mercoledì 7 gennaio 2026

Rabbia e vaghezza

 


Cambio di regime in Iran? Gli analisti sono dubbiosi, i bazari addirittura contrari. Certo sono arrabbiati, arrabbiatissimi. Il loro status conservatore, a lungo base elettorale proprio del sistema khomeinista, alza la voce rimpiangendo il ruolo mediano fra il Paese che cambia e vorrebbe contare sul versante istituzionale e le vestigia d’un passato-presente clerical-militare. Tranne alcune storiche imprese familiari dislocate più sull’import-export di generi anche lussuosi come i celebri tappeti, il mercante medio del bazar è quella figura minuta che ha compiuto la scalata sociale anche in epoca di conflitti esterni e contrasti interni, ma non era mai stata stritolata com’è accaduto nell’ultimo quindicennio. La guerra economica ribadita dall’Occidente americano e da quello filostatunitense dell’Unione Europea dall’epoca della prima amministrazione Obama ha continuato a inasprirsi e politicizzarsi. L’intento era ed è fare a pezzi un sistema politico che già alla nascita, con le forzature di Khomeini creatore del velayat-e faqih cioè la ‘tutela del giurisperito’ contro il pensiero del grande ayatollah Tabatabei Qomi e forzando la mano sul credo solo spirituale sostenuto da Shariatmadari, puntava a una deflagrazione interna. Eppure, decennio dopo decennio, finora non è accaduto. E’ noto quanto nelle vicende iraniane abbiano contato il marchio nazionale contro l’imperialismo, il disegno di riscatto marxista plasmato dal “chierico sessantottino” Shariati verso i ceti poveri e marginali, il ‘leninismo’ khomeinista contro i rivoluzionari mujaheddin e feddayn, la difesa patria contro l’invasione d’un Saddam Hussein all’epoca foraggiato proprio dalla Casa Bianca. Tutto ovviamente passato. Come le generazioni che si sono succedute nel mito martirizzante di Kerbala, roba che pure un odierno diciottenne con una filiera parentale immolata in quei momenti stenta a comprendere, come hanno fatto i fratelli maggiori influenzati dal sound anticonfessionale dei Confess e dalle domande esistenzial-cinematografiche di Panahi. Però l’Iran che vuol voltar pagina davanti a quel decrepito monumento che è Ali Khamenei e al per nulla amato simbolo della Guida Suprema, giudice non solo di morale e controversie ma d’ogni respiro istituzionale (grazie e referendum, richiami ai magistrati e ordini ai militari, governi e presidenti eletti) vive nel limbo di chi vuole avvantaggiarsi da una simile delegittimizzazione: l’America dell’assedio economico e l’Israele killer di persone, chiunque siano, pasdaran di rango, ingegneri nucleari e pure inermi cittadini. 

 

Voci stonate e dissennate inneggianti a Ciro Pahlavi hanno sèguito nei rifugi dorati dove epigoni e nostalgici dello Shah trascorrono da decenni i loro giorni, ma le stesse rabbiose facce represse in più occasioni e da ultimo sull’onda del movimento “Donna-vita-libertà” vorrebbero altro dalle soluzioni suggerite dai demolitori strutturali dell’esistenza nella storica regione persiana. Così le energie giovanili che da giorni protestano in tanti punti del Paese affiancando la rivolta mercantile, nel proprio micro reddito di  impiegati, facchini, dottoresse e ingegneri tutti sottopagati risentono della batosta inflattiva che flagella dal 2012 ogni categoria. Magari talune lobbies legate agli apparati della sicurezza protetti da certe Bonyad riescono a tenere su i salari di basij e pasdaran. Forse, non è detto. Questi apparati risultano un po’ più protetti, visto che gestiscono direttamente capitali. Comunque nel commercio e nelle transazioni finanziarie tutti sono sotto scacco perché devono rapportarsi ai sistemi di pagamento globali detenuti da circuiti statunitensi, fatte salve eccezioni come China UnionPay. Così l’assedio economico s’è trasformato in tenaglia geopolitica, arma potentissima per soggiogare avversari trattati come paria, con la caratteristica che l’umiliante ruolo si riflette sull’intera popolazione, e chi sta peggio sono paradossalmente i più esterni al regime, i meno garantiti da tratti lavorativi, adesioni confessionali, appartenenze d’apparato. Certo, l’esasperazione da paniere della spesa vuoto o semivuoto, la stizza di tasche impossibili da riempire con migliaia di banconote che sono di fatto carta straccia visto che occorre un milione e mezzo di rial per fare un dollaro, eppure nei trenta e più centri urbani (molti minuti: Neyriz, Malekshahi, Izeh, Marvdasht, Azna, Kavar, Hafshejan, Qom, Kermanshah) dove si bruciano auto, si spara e si muore la rabbia monta, le soluzioni scarseggiano. Sempre più marginale il desiderio di comprendere e venire incontro alla protesta ch’era stato espresso dal presidente Pezeshkian, moderato e colloquiante con la popolazione ostile, i suoi margini di manovra paiono ristretti, i falchi lo attaccano da mesi. Fra le accuse l’inadeguatezza di taluni ministri prescelti, il più chiacchierato quello dell’economia Hemmani accusato da 182 parlamentari su 290 d’aver dato un ulteriore colpo negativo all’instabile conduzione produttiva con la privatizzazione del marchio automobilistico Iran Khodro (in partenership con Renault e Peugeot) imputato d’un diffuso sistema clientelare. Dimessosi Hemmani torna in auge in questi giorni, sostituendo come governatore della Banca Centrale il rimosso Reza Farzin. Che il Paese manchi di soluzioni e volti rassicuranti, è una crudele realtà.

sabato 3 gennaio 2026

Guerra economica

 


Più della subdola efficienza del bombarolo Mossad e ben oltre la prepotente smania del presidente americano che usa azioni di guerra per pacificazioni affaristiche, è la pressione economico-finanziaria la tenaglia distruttiva ancorata da almeno un quindicennio al regime degli ayatollah. Anche nei momenti della sedicente distensione che con la prima e seconda amministrazione Obama conosceva un patteggiamento sul nucleare, seppure nell’Iran ufficiale s’aggirasse lo spettro di Ahmadinejad, le aperture ai mercati, ai commerci, al turismo hanno continuato a subire sanzioni economiche e dovevano convivere con lo strangolamento delle transazioni finanziarie. E’ la tecnofinanza dei giganti dei movimenti globali di denaro, a maggioranza statunitense, con le sue società di servizi finanziari a condizionare la vita di amici e avversari della Casa Bianca. E per gli Stati Uniti, non gli attuali Maga di Trump ma già quelli di Carter che cadde sul defatigante braccio di ferro dei 444 giorni coi basij, Teheran e dintorni rappresentano l’Asse del male. Ovviamente la Storia non si ferma. La coesione della nazione persiana che disarcionava il Pahlavi amico-servitore di Washington è mutata; l’Iran plasmato da Khomeini è assai differente anche da quello che ha visto, continuatori e contestatori della linea del Ruhollah, contestatori interni al sistema clericale che lo stesso partito tuttora aggrappato alle leve del potere - i Pasdaran - accettano per compromesso interessato e a loro vantaggioso. Ma la partita di chi vorrebbe scacciare i turbanti con tumulti e chi vuole schiacciare i tumultuanti è da anni aperta e, tuttora, senza sbocchi. Per lo stesso motivo messo metaforicamente in pellicola dal regista oppositore Panahi nell’ultimo premiatissimo lavoro: Un semplice incidente. L’oppressore-servitore del regime è odiato da vari protagonisti, giovani e meno giovani, ma al di là dal suo incarnare la normalità di un’esistenza all’apparenza ordinaria con famiglia più o meno serena, e pur rischiando la vita in una vendetta nata da una macchina che s’inceppa vede i “rapitori” disorientati dalla mancanza d’un percorso percorribile: si può far fuori uno scherano, come i loro padri e nonni avevano fatto coi criminali della Savak, ma il futuro resta avvolto nella nebbia.

 

Certo, in questi giorni di rabbia spontanea, ancora contenuta e non di massa, dalla capitale a Mashhad e Shiraz, passando per villaggi nelle aree già più volte ribelli del Beluchistan, nuovamente prevalgono i fumi dei lacrimogeni e pure i colpi d’arma da fuoco che hanno steso e ucciso. E mentre si conteggiano finora sette vittime, alcuni fotogrammi di sassaiole contro i ‘motociclisti in nero’ paiono fotocopie di quanto visto nelle ciclopiche contestazioni di tre anni or sono. Dall’ennesimo crollo del valore del rial giunto a un milione e mezzo (sic) verso un dollaro, è il rango mercantile, quei bazari mai stati mostazafin ad avercela col governo. E’ il ceto medio, ormai inesistente, a risentirsi con chi non gli garantisce neppure affari di piccolo cabotaggio. Soffocati anch’essi da un meccanismo che porta al collasso l’economia nazionale. Tuttora galleggiano (ma fino a quando?) i trust delle Fondazioni, invece gli stessi medi commercianti virano verso un impoverimento per loro insopportabile. Eccoli, dunque, per via a gridare contro un governo che tradisce la propria fedeltà alla conservazione, di casta, ma tant’è. E le altre conosciute voci d’opposizione dalla sponda riformista, a quella femminista e anche separatista, viaggiano su un terreno che è di mantenimento dei valori nazionali, evitando un ritorno al passato d’asservimento imperialista o di terrorismo para sionista. Secondo un osservatore interno: “Quando anche farmaci di prima necessità come gli antibiotici sono introvabili o diventano merce da mercato nero irraggiungibile per molti, la misura è colma”. E scatta la stessa rabbia, che nel 2019 aveva prodotto una simile ribellione per ragioni energetiche e che in un Paese terzo produttore mondiale di gas e fra i primi dieci di petrolio, pare una bestemmia. Eppure così va l’attuale Iran. Lo stesso analista critico aggiunge: “Gli iraniani attualmente in piazza non chiedono lo smantellamento del loro Paese; chiedono il ripristino della loro dignità, un sollievo economico e la fine della punizione collettiva che ha svuotato le loro vite”. Troppo accomodante? Di sicuro l'attuale crisi è frutto d’una punizione collettiva che la popolazione non merita, Khamenei e Pasdaran o meno.

venerdì 26 dicembre 2025

L'anima d’un dramma

 


Cinquant’anni di vita trascorsi a recitare, condurre artisticamente, documentare, testimoniare in maniera nonviolenta le violenze dello Stato dove viveva. Se ne va a settantadue anni Mohammed Bakri, attore e regista nato a Bi’ina, cuore arabo della Galilea che il suo cuore non più ha retto per la deriva presa dalla lacerazione dell’amato popolo palestinese. Una deriva iniziata prima della nascita di Bakri che lui aveva saputo raccontare e interpretare. Partendo dal basso, ultimo nato in una famiglia biblica, numerosissima e umilissima, con dodici fra sorelle e fratelli cresciuti da una casalinga e un tagliatore di pietre. Mohammed riuscì a studiare, a laurearsi in arte drammatica, poi poco più che ventenne mise su una famiglia propria con la moglie Layla e una prole di sei figli. L’esposizione dei fatti, l’interpretazione dei drammi collettivi e personali hanno rappresentato il bagaglio con cui ha messo talento e dedizione al servizio della causa d’una popolazione soggiogata. Fra i vari film, i tanti volti plasmati, due opere restano nella memoria degli spettatori: il documentario Jenin, Jenin (2002), e la pellicola Private (2004). La prima opera mostra gli effetti della devastazione dell’omonimo campo-profughi da parte dell’esercito israeliano nei primi dieci giorni dell’aprile 2002, durante la Seconda Intifada. Bakri s’infilò fra gli abitanti di baracche e abitazioni dopo l’assalto di Tsahal capace di produrre un numero imprecisato di vittime. Le versioni palestinese (centinaia di morti), delle Nazioni Unite (cinquecento), di Human Rights Watch (oltre cinquanta) divergono parecchio, Israele s’è sempre guardato dal fornire dati. Però lanciò una campagna contro il lavoro del regista che raccoglieva i ricordi dei sopravvissuti. L’accusa era quella d’un servizio alla propaganda di parte, così sul film calò la censura mentre Bakri, accusato di antisionismo fu citato in giudizio da alcuni militari attivi nell’operazione a Jenin. In alcuni Paesi, fra cui l’Italia, il documentario venne proiettato informalmente, ma non ebbe la divulgazione che meritava. Poi nel 2020 un funzionario e un colonnello israeliani, riaprirono le ostilità legali chiedendo un indennizzo al regista accusato di diffamazione e la diffusione del filmato venne ancora una volta interrotta. In Private, del regista italiano Saverio Costanzo, Bakri presta il volto a un professore palestinese che con la famiglia abita una casa finita interposta fra un villaggio di conterranei e una recente colonia ebraica. Quell’edificio diviene un obiettivo dell’esercito di Israele che va a occuparla, tagliando vita, emozioni, sentimenti, spazi ai legittimi abitanti e proprietari. Nel microcosmo familiare si ricrea la condizione di privazione, subalternità, abuso che gli abitanti dei villaggi hanno conosciuto sul proprio territorio già agli inizi del Novecento con la diffusione del sionismo. Per poi vederne l’esplosione con la creazione dello Stato d’Israele e subendo, decennio dopo decennio, la subdola tattica degli insediamenti coloniali, altra faccia dell’occupazione. Mentre la presenza piena dell’attore Mohammed, il suo volto scarno e vivissimo, profondo e amaro anche nei momenti di radioso sorriso per quel che sapeva divulgare con professionalità e coscienza, mancherà al popolo palestinese e mancherà al pubblico. Entrambi comunque non ne dimenticano la forza d’animo, quella che i militari e i politici d’Israele hanno sempre temuto.   

martedì 23 dicembre 2025

Superare Khamenei

 


Secondo alcuni detrattori del potere degli ayatollah, il fuoco continua a covare sotto la cenere della repressione successiva ai moti per la morte di Masha Amini e, nonostante l’amalgama nazionale prodotto dagli attacchi esterni, israeliani in primo luogo e statunitensi di rimando, la prossima primavera iraniana potrebbe ripresentarsi calda. Occorre capire quanto il desiderio di costoro condizioni l’effettiva realtà. Gli analisti osservano talune attuali manovre che il passare del tempo rende necessarie: predisporre la sostituzione dell’ottantaseienne Ali Khamenei nel ruolo i Guida Suprema. Khamenei è una sorta di monumento dell’Iran islamico, in lui coincidono la carica e l’uomo. La linea khomeinista che, decennio dopo decennio, tanto ingombro ha creato alla rivoluzione iraniana assieme al velajat-e faqih e l’uomo prescelto per la bisogna, un fedelissimo preferito al marja Ali Montazeri. Dato per spacciato già all’epoca della presidenza di Ahmadinejad per un tumore alla prostata, l’attuale massimo chierico iraniano ha mostrato una pelle dura e duratura, giungendo anche a isolare quel presidente che con un pezzo del partito dei Pasdaran, voleva liquidare il clero o comunque ridimensionarne affari e comando. Invece Khamenei e l’ala tradizionalista di Qom hanno avuto la meglio su quelle manovre, e poi sull’Onda verde che quindici anni or sono voleva spodestarli e sui riformatori alla Mousavi, prosecutori delle idee dell’ex presidente Khatami. Fra proteste e repressioni sono prevalsi gli interregni del diplomatico Rohani, e dopo la misteriosa scomparsa del conservatore Raisi caduto in elicottero mentre viaggiava verso Tabriz, episodio avvolto nella nebbia non solo meteorologica, s’è giunti nel luglio 2024 alla presidenza del moderato Pezeskhian. Vivace come sempre sia sul versante della contestazione del sistema sia su quello della sua conservazione, la politica iraniana sta manovrando per il dopo Khamenei. E mentre il ridimensionamento del potere temporale del clero a favore d’un ritorno al quel quietismo che a lungo ha tenuto i turbanti lontani dalle cronache pare un obiettivo poco praticabile, c’è chi lavora per avviare l’era post Khamenei. L’iniziativa si muove attorno a nomi di chierici noti, il già citato settantasettenne ex presidente Rohani e un nipote celebre: Hassan Khomeini, cognome che conduce direttamente al nonno Ruhollah. Il loro intervento punta al mantenimento della posizione centrale del clero in politica e della figura della Guida Suprema, dotata dell’ultima parola un po’ su tutto, Parlamento e organi istituzionali compresi (Consiglio dei Guardiani che filtra i candidati alla presidenza, Assemblea degli Esperti che elegge proprio la Guida Suprema). Fra gli ottantotto membri dell’attuale Assemblea degli Esperti, entrata in carica nel maggio 2024 e presieduta da Movahedi Kermani, ci sono Ahmad Khatami (non è parente dell’ex presidente riformista bensì un acceso principìsta che fa quasi rimpiangere Yadzi, il veterano della corrente fondamentalista). 

 

Quindi  Mohsen Qomi, membro dell’Associazione del clero combattente; Hosseini Busheri, momentaneo imam della preghiera del venerdì a Qom; l’iracheno Mohsen Araki (è nato nella città santa di Najaf); Abbas Ka’abi che nel 2022 reclamava la pena di morte per i partecipanti alle proteste, bollati come anti nazionali. Ma è oltre i singoli ayatollah che guardano e tessono rapporti i due chierici vaganti a caccia di sostegno. Nelle mire di chi prevarrà ci sono lobbies e apparati che nel caso dei Pasdaran sono tendenzialmente laici, per quanto la via intrapresa da Khamenei dopo il tentativo di golpe anti clero orchestrato da Ahmadinejad ha scelto la soluzione d’un vincolo più profondo coi generali delle Guardie della Rivoluzione, concedendo loro maggiori affari. Eppure il peggior nemico, oltre all’infiltrazione di agenti del Mossad che da tempo mettono a repentaglio la sicurezza colpendo entro i confini nazionali, continuano a essere la recessione economica e il soffocamento provocato dalle sanzioni, capaci d’influenzare entrate e uscite, da quella tecnologica di missili e droni che hanno un proprio mercato mediorientale e asiatico a quella pacifica del turismo. Questo proprio durante il doppio mandato di Rohani aveva ripreso fiato, come pure le trattative sul nucleare tramite l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica incappate nei blocchi occidentali e ultimamente nella malvolenza trumpiana. Proprio per il peso che la politica estera continua ad avere sull’Iran interno il ‘pensionamento’ dell’anziano leader, che ha orientato un buon tratto della ragion di Stato iraniana con la lotta a Israele tramite l’Asse della Resistenza, appare un passo necessario. Per mutare rotta? Si vedrà. Mentre il rapporto con la Russia, rafforzato dal comune denominatore degli embarghi e già praticato sul terreno bellico durante il sostegno al regime di Asad nella straziante guerra in Siria, è uno dei tasselli che puntellano l’uscita da un angolo in cui la potenza regionale iraniana è finita in un Medioriente squassato dal Risiko internazionale. Eppure non basta. Chiunque dovesse essere la nuova Guida Suprema, il terzo candidato Mojtaba Khamenei, chiamato in causa un anno fa, è considerato da svariati osservatori una “non ipotesi”. Le ragioni afferiscono proprio alla fedeltà al khomeinismo, contrario a qualsiasi linea diretta ereditaria, invece quella d’un nipote non verrebbe considerata tale per il passaggio d’una generazione. Comunque ben oltre la figura sarà la sostanza e dunque la linea futura a rappresentare il non facile ingombro con cui Rohani, Khomeini junior o chi per loro dovrà cimentarsi. E’ l’intreccio geopolitico ed economico dell’area, è il giro delle alleanze per intenti e interessi e non solo per legami confessionali, com’è accaduto per un quarantennio, a dover relazionare il domani iraniano. Una scommessa da giocare come Paese sciita ma non solo. Per non finire isolato e abbandonato. 


 

 

sabato 20 dicembre 2025

Città proibita

 


Quel che resta delle città, del modello di città, se non ideale come nell’Umanesimo, della città del genere umano e dunque umana, è praticamente nulla. Tutto diventa supermarket assoluto, fatto di compere e scarti, per quelli che possono spendere, tanto o poco non importa, l’importante è consumare. Viviamo nelle città della consunzione delle idee, non certo degli ideali seppelliti dagli amministratori se mai ne hanno avuti. Chiedete a certi sindaci “illuminati” che gestiscono il carillon delle nostre belle città, quali sono i progetti nel paniere. Risponderanno: riqualificare. Ma delle riqualificazioni in corso, cui il cittadino ben felice dà il benvenuto se si tratta di metrò attesi da cinquant’anni, e lo darebbe pure ad abitazioni a prezzi calmierati, appare ben altro. Piani e progetti che pongono sopra ogni cosa la città del cemento. Privato e costoso. Costosissimo. Come gli ‘edifici boscosi’ per una verbosità immobiliare che ridisegna angoli urbani rimasti spogli per decenni, proponendo solo un mercato edilizio del lusso e dell’ultra lusso. La nuova veste dell’Italia da rilanciare, a suon di edificazioni e delle solite tangenti (che per gli uomini d’impresa e i politici sodali sono il male minore) segue uno schema trito ma riprofumato: creare con magniloquenti cubature terra-cielo spazi urbani dove si sta già stipati, come nel traffico nelle ore di punta. Una progettualità ingombrante che produce altro traffico, a meno che il bravo assessore alla mobilità, disegni improbabili piste ciclabili larghe poco più d’un metro e ovviamente a doppia viabilità, predisposte pure per podisti e pedoni. Nella capitale d’Italia funziona così. Infatti i ciclisti lamentano più incidenti su alcune “ciclabili” che per le ordinarie vie. Lì, certo, si rischia la vita visto che i Tir (non quelli funzionali ai lavori pubblici, i Tir del commercio e dello smercio) transitano ovunque, mentre i furgoni dei santificati prodotti caricano e scaricano in tutte le ore del giorno, alla faccia dei vigili urbani che di per sé se ne infischiano poiché semplicemente non stazionano per strada. Al più vagano sulle auto di servizio, qua e là per la città. E c’è un’altra Grande Bellezza che la tipologia di assessore-imprenditore, in vari casi funziona così ma dicono non si tratti d’un conflitto d’interessi, predispone per la gioia e la sfiga di chi abita nelle metropoli italiane: l’affarismo turistico. Programmando un futuro glorioso dove gli abitanti ordinari servono a pagare addizionali e recarsi alle urne, per il resto possono fare da spettatori alle metamorfosi pensate dai signori assessori: filiere di mangifici e aperitivifici, overdose di pullman e carovane di noleggiatori parcheggiati un po’ ovunque, anche dove il tassista di per sé protetto non può sostare. E ovviamente eventi. Ogni tipologia di sfilata modaiola, canora, folklorica poiché la metropoli tentacolare diventata spettacolare deve roteare e stupire ben oltre un fuoco d’artificio barocco. Deve stordire e far girare denaro. Per chi può spendere e godere del grande Luna Park inventato, gli altri azzittiti a guardare. E guai ai vinti, rintanati in qualche occupazione alternativa. Pensare e agire in modo non conforme, né schierato e incardinato ai piani dell’omologazione, è oggettivamente pericoloso. Essere pensanti, autonomi, autosufficienti nella gestione del tempo e della vita è peccaminoso. Non c’è spazio per l’askatasuna di creature libere.  

giovedì 18 dicembre 2025

Liquidazione

 


Se il passo della tempesta è tumultuoso, quello dell’acqua che circonda e inonda può essere subdolo. Procedere con rapida lentezza capace a un tratto di sommergere quel che trova, beni ricchi e povere cose. E lì l’unica ricchezza è la voglia di sopravvivere. Un desiderio minato da tempo dai nemici di questo popolo strappato da case frantumate con le bombe in modo più sprezzante e perfido di quello che a volte la natura riserva al genere umano. D’umano non c’è niente nel confine militarizzato dei confini violati, un limite che impedisce l’arrivo anche di gocce d’acqua buona per dissetare, facendo intanto scorrere torrenti di sangue. Per mesi è stato solo sangue e polvere, sete e morte. Ora il dio di chi prega e di chi non lo fa manda pioggia, e pioggia, e pioggia.  Coi detriti trasformati in melma viscida e l’acqua sporca che corre fuori e dentro tende stendate, strappate come gli abitanti gazawi, svolazzanti alla luce e al buio. Le mani che muovono barattoli di fortuna non svuotano, non possono farlo, canali creati dal maltempo malevolo. Eppure ci provano. Sono le minute palme infantili, le braccia stanche di adulti affranti da sfratti forzosi, da fughe obbligate, su e giù per quella Striscia un tempo prigione ma comunque casa, e ora campo nella peggiore accezione offerta dalla Storia. “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie…” no, si sta molto peggio. Perché non si è soldati obbligati alla guerra. Si sta in una disgraziata trincea già da neonati, perché c’è chi ha deciso che la vita, tua, non conta nulla, non deve continuare ed è meglio che tu, tua madre, la tua famiglia vi togliate di torno. E utilizza ogni strumento perché questo accada, meglio se definitivamente. Ora che giunge un inverno più ostile dell’anno passato, s’usano pioggia e freddo per accelerare quello che tanti definiscono genocidio, e che i depositari del Genocidio con la maiuscola negano esistere. Non lo è. Non può esserlo, anche davanti a Rahaf che crepa d’ipotermia, come dicono i dottori, visto che a otto mesi un cuoricino non continua a battere se il corpo è bagnato e immerso nel gelo. Ma Rahaf è già un numero aggiunto ai tanti, trenta, quarantamila bambini seccati mese dopo mese da una persecuzione chiamata “sicurezza”. Bambini stroncati con ogni mezzo, militare e non, totalmente incivile, subdolo, spietato. Israeliano, per quello che Israele mostra di sé. E ora l’acqua. Quella caduta dal cielo che diventa putrida se ristagna, diffonde malattie presenti da due anni per l’impedimento di far passare medicine oltreché cibo. L’acqua che sommerge e liquida, portando via la vita ai più deboli, per una liquidazione oggettiva dei corpi e del futuro. Quasi nessuno ricorda, pochi denunciano. E anche questo non smuove il mondo. Nell’ecatombe il comico palestinese Mahmoud Zuaiter trova lo spazio per una battuta. Dice che se nessuno s’è mosso quando i piccoli annegavano nel sangue, figurarsi se lo farà davanti a quelli che annegano nell’acqua. Riso amaro. Così è. 


 

martedì 16 dicembre 2025

Groviglio yemenita

 


Gli ultimi sviluppi dell’intricata situazione geopolitica nello Yemen vedono gli esecutori locali sparigliare il campo. Si tratta degli attori dietro cui muovono i fili potenze regionali registe d’un conflitto per procura. Da un decennio il Paese è diviso fra un nord-ovest controllato dai miliziani Houti e un sud-est sotto la giurisdizione dei loro avversari. Che sono gli epigoni civili e militari dei presidenti Saleh e Hadi, oggi guidati da Rashid al Alimi, che sfoggiano un esercito e nuclei mercenari, e i secessionisti del ‘Consiglio di transizione meridionale’ conosciuti con l’acronimo STC. Una mossa recentissima l’hanno compiuta quest’ultimi occupando la provincia dorata di Hadhramaut da cui il Paese ricava l’80% delle risorse energetiche di petrolio e gas. Dallo scoppio della guerra civile tali risorse non sono appannaggio di un’unica componente politica; nel controllo, spartizione e vendita incide il ruolo di elementi locali, a metà fra capi tribali e boss di gang interessate esclusivamente ad affari. Uno dei più noti è tal bin Habrish, leader dell’Hadharamaut Tribal Alliance. Così l’attuale colpo di mano del ‘Consiglio di transizione meridionale’, sorto nel 2017 con finanziamenti degli Emirati Arabi Uniti che vanta all’interno pure membri vicini a Ryadh, ha rotto un patto che dal 2019 lo legava all’altra fazione sostenuta dall’Arabia Saudita, e intenzionata a schiacciare i rivoltosi Houti sul versante geo regionale vicini allo Stato iraniano. E’ utile sapere che i quarantuno milioni di attuali yemeniti vivono per due terzi nell’area occidentale del Paese, che per orientamento religioso lo Yemen è al 99,9% islamico, con un 53% di cittadini sunniti, sciafeiti e hanabaliti, e un 47% di sciiti-zayditi. L’azione militare dei giorni scorsi con cui le strutture d’élite del ‘Consiglio di transizione’ hanno preso il controllo di alcuni impianti petroliferi strategici dell’area, il più noto si chiama PetrolMasila, viene da loro considerata come una mossa strategica “per liberare tutto il suolo patrio” sicuramente contro gli Houti e probabilmente contro alleati sgraditi. Eppure da quando (2017) l’aviazione saudita ha diminuito e poi cessato un impegno diretto sul territorio yemenita le sue manovre belliche contro gli Houti sono svolte da truppe prese in affitto e profumatamente retribuite. Non solo mercenari, anche amici armati del momento. Una condotta simile la attua lo stesso emiro bin Zayed, il quale sui temi di sicurezza e commercio nonostante sia legato alla politica regionale del collega bin Salman, cerca personali sprazzi di protagonismo. Così in quell’orizzonte frastagliato ciascuna petromonarchia utilizza truppe a pagamento e sostiene agglomerati locali quali il ‘Consiglio di Transizione’ che a sua volta sogna di gestire in proprio quella che definisce l’Arabia meridionale. Ma per vari aspetti gli intenti differiscono: STC punta a un’autonomìa locale garantita dalle citate risorse energetiche, sauditi ed emiratini vogliono controllare un Paese unico e unito, che rispetto alle loro collocazioni geografiche ne vanta una formidabile davanti alle rotte mediterranee e del lontano Oriente. Eppure anche su questo terreno gli interessi dei due ‘alleati forzati’ mostrano attriti: sempre per recenti iniziative del vulcanico bin Zayed gli Emirati ora sfoggiano una base mercantile nell’isola di Mayunn, avamposto nei collegamenti marittimi fra Aden e il mar Rosso. E grazie ai legami con STC sono state costruite basi militari a Mocha e nelle isole Adb al-Kuri e Samhah, una rete grazie alla quale Abu Dhabi estende una propria fruttuosa dislocazione di sicurezza. Per lo scorso più di bin Saman che di Malik al-Houti.