Più della subdola efficienza del bombarolo Mossad e ben oltre la prepotente smania del presidente americano che usa azioni di guerra per pacificazioni affaristiche, è la pressione economico-finanziaria la tenaglia distruttiva ancorata da almeno un quindicennio al regime degli ayatollah. Anche nei momenti della sedicente distensione che con la prima e seconda amministrazione Obama conosceva un patteggiamento sul nucleare, seppure nell’Iran ufficiale s’aggirasse lo spettro di Ahmadinejad, le aperture ai mercati, ai commerci, al turismo hanno continuato a subire sanzioni economiche e dovevano convivere con lo strangolamento delle transazioni finanziarie. E’ la tecnofinanza dei giganti dei movimenti globali di denaro, a maggioranza statunitense, con le sue società di servizi finanziari a condizionare la vita di amici e avversari della Casa Bianca. E per gli Stati Uniti, non gli attuali Maga di Trump ma già quelli di Carter che cadde sul defatigante braccio di ferro dei 444 giorni coi basij, Teheran e dintorni rappresentano l’Asse del male. Ovviamente la Storia non si ferma. La coesione della nazione persiana che disarcionava il Pahlavi amico-servitore di Washington è mutata; l’Iran plasmato da Khomeini è assai differente anche da quello che ha visto, continuatori e contestatori della linea del Ruhollah, contestatori interni al sistema clericale che lo stesso partito tuttora aggrappato alle leve del potere - i Pasdaran - accettano per compromesso interessato e a loro vantaggioso. Ma la partita di chi vorrebbe scacciare i turbanti con tumulti e chi vuole schiacciare i tumultuanti è da anni aperta e, tuttora, senza sbocchi. Per lo stesso motivo messo metaforicamente in pellicola dal regista oppositore Panahi nell’ultimo premiatissimo lavoro: Un semplice incidente. L’oppressore-servitore del regime è odiato da vari protagonisti, giovani e meno giovani, ma al di là dal suo incarnare la normalità di un’esistenza all’apparenza ordinaria con famiglia più o meno serena, e pur rischiando la vita in una vendetta nata da una macchina che s’inceppa vede i “rapitori” disorientati dalla mancanza d’un percorso percorribile: si può far fuori uno scherano, come i loro padri e nonni avevano fatto coi criminali della Savak, ma il futuro resta avvolto nella nebbia.
Certo, in questi giorni di rabbia spontanea, ancora contenuta e non di massa, dalla capitale a Mashhad e Shiraz, passando per villaggi nelle aree già più volte ribelli del Beluchistan, nuovamente prevalgono i fumi dei lacrimogeni e pure i colpi d’arma da fuoco che hanno steso e ucciso. E mentre si conteggiano finora sette vittime, alcuni fotogrammi di sassaiole contro i ‘motociclisti in nero’ paiono fotocopie di quanto visto nelle ciclopiche contestazioni di tre anni or sono. Dall’ennesimo crollo del valore del rial giunto a un milione e mezzo (sic) verso un dollaro, è il rango mercantile, quei bazari mai stati mostazafin ad avercela col governo. E’ il ceto medio, ormai inesistente, a risentirsi con chi non gli garantisce neppure affari di piccolo cabotaggio. Soffocati anch’essi da un meccanismo che porta al collasso l’economia nazionale. Tuttora galleggiano (ma fino a quando?) i trust delle Fondazioni, invece gli stessi medi commercianti virano verso un impoverimento per loro insopportabile. Eccoli, dunque, per via a gridare contro un governo che tradisce la propria fedeltà alla conservazione, di casta, ma tant’è. E le altre conosciute voci d’opposizione dalla sponda riformista, a quella femminista e anche separatista, viaggiano su un terreno che è di mantenimento dei valori nazionali, evitando un ritorno al passato d’asservimento imperialista o di terrorismo para sionista. Secondo un osservatore interno: “Quando anche farmaci di prima necessità come gli antibiotici sono introvabili o diventano merce da mercato nero irraggiungibile per molti, la misura è colma”. E scatta la stessa rabbia, che nel 2019 aveva prodotto una simile ribellione per ragioni energetiche e che in un Paese terzo produttore mondiale di gas e fra i primi dieci di petrolio, pare una bestemmia. Eppure così va l’attuale Iran. Lo stesso analista critico aggiunge: “Gli iraniani attualmente in piazza non chiedono lo smantellamento del loro Paese; chiedono il ripristino della loro dignità, un sollievo economico e la fine della punizione collettiva che ha svuotato le loro vite”. Troppo accomodante? Di sicuro l'attuale crisi è frutto d’una punizione collettiva che la popolazione non merita, Khamenei e Pasdaran o meno.

