mercoledì 18 febbraio 2026

Chiusure e speranze

    


“La prima fase si è conclusa con lo scioglimento dell'organizzazione (Pkk, ndr) e la fine della lotta armata. Passeremo ora all'aspetto dell'integrazione, che è la questione centrale della seconda fase” parole del capo storico del Partito dei lavoratori del Kurdistan Abdullah Öcalan dall’isola-prigione di Imrali dov’è tuttora recluso. L’ha ribadito di recente in un colloquio col deputato Mithat Sancar del Partito dell’uguaglianza e della democrazia (Dem), recatosi a visitarlo. Quest’ultimo ne ha reso pubblici i pensieri con un’intervista a un’emittente televisiva. E’ trascorso un anno dal primo pronunciamento anti armatista di ‘Apo’, come i seguaci chiamano affettuosamente il proprio leader. Nella sua ricostruzione politica aveva sottolineato come negli anni Ottanta, in una Turchia erede delle feroci dittature militari, non ci fosse spazio per qualsiasi rivendicazione della pur cospicua minoranza kurda (su quel territorio l’etnia sfiora i trenta milioni di cittadini). Perciò le due voci che il neo formato partito d’ispirazione marxista-leninista si dava, erano: propaganda e azioni armate. Ora il grande capo, che già in altri momenti (2009-2012) aveva aperto trattative col regime di Erdoğan pur nella contrarietà dell’ala militarista del Pkk, ritiene ci sia spazio per una "integrazione democratica". Gli ultimi fedelissimi alla linea originaria del gruppo hanno deciso di abbassare le armi, consegnarle, addirittura bruciarle, tanto per offrire un segnale perentorio ai nemici d’un tempo. Nei mesi scorsi le notizie su una decisione definita storica da parecchi politologi e osservatori, sono state comunque limitate. I gruppi organizzati militarmente in Iraq e Siria hanno seguìto i passi dettati dal Gotha dirigente con ampia ricaduta sugli eventi locali che nella fascia settentrionale siriana denominata Rojava segnava la dolorosa perdita di gran parte delle zone controllate dalle Unità di difesa del popolo. Quella continuità amministrativa nel nord-della Siria non esiste più. 

 

 

La geopolitica l’ha sacrificata a un realismo che ha visto rafforzare le posizioni turche a sostegno del piano nazionale dell’attuale presidente siriano Al Shaara, un piano insidiato da Israele che preme per il frazionamento di quell’intero Paese a proprio vantaggio. Ancora una volta, pur con le armi in pugno, l’etnia kurda è risultata un vaso di coccio rispetto a interessi internazionali. E’ stata utile nella lotta allo Stato Islamico ma non lo è al progetto di ‘pacificazione’ d’un territorio che cerca un nuovo assetto interetnico dopo il regime di Asad. Questa la valutazione degli Usa, sostenitori para bellici delle Forze Democratiche Siriane durante la ‘guerra civile’, diventati, non solo sotto l’amministrazione Trump, assertori d’una stabilizzazione richiesta dal mondo arabo, quello affaristico in primo luogo. I kurdi hanno accettato sotto la supervisione dei clan dei Masoud e Nechirvan Barzani e Bafel Talabani, il ceto della ricchezza petrolifera del Kurdistan, che rischia poco e solidarizza a singhiozzo con le altre comunità. Ma l’assenso è venuto anche dall’occhio lanciato gli ostacoli, quello del citato Öcalan e dei rappresentanti militari delle YPG. La fase nuova in cui credono i sostenitori de “l’integrazione democratica” in Turchia, Siria, Iraq (l’Iran resta ai margini per i subbugli interiori legati alle contestazioni del potere centrale) è un percorso, certamente tutto da scrivere, però diverso dai progetti trascorsi.  "In Siria l'integrazione non è una semplice fusione.  In Turchia il riconoscimento dell'esistenza e dei diritti kurdi, la democrazia e la tutela di tali conquiste sono una parte fondamentale di questo disegno" sostiene Sancar. Incredibile a dirsi oggi le aperture per Öcalan, che chiede di concludere una personale reclusione in atto da ventisette anni, vengono dal capo dei Lupi grigi. Il nazionalista Bahçeli, strettissimo alleato del presidente turco, fa esplicito riferimento al "diritto alla speranza" basato su un principio giuridico della legge turca rivolto agli ergastolani. Costoro, dopo aver scontato una buona parte della pena, devono avere la possibilità di rilascio. Bahçeli aveva già parlato della scarcerazione di Demirtaş (parlamentare del Partito democratico dei popoli recluso dal 2016) e proposto il reintegro dei sindaci rimossi. 


lunedì 16 febbraio 2026

Uomini e topi

   

 


Erano più soli e triturati da un perverso destino i braccianti George Milton e Lennie Small a Hill Country negli anni Trenta del Novecento o lo sono oggi nell’abbandono del mondo i familiari di Fayez al-Jadi? Questo padre palestinese, che sotto le vessazioni perpetuate da Israel Defences Force nei due anni dell’orrore per una dozzina di volte ha fatto avanti e indietro fra il nord e il sud della Striscia di Gaza, racconta in un’intervista all’emittente Al Jazeera la grama condizione esistenziale di moglie e figli. I ratti mangiano le tende dove siamo costretti a vivere. Ci camminano addosso mentre dormiamo. Mia figlia di diciotto mesi se li è trovati sul viso. Ha gastroenterite, vomito, diarrea e malnutrizione”. Ratti, mica il topolino che il gigante Lannie carezza in cerca d’un morbido conforto per mitigare una cronica mancanza d’affetto. Tutto sommato Lennie mangiava, a Gaza si rischia d’essere mangiati dai topi. La gente della Striscia sta molto peggio degli straniati braccianti stagionali nell’America strangolata dalla ‘Grande depressione’ descritta nel romanzo di John Steinbeck. I gazawi conoscono genocidio e oppressione, affamamento e privazione di tutto. La crisi sanitaria predisposta dallo Stato d’Israele, perseguitando le agenzie Onu e le Ong come Médecins sans Frontières dedicate a sostegno e cura di gente già martoriata dalla carneficina dell’Idf, raggiunge uno stadio di non ritorno. Senz’acqua corrente e col sistema fognario distrutto le malattie infettive si diffondono, mietendo ulteriori vittime. Attualmente la scabbia azzanna i bambini più dei cani randagi che vagano in cerca di cibo. Lo cercano anche i ratti descritti dal genitore intervistato che infestano tutto, visto che i militari di Tel Aviv impediscono da settimane l’accesso alla principale discarica di Gaza e l’accampamento di al-Taawun soffoca fra i rifiuti. Le micro discariche sviluppatisi non lontano dalla tendopoli costituiscono un pericolo assoluto per la popolazione, cui comunque non è consentito d’accatastare i rifiuti altrove. Secondo le stesse autorità del luogo i sopravvissuti dalle bombe a fusione sono al cospetto d’un altro ordigno tossico e infettivo. Le aree popolate come Yarmouk risultano egualmente a rischio sanitario. La quotidiana lotta per la sopravvivenza ha raggiunto un punto di rottura “Giuro su Allah - dice una madre - che mangiamo il pane dopo che i topi ne hanno mangiato”. Altrove, a Washington, nei progetti del ‘Bord of Gaza’ inventato da Trump per soddisfare la sua foia di potere e denaro s’inizia a discutere d’un progetto che se ne infischia del futuro palestinese e delle stesse emergenze attuali.  Ventidue Paesi partecipanti (Bahrein, Marocco, Argentina, Armenia, Azerbaijan, Belgio, Bulgaria, Egitto, Ungheria, Indonesia, Giordania, Kazakistan, Kosovo, Mongolia, Pakistan, Paraguay, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Uzbekistan) e l’Italia aggregata come osservatrice. Promesse d’investimenti: cinque miliardi di dollari. Per fare cosa? Lo decide il tycoon biondo. Per ora a Gaza uomini e topi si rincorrono. 


 

sabato 14 febbraio 2026

La mia Africa

      


Piega della chioma a parte le pose con cui Giorgia Meloni s’è presentata ad Adis Abeba all’Assemblea dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Africana paiono più da Livia Drusilla che da Cleopatra, seppure l’approccio amichevole e anche le sue parole dicono: “Non più logiche predatorie ma altro”. Ecco, capire cosa sia quest’altro nella brillantezza tutta enunciata dell’ormai citatissimo “piano Mattei”, giunto al terzo anno della sua invenzione, resta tuttora un parziale enigma. Il Capo del governo italiano rilancia: “Il Piano Mattei non è soltanto un insieme di progetti, ma una strategia strutturata con impatto concreto per le comunità coinvolte. L’obiettivo è creare un “patto tra nazioni libere”, in cui i partner africani e l’Italia lavorano insieme alla definizione e realizzazione di iniziative condivise”. E ancora: “Il programma è visto oggi come una strategia internazionale in grado di generare risultati tangibili, grazie anche alla collaborazione con organismi come la Banca Mondiale e la Banca Africana di Sviluppo”. La strategia internazionale, comune, finora non ha trovato l’interesse dei Paesi europei che al più, come fa Parigi da decenni, camminano e lucrano in proprio; né tantomeno Berlino concentrato sulla sua economia claudicante e sull’impatto bellico nell’est Europa. L’Occidente d’Oltreoceano è disinteressato alla questione, nonostante i sorrisi e gli inchini profusi verso Trump e il suo staff dalla creatrice del “Piano”. Le presenze che da molto più tempo agiscono sul territorio africano sono il gigante cinese e l’ingombrante Turchia. Allo stato dell’arte non certo partner. Si tratta di due entità con cui sia personalmente sia per interposto organismo, quale può essere l’Unione Europea, Giorgia Meloni non vanta evidenti reciprocità. Con la Turchia, che verso l’Africa ormai da tempo con Mavi Vatan ha costruito un’autostrada d’acqua pure con dirimpettai italiani qual è la Tunisia, Roma deve fare i conti. Certo, questo governo ha ereditato un vuoto pluritrentennale rivolto all’altra sponda mediterranea. Il Belpaese ha fatto appassire i buoni rapporti, al più affaristici che riguardavano ad esempio il gas algerino, con accordi quelli sì stabiliti in prima persona da Enrico Mattei col generoso fifty-fifty, conservati ben oltre la sua morte anche da chi governandoci aveva obbedito agli ordini di chi odiava l’avversario commerciale delle Sette Sorelle, facendolo brillare in aria. 

 

Ma quel gas, che ancora all’inizio del Terzo Millennio conveniva alle casse del nostro Stato e soprattutto alle tasche di noi consumatori, venne in buona parte sostituito con quello acquistato da Vladimir Putin, amico di Berlusconi, della Merkel e di tutta l’Ue prima della sua demonizzazione per causa ucraina. Si sa, la geopolitica è un valzer e l’Italia e l’Europa preferiscono ora danzare con l’ultimo lupo apparso all’orizzonte. Così s’acquista a prezzi sempre elevatissimi il metano statunitense che poi è il rozzo scisto presente in quel tipo di rocce, estratto per fratturazione idraulica delle stesse, con uno spreco elevatissimo d’acqua e il pericolo d’inquinamento delle falde. Un attentato ambientale con cui da oltre un ventennio ogni amministrazione di Washington, Repubblicana e Democratica, ha cercato e ottenuto il primato mondiale nelle vendite di quell’energia. Nella certezza che alleati-prostrati ne accettassero passivamente gli svantaggi. Ad Adis Abeba l’energia e i suoi affari e il fattore umano delle migrazioni continuano a essere i reali pallini del piano meloniano. Dicendo: “Non vogliamo favorire l’immigrazione per avere manodopera a basso costo” Meloni sostiene un princìpio che forse non piace a tanti suoi elettori di Confagricoltura e pure della Coldiretti. Comunque dando atto a tali buone intenzioni, il fine è restare in linea col contenimento della migrazione, uno dei punti base del suo patto di governo in Italia. Ma i leader incontrati dopo i convenevoli col padrone di casa, il premier etiope Ahmed Ali, hanno ribadito i propri bisogni: interscambio tecnologico e conoscenza per poter agire in proprio e spezzare il colonialismo di ritorno che fa ancora da padrone in tanti angoli dell’immenso continente. Gli investimenti previsti superano i 5 miliardi di euro, finora è stato elargito un miliardo e trecento milioni, sono in programma cento progetti per quattordici Paesi che chiedono d’implementare il sapere per autoprodurre in proprio. La vera svolta che cancella la subordinazione con cui la volpe europea continua usufruire (e sfuttare) i serbatoi africani minerali, vegetali, umani. Gli assi nelle maniche del governo di Roma, le aziende pubbliche e private Eni, Enel, Cassa Depositi e Prestiti, Leonardo, Terna, Snam, Sace, Simest, Acea,  saranno d’accordo?

giovedì 12 febbraio 2026

Anno quarantasette

  


Più rituale che profondamente sentita la celebrazione del 47° anniversario della Rivoluzione Islamica ha dipinto del tricolore iraniano piazza Azadi, luogo iconico della capitale iraniana. I rossobiancoverde trasversali degli stendardi brillavano sul nero dei tanti chador femminili delle fedeli che non mollano il velo. Nelle note della stampa ufficiale come Tehran Times il comizio del presidente Pezeshkian ha cercato passaggi nel nome del ricordo. “Perché abbiamo fatto una rivolta? - ha affermato riferendosi a quando gli islamisti scendevano in piazza per sobillare anziché reprimere - Abbiamo fatto una rivolta per amministrare la giustizia, diventare indipendenti e annunciare al mondo che gli iraniani possono sviluppare il loro Paese facendo affidamento sulla volontà, capacità e conoscenza, oltre a portare dignità e libertà alla nazione”. Differenti momenti rispetto all’orientamento delle scorse settimane, poi un richiamo all’intera comunità poiché “Oggi l'unità nazionale è più necessaria che in qualsiasi altro periodo”. E’ un riferimento agli stessi orientamenti di oppositori all’attuale regime, visto che incarcerati quale la premio Nobel Narges Mohammadi continuano a stigmatizzare qualsiasi intervento esterno nei contrasti del Paese, ancor più se mascherati da campagne di “liberazione”. Ma chi spererebbe in un cambio di passo da parte del ‘riformista’ Pezeshkian può disilludersi davanti al suo discorso. “Il Paese ha bisogno d’un leader in grado di conciliare tutti i diversi punti di vista e gusti politici e guidarli verso un futuro migliore” ha sussurrato nei microfoni davanti alla folla. Il nome del leader indicato è il simbolo del potere islamico, l'ayatollah Ali Khamenei, contro cui si scagliavano le piazze di gennaio. Continuità assoluta, dunque, perché come il presidente spiega: “Questa leadership è stata finora in grado di proteggere con forza l'establishment da tutte le sfide ed è proprio per questo che ha suscitato tanta ostilità da parte degli avversari”. Così le rivolte di gennaio, che secondo le fonti del governo hanno causato la morte di oltre tremila cittadini “… hanno profondamente addolorato il popolo iraniano per la perdita di persone care”. Le scuse: “Siamo obbligati a scusarci con la nazione e abbiamo il compito di aiutare tutte le famiglie che hanno sofferto in questi eventi” possono suonare false e irritanti eppure vengono egualmente pronunciate. Del resto se la repressione di strada s’è fermata con lo smorzarsi della protesta, prosegue la stretta su elementi politici riformisti anche noti. Recenti sono state le reclusioni di alcuni esponenti del cosiddetto Fronte Riformista, un cartello che raccoglie oltre venti gruppi d’opposizione, presenti nel Paese. Tra gli arrestati anche ex giovani della Rivoluzione Islamica celebrata ieri. Il settantenne Ebrahim Asgharzadeh, già membro del Majlis nel quadriennio 1988-92, è stato un leader studentesco prima vicino alle posizioni dell’ayatollah Beheshti poi del presidente Khatami. Fu fra gli artefici dell’assalto all’ambasciata statunitense e del sequestro del personale americano, la famosa crisi dei 444 giorni, sebbene personalmente non approvava un così lungo sequestro.  Arrestata anche Azar Mansouri esponente del Partito dell’unione delle nazioni islamiche dell’Iran, fondata nel 2015 durante il primo mandato del presidente moderato Rohani. Proveniva da altre organizzazioni d’impronta riformista (Fronte di partecipazione islamico dell’Iran guidato da Reza Khatami fratello del presidente) e disciolta dopo le proteste dell’Onda Verde. A seguito del bagno di sangue di gennaio Mansouri dichiarava “Esprimo tutto il mio disgusto e la rabbia verso chi ha trascinato senza pietà i giovani di questa terra nella polvere e nel sangue”. Il Ministro dell'Intelligence Esmail Khatib, il presidente della Corte Suprema Gholam-Hosseini Mohseni Eje’i non hanno gradito, così anche per lei si sono aperti i cancelli delle prigioni di Stato.

mercoledì 11 febbraio 2026

Giudea e Samaria

  


Ora se non tutti, quasi tutti parlano dell’arma dei coloni la più efficace alla cancellazione dell’esistenza palestinese nella Cisgiordania, che gli uomini con kippah ed M16 per bocca del proprio profeta politico Smotrich definiscono alla maniera biblica: Giudea e Samaria.  Loro possono più di Israel Defence Forces che occupa i territori palestinesi dal 1967, anche perché immediatamente dopo iniziarono a insediarsi a Gerusalemme est, nel Golan, nel Sinai (fino al 1982), a Gaza (fino al 2005), appunto in Samaria. Occupazioni di fatto benedette dai governi laburisti dei premier Eshkol, Meir, Rabin con l’esercito che assecondava violenze crescenti sulla popolazione araba. Da domenica scorsa l’ultimo esecutivo delle occupazioni e delle discriminazioni, quello Netanyahu che aggiunge la personale passione per il genocidio, offre un ulteriore aiuto alla sostituzione della cittadinanza in Cisgiordania. Attraverso l’abrogazione d’un divieto sulla vendita diretta dei terreni locali e rendendone possibile un acquisto dai singoli proprietari. Finora i coloni interessati alla terra e alle abitazioni esistenti potevano acquistarle solo da società registrate su aree controllate dal governo d’Israele. Le nuove norme ne facilitano il passaggio di proprietà in base alla legge oltre che alla forza. Siamo davanti a un ulteriore passo che elimina controlli e supervisioni, sempre appannaggio dello Stato israeliano, su compravendite che possono mascherare frodi o prevaricazioni. Insomma i palestinesi perdono anche quel filo legale con cui potevano opporsi a operazione proditorie poiché i coloni dovevano richiedere un permesso d’acquisto al Ministero della Difesa che, in caso di aree sensibili, poteva opporsi. Accadeva di rado ma esisteva questa possibilità. Adesso non più. Gli stessi registri catastali, che non erano facilmente consultabili, non si prestavano a poter rintracciare i proprietari, da questo momento per società immobiliari e gruppi di coloni sarà più facile la rincorsa alla terra.  

 

Non solo Gaza da edificare secondo interessi speculativi di resort extra lusso per la clientela di Kushner e soci, ma una egualmente martoriata Cisgiordania da trasformare definitivamente con questi nuovi appigli giuridici. Anzi i promotori della nuova norma, il citato Smotrich e il ministro della Difesa Katz, sostengono che essa corregge l’intrinseco razzismo che “discriminava gli ebrei americani ed europei e qualsiasi persona di etnìa non araba interessata all’acquisto immobiliare in Giudea e Samaria”. I due ministri israeliani si scagliano di fatto contro gli Accordi di Oslo del 1993 che già in fase di formulazione e di stretta di mano fra i rappresentanti delle parti in causa, Rabin per Israele, Arafat per l’Organizzazione della Liberazione della Palestina, mostravano enormi limiti. I territori (della Cisgiordania e Gaza) su cui avrebbe avuto giurisdizione l’allora nascente Autorità Nazionale Palestinese, restavano sotto occupazione militare dell’Idf, il popolo palestinese che dieci anni dopo conoscerà l’umiliazione d’un territorio seviziato dal Muro di Sharon, era tenuto a vista da militari israeliani e da funzionari dell’ANP, i primi armai, i secondi acquiescenti che ne controllavano ogni movimento. Le speranze di pacificazione generate, a maggioranza pur relativa, sui due fronti non trovavano conferme e miglioramenti successivi. I limiti erano rappresentati dall’assenza del diritto al ritorno della numerosa diaspora palestinese, da un’autodeterminazione tramite uno Stato degno di questo nome rimasto solo nelle intenzioni, da un’economia autoctona mai implementata nonostante i richiami d’una cooperazione per energia, acqua, trasporti, finanza, commercio, industria, telecomunicazioni. Per anni è accaduto l’inverso e anche “nei territori a pieno controllo dell’ANP” i coloni hanno potuto scorrazzare, insediarsi, violare patti, beni e persone. Per domani si prepara il peggio, ma esso stesso è partito da lontano.  Neppure dalla ‘Guerra dei sei giorni’ ma dalla volontà sionista di creare un focolare ebraico in Palestina. Un focolare che non ammette i palestinesi.

giovedì 5 febbraio 2026

Centralità turca


  

C’è un volano che tinge d’azzurro non solo l’orizzonte sul Bosforo, ma altri panorami anatolici e mediorientali della Turchia: l’attuale finanza. Proprio quello che fino a due anni or sono era lo spettro della situazione interna e che nelle elezioni amministrative aveva incrinato lo strapotere del partito di governo (Akp) a favore dell’opposizione repubblicana (Chp) sembra raddrizzarsi e puntellare un governo che molti politologi davano al capolinea. Il miracolo ruota attorno all’operato dell’attuale Ministro delle Finanze Mehmet Şimşek. Cinquantotto anni, nativo d’un distretto di Batman, territorio dove l’etnìa kurda è maggioritaria e a cui appartiene la sua famiglia d’origine. Nucleo umile, otto figli, Mehmet l’ultimo, vissuto senza la madre che muore poco dopo la sua nascita e forse anche per questo altamente motivato negli studi orientati sull’economia. Viene notato e valorizzato dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) e lui si presta alla carriera. Era già stato a lungo nel dicastero dell’Economia sotto gli esecutivi di Erdoğan e Davutoğlu, dal 2009 al 2015. Era un’altra epoca e un’altra Turchia, però la formazione e l’esperienza sembrano tornargli utili. Oggi riesce non solo a contenere ma addirittura a diminuire il tasso inflattivo sceso di quasi 15 punti, 31% attuale contro il 44,5% di circa un anno fa. Il tutto fa respirare l’economia e rivitalizza un Pil che a fine 2025 s’è attestato a 3.7%. Per l’anno in corso il Fondo Monetario Internazionale prospetta una crescita a oltre il 4%. Un tratto di questa rinascita sta oltre il confine meridionale, per ciò ch’è accaduto in Siria con la dipartita di Asad e i programmi di rilancio dello Stato nazionale siriano che ruotano attorno al governo di Al-Sharaa, accettato dagli Stati Uniti e dall’occidente europeo sotto quella sorta di tutela offerta proprio dalla Turchia erdoğaniana. La quale,  mentre il Medioriente rischia ulteriori terremoti, perpetrati da Israele contro Gaza, Libano e Cisgiordania e provando ad allungarli sino al territorio iraniano, trova nella diplomazia del discusso padre-padrone di Ankara un pilastro. A esso s’uniscono pure le petromonarchie, incredibilmente protese a scongiurare assalti all’Iran, giustificabili da parte americana dai moti interni e dalla recente repressione. Centralità politica turca, dunque, sia per il peso delle proprie Forze Armate nella seppur malmessa Nato, centralità negli affari d’una ricostruzione siriana, terreno d’investimenti che dureranno anni se nessuna turbativa bellica bloccherà un percorso cui tengono parecchi attori e altrettanti interessi. Da parte sua Ankara s’è già accaparrata un contratto da sette miliardi di dollari per la produzione energetica del Paese confinante, cui s’aggiunge il ripristino e l’ampliamento dell’aeroporto di Damasco, per il quale lavoreranno le aziende già impegnate nel fare grande lo scalo istanbuliota di Havalimanı. Inoltre dall’estate scorsa è attivo il gasdotto fra Kilis e Aleppo capace di fornire sei milioni di metri cubi di gas quotidiani. 

 

 

Insomma affari a gonfie vele. Per i quali s’è trovata la quadratura del cerchio ai residui d’instabilità di confine fra le aree dell’ex Rojava, un sogno autodeterminato e armato che non piaceva né a Erdoğan (sebbene coinvolgesse più il territorio siriano ma con un riflesso fra l’armatismo delle Ypg e quello del Pkk) né ad Asad e ora ad al Sharaa. Il presidente turco, che aveva già forzato una mano armata  contro i kurdi di Siria con tanto di cingolati Altay sul confine rojavo diventato area cuscinetto, ha spento definitivamente i fuochi di guerriglia in casa accordandosi con Öcalan per il disarmo del Partito dei lavoratori del Kurdistan in cambio di autonomie locali, quello di cui si discuteva quindici anni fa. L’incognita è se verranno mantenute le promesse, se il grande vecchio della rivoluzione kurda verrà fuori da una delle più lunghe reclusioni della storia politica internazionale. Sul suo futuro per ora c’è silenzio. Invece un altro vecchio del panorama anatolico, l’alleato dell’Akp Bahçeli (Mhp) cui si deve il rilancio dei colloqui col Pkk e la nuova fase vissuta dal governo islamo-nazionalista, s’esprime a favore della liberazione di Demirtaş, leader e parlamentare dei kurdi che combattono solo con la parola nel Meclis, un onorevole incarcerato da oltre nove anni per fiancheggiamenti, mai dimostrati, con l’armatismo kurdo. Nell’aria di ‘guerra e pace’ che gira per il mondo la conciliazione coi kurdi sta avvantaggiando il ruolo diplomatico, mai dismesso, di Erdoğan. Certo, i giorni che stanno vivendo i combattenti delle Forze Democratiche Siriane sono pieni d’amarezza. Hanno dovuto forzosamente accettare l’integrazione nell’esercito in divenire di Damasco, l’affermano i loro stessi comandanti come Ayman Ghayda per “evitare un bagno di sangue”. Conservano un controllo su Kobanê e il lembo orientale siriano da Hassakah a Semalka verso il confine iracheno, ma non è detto che sarà per sempre. Anzi visto il ridimensionamento del loro ruolo autonomo probabilmente questa tappa sarà una parentesi. L’esercito siriano è in costruzione, il Paese è in divenire, se sarà una confederazione con riconoscimenti alle minoranze kurde, druse, alawite si vedrà. Non ha deposto favorevolmente la fase di scontro aperto d’un anno fa fra le milizie di al Sharaa, non ancora nuovo esercito nazionale, e gruppi lealisti alawiti nostalgici di Asad, in cui soprattutto quest’ultimi e le proprie famiglie hanno avuto la peggio. Ad opporsi a una ricostruzione siriana è principalmente Israele, che punta ad ampliare l’occupazione ben oltre il Golan come fa con la Cisgiordania dopo aver raso al suolo Gaza, offrendola ai piani speculativi dell’affarismo internazionale. E incrementando future migrazioni e condizioni da rifugiati. Forse i profughi siriani rientreranno in patria, sicuramente i palestinesi amplieranno la propria diaspora. 

 


 

lunedì 2 febbraio 2026

Sangue beluco

  


Cinquanta vittime civili avevano fatto nei giorni scorsi gli attentati di Fitna-Hindustan, detto anche Esercito di Liberazione del Belucistan, nel sud del Pakistan. I miliziani attaccavano strutture governative, ma le esplosioni di kamikaze vicino a caserme hanno coinvolto anche passanti, fra cui alcune donne. Fra sabato e domenica la reazione delle Forze Armate di Islamabad ha restituito l’azione armata e il sangue moltiplicati per tre: 177 guerriglieri, - per il governo terroristi - sono stati uccisi. L’operazione repressiva ha isolato molti centri abitati meridionali del Paese, i contatti Internet e la telefonia mobile sono stati sospesi a Quetta, Mastung, Kalat, Khuzdar, Nushki, Dalbandin, Kharan, dove l’Intelligence dell’Esercito pakistano (di quella nazionale Inter Services Intelligence i militari non si fidano) era a conoscenza ci fossero rifugi di combattenti. Nel diffondere informazioni sugli sviluppi della vicenda, i comunicati governativi centrali e locali, lanciano accuse anche a India e Afghanistan, colpevoli rispettivamente di finanziare tali gruppi insurrezionalisti e di accoglierli sul proprio territorio. Addebiti rigettati da entrambi i vicini, col Ministero degli Esteri indiano piccato per illazioni definite provocatorie che distolgono l’attenzione dai problemi interni pakistani, dovuti a conflitti fra accentramento statale e rivendicazioni locali. Ormai storica, poiché in piedi da ottant’anni con insurrezioni cicliche, è la richiesta di autonomia etnica da parte delle citate organizzazioni che praticano azioni armate. Incrementate sensibilmente nell’ultimo ventennio dopo l’assassinio, era ormai vecchio, del leader tribale Akbar Bugti, già governatore locale.  Un’uccisione comunque controversa, secondo alcuni ordinata dal discusso generale e politico pakistano Pervez Musharraf, secondo voci governative realizzata dal comandante dell’Esercito beluco Balach Marri, frutto dunque d’una faida interna al movimento separatista. Dopo l’eliminazione di Akbar, un altro Bugti, Brahamdagh nipote del defunto, ha preso in mano la ledership politica dell’etnìa fondando il Partito Repubblicano Baloch, e nel 2010 si è autoesiliato prima a Kabul, nel Belucistan erano in corso operazioni di polizia, successivamente in Svizzera. 

 

 

 Le autorità elvetiche sin dall’inizio l’hanno considerato un elemento indesiderato, sospettato di azioni terroristiche, però lui risulta tuttora alloggiato a Ginevra con la famiglia, appellandosi alle violazioni di diritti umani che, a Dera Bugti suo luogo d’origine in territorio pakistano, mettono a rischio l’incolumità dell’intero nucleo parentale. Certo è che, al di là di comandanti militari ed esponenti politici, il crescendo di agguati, attentati, uccisioni sta riprendendo a salire, inseguendo i picchi che aveva raggiunto fra il 2010 e il 2016. E’ lo stesso Ministero dell’Interno di Islamabad a fornire statistiche: nel 2010 le uccisioni complessive ammontavano a settecento vittime, in gran parte civili. La cifra comprendeva anche decine di poliziotti e miliziani auto immolatisi o colpiti dalle Forze dell’Ordine. L’anno seguente ci furono 945 morti tutti fra la popolazione e nel 2012 975, tutti civili. Una carneficina che doveva intimorire, governo centrale e anche abitanti locali, quelli contrari all’intento autonomista, e che per molti aspetti ha avuto un effetto boomerang, allontanando settori di quest’ultima, principalmente chi svolge attività professionali ed è contrario ad azioni dimostrative sanguinarie o meno, ad esempio, contro insegnanti delle scuole. Accanto a riferimenti tribali, che portano indietro addirittura di quattro secoli le rivendicazioni identitarie, il malcontento beluco è esaltato da vicende legate all’economia. Lo sfruttamento di giacimenti di gas da parte dello Stato centrale penalizza il Belucistan rispetto alle aree di Sindh e Punjab favorite con maggiori royalties dalla vendita dell’idrocarburo. Questione affrontata e tutto irrisolta. Oppure il mega porto di Gwadar, che vari governi di Islamabad hanno dato in gestione alla Cina. Pechino lì ha concentrato una buona parte traffico verso l’Occidente con una presenza sempre più elevata del proprio personale non solo nella creazione della struttura ma nella sua gestione, svantaggiando la manodopera locale. I gruppi armati cavalcano anche questo scontento.

domenica 1 febbraio 2026

Memorie

     


Il celerino che a Torino ha subìto quello che solitamente i suoi colleghi propinano ai manifestanti, nei tempi passati e tuttora, è già considerato dalla politica un martire.

Il referto del suo ricovero alle Molinette parla d’una ferita alla coscia con un corpo contundente (un martello) e contusioni multiple a torace, gambe, braccia nel tentativo di ripararsi da calci e pugni sferrati da sei-sette persone che l’avevano isolato dal plotone spingendolo a terra.

Per fortuna il pestaggio non ha avuto conseguenze gravi, ma la violenza fisica tanto deprecata e attribuita a probabili black bloc, visti in azione da anni sulle piazze, e non è detto che a Torino ci fossero, pone il problema di chi usa la violenza, in quest’occasione circoscritta a lanci di sassi, bottiglie incendiarie, botti pirotecnici, candelotti lacrimogeni.

Anche questi mezzi possono ferire, provocare danni irreversibili e uccidere? E’ possibile.

Eppure la storia recente e quella più lontana delle piazze italiane ha conosciuto altre morti, di manifestanti (Carlo Giuliani) ucciso da un colpo d’arma da fuoco e poi schiacciato dalle ruote d’un mezzo dei Carabinieri, come lo era stato Giannino Zibecchi a metà nell’aprile 1975 dopo l’assassinio fascista di Claudio Varalli. Ti ho visto la foto è sul "Giorno" la faccia schiacciata per terra sembrava una foto di guerra eppure era solo Milano così Pino Masi ricordava in versi quei fatti nerissimi per i quali nessun magistrato punì i responsabili in divisa.

La ribellione e la repressione s’inseguono soprattutto se la prima reagisce a ingiustizie e la seconda le difende e le perpetua. Il centro sociale Askatasuna è da trent’anni una realtà cittadina attiva per iniziative sociali e culturali nel quartiere Vanchiglia che i teorizzatori delle città a una dimensione - quella della mercificazione capitalistica - ostacolano, vogliono impedire e criminalizzare.  

Da lì lo sgombero d’un mese fa, senza nessuna volontà dell’amministrazione comunale (attualmente del Partito Democratico) di trovare soluzioni che non fossero la cancellazione del Centro stesso e della sua storia.

E’ la normalizzazione che, ben oltre sedicenti apparenze, unisce l’intero Parlamento, anche Alleanza Verdi e Sinistra  dell’onorevole Grimaldi, ieri presente al corteo, che fa distinguo fra un approccio pacifista delle lotte e uno cattivissimo. Forse mancando del tempo necessario per una ripassatina storica sulla tradizione proletaria delle lotte in città sin dai moti dell’agosto 1917, passando per la Resistenza, l’Autunno caldo, il Settantasette e via andare.

E’ l’autoritarismo giudiziario che con la Procuratrice generale del Piemonte Lucia Musti parla di “un’area grigia di matrice colta e borghese che nutre benevolenza e tolleranza verso gli antagonisti”. E’ una magistratura prossima a quella Destra che, contro ogni teorizzazione sulle “toghe rosse” guarda caso Gasparri e Bernini blandiscono, e che fa da quadratura del cerchio con l’unicità politica ormai conclamata.

Per questo anche chi non appartiene all’upper class , secondo la Procuratrice sedicente solidale con l’antagonismo torinese e italiano (chissà perché non ci viene in mente nessun nome), chi è nato, vissuto e continua a utilizzare il proprio tempo nelle periferie delle metropoli, e anche nei centri rurali abbandonati dallo Stato, è al fianco dei ribelli di Askatasuna


 

 

giovedì 29 gennaio 2026

Atomizzazione iraniana

  


Viaggiano su terreni paralleli le ultime notizie sulle vicende iraniane. Cessato lo spargimento di sangue fra i dimostranti con un computo di vittime diversificato (da tremila a oltre trentamila) secondo le varie fonti di riferimento; sospese, per ora, ottocento condanne a morte per quei rivoltosi collusi con agenti delle Intelligence esterne, un’accusa tutta da provare come del resto la stessa nota delle esecuzioni che il Ministero degli Esteri di Teheran ha definito “irresponsabile e irrealistica”; è il momento della parata bellica per un possibile nuovo attacco americano al Paese, com’è stato nel conflitto dei ‘dodici giorni’ dello scorso giugno. Questo fa presupporre la dislocazione della portaerei ‘Lincoln’ a largo delle coste iraniane, dopo l’indisponibilità dei governi saudita ed emiratino a consentire un piano d’attacco della US Air Force dalle basi americane dislocate sui propri territori. Il tutto può pure ridursi a un’esibizione muscolare senza effetti, anche perché alla missione verso il Golfo Persico la Casa Bianca unisce il monito “niente più nucleare” quale contropartita a una distensione che prescinde dalla presenza di Khamenei ai vertici di quello Stato. Indicazione ben diversa da quanto  promesso ai dimostranti antiregime venti giorni or sono quando Trump scriveva: “manifestate stiamo arrivando”. La gran quantità di cittadini d’ogni età scesi in strada ha accusato il ceto dirigente di un’incapacità a governare, partendo dalla soffocante inflazione incrementata sì da decenni di sanzioni, ma anche da misure che tutelano le bonyad di regime a discapito d’imprenditori esterni a esse, delle attività minute o di medio cabotaggio dei bazari e  ovviamente dell’acquirente comune. La rabbia e l’odio rivolti contro il volto accentratore della Guida Suprema, che col velayat-e faqih si trascina dietro il meccanismo dell’onnipotenza di quel ruolo, rappresentano una realtà di un pezzo dell’Iran incarnato dalle generazioni non disposte a seguire le linee guida degli stessi familiari e parenti. Molti figli che rinnegano i padri, dunque. E che si trovano davanti al bivio, oltre che al cospetto di armi puntate loro addosso e capaci di massacri, di provare a rovesciare un regime. 

 

In quale modo? organizzando una guerra civile autonoma, palese o strisciante, simile a quella vinta quarantasette anni or sono da basij e pasdaran contro i rivoluzionari laici e marxisti. Oppure ricevere assieme alle lusinghe il contributo bellico di nemici dell’Iran odierno, in prima fila Israele e Stati Uniti che già nelle ribellioni di fine anno hanno introdotto infiltrati e professionisti del caos. Questo affermano i vertici di Teheran. Vero, falso? Come per il numero dei morti non ci sono contorni precisi ma ampi presupposti sì. E’ un passo terribile e insicuro sul quale chi la fa semplice perché non rischia nulla, il principino invecchiato Pahlavi o madame Rajavi nel suo rifugio dorato parigino, spingono affinché s’infiammi nuovamente l’orizzonte in ogni angolo del Paese. La guardia armata della rivoluzione che fu ha palesato l’intento di difendere col sangue il proprio stato, con la minuscola prima che con la maiuscola. Un rango di potere e privilegio che non sono intenzionati a perdere. Il citato binomio su cui tuttora Trump fa correre l’ipotesi che non siano rinnovati bombardamenti è la rinuncia al nucleare civile e militare. Eppure il nucleare è un obiettivo che in Iran unisce anziché dividere. Il nucleare rappresenta un orgoglio nazionale, sarebbe già raggiunto se da un quindicennio il Mossad non avesse introdotto il suo zampino assassino. Le differenti voci di chi è al potere (clero principalista e Guardiani della Rivoluzione), chi dall’interno del sistema ne critica l’orientamento odierno (clero riformista, riformisti laici più seguaci di elementi marginalizzati comunque presenti nelle retrovie politiche come Ahmadinejad, Khatami, Mousavi), gli stessi contestatori non pilotati, tutti approvano il nucleare per uscire da subalternità e isolamento energetico e commerciale. Il nucleare per uso civile era dibattuto dallo stesso Occidente, europeo e statunitense, pur col desiderio di tenerlo confinato in un arricchimento dell’uranio limitato e perciò inapplicabile per l’arma atomica. Tale negazione assoluta, pur in funzione di semplice dissuasione come fanno tutte le nazioni che posseggono la bomba, è una volontà di Israele. Alla stregua della frammentazione del Paese, l’unica atomizzazione che piace a Tel Aviv. 


 

sabato 24 gennaio 2026

Il martirio della conoscenza


  

Il rapimento del ricercatore Giulio Regeni di cui oggi ricorre il decimo anniversario, e le successive segregazione, tortura, esecuzione da parte di quattro mukhabarat del governo egiziano (Tariq Sabir, Athar Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi, Magdi Ibrahim Sharif), individuati e incriminati da una procura italiana, hanno segnato un passo e una svolta nella geopolitica internazionale. Molti leader, specie se creatori di regimi, detestano chi studia, ricerca, documenta, racconta i fatti che accadono nei vari angoli del mondo. Anche perché in tanti casi quei fatti sono neri come la pece. E fetono. Il sistema costruito dal feldmaresciallo Abdel Al-Sisi dopo la rivolta di piazza Tahrir del 2011 appartiene a questa specie. I fatti sono noti, ma ripetere giova. Spodestato il precedente ufficiale-dittatore Hosni Mubarak la popolazione è divisa fra le fazioni laica e islamista, quest’ultima vince libere elezioni e forma il primo governo non militare dai tempi di Nasser. Il candidato presidente è Mohammed Morsi, funzionario tutt’altro che carismatico della Fratellanza Musulmana, che prevale su Shafiq, seguace del raìs caduto. Dura un anno perché opponendosi a temi riguardanti l’essenza dello Stato e ai lavori dell’Assemblea per una nuova Carta Costituzionale, un Blocco d’opposizione raccoglie firme per la destituzione del neo presidente. Un milione di adesioni, due, quindici milioni, dicono i sostenitori del Blocco. Firme vere? False almeno in parte. Nessun organo terzo verifica. Intanto la protesta monta. Intervengono le Forze Armate con l’intento di arbitrare il contrasto, ma di fatto impongono il proprio volere arrestando il presidente e alcuni esponenti della Confraternita. Un mese dopo, davanti a sit-in di protesta degli attivisti islamici, passano al massacro. Mille, duemila vittime, non s’è mai saputo il numero. E’ il 14 agosto 2013. L’Egitto volta pagina e guarda nuovamente i militari, almeno questo fa quel terzo di popolazione che li segue per vincoli di parentela, lavoro distribuito e promesso, ricatti. Da quei giorni il buio, scacciato al momento della rivolta, torna e con esso la repressione, spesso taciuta e nascosta piuttosto che esibita nelle strade come nel 2011. Ora la violenza di Stato si cela in caserma e in commissariato, nei luoghi di detenzione illegali oltreché nelle prigioni che rinnovavano spettrali nomee, come fa Tora

 

Giulio Regeni per studiare e capire questi fenomeni, per scandagliare un’economia rimasta assistenziale solo per quegli elettori-sostenitori, e comunque a metà strada fra attività concentrate in mano alla lobby delle stellette (industrie dei manufatti, edilizia, agroalimentare, turismo) e ai tycoon vicini ai militari, volava al Cairo. Speranzoso e incosciente l’ha definito qualcuno, motivato e diligente è giusto affermare. Perché uno studioso segue il desiderio della sua materia di ricerca, come il giornalista rincorre cronaca e risvolti, ciascuno rispondendo alla deontologia del ruolo e della professione. Ma quest’operato non piace al potere. Assassinando Regeni il governo egiziano ha voluto soffocare il respiro di sapere e di verità che anima quel mestiere. Vivificato dall’umanità della parola e dell’ascolto, dalla libertà d’osservare e raccogliere, catalogare e scrivere, fotografare e divulgare perché il pubblico, i cittadini del mondo non rimanessero all’oscuro e potessero meditare sulla cronaca che col tempo sedimenta nella Storia. A Giulio questo è stato impedito con una violenza mortifera. Restituendo il suo cadavere oltraggiato - sul quale la madre Paola ha riscontrato ”tutto il male del mondo” - il regime del Cairo ha lanciato un minaccioso e imperituro monito a chi osa ficcare il naso in quella nazione che Al-Sisi e sodali considerano Cosa loro. Tragedia nel dramma è che da dieci anni quest’atteggiamento viene avallato dai capi di governo italiani succedutisi nel tempo: Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi, Meloni tutti immobili e indisponibili a difendere neppure la memoria e l’onore d’un concittadino sbranato dal governo d’un Paese che l’Italia continua a definire amico e sicuro. Premier imbalsamati nel cinico gioco della diplomazia degli affari che per una presunta “ragione di Stato” chinano la testa davanti ai crimini d’una nazione piegata e piagata da una dittatura.

lunedì 19 gennaio 2026

Kurdosiriani

 


Più siriani che kurdi. Pèrdono se non tutto quasi i kurdi delle Forze Democratiche Siriane (SDF) tuttora stanziati con le armi e i propri seguaci in una fascia di territorio che dal confine turco lungo il fiume Eufrate giunge sino al margine iracheno. E’ la parte più preziosa di quell’area perché nel sottosuolo insistono giacimenti petroliferi e di gas. Sono bastate le ultime quarantott’ore di accelerazione bellica del nuovo esercito siriano, impostato dal presidente ad interim Al Sharaa, a farli desistere da ogni difesa, spiazzati da vari contesti. L’abbandono del sostegno militare e finanziario statunitense sedimentato nel tempo e gli sviluppi della geopolitica locale che dalla caduta di Asad ha visto prevalere gli intenti diplomatici turchi su quelli invasivi israeliani. Il disegno di Erdoğan, egualmente securitario ed egemonico, sembra prevalere sulla greve linea di Netanyahu che nei mesi scorsi oltre il Golan e su Damasco, ha fatto volare i propri caccia e sganciato bombe. Lo sguardo interessato al nuovo corso siriano fa trovare consensi al piano turco di sostenere Al Sharaa anche da parte delle petromonarchie e dell’amministrazione Trump. La Siria non può sparire dal contesto regionale e nella regolamentazione del potere le minoranze (alawite, kurde, druse) devono equilibrarsi con gli arabi, riscattati dal successo del dicembre 2024. Per tutto l’anno passato uno dei tavoli di trattativa ha riguardato il rilancio d’un nuovo esercito che al Sharaa pensa di non formare solo con le milizie vincitrici, le sue. Dopo mesi di accordi, sottoscritti e disattesi, scaramucce e vere e proprie battaglie di campo coi kurdi delle SDF, che avrebbero dovuto costituire sin da subito l’altra branca del nuovo organismo militare soprattutto per l’efficienza mostrata negli anni trascorsi a combattere l’Isis, s’è giunti in queste ore a un nuovo patto. Se durerà sarà tutto da vedere, poiché le attuali definizioni risultano molto più onerose per la comunità kurda rispetto a quanto Ahmed Al Sharaa dibatteva un anno fa col leader di SDF Mazloum Abdi. I kurdi abbandonano territori, preziosi sia sopra per la vicinanza alle sponde dell’Eufrate sia sotto per i giacimenti petroliferi, verranno inseriti nel nuovo esercito nazionale non più coi propri reparti estesi su Hasakah, Deir Ezzor e Raqqa, come s’era discusso un tempo, ma con inquadramento individuale che li priva di coesione di gruppo e di propri referenti di comando. Dal punto di vista del controllo strategico non avranno più giurisdizione sui valichi di frontiera. Probabilmente lo conserveranno nella cittadina simbolo di Kobanê e ad Hasakah. Potranno festeggiare il Nowruz (come già facevano, ma in certe situazioni non ufficialmente) ora come festa nazionale. Magra consolazione rispetto al sogno del Rojava, già in declino nel 2019 a seguito delle controffensive delle truppe turche nella fascia di confine soprattutto a ridosso di Kobanê e Cizre.  "L'unica differenza rispetto alla proposta di un anno fa è che il capo delle SDF Abdi diventerà il governatore di Hasakah” afferma un analista, sottolineando chi vince e chi perde nel Risiko della geopolitica anche sul versante personale.