee ideologiche e guardare alla sostanza”. Che però non è indicata. I politologi sostengono che difficilmente il blocco anti Akp supererà le percentuali del partito islamista, pur costringendolo a un successo da maggioranza relativa. Diversa è la situazione riguardo alla presidenza che coinvolge Erdoğan in prima persona.
I candidati di ciascuna componente possono comunque frazionare il voto così da impedire al presidente uscente un’elezione al primo turno superando il 50%. Servirà, perciò, il ballottaggio (previsto per l’8 luglio) al quale parteciperà un esponente degli oppositori. Secondo previsione dovrebbe essere il repubblicano İnce, fortemente critico verso la politica autoritaria del ‘sultano’. La figura è di quelle che colpisce l’immaginario del cittadino medio: umili origini, gran lavoratore che s’è fatto da sé, un po’ come lo stesso Erdoğan. Non la sua arroganza e megalomania, in verità neppure il suo carisma. E’ un uomo probo che tiene ai valori di buona conduzione della cosa pubblica e mostra una devozione religiosa che può portargli voti. Eppure sondaggi recenti nell’uno contro uno lo vedono raggiungere il 46%, mentre la nazionalista sfegatata e ambiziosa Akşener otterrebbe il 48%. Ovviamente si tratta d’ipotesi. Totalmente fuorigioco il candidato conservatore islamico Karamollaoğlu, dal quale Erdoğan si separò per dar vita a una creatura politica (l’Akp) più adeguata a tempi e desideri dei ceti popolari e medi della Turchia, già ammaliata dal liberismo di Özal.
Invece il candidato alla presidenza che può rappresentare una figura morale, onesta, democratica, moderna per una nazione che guarda alla soluzione politica dei nodi che hanno riacceso sanguinosi conflitti interni, è il leader del Partito democratico dei popoli Selahattin Demirtaş, da venti mesi rinchiuso in galera, assieme ad altri deputati dell’Hdp, con l’accusa di terrorismo. Lui e la sua formazione non hanno stretto alleanze, un po’ per scelta, un po’ perché altri partiti le rigettano. Le proiezioni (viene dato fra il 12 e il 15% di consenso) non gli prospettano il superamento di İnce, ma della nazionalista dissidente sì. Questo già sarebbe un gran risultato per la componente kurda e della sinistra che s’oppone al clima oscurantista che avvelena la società, provando a contrastare la repressione indiscriminata con cui Erdoğan colpisce gli avversari ritenuti più fastidiosi dal giorno seguente il tentato golpe del luglio 2016. Si vota in un unico giorno il 24 giugno, i 600 seggi saranno distribuiti nei vari distretti, i maggiori a Istanbul (98), Ankara (36), Smirne (28), Bursa (20). Nei territori kurdi Gazantiep e Dıyarbakır hanno rispettivamente 14 e 12 deputati, da condurre al Meclis e si spera non in prigione.

mercoledì 20 giugno 2018

“Civiltà” senza cuore


Quello che molti media, anche mainstream, mostrano e discutono in queste ore sui bambini migranti in gabbia, volutamente separati dai genitori da una politica che criminalizza la migrazione con l’alibi di regolamentarla, è uno dei tratti assunti dalla comatosa sopravvivenza d’un sistema che s’autodefinisce democratico. In questo ciclo perverso ci siamo anche noi, con quella che ci ostiniamo a definire vita. Se i disperati di mare e di terra che giungono vicino alle nostre case devono far i conti con la sopravvivenza imposta da un destino precario e dai respingimenti polizieschi, la nostra sopravvivenza di cittadini perbene è un mascherato convincimento di esistenza dignitosa nel modello di società senza cuore teorizzata da vari criminali della politica. Il circuito è perverso e non ci salva, visto che gli attuali uomini diventati statisti non sono impostori, e pur saliti in alto solo per sete di potere, risultano legittimati da schiere di sostenitori. Il mondo crudele proposto da Trump, Orbán, Salvini e compagnìa globalizzata è volutamente sostenuto dalla maggioranza degli elettori che li hanno collocati a far sfracelli e maramaldeggiare contro i più deboli del mondo. Ad applicare quel terrorismo politico che ciascuno, mentendo, sostiene di combattere.
Ma nel commentare la vicenda dei piccini allontanati dall’abbraccio rassicurante della madre la questione non sta nel compassionevole sentimento di chi si commuove o meno alle lacrime dei minori. Sta nella cinica o distratta accettazione che sia possibile mettere dietro le sbarre, uniti o divisi, esseri umani come all’epoca delle tratte schivistiche. Sta nell’infischiarsene delle cause dei movimenti di migrazione, tutte interne al modello imperialista che nelle sue versioni ‘buonista e malvagia’, all’unisono foraggia guerre al terrorismo e seguenti missioni di pace, prosegue il dissanguamento economico di tante parti del mondo da cui rifugiati e migranti economici provengono. Col fine che giustifica ogni mezzo, l’elettore del peggior politico si concentra solo su ciò che gli viene mostrato come il “suo”  interesse, dove l’aggettivo possessivo è padroneggiato da chi ha il comando, creando l’illusione d’una decisione volta al bene comune. In aggiunta, la disumanizzazione posta come valore ci rende talmente insensibili da farci percorrere strade di presunti interessi attorno a categorie che risultano solo retaggi di trascorsi ambigui e contraddittori. Zombie in un egoismo che ha trasformato città e campagne in un enorme cimitero.

lunedì 18 giugno 2018

Elezioni turche: Istanbul per il sultano


Tutti pazzi per Erdoğan. Ennesimo bagno di folla oceanico, esso stesso coreografico per il messaggio di potenza che il presidente uscente, e prossimamente regnante, vuole offrire a sostenitori e oppositori. I candidati di quest’ultimi (il repubblicano İnce, 54 anni, il kurdo incarcerato Demirtaş, 45, la ‘lupa grigia’ che ha rinnegato Behçeli Akşener, 61) pensano di sottrargli talmente tanti voti da non consentirgli d’essere eletto al primo turno e di aver bisogno del ballottaggio. Ma il navigato uomo forte, ormai apertamente definito sultano dalla folla plaudente, con un’enorme partecipazione femminile, già da settimane è corso ai ripari andando a cercare il voto dei turchi d’Europa. E poiché Merkel, Kurz e Rutte, i premier dei Paesi dove i turchi sono tre milioni gli hanno vietato comizi di piazza, il presidente che vuole oscurare Atatürk, li ha incontrati in un luogo che rievoca pienamente l’epoca ottomana, seppure con lo spettro della pistola fumante di Princip, prodromo del suo declino.

Il mese scorso Sarajevo ha raccolto un mega raduno di sostenitori di Erdoğan provenienti da Germania, Austria e Olanda, anch’essi completamente invaghiti del suo pugno di ferro. E ieri nella Istanbul che lo lanciò in politica prima come sindaco quindi come premier, e che lui ripaga con una trasformazione urbana in chiave tecnologica e d’impronta islamista, erano decine di migliaia le mani rivolte al cielo nel segno delle quattro dita, il simbolo dell’Islam politico che dal Maghreb al Mashreq affratella e seduce. Ma più che al 24 giugno o alla tornata seguente lo sguardo dei politologi è diretto alla fase successiva che governo e presidente, chiunque dovessero essere, dovranno affrontare in virtù della grande incognita che pesa sulla sfida: i problemi economici della nazione. La Turchia già da mesi ha dovuto fare i conti con la caduta del 20% del valore della sua moneta sul dollaro. Sulle incertezze economiche si sta giocando un pezzo della campagna elettorale coi partiti dell’opposizione critici su questo tema, oltre ai richiami rivolti alle questioni repressive, di mancanza di libertà di stampa e finanche d’espressione.

A difesa l’establishment utilizza lo stesso tema dell’incertezza e lo rovescia a suo favore, richiamando una politica di stabilità contro l’avventura di cambiamenti che introdurrebbe caos, e dunque, minori investimenti. Sempre utilizzato lo spettro del complotto guidato dai gülenisti, con l’ausilio di non meglio identificati ‘poteri stranieri’ che tramano contro la nazione. Il partito di maggioranza Akp ed Erdoğan nei comizi vantano tutta la strada percorsa dal 2002 per risollevare un’economia in crisi e combattere la disoccupazione attraverso investimenti interni ed esteri che hanno prodotto lavoro. Ribadiscono che, nonostante gli scossoni politici e geopolitici, l’economia turca ha mantenuto uno standard costante. Lo scorso anno la crescita, stabilita al 7.4%, è risultata seconda solo a quella irlandese fra i 37 Paesi membri per l’Organizzazione per lo sviluppo economico. A loro dire i dati del prodotto interno lordo vedono una diminuzione tutto sommato contenuta fra gli 863 miliardi di dollari del 2017 e gli attuali 851 miliardi.

Da parte sua il Fondo Monetario Internazionale prevede una crescita dell’economia turca del 4.3% nell’anno in corso, proiezioni ribadite anche nel 2019. Per contro i critici sottolineano che tali cifre si tengono a galla grazie a sgravi fiscali e all’introduzione d’incentivi, principalmente nel solito settore delle costruzioni, attivo ininterrottamente da circa un quindicennio. Tutto ciò introduce una politica dei prestiti che sviluppa inflazione (attualmente salita all’11.9%, quota più alta da 14 anni a questa parte). E c’è chi sottolinea come gli stessi prestiti dall’estero stiano diminuendo, nel 2017 si registrano 10.8 miliardi, la quota più bassa degli ultimi otto anni. Sebbene nel confronto fra le parti non manchino riferimenti a temi politici come repressione, arresti, epurazioni e stretta securitaria molto ruota intorno alle menzionate questioni economiche che potrebbero rappresentare la trappola futura per il regime. Ma ieri, nella parata che s’approssima al gran finale, la marea erdoğaniana pareva non curarsene e il sultano se ne beava, convinto di ulteriori investiture di lunga data.