martedì 11 febbraio 2014

Egitto. Reporter: professione da galera


Malmenati, parecchi. Imprigionati, a decine. Uccisi, sei nel 2013. Si fa sempre più difficile la vita di chi in Egitto è impegnato nell’informazione come cronista interno o inviato. Di qualsiasi nazionalità. L’ultimo caso è avvenuto in chiusura dell’anno orribile. Quando tre giornalisti di Al Jazeera: Peter Greste, Mohamed Fahmy, Baher Mohamed sono stati fermati e condotti in carcere in base alla nuova legge di attentato alla sicurezza nazionale. Una norma diventata lo spauracchio per qualsiasi cittadino a causa dall’uso spropositato e il facile abuso operato dalle Forze dell’Ordine. Nei confronti dei tre non è stata elaborata un’accusa specifica, all’atto del fermo gli erano stati contestati servizi video e interviste ad alcuni attivisti della Fratellanza Musulmana, il movimento messo fuori legge dal ministro della Difesa Al Sisi. Una dozzina di operatori dell’emittente qatarina, fra cronisti e cameramen, e svariati impiegati erano stati arrestati fra giugno e soprattutto agosto 2013. Era la fase in cui la repressione militare raggiunse l’acme con la strage di oltre mille manifestanti a Rabaa Al-Adaweya, che per la Brotherhood furono quasi il doppio ma il ministero dell’Interno non ha mai rivelato le cifre.

Nei mesi seguenti un buon numero di cronisti è stato rilasciato. Resta tuttora recluso nella prigione speciale di Abu Zabal, Abdullah Al Shami, altro corrispondente della tivù di Doha, che ha intrapreso da settimane uno sciopero della fame che ne sta minando la pur giovane fibra. Mentre il padre di Peter Greste ha lanciato dagli schermi un appello di clemenza al governo del Cairo. L’invito alle autorità è considerare l’alto livello dei report realizzati da quella tivù, uno strumento di democrazia e libertà irrinunciabile per ogni nazione. Con l’aria che tira difficilmente il suggerimento verrà raccolto. Nei confronti di Al Jazeera e del suo ruolo giocato in questi tre anni sulle Primavere arabe, la lobby militare e la parte d’Egitto che la sostiene (diventata negli ultimi mesi maggioritaria per scelta o per paura) sta calcando particolarmente la mano. La componente laica, quella che parteggia per i militari e quella conservatrice l’accusano di manipolare l’informazione e di ordire ingerenze nelle faccende interne. Un’insinuazione fatta propria anche dalla monarchia saudita che delle vicende dei Paesi dell’intera area del piccolo Medio Oriente è davvero sovrana tramite la sua Intelligence.

Anche durante la breve parentesi islamica, con la presidenza Mursi e l’esecutivo Qandil, non c’era stato un idillio verso l’informazione. I neo eletti l’avrebbero gradita se non totalmente acquiescente perlomeno quieta. Momenti di tensione si erano avuti con talune emittenti (diverse sono private e finanziate da tycoon vicini a posizioni conservatrici) che davano spazio a critiche. Un caso divenne El Bernameng (Il programma) in onda su Cbc, in cui trovava sfogo la pungente satira del comico Bassem Youssef. Giudicata offensiva verso la figura presidenziale gli costò una citazione per diffamazione e l’abolizione della trasmissione stessa. Ma quello che sta accadendo sotto il governo, seppure provvisorio di El Beblawi, è un bavaglio sistematico alla libertà di espressione e d’informazione, con ricasco sulle vite degli stessi operatori, picchiati in strada da baltageyah, minacciati, arrestati, abbandonati a una sorte incerta. E se Al Jazeera può contare su una cospicua forza mediatica, ciò che accade ai freelance egualmente imprigionati, ma non rivendicati da alcuna testata e da nessun editore di peso con casse infarcite di petrodollari, è facile immaginare. Il bavaglio all’informazione amplia i confini. 

lunedì 10 febbraio 2014

Hasankeyf, quando lo Stato sommerge la memoria


Il Southestern Anatolia Project (Güneydoğu Anadolu Projesi) è uno dei progetti della grande Turchia targata Erdoğan. Come il taglio del secondo Bosforo, come e più del restyling di Istanbul che elimina il Gezi Park. Messo in cantiere nel 2005 ha l’obiettivo di proporre uno sviluppo sostenibile di un’area abitata da 9 milioni di persone che copre ben nove province (Adıyaman, Batman, Diyarbakır, Gaziantep, Kilis, Siirt, Şanlıurfa, Mardin, Şırnak) comprese nel bacino del Tigri ed Eufrate, quelli dell’antica Mesopotamia. Il tutto “per razionalizzare l’utilizzo dell’acqua con finalità idroelettriche, d’irrigazione agricola e relative a infrastrutture, educazione e salute”. Così recita il progetto la cui ultimazione è prevista per il 2017. Lungo il corso dei due fiumi sono previste ventidue dighe che consentiranno di distribuire acqua a 1.82 milioni di ettari di terreno, alcune: Karakaya, Atatürk, Birecik, sono attive da tempo. A esse s’aggiungono diciannove centrali idroelettriche che riforniranno ¼ dell’energia nazionale. Il costo del mega bacino, considerato fra i più ampi del mondo, ammontava sino al 2013 a circa 20 miliardi di dollari, ne sono stati spesi già 22. Negli anni son venuti meno diversi finanziatori europei e oggi il piano è sostenuto da capitali quasi esclusivamente interni. In linea col sentire della Grande Turchia di Atatürk, che già aveva vagheggiato una rete simile nelle province del sud-est. Poi tutto si fermò sino alla soglia degli anni Ottanta in cui l’establishment rilanciava l’intenzione di rivitalizzare questa zona di passaggio verso il Medio Oriente.

Tuttora il piano propaganda un crescente sviluppo sostenibile della regione che ha incrementato l’export a livelli esponenziali: da 689 milioni di dollari agli 8 miliardi attuali, cifre confermate di recente dal presidente della Gap Sadrettin Karahocagil in faccia a qualsivoglia crisi. Riguardo alla diga di Ilisu il progetto s’incastra su un problemino etnico, socio-politico e culturale: l’immersione di una vastissima area abitata dalla popolazione kurda che viene deportata altrove. Decine di paesi e villaggi, sessantamila abitanti. E la scomparsa di siti archeologici considerati patrimonio dell’umanità di cui la cittadina di Hasankeyf, culla d’una civiltà di 10.000 anni di storia, assurge a simbolo. L’accusa della gente di quei luoghi, dei comitati in cui s’è organizzata, dei politici interni e delle personalità internazionali che solidarizzano con la protesta è che il governo turco miri a cancellare le tracce d’una presenza mai digerita e oppressa, la comunità kurda, oppure perseguitata sino al genocidio, quella armena. Le autorità di Ankara sostengono che alcuni monumenti verranno smontati, trasferiti e salvati, come fecero gli egiziani coi templi di Abu Simbel quando fu varata la diga Assuan. Chi contesta obietta che accanto alle vestigia esiste un’identità, un’unicità geo-storica dei luoghi che non può essere trasferita altrove. Ci sono donne e uomini che da generazioni si tramandano queste radici. Ed esistono memorie recentissime, come quelle delle ragazze della cittadina millenaria raccolte da un documentario di Tommaso Vitali, rivissute in uno spazio temporale di appena un quindicennio. Sono ricordi di fine anni Novanta che trasmettono profonde emozioni.

Per noi il fiume è sempre stato un luogo di giochi, anche se rischiavamo di annegare. Quando scendevamo in acqua trovavamo sassi levigati, adatti ai giochi di piedi e mani, queste pian piano prendevano rilievo, si raggrinzivano sino a diventare livide…”. Inanellano flash di poesia: “Camminavamo a piedi nudi su quella terra eterna che si faceva calpestare. Ora i funzionari governativi vengono a chiedere cosa pensiamo della perdita delle vecchie case, ci interrogano sulle nuove. Cosa volete che pensiamo? Non ci piacciono né per forma, né per materiale”. Qualcuno dissente: “Le nuove abitazioni sono graziose e spaziose, abbiamo tre camere da letto…”. Eppure prevale l’impotenza: “Resterà solo il castello, ogni cosa attorno sarà sommersa, si potrà giungere solo in battello, con viaggi interni o turistici. Il castello sembrerà un isolotto, rimarranno lui e la collina, l’acqua coprirà ogni cosa”. “Nella casa di mia nonna che era stata di sua nonna e di sua nonna ancora, in certe calde notti d’estate riparavamo sul tetto. Saliva anche lei. Ci narrava antiche storie, avventure del suo amore, racconti che amavo molto. Con mia nonna condividevo i miei problemi di adolescente, mi consigliava e diceva: sì, questo puoi farlo oppure: ragazza mia secondo me la via giusta è questa. Questi momenti non andranno a fondo come la casa secolare. Lo Stato può rubarmi il fiume senza sapere che lui abita in me”.

mercoledì 5 febbraio 2014

Presidenziali afghane, il giro di giostra su Tolo tv



http://www.youtube.com/watch?v=_4wzh6rd-2Y


Lindi, pinti, tirati a lucido e trucco come si conviene a un dibattito mediatico cinque elementi filo occidentali delle presidenziali d’aprile sono apparsi davanti alle telecamere. Tre abbigliati alla maniera occidentale (Adbullah Adbullah, Zalmai Rassoul, Abdul Wardak), due coi tradizionali camis e shalwar (Ashraf Ghani, Qayum Karzai). Hanno dibattuto di temi che ingombrano la prossima consultazione elettorale afghana: il ritiro delle truppe Nato, che ciascuno appoggia, ma qualcuno (Karzai brother) teme perché il bisogno straniero di armati e denaro risulta indispensabile. Sull’argomento pende il famigerato Bilateral Security Agreement, un accordo discusso fra Obama e Hamid Karzai e tenuto a lungo segreto. Quindi posto alla luce del sole, al momento dell’ufficialità della firma, il presidente afghano ha compiuto lo scarto a sorpresa di “lavarsi le mani” e rimandare la decisione finale alla grande assemblea della Loya Jirga. Che non ha deciso nulla, provocando una duplice irritazione nel tutor statunitense: quella dell’imprevista sortita di Karzai e del sourplace su cui la vicenda viene mantenuta.

Il balletto del Bsa - Proprio nella fase in cui la grande macchina del ritiro (cfr. http://enricocampofreda.blogspot.it/2014/02/afghanistan-il-mercato-della-strategia.html) veniva avviata. Poiché il Bsa prevede una presenza di lunga durata d’un certo tipo di armamenti, basi, incursori e istruttori la doppia mossa della leadership afghana ha irritato non poco la Casa Bianca. Che ha iniziato a stringere la borsa per prestiti in corso, minacciando gli affari futuri. Poiché questi sono reciproci, pur divisi fra un campo economico e geostrategico nel quale interagiscono gli Usa e quello affaristico di cui s’avvantaggeranno i locali signori del business, tutto dovrebbe rientrare nei ranghi. L’uscita di Karzai serve a riparare se stesso e il suo gruppo familiare, che continueranno a essere presenti nell’affarismo politico, pur fuori della carica presidenziale (a Qayum vengono attribuite poche chance di successo), dalla responsabilità d’una firma scottante che probabilmente competerà al Capo di Stato uscito dalle urne del 5 aprile. Sottolineando l’importanza del Bsa Ghani e Rassoul hanno rispettivamente chiesto: una reciproca elasticità fra i contraenti e l’attenzione primaria sul clima di pace senza il quale il Paese non potrà rilanciarsi.

Talebani buoni e cattivi - Nel dibattito d’apertura Adbullah pur richiamando, come del resto i rivali, il tema della sicurezza non ha calcato la mano sull’uccisione di due suoi collaboratori avvenuta di recente a Herat. L’apertura ai Taliban è opinione diffusa fra i cinque che hanno, però, tutti condannato i mai cessati attacchi jihadisti. Com’è noto questi non escludono Kabul, anzi i più spettacolari si sviluppano proprio nella capitale con fini esplicitamente propagandistici. Così la galassia talebana - quella buona, quella cattiva, quella possibilista al dialogo - continua a influenzare il confronto-scontro anche in sede istituzionale. Un po’ più degli altri s’è esposto Rassoul che ha escluso il confronto con chi brucia scuole e moschee, e ha direttamente parlato di lotta totale fino all’eliminazione di questo nemico. Certo nelle due ore di dibattito televisivo nessun pretendente alla massima carica afghana ha fatto cenno a qualcuno dei temi trattati dal recente rapporto 2013 di Human Rights Watch, incentrato sul dolorosissimo aumento delle vittime civili: più 23% rispetto all’anno precedente. E quando non giunge la morte, l’oppressione passa attraverso violenze, sevizie, stupri e ulteriori atrocità.

Impunità garantita - Tutte certificate. Tutte inevase. Perché i colpevoli non si trovano e se si catturano vengono rilasciati tramite la strutturata catena delle protezioni di cui godono, blindata da Warlords e faccendieri. A dimostrazione di come lo sbandierato e costoso piano giustizia, di cui dal 2007 s’è fatta bella la “missione di pace” italiana, si sia rivelato un’operazione di facciata che non trova un’applicazione nella punizione dei colpevoli e di una prevenzione del crimine. La medesima impunità che infesta la vita politica e amministrativa dell’apparato sia statale sia privato,  che ha dato vita agli scandali della Kabul Bank. Il trio incravattato che intratteneva i telespettatori e futuri elettori ha alle spalle incarichi di governo (Abdullah e Wardak sono stati ministri, Rassoul appartiene alla tipologia dei boiardi di Stato), mentre Ghani sotto gli abiti etnici cela il sentimento del manager imperialista rodato nella Banca Mondiale. Mentre Qayum rappresenta l’ennesimo epigono degli affari di famiglia. E’ vero che i restanti candidati si chiamano Sayyaf, Sherzai, Hilai, gente che fa parlare i kalashnikov, ma lo show del quintetto televisivo non è riuscito a celare contorni predatori. Altrettanto inquietanti. 

lunedì 3 febbraio 2014

Presidenziali afghane: il piccolo principe


L’outsider - S’intrufola fra i due nomi più in vista degli undici pretendenti al dopo Karzai: Abdullah Abdullah, Ashraf Ghani. Candidati che fanno meno paura dei warlords Rassoul Sayyaf e Agha Sherzai, ma che hanno serie chances di giocarsi il ballottaggio. Il primo, già ministro degli esteri e oppositore del presidente uscente nella caotica elezione 2009 inficiata da brogli e contestazioni, un politico che può perché conserva una personale rete relazionale interna ed esterna. E Ghani, tecnocrate al servizio della Banca Mondiale, organismo che lo accredita enormemente fra le diplomazie internazionali. L’outsider è Nadir Naim, giovane dal sangue blu, il piccolo principe che sogna e fa sognare una parte del Paese. Nipote della principessa Mariam, figlia del sovrano deposto nel 1973 e rientrata in patria nel 2003, dopo oltre un ventennio d’esilio in Gran Bretagna. Perché Nadir si getti in un agone così ostico è annunciato così dai suoi portavoce:  “per dare al nobile popolo afghano una vita pacifica e dignitosa”. Un vero straniamento rispetto ai venti di guerra presenti da oltre trent’anni che non sono destinati a placarsi.

Il sostegno d’una maggioranza silenziosa - Eppure fra i commenti ricevuti c’è chi l’accredita d’un seguito tutt’altro che secondario fra una maggioranza silenziosa di mercanti e un ceto sia borghese, sia minuto. Gente che vuole guardare oltre l’orizzonte finora conosciuto della protezione offerta dai vari Signori della guerra padroni di tante province. Il programma elettorale del principino, che comunque rispetta l’assetto della Repubblica Islamica evitando qualsiasi velleità di ripristino della corona, batte sul tema etnico, croce e delizia della nazione. Una visione afghana per tutti gli afghani, dal maggioritario gruppo pashtun (42%) ai tagiki (27%) sino a uzbeki e hazara (entrambi al 9%). Così dopo quattro anni di contatti informali con la popolazione in uno stentato dari, ora mostra migliorate capacità linguistiche e comunicative, non prive d’un aristocratico glamour. Roba da fiction per Tolo Tivù, sostengono i critici che lo dipingono come un elemento fuori dalla realtà nazionale, interessato unicamente ad anteporre a tutto rango e status familiari. Lo staff del principe ribatte che, differentemente dai costumi corrotti che vedono ciascun candidato impegnato nella compra-vendita del voto, la sua politica ha un respiro ampio che punta al rilancio pacifico dell’economia.

Parlare col diavolo - Comunque a sorpresa, un servizio televisivo ha svelato che Naim ha appreso la lezione di real politik infilando un uno-due: ha cercato alleanze addirittura col demone talebano, nella componente che esclude il boicottaggio preventivo delle presidenziali e “patteggia” coi candidati. E s’è consultato con un noto jihadista, ma non ha rivelato chi, che gli ha riconosciuto possibilità legate al fattore nostalgìa, presente anche fra certi discendenti di clan tribali che rammentano il pacifico periodo del regno di Zahir Shah. In un impeto nazionalista Naim ha anche ricordato uno zio, Daud Khan, primo presidente afghano spodestato da un’azione armata comunista, ma mai arreso ai golpisti. Però non ha detto che Daud stesso aveva abbattuto la monarchia con un suo colpo di mano. I critici del nipote rampante lo invitano a studiare un po’di storia patria e della sua stessa famiglia. Usare entrambi i riferimenti parentali può diventare un boomerang poiché il re era un modernista che credeva nella democrazia, Daud un progressista a parole ma nei fatti si dimostrò un dittatore. Non l’unico, vista la via seguìta da successive operazioni solo mascherate da democrazia. Il doppio mandato di Karzai è stato l’esempio più gradito al nuovo occupante occidentale. Un modello che cerca un prossimo attore, blasonato od outsider che sia.

sabato 1 febbraio 2014

Afghanistan, il mercato della strategia del ritiro


Il fulcro dell’Isaf Mission lancia sui media mainstream (Bbc in testa) voci e numeri della dismissione afghana. Rientreranno oltreoceano 38.000 soldati statunitensi, portandosi via 24.000 macchine da guerra e 20.000 container. Spesa prevista dai 5 ai 7 miliardi di dollari. Non poco, sebbene di parecchio inferiore ai 15, e in qualche periodo 36 miliardi di dollari, impegnati in un anno di permanenza. Gli alleati inglesi riporteranno a casa 5.200 militari, 5.000 container, oltre 3.000 veicoli, 50 aerei ed elicotteri da combattimento per un costo di circa 400 milioni di dollari. Immediatamente si nota l’assenza della voce ritiro di velivoli da parte americana. Il motivo è noto: le basi aeree di Kabul, Bagram, Camp Marmal, Kandahar continueranno a essere operative per gli attacchi convenzionali coi Falcon e i Raptor, più le già diffusamente avviate azioni coi droni. Per quanto tempo? Almeno dieci anni, fino al 2024. Questo sostiene il Bilateral Security Agreement, patto ratificato nello scorso autunno da Obama e Karzai e ora, fra un minuetto e l’altro di politica interna, in attesa del benestare definitivo.

Il rientro dell’occupante - L’elefantiaco trasferimento di uomini e mezzi è datato entro il 31 dicembre 2014 e avverrà progressivamente, anche alla luce delle scadenze di facciata previste nel Paese di cui le presidenziali sono il momento clou. Il cosiddetto dopo-Karzai, se davvero si tratterà d’un dopo. Una parte del materiale, deteriorabile o deteriorato (anche di tipo meccanico) non verrà riportato indietro. In giro per Kabul, già circola una quantità di Land Rover, Tata pick up che da un paio d’anni le truppe Nato hanno ceduto ai compratori locali. Non c’è da stupirsi se qualche Signore della guerra in corsa per le consultazioni di primavera faccia scorrazzare su quei mezzi i militanti e i paramilitari che ne sostengono la candidatura istituzionale. Il portavoce dell’Isaf ha annunciato che un lotto dei 15.000 veicoli previsti per il rientro verrà donato alle Forze di Sicurezza Afghane. Fra questi 1.700 mezzi blindati contro le mine. Altro materiale verrà messo all’asta, così chi può potrà comperarsi un blindato per una cifra oscillante fra i 2000 e i 5000 dollari. Quello che difficilmente passerà di mano sono compound mobili, generatori, apparecchiature di software e desk.

Cosa portare, cosa lasciare - Lo stesso armamento delle truppe afghane verrà centellinato “perché potrebbe ledere i diritti umani” ha affermato, non temendo il ridicolo, sempre il portavoce Isaf. Ovviamente non sono esclusi acquisti di nuove forniture che, con la voce di “Fondi di supporto”, avvantaggeranno le industrie belliche statunitensi e occidentali. Le vie di trasferimento saranno di terra, aria e acqua. Gli aeroporti coinvolti sono Bagram, che convoglierà voli verso la Turchia quindi la Germania. E Kandahar, da dove gli aerei cargo, puntando sul Pakistan e aggirando l’Iran, voleranno sia verso il Qatar sia in Turchia. Si useranno navi da carico che dal porto pakistano di Karachi risaliranno il Golfo Persico sino in Iraq. Da lì partiranno carovane sempre verso la Turchia. Altre rotte di terra da Kabul attraverseranno l’Uzbekistan e la Georgia raggiungendo Riga. Eppure andar via dall’Afghanistan è di per sé un incubo, specie via terra dove i rischi di attacchi e depredazioni sono ampi. Nelle province settentrionali di Balkh e Konduz, rispettivamente verso l’Uzbekistan e la nazione tajika, i dazi che i boss locali chiederanno non saranno solo in denaro. Le armi rappresentano la merce più appetibile.

Catena del riciclaggio - Anche la piccola criminalità diffusa, che nei casi di diatribe minori viene appaltata dai Signori della guerra, può essere interessata ai prodotti trasportati. Ovviamente armi leggere, e da questa categoria di predoni l’Isaf teme i piccoli prelevamenti durante le soste notturne. Già ora certi “grossisti” che contano su centinaia di ragazzini-raccoglitori ammassano in alcuni luoghi materiale abbandonato, creando consistenti empori dell’usato di merce ‘made in Usa’. Per il ritiro i pronostici di spesa dovranno rapportarsi all’effettivo tempo impiegato nel percorrere le vie d’uscita, se il trasferimento del materiale si prolunga il conto finale s’aggraverà di sicuro. I calcoli attuali prevedono che un container che transiti via terra dalla capitale verso i confini settentrionali fino ad espatriare verso la Turchia può costare dai 10.000 ai 16.000 dollari. Perciò solo il 3% delle merci che s’apprestano a lasciare l’Afghanistan viaggerà verso nord. Si tratta di trasporti minori, non particolarmente voluminosi. Oltre il 42% prenderà la via pakistana, se i combattenti del mullah Omar non si metteranno di traverso.