lunedì 27 maggio 2019

Yassıada, lo scoglio d’una Turchia in cerca di libertà


Yassıada, che gli antichi dominatori greci chiamavano Plati, è quasi uno scoglio. Minùta, trecento metri per centocinquanta, emerge solo per quarantasei dalla superficie marina. Appartiene al gruppo delle Isole dei Principi nel Mar di Marmara. Si presta ad essere un luogo di esclusione e reclusione, magari non solitario  come la Sant’Elena di Napoleone o le letterarie d’If e Alcatraz, ma già in epoca bizantina ospitava esiliati come il patriarca armeno Narsete il Grande. Dopo la sua prigionìa i bizantini continuarono a deportarvi nemici. Fra un passaggio e l’altro, oltre che di epoche di domini, si giunse agli Ottomani e ai turchi repubblicani, finché un politico che da quel partito unico proveniva, fondò un nuovo gruppo chiamato Democratico. Quest’uomo, Adnan Menderes, divenne primo ministro della Turchia nel 1950 e per dieci anni guidò una nazione arretrata con metodi che oggi sarebbero definiti populisti. In questo superò lo stesso Kemal Atatürk, rompendo l’inflessibile rigidità laica inseguita dall’inventore della Turchia post ottomana. Pur non opponendosi all’occidentalizzazione del Paese, aprì a quella tolleranza del culto esibito, ad esempio la preghiera, che il padre della patria aveva vietato.

Menderes ripristinò rapporti con gli stati islamici e aprì l’economia a un liberismo fino a quel momento sconosciuto in Anatolia, rendendosi popolare per aver elargito parte dei suoi possedimenti agricoli a piccoli proprietari. Un aspetto non lo differenziava affatto da Atatürk: l’intolleranza verso le critiche che lo condussero a censurare la stampa, incarcerare giornalisti, perseguitare oppositori. Vecchio vizio del potere non solo turco, ma qui riprodotto e incrementato dall’aggiunta di nuove persecuzioni xenofobe. Tristemente famoso il pogrom antiellenico di Istanbul, partito dal rione di Pera, l’attuale Beyoğlu, e ampliato lungo le centralissime piazza Taksim e İstiklal Caddesi dove i mercanti di quella comunità conservavano storici esercizi. Dopo un decennio anche Menderes cadde vittima dell’intolleranza. Non solo venne deposto da un golpe militare (nel 1960, il primo della triade che asfissiò il Paese nei due decenni seguenti), ma l’anno successivo fu addirittura impiccato. Il suo luogo di detenzione era proprio l’isola di Yassıada. Quello di esecuzione l’isola di İmrali.

Stranezze dei ricorsi storici. Quest’ultima isola, più consistente del quasi-scoglio di Yassıada, ha continuato a essere un supercarcere speciale. Da trent’anni ospita uno dei più organici oppositori al politico diventato l’uomo simbolo della Turchia islamista. Parliamo del leader kurdo Öcalan opposto al presidente Erdoğan. Il primo è rinchiuso a İmrali dalla data della rocambolesca cattura: 1999. I due, fino a cinque anni addietro, avevano anche intavolato trattative per superare l’impasse d’un sanguinoso scontro interno. Poi Erdoğan ha mutato linea e i contrasti sono ripresi armati e feroci. Ieri ci sono stati due pronunciamenti: Öcalan tramite i suoi avvocati ha chiesto ai militanti kurdi - che dallo scorso novembre praticano uno sciopero della fame affinché cessi il suo isolamento - di terminare la protesta. Il gesto estremo ha condotto alla morte otto attivisti-prigionieri senza far mutare la posizione del governo. Il presidente turco ha reso esecutivo quanto già annunciato: nominare Yassıada ‘isola della democrazia e libertà’. Iniziativa meritoria, se ai pronunciamenti seguissero veri passi utili ad ampliare queste categorie che in più epoche e con differenti governi la Turchia ha negato e tuttora nega. Un segnale concreto sarebbe, modificare l’essenza anche di İmrali. E liberare tanti detenuti d’opposizione, kurdi e non, reclusi solo per le proprie idee oppure. Come accade a Öcalan, simbolo del sogno di autodeterminazione d’un popolo.

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