martedì 20 novembre 2018

Demirtaş, galera a vita


Sordo a ogni appello di libertà il presidente turco Erdoğan ha respinto l’appello della Corte europea dei diritti umani gli aveva rivolto in merito al caso Demirtaş. Il co-presidente del Partito democratico dei popoli (Hdp) venne arrestato due anni or sono a seguito dell’estensione a ogni opposizione politica della legge marziale adottata dopo il tentato colpo di stato del 15 luglio 2016. Il bersaglio primo era stata l’organizzazione gülenista diffusa in molte strutture dell’apparato statale: esercito, polizia, magistratura, istruzione, burocrazia alta e bassa. Ma accanto alle decine di migliaia di persone arrestate ed epurate dai pubblici incarichi il governo dell’Akp e il presidente in persona hanno cercato una vendetta diffusa, rivolta anche a parlamentari dell’opposizione com’è Demirtaş. A lui si attribuiscono rapporti col Partito kurdo dei lavoratori, messo al bando in Turchia e considerato organizzazione terrorista anche da Stati Uniti e Unione Europea. Per questo motivo il leader dell’Hdp è minacciato d’una pena di 142 anni di detenzione. I vertici dello Stato turco snobbano l’invito della Corte di Strasburgo, sostenendo di non sentirsi  affatto condizionati da quegli orientamenti che considerano le accuse rivolte a Demirtaş un’ingiustificata interferenza con la libertà di espressione e di opinione. Così le porte delle galere turche, che rinchiudono giornalisti, intellettuali, oltreché oppositori politici, serrano anche la libera circolazione e il ritorno all’attività politica del quarantacinquenne capo della formazione che fra il 2013 e il 2015 aveva compiuto un’avanzata diventando il terzo partito turco. Una posizione conservata al cospetto dell’elettorato da Demirtaş in persona che, pur carcerato, ha riportato l’8,5% dei consensi in occasione delle blindatissime consultazioni del giugno 2017 con cui Erdoğan ha avvìato il presidenzialismo più autoritario della storia nazionale.   

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