martedì 14 novembre 2017

Riyadh-Teheran: lotta per il Medio Oriente


Nella tenzone a distanza, più o meno ravvicinata, per sancire un’egemonia su un tratto sempre più vasto di Medioriente che va dal Mediterraneo alle province afghane, il confronto fra il sunnismo filo saudita e lo sciismo para iraniano amplia i propri orizzonti. La guerra in atto da tempo sul territorio siriano, ovviamente quella combattuta per interposte milizie, e il più recente conflitto yemenita aggiungono o possono aggiungere ulteriori scenari. In questi giorni gli osservatori discutono del caso libanese, che mostra il premier Hariri scegliere, o digerire forzatamente la scelta con tanto di propria cattività gestita dalla monarchia Saud, di riadattare ciò che aveva attuato nei mesi passati. Un governo da lui presieduto che, come accade da anni in quel Paese, comporta un compromesso fra il suo movimento-partito a maggioranza sunnita, le minoranze cristiane e druse, la cospicua componente sciita di Hezbollah. I cui referenti (Hariri medesimo, Aoun, Jumblatt, Nasrallah) continuano a dirigere le forze di appartenenza in quel che è l’unico governo possibile nella piccola nazione assediata dai tanti interessi presenti nel circondario, con occupazioni straniere e cupa memoria delle guerre civili trascorse. In aggiunta a una ricaduta del Paese dei cedri nel caos del conflitto interno, visto di buon occhio dagli appetiti geopolitici di attori vicini e lontani, c’è l’orizzonte di una nazione in guerra perenne, l’Afghanistan, egualmente coinvolta nel contrasto fra sunnismo e sciismo che è solo parzialmente un eterno conflitto religioso.
Fra gli scenari occupati dal jihadismo mondiale, il Paese dell’Hindu Kush è stato laboratorio di svariate versioni di scontro col neoimperialismo  occidentale e coi governi collaborazionisti da lui inventati. Certo, l’occupazione militare del territorio e il suo controllo geostrategico dal cielo (tutt’ora ben conservato dagli Usa) incrementa il concetto di lotta di liberazione nazionale incarnato dai talebani della prima ora (1996-2001) e proseguito dagli attuali epigoni. Il loro progetto incentrato sull’Emirato Islamico, guarda a confini nazionali propriamente dati. Conserverebbe, insomma, le attuali 34 province con l’unica contraddizione del cosiddetto Pashtunistan, area storicamente abitata dall’etnia pashtun a cavallo del confine afghano-pakistano, che ripercorre la divisione coloniale tracciata a fine Ottocento dalla Linea Durand. E comprenderebbe anche il Balucistan, una vastissima zona dell’Iran meridionale. Il Pashtunistan rientra nel più grande sogno del Califfato che sovrasta le odierne frontiere statali, obiettivo dell’Isis nell’esperienza lanciata tre anni fa fra Siria e Iraq, e di chi gli fa il verso, appunto in Afghanistan (il gruppo Wilayat Khorasan) e in Iran (quello Jandullah). Il fondamentalismo sunnita, che trova il sostegno teorico in certi predicatori wahhabiti radicati in Arabia Saudita e nel deobandismo di madrase pakistane, continua i suoi percorsi ideologici a supporto di conseguenti operazioni politiche e militari. Così l’Afghanistan, dove la guerra non è mai finita, conosce ulteriori percorsi e quella che anche organismi internazionali indicano come “fase di stallo” va decriptata e letta con le evoluzioni delle diverse tipologie dello scontro in atto.
La documentazione offerta dall’Ispettorato generale per la ricostruzione dell’Afghanistan (Sigar), che parla di momento di immobilità nelle contrapposte strategie di talebani e forze Nato, con una conservazione fino allo scorso agosto delle aree controllate (Nato e ANF oltre il 60% delle province con 20 milioni di abitanti; taliban circa il 40% del territorio, con 3,7 milioni di abitanti nelle zone direttamente controllate e 8 milioni in quelle con un’influenza instabile) si riferisce a una parte della contesa. Limitata, nei mesi passati, dalle trattative coi ‘talebani ortodossi’ che ora sembra naufragata, visto che al recente quadrangolare tenutosi in Oman fra esponenti afghani, pakistani, cinesi e americani i turbanti non hanno voluto partecipare, presi come sono dalla sfida a distanza ravvicinata con chi gli fa concorrenza. A ingarbugliare ancor più l’orizzonte conflittuale contribuiscono nuove unità armate come quella hazara della Divisione Fatemiyoun, impegnata in Siria e da poco tornata nella provincia di Bamian. Stanchi di essere solo bersagli di attentati (come quelli subìti nei mesi scorsi nelle proprie moschee) i membri di questa comunità possono passare dalla difesa all’attacco. Mentre il quadro generale vede naufragare non tanto l’idea di nazione, mai nata perché forgiata da Washington come Stato-fantoccio, ma la stessa coesistenza fra etnìe. E la strada percorsa e sfruttata a proprio vantaggio trent’anni addietro dai sanguinari Signori della guerra, può riaffacciarsi dietro le manovre, occulte e palesi, dei competitori regionali saudita e iraniano.  

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