giovedì 7 giugno 2018

Ghani, un futuro da talib


Con un quadro politico che gli sfugge di mano, un orizzonte sicurezza devastato da cinque mesi fitti di attentati, un panorama sociale altrettanto tragico nonostante le ipotesi economiche derivanti dal progetto Tapi, l’unico che spende a suo favore nella campagna elettorale, il presidente afghano Ghani prova a non finire stritolato come il classico vaso di coccio. E lancia l’ennesimo appello ai talebani di casa proponendo un cessate il fuoco sino al quinto giorno seguente all’Eid-ul-Fitr che segna la fine del Ramadan. Dunque il prossimo 19 giugno. Nell’annuncio dato ufficialmente in tivù il presidente ha sottolineato: “Col cessate il fuoco incarniamo la forza (sic!, ndr) del governo afghano, per dare un futuro alla popolazione e una soluzione pacifica del conflitto nel Paese”. L’offerta è rivolta esclusivamente ai talib ortodossi, quelli con cui cerca di rapportarsi da un anno, usando anche l’intermediazione del signore della guerra Hekmatyar, rientrato a Kabul per la missione. L’ultimo tentativo di dialogo c’era stato a febbraio scorso, ma non aveva sortito effetti.

Anzi, i talebani, che in cuor loro sperano di scalzare il ceto politico collaborazionista filo occidentale con la forza delle armi, s’erano lanciati nella sfida con gli ex compari, ora dissidenti, che si firmano Isis afghano. Una gara all’ultima bomba per il primato del terrore e la patente di prima fazione della resistenza alla Nato. Nel tentare di sminuire il fondamentalismo sanguinario, nei giorni scorsi alcuni rappresentanti religiosi s’erano riuniti a Kabul per discutere ed emettere una fatwa contro gli attacchi suicidi, che spesso colpiscono la stessa popolazione. I kamikaze non gli hanno dato tregua, anche il luogo dell’incontro è diventato un obiettivo da colpire. Altri morti e feriti, come nei mesi precedenti, seppure nessuna rivendicazione. Ghani cerca il dialogo coi talebani che furono un tempo guidati dal mullah Omar e che restano nella sua ortodossia, lui considera nemici i miliziani del Khorasan che assieme ad altre sigle costituiscono la rete denominata Isis afghano. Per allettare gli interlocutori ora propone un rilascio di prigionieri. 

L’inclusione di liste di gruppi armati nella tornata elettorale prevista per il prossimo ottobre con conseguente revisione della Carta Costituzionale. Insomma una sorta di resa incondizionata al talib. I quali, però, sornioni osservano, infiltrano, colpiscono, come fanno da anni. Puntano sull’inefficienza dell’apparato di sicurezza messo su dagli Stati Uniti, sulla corruttibilità delle gerarchie militari locali, sulla volatilità della truppa che negli anni ha raggiunto grandi numeri (fino a 350.000 uomini) ma spesso diserta e soprattutto non è disposta a combattere e morire per uno Stato inesistente. Eppure gli studenti coranici in armi, che sognano di riprendere con quel mezzo il potere, come avevano fatto i loro padri ventidue anni or sono, approntano guerriglia, controllo di province impervie e d’importanti vie di comunicazione, azioni temerarie nei punti più difesi della capitale, però nulla possono contro la repressione aerea statunitense. Perciò loro precondizione per avviare i colloqui è il ritiro delle truppe d’occupazione Nato, cosa che ovviamente il presidente-fantoccio non può decidere. Se non puoi battere il nemico, alleati con lui, chiosa un celebre motto. A Ghani piacerebbe, ma il tentativo può rivelarsi l’ennesimo buco nell’acqua.

mercoledì 6 giugno 2018

Sospesa Israele-Argentina, boicottare si può


Allora si può fare, basta volerlo. Come l’amichevole di calcio cancellata fra Israele e Argentina, anche le tre tappe del Giro d’Italia disputate nelle aree violate della terra palestinese si sarebbero potute evitare. La disdetta dell’incontro nel Teddy Stadium di Gerusalemme, costruito nei luoghi dove sorgeva un villaggio palestinese che nel 1948 subì, come altri, la pulizia etnica studiata e praticata dalla Stato sionista, rappresenta un caso che già la coppia razzista Netanyahu-Lieberman teme. L’unica misura che la comunità internazionale dovrebbe lanciare per indurre Israele a meditare sulla sua politica dell’assassinio mascherata da difesa: l’isolamento. Chi teorizza e pratica l’apartheid non dovrebbe sentirsi straniato da simili provvedimenti che, invece, possono rappresentare un concreto monito verso una collettività orientata alla propria affermazione tramite l’altrui oppressione. 

La sortita della nazionale argentina, e della stessa rappresentanza politica del Paese sudamericano, non è delle più lineari. Del resto il presidente Macri viene annoverato fra i sodali di Israele, qualunque esso sia e qualsiasi cosa faccia. Un po’ come accade ai tanti Paesi sostenitori oppure omertosi verso la linea del crimine che la classe politica di Tel Aviv, sionista o ultra ortodossa, laburista o del Likud, ha praticato e continua a praticare da decenni. Sembra che in questa circostanza il ripensamento annoveri ragioni di sicurezza, timori sulla vita della perla del calcio latino, il fuoriclasse iper premiato Messi. Campione a cui aveva scritto un’accorato appello Mohammed Khalil Obeid, promessa d’un calcio certamente non stellare, indubbiamente povero e soprattutto oppresso. Khalil chiedeva al capitano biancoceleste, tanto popolare nella Striscia di Gaza di “boicottare l’incontro con Israele che occupa le nostre terre”.

Non sappiamo se quelle righe siano giunte a Messi, se le abbia lette, se ha meditato sul messaggio e ne è rimasto colpito. Colpito da due fulmini è stato proprio Khalid, che senza risparmiarsi offriva il suo corpo atletico alla protesta della ‘Marcia per il ritorno’ avviata il 30 marzo scorso sul confine della Striscia. Uno dei tanti killer schierati su quel confine sotto la Stella di David, che hanno fatto finire 123 vittime, a Mohammed ha frantumato entrambe le ginocchia e una carriera, che magari non l’avrebbe lanciato nell’iperuranio come Messi, ma gli offriva la gioia di scattare e dribblare i quotidiani foschi pensieri delle violenze subìte assieme alla sua gente. Sarebbe bastato questo trattamento rivolto a Khalid e alle proteste palestinesi a fermare l’amichevole del calcio e le tappe del Giro ciclistico, visto che Israele si macchia di crimini di guerra. E finché li perpetua non merita sport, turismo, scambi commerciali, relazioni con Paesi che difendono i diritti dei popoli. Il boicottaggio di Israele è una strada per la difesa dei palestinesi.

domenica 3 giugno 2018

Razan, il sudario della crudeltà israeliana


Da giorni Israele ha festeggiato il suo 70° anno, Netanyahu ha rilanciato altri provocatori insediamenti di coloni sui territori della Cisgiordania, la geopolitica si occupa di questioni internazionali, i balletti di Trump su colloqui sì o no con Kim proseguono, governi cadono e nascono, pur con mille problemi come in Italia, il carrozzone dello sport-spettacolo s’appresta ad avviare il Mondiale del pallone. Una situazione resta eguale dal 30 marzo scorso, col solo aggravio di vittime: i cecchini di Tsahal proseguono un criminale tiro al bersaglio sui civili inermi che innalzano bandiere e invettive contro il sistema canagliesco di quello Stato assassino che prendere la mira e fa fuoco su chi rivendica diritti. E dopo aver deciso di far fuori i giornalisti, ora spara sugli operatori sanitari che prestano soccorso ai feriti. E’ accaduto all’infermiera Razan Ashraf al-Najjar, sorriso dolce di ventunenne, che pensava al suo popolo e operava per lui. Per questo nel decimo venerdì di protesta per il diritto al ritorno, macchiato 118 volte dal sangue che l’esercito di Tel Aviv cerca con una tenacia pari alla sua lugubre ferocia, Razan era presso il confine fra Gaza e la terra un tempo palestinese. Fra la polvere e il fumo, sotto il sole e accanto ai giovani che manifestavano. Svolgeva il suo compito di assistenza, dando l’ossigeno a chi soffocava col gas dei lacrimogeni, aiutando i feriti falciati dai micidiali butterfly bullet.
Mentre un ragazzo era steso a terra, colpito da uno di quei proiettili, Razan s’è avvicinata a braccia sollevate e ben visibili. La conoscevano da una parte e dall’altra, faceva servizio da settimane nell’accampamento di Khan Younis. Era vestita di bianco come una sposa, portatrice di speranza di vita di fronte alla morte seminata e incombente. Ha trovato incurante, cinico, assassino dall’altra parte della rete, che i giovani palestinesi in segno di protesta tentano di tagliare, il proiettile che un soldato d’Israele le ha sparato in pieno petto, trasformando il suo panno in una sindone maculata di rosso. In queste condizioni l’hanno raccolta i colleghi che accorrevano disperati sulle povere membra private dall’alito vitale. Così l’hanno trasportata durante il funerale avvolta nella sua bandiera, il vessillo del popolo amato, per cui ha interrotto un’esistenza bella come il suo sguardo d’Oriente. Anche questo è un omicidio premeditato, un crimine di guerra di cui Israele deve rispondere, gettato sul personale sanitario che - denuncia l’Organizzazione Mondiale della Sanità - ha finora fatto segnare 238 feriti e colpito 38 ambulanze. Mentre il padre di Razan, durante il corteo funebre, indicava disperato quel camice arrossato e ripeteva: “Questa era l’arma di Razan”. Un’arma di vita, contro la morte seminata dai suoi assassini.

mercoledì 30 maggio 2018

Afghanistan: fuoco sul presente, buio sul futuro


E’ la volta del ministero dell’Interno, colpito stamane a Kabul da un’azione articolata: la deflagrazione di due autobomba vicino alla nuova, presidiatissima, sede che sorge a un paio di chilometri ovest dall’aeroporto internazionale, anch’esso controllatissimo. Dopo l’esplosione, che ha sicuramente ferito alcuni militari di guardia (fonti ufficiali non hanno precisato il numero, ma sono attese anche vittime) gruppi di miliziani hanno tentato di penetrare nell’edificio. Sembra che siano stati respinti, però le notizie restano tuttora approssimative. Il portavoce del ministro ha solo confermato l’attentato senza aggiungere particolari. Il ruolo era stato occupato da alcuni mesi da Wais Ahmad Barmak, 47 anni, e già responsabile di un dicastero che s’occupa di affari umanitari e “disastri”, uno spaccato ben chiaro di ciò che produce nel Paese la politica interna e quella straniera. Nel governo di Unità nazionale Barmak aveva ricevuto per un breve periodo da Ghani l’incarico di raccordo col Fondo delle Nazioni Unite per lo sviluppo dell’Agricoltura.

Nelle spartizioni fra fazioni su cui si regge (si fa per dire) la diarchia Ghani-Abdullah, Barmak ha rimpiazzato come capo dell’Interno un pashtun della storica tribù Barakzai, radicato ed eletto a Kandahar: Nur ul-Haq Ulumi. La cui carriera politica, seguita a una precedente militare, si era negli ultimi tempi accasata con Abdullah. Ma chiunque ricopra quel compito si ritrova sotto gli attacchi dell’insorgenza bicolore, talebana e del Daesh afghano. Proprio il premier, in un recente discorso alla nazione, aveva sottolineato l’intento esclusivamente sanguinario dell’infinita catena di attentati, rinnovando ai talebani l’invito alla pacificazione che il presidente ha lanciato da un anno. Certo, per interrompere la catena di morte ha coptato Gulbuddin Hekmatyar, fondamentalista definito “macellaio di Kabul”, con un passato tuut’altro che immacolato. Non è servito. Talebani e vecchi e nuovi qaedisti si fanno beffa di tali proposte, non hanno aperto nessun tavolo di trattativa e proseguono sulla propria linea che punta a riprendere il potere con le armi.

Ipotesi finora irrealizzata, forse irrealizzabile, mentre l’Isis afghano pensa solo a creare caos e paura seminando morte, se non paralizzando le maggiori città, limitando di molto i movimenti quotidiani delle persone, visto che ogni passo risulta a rischio vita. Nel proprio populismo i talebani diffondono ripetuti avvertimenti alla popolazione di tenersi lontana dai centri di potere, che saranno appunto bersagliati. Dicono sia la sprezzante risposta all’offerta d’un governo servo dell’occupazione Nato. Discorsi che, comunque, trovano udienza fra la gente comune. I talib dissidenti col marchio Isis, che invece senza alcun preavviso seminano bombe davanti agli uffici elettorali, lì dove i futuri votanti devono recarsi per la registrazione, sono fuori da qualsiasi prospettiva di gestione ammistrativa, anche solo ipotetica. Al di là di sogni di Califfato, di cui non vociferano più né Al Baghdadi né altri, offrono testimonianza di sé, d’una presenza territoriale, del terrore programmato e diffuso per impedire ogni passo. Si dice siano molto foraggiati da chi trae vantaggi dall’instabilità afghana, dunque da Islamabad o Teheran o Washington e l’Occidente perché tutto resti bloccato, distrutto, fumante. Come da quarant’anni a questa parte.

martedì 29 maggio 2018

Elezioni turche, il peso dell’economia


Fra gli avversari che Erdoğan annovera per le doppie consultazioni del 24 giugno, non a caso ampiamente anticipate per evitare scenari più sgradevoli, ce n’è uno difficile da battere: la crisi. Uno spettro che da dieci anni s’aggira con alti e bassi in giro per il mondo, ma che fa più paura in un Paese che tempo addietro pareva immune dalle strettoie che soffocavano economie vicine e lontane. Crescita del Pil a doppia cifra, un po’ come la Cina, la Turchia attirava capitali stranieri e ampliava investimenti interni rivolti a trasporti, con strade e ferrovie e le grandiose opere di cui Istanbul è stata proscenio (linea metro sotto in Bosforo, raddoppio dello stesso canale, ulteriori ponti di collegamento fra sponda occidentale e orientale). Quindi strutture per istruzione e assistenza sanitaria, misure ben accolte da ogni ceto sociale che hanno rafforzato la centralità politica e il seguito elettorale dell’Akp. Ma alcuni segnali già apparsi nel programma economico del partito di governo durante il 2006 si riaffacciarono nel 2013: deficit permanente sulla bilancia dei pagamenti con un bilancio nazionale fortemente dipendente dagli investimenti esteri. Le bolle speculative sul fronte immobiliare che avevano lasciato il segno in tanti Paesi, hanno colpito anche l’orizzonte finanziario turco, la vendita, e svendita, a privati di tanti tesori statali, ben oltre il piano già attuato da liberisti della prim’ora, Demirel e soprattutto Özal.

E il mantenimento, nonostante il balzo in avanti, di talune tare rappresentate da: un tasso di disoccupazione interna (10% fisso) con picchi verso le giovani generazioni e le donne, e dai deficit della bilancia commerciale (importazioni maggiori delle esportazioni, sebbene quest’ultime fossero in gran crescita) e di quella dei pagamenti. Gli economisti sottolineavano come la crescita fosse sostenuta dalla quantità dei consumi, saliti vertiginosamente per nuovi modelli di vita, ma un nazione che spende più di quanto incassa finisce per dover fare i conti con una svalutazione monetaria e la conseguente inflazione. Gli investimenti stranieri hanno per anni tenuto in piedi questo processo, perché scommettevano su una popolazione giovane e desiderosa di competere. Si fidavano d’un modello politico non conflittuale all’interno e all’estero. Era la fase in cui Erdoğan e Gülen andavano a braccetto, demolivano dall’interno l’impianto statale kemalista; il ministro degli Esteri e poi premier Davutoğlu applicava le teorie egemoniche senza creare problemi coi vicini; Erdoğan in persona aveva compiuto il passo della ricerca di pacificazione coi kurdi, combattenti e non. Con la crisi globale del 2008 la lira turca perse il 15% del valore, però governo e Banca centrale operarono misure di salvaguardia rispettivamente diminuendo le imposte e abbassando i tassi d’interesse del 10%. La moneta continuò a circolare, ripresero gli investimenti, sebbene prevalentemente edilizi, dove società come la Toki, che presiedeva gli alloggi pubblici, oppure promotori immobiliari quali Ağaoğlu, lanciavano investimenti a tuttotondo. Il deficit nella bilancia dei pagamenti salì esponenzialmente.

E’ da lì che la svalutazione della lira, che ha angosciato i sonni di tanti turchi nei mesi  scorsi, prendeva un abbrivio lungo (20% nel 2011, 60% fra il 2013 e 2015). Eventi politici hanno ampiamente condizionato il processo in atto: il conflitto sociale di Gezi Park, lo scontro con la Confraternita Hizmet, il ritorno della conflittualità con la comunità kurda, l’azzeramento della sicurezza con la presenza degli attentati terroristici e il tentato golpe. A cui l’uomo-regime ha risposto con la ricetta di repressione e polarizzazione: o con me o contro di me. Una linea molto più che decisionista con cui s’è sbarazzato di antichi sodali e consiglieri (Gülen, Gül, Davutoğlu), s’è spinto in avventure di guerra e competizione globale fra Siria, scontro e confronto con Putin, musi duri (peraltro ricambiati) con l’Unione Europea e gli Usa. Sul piano politico ne è uscito finora vincente, ha incassato un sistema presidenzialista che lo rende più potente di quanto fu Atatürk, ha stretto un patto di convenienza coi nazionalisti che gli garantisce la metà dell’elettorato. Ma la gente, sostenitori compresi, non vivono di simpatie. Erano con Erdoğan perché ne ricevevano migliorie di vita, ma perdere il lavoro o il benessere acquisiti può diventare motivo di rottura del consenso. Ora una zavorra di salvataggio alla nazione, ai cittadini e al presidente stesso è giunta dalla Banca centrale che ha risollevato i tassi d’interesse per contrastare lo sfavorevolissimo rapporto fra dollaro e lira locale. Una boccata d’ossigeno che gli esperti giudicano parziale e limitata nel tempo. Questo non giocherebbe a favore della finanza interna, un voto più lontano sarebbe stato certamente più incerto.

lunedì 28 maggio 2018

Giro d’Italia, il buco nero dell’informazione


Tutti a parlar di buche, che in una Roma addomesticata dai peggiori politicanti millantatori di cambiamento e propositori di affarismo, ha visto il chiacchierato Froome primeggiare; i corridori frenare e trasformarsi in cicloturisti per non rischiare, uno squarcio via l’altro, l’osso del collo; il pubblico far finta di godersi uno spettacolo che non è stato tale perché una tappa ciclistica non è la scampagnata che ha in mente l’attuale sindaco dell’ignavia seduto in Campidoglio. Dicono, a ragione, gli organizzatori che il fondo degli 11 spettacolari chilometri, su cui la carovana a due ruota avrebbe dovuto girare dieci volte, doveva essere asfaltato da mesi. Virginia Raggi e il suo personalissimo staff hanno applicato il programma che i romani conoscono ormai da un biennio: il nulla condito, nel caso delle strade, da qualche sputo di cemento e pezzatura di catrame seminati qua e là. Oggi i lettori trovano tanti noti colleghi di testate mainstream, sportive e non, a parlar giustamente delle buche delle vie romane che hanno rallentato i pedalatori professionisti e dei buchi nei piani di politici inadeguati non solo per una buona amministrazione, ma semplicemente per un’ordinaria lista delle urgenze che sui sette colli sono diventate alture insormontabili. Però i media e i loro operatori in questo Giro che doppia il centenario, ed è stato portato nelle prime battute a Gerusalemme, hanno evidenziato il proprio stratosferico buco al compito che gli compete. Un buco nero nel quale s’è persa o viene omessa la finalità primaria del ruolo: informare raccontando quel che accade.
Così nel rievocare le gloriose storie delle due ruote in rosa, visto che si partiva dalla Città Santa non c’è stata alcuna contestualizzazione su chi (Israele) con l’occupazione militare nel 1967 ha violato tale santità, anche della propria religione. Qualcuno obietterà che non c’entra nulla, invece c’entra eccome. Dipende dal senso che si vuol dare alla cronaca. Nell’inquadrare soldati coi mitra spianati s’è detto delle ragioni di sicurezza, tralasciando l’insicurezza e la morte che negli stessi giorni i commilitoni di quei militari spargevano in un altro angolo della Palestina lacerata e umiliata con la creazione dello Stato di Israele. A Gaza morivano più di cento cittadini che manifestavano ricordando il diritto al ritorno sulle proprie terre, mentre i finanziatori del Giro sbarcato nella Palestina storica più i suiveurs che lo stavano narrando, ricordavano il giusto Bartali, salvatore di ebrei perseguitati, ma non spendevano una parola per rammentare ciò che accadeva attorno alle strade riempite dal ticchettìo armonico di cambi e catene. Nel mondo disarmonico di un’informazione non dedita ai fatti, ma schiacciata sugli interessi di editori più politici che imprenditori e di direttori e cronisti asserviti alle due tipologie citate, non c’è spazio neppure per brandelli di racconto per offrire un servizio al lettore, figurarsi per un percorso di verità. Il settorialismo sotterra la cronaca, così chi doveva descrivere le tappe nei Territori occupati parlava esclusivamente di scatti e tempi, senza soffermarsi neppure un attimo sui luoghi e il contorno.
Del resto se già in partenza mancava, e non pensiamo involontariamente, la riflessione del motivo per cui il Giro dovesse sostenere il piano d’Israele di condire con un simile evento internazionale  la celebrazione del 70° anniversario della sua nascita come entità statale, non ci meravigliamo, ma lo denunciamo, che tanti colleghi abbiano taciuto la presenza lungo il percorso della Corsa Rosa rientrata nella penisola, di dimostranti pro palestinesi. Rumorosi con slogan, visibili con bandiere coloratissime, seppure compressi da manipoli di poliziotti in borghese e tenuti lontani dai traguardi dove si concentrano telecamere e obiettivi. Spiace che troppe camere e flash e taccuini si siano disinteressati d’una presenza, ovviamente politica, che parlava di Palestina e dei diritti calpestati di questo popolo. La contestazione della linea criminale spacciata da Israele come autodifesa diventa una conseguenza dei discorsi di tali attivisti. E costoro, possono piacere o no, erano presenti a bordo strada. In gruppi talvolta sparuti, tal altra più numerosi, dicevano la loro, ma sono stati ignorati da un’informazione che non vuole informare e punta a presentare una realtà di comodo, secondo princìpi ben lontani dalla deontologia. Nel termine, rivendicato da chi svolge questo mestiere, il discorso è unito al dovere cui si è tenuti a rispondere. Per coscienza, per morale o semplicemente per coerenza col ruolo prescelto. Un ruolo principalmente di servizio, ancor più se pubblico. Poi, nella neutralità assoluta che non esiste, ogni operatore dell’informazione ha opinioni proprie e magari può esprimerle a commento. Quel che diventa insostenibile è celare la realtà. Tutto ciò nel giornalismo diventato propaganda è un comportamento purtroppo diffuso. E’ quel cancro che trascina in un abissale buco nero non solo l’informazione, ma la stessa esistenza professionale.  

mercoledì 23 maggio 2018

Turchia, kurdi e le elezioni autoritarie


A un mese dalle elezioni politiche e presidenziali turche l’opposizione kurda è mobilitata a divulgare i tre terribili anni di repressione che hanno colpito suoi attivisti e la popolazione e a riorganizzare il partito (Hdp) per la resistenza elettorale, soprattutto nel sud-est del Paese. Domani il ‘Tribunale permanente dei popoli sulla Turchia e i Kurdi’, che a metà marzo scorso ha ascoltato testimoni provenienti da Cizre, Dıyarbakır, Nusaybin, Simak, emetterà un verdetto sulle violenze perpetrate in quei luoghi fra l’autunno e l’inverno 2015-2016. Lo stillicidio di attacchi di reparti speciali dell’esercito e dell’Intelligence turchi che hanno prodotto vittime e ferimenti di civili, nonché una spaventosa ondata di arresti, sono considerati dagli organismi che hanno promosso l’iniziativa crimini di guerra. (cfr.  https://enricocampofreda.blogspot.it/2015/09/cizre-lassedio-il-sequestro-la-morte.html  e  https://enricocampofreda.blogspot.it/2015/09/cizre-cessato-lo-stato-dassedio-non-la.html). Un ex giudice della Corte di Cassazione francese -  Philippe Texier - presiede il tribunale in cui sono presenti sette membri provenienti da Francia, Italia, Germania, Portogallo, Irlanda. L’iniziativa è più opinionistico-mediatica che giuridica. I compagni di partito di Demirtaş, su cui tre giorni fa una Corte di Ankara, ha respinto l’ennesima richiesta d’una scarcerazione visto che l’Alta Corte Elettorale ha ammesso la sua candidatura per le politiche del 24 giugno, stanno approntando le candidature anche in funzione delle assenze forzate (causa appunto carcerazione) del corpo rappresentativo di vertice e intermedio del partito.
L’Hdp continua a proporre fra le sue fila rappresentanti della sinistra turca e kurda. Ad Hakkari assieme al co-presidente Öztürk Ağri c’è Leyla Güven, anch’essa attualmente detenuta. A Dıyarbakır corre l’ex presidente dell’ordine dei medici Selçuk Mızraklı, l’avvocato turco-ameno Garo Paylan, più i membri del Congresso della Società Democratica Saliha Aydeniz e Musa Farisoğlulları. Altro detenuto in lista è İdris Baluken, si presenta nel distretto di Batman. Nonostante il terrore diffuso dal biennio degli attentati, alcuni a firma Isis (cfr. https://enricocampofreda.blogspot.it/2015/10/lodore-del-sangue-sulle-elezioni-turche.html), altri misteriosi e in odore di Servizi, come l’assassinio dell’avvocato dei diritti Elçi in pieno centro di Dıyarbakır (cfr. https://enricocampofreda.blogspot.it/2015/11/i-misteri-dellomicidio-elci.html) l’opposizione democratica cerca di tenere aperti sia propri canali di presenza sul territorio e nelle istituzioni, sia di tessere relazioni con altre forze politiche. Gli ondivaghi repubblicani di Kılıçdaroğlu, nell’estate scorsa mobilitati nella marcia di protesta contro la repressione erdoğaniana, proseguono a guardare se stessi e un passato che appare disperso. Con esso i valori democratici a cui si richiamano, senza però riuscire a tessere alleanze in un panorama politico sempre più autoritario.