domenica 20 settembre 2015

Akp: la spina elettorale

Fare i buoni, facendo dimenticare violenze verbali e fisiche di queste settimane. Assumere un atteggiamento conciliante e super partes è la tendenza che la direzione del Partito della Giustizia e dello Sviluppo propone per le caldissime elezioni del 1° novembre, forse nel timore che s’avveri quanto i sondaggi vanno diffondendo: un ulteriore ridimensionamento delle percentuali riscontrate nella consultazione di giugno. Così per porre rimedio al trend sfavorevole le liste elettorali dell’Akp vietano l’ingresso a candidati ingombranti. L’ultimo bocciato è l’avvocato Abrurrahim Boynukalın che in alcuni filmati visti anche in tivù s’era distinto per le veementi arringhe, esposte non in sede legale o politica, ma per strada. Precisamente sotto la sede della testata dell’Hürriyet che veniva assaltata da militanti islamici. Il giureconsulto-attivista non è nuovo a interventi minacciosi che apparivano anche sul web, di fronte a essi il premier Davutoğlu ha voluto porre un freno e censurarlo. Tagliato dalla nuova sfida elettorale anche l’onorevole dormiglione, Uğur Işilak, che a metà strada fra realismo e gossip, era stato colto dagli obiettivi dei fotografi in una totale caduta fra le braccia di Morfeo. In pieno dibattito parlamentare.
La scivolata del dormiglione è stata doppia visto che, nella personalissima campagna elettorale che l’aveva condotto al voto di giugno, l’arguto Uğur aveva agitato ossessivamente lo slogan: “Non sto andando in Parlamento per dormire”. Una dichiarazione d’intenti a dir poco avventata e comunque disattesa già alla terza sessione dei lavori della Camera. In quell’occasione non si discuteva dei temi cari al deputato (musica e arte) bensì della più scottante questione delle azioni terroristiche e dell’ordine pubblico; il capo dell’Esecutivo e gli stessi dirigenti del partito avevano già trascritto il nome dell’adepto sul libro nero. Ciò nonostante i servigi resi da Işilak al partito per il quale aveva composto il nuovo inno della campagna elettorale. Le sviolinate con cui nel refrain salutava Davutoğlu quale “vero nipote degli Ottomani” e “uomo probo” gli erano valse le derisioni di alcuni media. Nel restyling mostrato da una parte dell’Akp c’è anche l’amarcord sui princìpi fondatori del partito che sono stati disattesi e che devono essere rilanciati. Un ‘come eravamo’ che implica però un  ‘come siamo diventati’. Lo rammentano semplici attivisti vicini all’ex presidente Gül; questi nelle rare occasioni in cui viene intervistato, continua a ribadire le differenze fra l’avvìo dell’Akp e le pratiche assunte dalla linea erdoğaniana.
Gli spolveratori della linea d’antan rammentano l’imprinting dell’anticorruzione che sollevava speranze in milioni di elettori. L’impegno per lanciare senso etico, incremento dei diritti umani e civili, libertà di stampa, imparzialità della giustizia, trasparenza delle istituzioni. Sembra un altro mondo, visto che quelle parole d’ordine lanciate nella campagna politica del 2002, sono state tutte inesorabilmente calpestate, anno dopo anno. Un processo graduale ma costante che ha toccato il culmine quando, nel dicembre 2013 da un’indagine di alcuni magistrati, sono saltati fuori quattro nomi eccellenti dell’Esecutivo che, imbarazzati, non hanno potuto evitare le dimissioni. Immediata è però giunta la vendetta, anche perché nell’inchiesta era coinvolto Bilal, il rampollo del premier e un businessman saudita, Yasin El-Kadı, indagato anche per finanziamenti pro terrorismo islamico. Facendo seguito alla prassi governativa, avviata da tempo e consistente in un “turnover” nei settori giudiziario e militare, quei magistrati che indagavano sui quattro ministri e su imprenditori “fedeli” a Erdoğan sono stati rimossi. Eppure la diversificazione d’intenti e una sorta di voci fuori dal coro interne al partito di maggioranza contrarie ai colpi di mano dell’attuale presidente conducono altri membri a rivelare scontento.

Yaşar Yakış che è stato fra i fondatori dell’Akp, afferma di non accettare l’indiscriminato uso dell’immunità parlamentare con cui si blindano soggetti implicati in indagini. In un’intervista alla stampa turca ancora in grado di diffondere critiche, Yakış sostiene che bisogna rilanciare “la sperimentata campagna delle tre Y” (yolsuzluk, yoksulluk, yasaklar cioè una lotta a corruzione, povertà, proibizionismo) sebbene lui stesso sa che il partito ha abbandonato da tempo quegli impegni. Ed è fortunato se riguardo a divieti e proibizioni non subisce la medesima sorte dei numerosi  giornalisti incarcerati, indagati, sospesi. Gli ultimi casi portano i nomi di: Ahmet Altan ed Enver Ayserver. Il primo è indagato per aver espresso pareri durante un programma televisivo che criticava la repressione contro İpek Media Group (vicino a Fetullah Gülen), l’accusano d’insulti al presidente della Repubblica. Mentre Ayserver è stato sospeso d’ufficio dal Direttorato dell’Informazione di Istanbul che non gli ha rinnovato la tessera di giornalista. Nonostante le buone intenzioni e i mascheramenti per l’establishment dell’Akp far dimenticare l’aria che tira nell’intero Paese non sarà affatto semplice.

venerdì 18 settembre 2015

Cizre, cessato lo stato d’assedio non la campagna anti kurda

Da quando, cinque giorni or sono, lo stato d’assedio posto alla città kurda di Cizre è terminato, la popolazione ha recuperato l’uso delle strade, sebbene ovunque restano i segni della battaglia: fori di proiettili sui muri, bruciature, chiazze in terra e macerie, perché soldati e agenti hanno devastato luoghi pubblici e privati. Eppure nei luoghi dove sedici vittime sono cadute in terra con testa e petto squarciati dai cecchini è istintivo guardare in alto, sugli edifici. Tensione e paura sono tuttora diffuse, perché ciò che è accaduto per nove giorni filati la cittadina non lo viveva dall’inizio degli anni Novanta, epoca di un’altra terribile aggressione militare. Ma la lotta al terrorismo - ordinata nei giorni scorsi dal neo ministro dell’Interno ed ex capo della polizia di Istanbul, Selami Altinok e direttamente dal premier Davutoğlu - ha assunto toni di violenza cieca e sterminio generalizzati. E ciò che la co-sindaco Leyla İmret non può più affermare, perché esautorata dall’incarico direttamente dal ministro-poliziotto a causa delle proteste contro l’intervento dell’esercito sul suo territorio, è stato ribadito con sdegno da varie associazioni di diritti umani.
A esso s’è aggiunta l’irritazione dei medici che hanno ricordato come durante l’assedio le Forze Armate turche abbiano impedito l’accesso in città agli operatori delle strutture sia per verificare gli accadimenti, sia per portare soccorso ai feriti. Del resto le stesse ventidue vittime, soprattutto civili, sono state tenute in alcune celle frigorifero e nella moschea perché i soldati ne impedivano la sepoltura. La linea dura governativa è diventata espressamente crudele, perciò associazioni e politici kurdi chiedono che la comunità internazionale alzi la voce nei confronti di Ankara. Ora il vicepresidente dell’Associazione diritti umani di Dıyarbakır Raci Bilici, che spera in una marcia indietro dell’esecutivo sull’uso indiscriminato della violenza, ha auspicato un ritorno al dialogo fra le parti, cosa che parecchi politici dell’Hdp considerano un miracolo. Nel partito filo kurdo non c’è alcuna intenzione di sorvolare sulle pesantissime accuse rivolte dalla gente ai ministri dell’Interno Altinok e della Difesa Gönül che hanno soggiogato e vessato un’intera comunità.

“Dovevamo star chiusi in casa, privati per punizione di acqua ed energia elettrica, siamo stati anche senza cibo perché uscire significava essere bersagliati dai cecchini” è l’angoscioso ricordo ripetuto da centinaia di cittadini, pur fra coloro che non aderivano alla protesta. Dunque nei giorni neri di Cizre a poco è servita la presenza nel governo-ponte che prepara le elezioni di novembre dei deputati kurdi Konka (Affari Europei) e Dogan (Sviluppo). I due sono inseriti per regolamento,e certamente inascoltati, sulla linea di lotta al terrorismo rilanciata da Edoğan e Davutoğlu che annovera fra i fiancheggiatori dei guerriglieri del Pkk ogni esponente del Partito Democratico del Popolo, non escludendo probabilmente i ministri incaricati. Comunque il conflitto armato non si placa. Negli ultimi tre giorni altri venticinque soldati e quattro agenti di polizia, sono stati uccisi in azioni di guerriglia diffuse nel sud-est. Ad Hakkari, Zap, Dıyarbakır i colpi più duri, a Şirnak, Muş, Bingöl distruzioni di mezzi e attentati a caserme. Anche i guerriglieri lamentano la perdita d’un combattente: Delil Koçer il suo nome di battaglia. Era di Siirt, ha lasciato per sempre i compagni nei dintorni di Dıyarbakır.

giovedì 17 settembre 2015

Turchia, altri arresti nel conflitto fra gli Islam politici

Sullo scenario delle prossime elezioni turche continua ad aggirarsi lo spettro della sicurezza interna per quella guerra civile strisciante che in tre mesi ha tolto la vita a un centinaio di poliziotti e un numero imprecisato di kurdi, alcune centinaia fra guerriglieri del Pkk, attivisti dell’Hdp e di associazioni della società civile, semplici cittadini. La consultazione del 1° novembre potrebbe anche slittare se la violenza dovesse aumentare e prendere un diffuso sopravvento; una tipologia di scontro primordiale fatto di sassi, spranghe e molotov che di recente ha creato rinnovati pogrom verso la comunità kurda, e anche assalti a sedi di media nazionali. A gestirli i famigerati Lupi grigi, ultranazionalisti non nuovi a simili metodi, e gli stessi militanti dell’Akp. Erdoğan e Davutoğlu nei rispettivi ruoli hanno stimmatizzato quegli avvenimenti, ma i loro focosi interventi pubblici contro il così definito “terrorismo del Pkk” avevano rappresentato un innesco nient’affatto secondario. Rinunciare alla prova dell’urna per ragioni d’ordine pubblico rappresenterebbe un grosso smacco all’immagine del partito di maggioranza che tiene in vita un governo di transizione.
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Verrebbe a sottolineare la sua perdita d’autorità e di controllo del territorio, elementi apparsi palesi negli ultimi due anni nonostante l’ennesimo successo ottenuto da Erdoğan alle presidenziali che l’opponevano a Ihsanoğlu e Demirtaș. In molti sostengono come il ‘sultano’ punti tutto su questa tornata elettorale dopo il blocco al disegno presidenzialista riscontrato il 7 giugno. Ridimensionare numericamente l’Hdp significherebbe riportarlo al di sotto della soglia del 10%, privarlo di quegli 80 deputati che hanno stravolto la rappresentanza nel Parlamento turco, sottraendo al partito di maggioranza i numeri necessari ad attivare la trasformazione costituzionale tanto agognata dal presidente. Per prepararsi all’evento Erdoğan sa che deve controllare l’informazione sulla quale s’appoggia l’80% dell’elettorato. L’attacco all’attività giornalistica, alla libera stampa, ai reporter considerati avversi è in atto da tempo. Ne sa qualcosa l’Hürriyet che s’è visto piombare in redazione poliziotti ala cacci di cronisti e direttore e supporter islamici sotto la sede per devastazioni. Ma un nemico dichiarato è il movimento Hizmet, promosso dall’ormai arcinoto imam Fetullah Gülen, forte nei media (sue le testate Zaman e Hizmet), nei contatti economico-finanziari, finanche fra le fila di polizia e magistratura.

In questi due settori dal 2011 l’Erdoğan premier ha fatto pesare i suoi poteri attuando un repulisti di personale fedele sia al kemalismo, sia alla Confraternita islamista. Un puro scontro per il potere contro i nemici fra cui è entrato l’ex sodale Gülen. Ieri l’ennesimo attacco a suon di manette è giunto per undici imprenditori, tutti d’impronta gülenista, di cui l’immobiliarista Memduh Boydak è il nome più noto. Un tempo agevolato dal governo in carica, come altri impresari fedeli, e allargatosi ai settori energetico e bancario, due rami strategici con cui la politica ama dialogare per i benefici di ritorno. Sembra, però, che per lui la festa sia finita. E’ indagato per l’ottenimento di terreni da parte della fondazione dell’Università di Meliksah che da Boydak viene amministrata. Un’altra faccia del conflitto a colpi di blitz di due fazioni della magistratura che due anni addietro incastrava Bilal, il figlio di Erdoğan, per corruzione e denaro imboscato e che dopo la rimozione (governativa) del procuratore indagatore è rimasto in sospeso. Come lo scontro a distanza fra il grande vecchio dell’Islam politico turco e il suo incarnato che si combattono senza esclusione di colpi. Ciò che è accaduto col voto dello scorso giugno rappresenta una conseguenza della lotta di logoramento gülenista che, secondo alcuni analisti, avrebbe mangiato voti alla creatura politica di Erdoğan per bloccare il suo golpe presidenzialista. E la partita continua.

Siria, occhi infantili sulla guerra

Li abbiamo visti sbarcare speranzosi aggrappati al collo dei genitori, e in marcia a piedi sui binari. Sorridere alle facce cupe degli agenti e tendere la mano con quel che avevano. Mostrare il cuore con la semplicità che solo l’età dell’oro che è l’avvìo alla vita riesce a dare. Eppure l’infanzia dei bambini siriani è durissima, ormai per tutti: i poveri e diseredati e anche chi appartiene a quei ceti medi rimasti fino a poco tempo fa fedeli al regime che li garantiva. Metà della popolazione d’uno Stato maciullato è in fuga. Fra una sosta in tenda che fraziona un viaggio infinito, l’ansia del mare oscuro da traversare seppure per poche miglia, la nuova terra, quella promessa di cui parlano e urlano i grandi e che riserva soprese di rinnovata violenza, gli occhi dei bambini fotografano orizzonti da conquistare, incamerano messaggi e, appena possono, ne lanciano altri. Egualmente per chi è ancora sui campi dove si spara e si sgozza, per chi si prepara a partire o non lo farà mai lo scenario si ripete. Ossessivamente. Se hanno quattro anni questi bimbi, nati con la morte al fianco, vedono il mondo segnato di rosso. Il rosso sangue che li circonda e ne soffoca i sentimenti. Come accade alle vittime infantili e civili d’ogni guerra, certo, ma oggi sulla scena ci sono loro. Se parlarne sa di buonismo, chissà come definire chi se ne frega della loro esistenza, e giustifica i propri misfatti con la sanguinaria presenza di altri assassini: i tagliagole islamici, i meschini capi di Stato che da ogni sponda giocano al Risiko delle spartizioni e alleanze di terre e di genti. Troppo semplici queste valutazioni per i profondi temi della geopolitica che riprendono e studiano ciò che la Teoria del Potere ha sempre avallato. Già, ma questo non entra ancora nella testa dei bambini, i loro occhi scrutano e ricordano. E alla Caritas di Jaramana, alle porte di Damasco, hanno riprodotto l’orrore conosciuto che difficilmente una vita intera, se riusciranno a viverla, attenuerà. Com’è stato per tutti i sopravvissuti dalle barbarie. Questioni che gli Statisti del mondo non possono comprendere, se il mondo che inseguono è fatto di carri e bombardieri. E d’infinite macchie rosse.  
  

sabato 12 settembre 2015

Il cuore in un biscotto


Il cuore e la Ragion di Stato, s’incontrano sulla ferrovia nei pressi di Szeged, Ungheria. Nazione ormai fatta di filo spinato e poliziotti. Ligi, attenti, severi come da ordini superiori che hanno detto no all’arrivo della fiumana di migranti della guerra e della fame. Poi sì, ma con riserva fino al 15 settembre quando il leader e nuovo padrone del Paese ordinerà di richiudere ogni varco. Intanto uomini, donne e bambini, cercatori di rifugio, varcano e vagano finché possono, sognando un’altra vita che si chiami Germania, Merkel, Svezia, Europa… Nomi più che luoghi e personaggi politici. Possibilità d’avere un domani di fronte al nulla del limbo in cui il destino li ha spinti. E’ già autunno inoltrato nel ventre del continente che li accoglie e li respinge, pianificando cosa fare, cosa conviene alla macroeconomia e alle strategie geopolitiche. Ciascun rifugiato, i bambini su tutti, ha poco con sé perché il viaggio non permetteva di portarsi qualcosa in più: un maglione, un k-way, scarpe adeguate a una meteorologia differente dal tepore Mediorientale. Oppure la solidarietà dei teneri e compassionevoli, secondo altri programmatori del business dell’accoglienza, ha offerto un giacchino, coloratissimo. Quello giallo shock su un corpicino fermo a lato delle traversine dei binari, tende un biscotto a un agente che stupito schiva l’offerta. Forse vorrebbe riceverlo, però la divisa, i colleghi, il capo manipolo, Orbán stesso l’avrebbero redarguito. Così cerca di cavarsela con una smorfia imbarazzata. Egualmente imbarazzati altri agenti mascherati osservano oppure guardano altrove. Un comportamento che l’establishment occidentale e i suoi elettori attuano da tempo verso drammi cresciuti esponenzialmente, come i conflitti internazionali, che vengono ignorati o fomentati, per poi stupirsi della marea umana che “invade” i nostri confini e ci tende la mano. In tanti casi non solo per prendere, ma per offrire spontaneamente quel che può dare.