
A cinque anni dall’istaurazione dell’incubo
dell’Emirato afghano, che la diplomazia statunitense nei mesi precedenti
l’agosto 2021 aveva accettato e avallato prima di fare le valigie per
Washington, alcune attiviste della sempreverde Rawa (Revolutionary
Association Women of Afghanistan) in continuo contatto col Coordinamento
italiano sostegno donne afghane hanno risposto a domande poste da
giornaliste e attiviste italiane collegatesi in conferenza stampa. Un incontro
virtuale ma vivacissimo. Nelle migliaia di chilometri di distanza la rete, con
le precauzioni del caso viste le possibili conseguenze che loro stesse
spiegano, ha consentito a Nihal, Bahin e altre giovani attiviste d’illustrare ciò
che i propri occhi vedono quotidianamente e quello che le proprie menti e mani
fanno. In clandestinità e con immensa determinazione. Applicando ogni
stratagemma, alla maniera in cui anni addietro incontrammo una nota militante
dell’epoca spuntata da sotto un burqa. Una fase in cui non governavano i
talebani ma gli amici dell’Occidente, sempre comunque infidi per le donne. “I
talebani non sono cambiati, sono solo diventati più spietati. Rispetto a tempi
passati hanno maggiore supporto finanziario e accesso alla tecnologia, così
possono controllare la vita privata delle persone”. “Hanno anche
ricevuto maggiore sostegno internazionale, di fatto sono stati normalizzati. Sapete
che da tempo vietano alle giovani l’accesso alla scuola secondaria e
all’università, impediscono il lavoro femminile oltre a controllarne,
direttamente o tramite gli uomini di famiglia, movimenti e presenza nella
società. Subiamo una segregazione sistematica”. “Alle donne è vietato di
vivere, vengono segregate in quanto donne, non hanno accesso a nulla, non
possono fare nulla”. “Il genere femminile è soggetto a condizionamenti
restrittivi, non viene colpito solo nell’istruzione, sul lavoro,
nell’abbigliamento, siamo assediate nella privacy. Ormai lo stesso lavoro
casalingo può subìre la censura dei controllori”. “Un esempio: se vogliamo
ottenere una Sim card dobbiamo mostrare la carta d’identità elettronica, questa
consente a chi vuole controllarti di ricevere ogni informazione comprese quelle
biometriche. In alcune province periferiche alle donne è proibito di avere una
personale Sim card, e se la ricevono attraverso il marito o parenti maschi,
ecco che il controllo s’allarga alla famiglia”. “La rete viene utilizzata a
scopo coercitivo dal Ministero del Vizio e della Virtù: s’inducono impiegati e
funzionari all’ascolto delle chiamate, ultimamente ad Herat sono state
individuate partecipanti a incontri di piazza tramite i loro cellulari”. “Ormai
quando usiamo i telefoni, quando parliamo o ci connettiamo a Internet diamo al
sistema di controllo talebano la possibilità d’individuarci”.

“I talebani dicono che tutto è normale, ma in
troppe zone questa normalità non esiste. Nel nord del Paese, nel Badakhstan, ad
esempio, ci sono state manifestazioni contro il regime, i miliziani le hanno
attaccate perché accusano quegli abitanti di fede ismailita (corrente
dell’Islam sciita, ndr) di non essere musulmani”. “Il sostegno che possiamo
ricevere dall’esterno, anche solo diffondendo le notizie che non passano nel
circuito mediatico, risulta importantissimo. Nelle nostre strutture lavoriamo pure
col supporto di uomini a noi solidali, prevalentemente in famiglia. Le squadre
sanitarie non sarebbero possibili senza le figure maschili indispensabili per
gli spostamenti di noi tutte, secondo le normative vigenti sul mahram”.
“E ci sono uomini che contribuiscono al lavoro domestico, alla cura dei figli,
cose semplici ma di enorme aiuto fisico e mentale. Questa vicinanza ci rende
più forti, capaci di lavorare senza stress”. “Fra gli impegni consolidati della
nostra associazione l’istruzione femminile resta centrale. Continuiamo a
gestire scuole nelle province di Herat, Farah, Bamyan, Badakhsha, Kabul,
Jalalabad e soprattutto Nangarhar nonostante i talebani abbiano chiuso centri che potevano operare alla luce del sole. Oggi
abbiamo corsi clandestini in queste aree, le insegnanti sono ben radicate nei
luoghi, conoscono a fondo la popolazione. C’è stata la perquisizione talebana
in un corso a Bamyan, quando i miliziani sono entrati nel locale domandando:
cosa fate in queste classi? La risposta è stata: studiamo il Corano. Le
insegnanti istruiscono le partecipanti, le abituano a dichiarare al più
l’apprendimento di sartoria e artigianato, mai dell’istruzione generale e della
lingua inglese. Così anche le consolidate strutture che avevamo aperto nel
periodo dell’occupazione Nato continuano a esistere, ma operano in modo
diverso. Alle Ong locali l’attuale governo impedisce la realizzazione di
progetti come l’alfabetizzazione, accettano quelli che distribuiscono beni e
servizi a donne e famiglie. Per finanziarli bisogna pagare una tangente, non
sempre riesce ma ci si prova, e usare stratagemmi burocratici: sostituire la
parola “donne” con “famiglia”. Mentre la prima attira l’immediata censura, il
medesimo progetto rivolto alla “famiglia” magari riesce a passare”.

“Esiste il tentativo a metà strada fra la
geopolitica istituzionale che coinvolge le stesse Nazioni Unite e il soft power
del turismo internazionale che mostra filmati di località del Paese
decontestualizzate dalla realtà, alcuni palazzi di Kabul o il complesso dei
laghi Band-e Amir a Bamyan, aiutano certamente il regime a sostenere che tutto
è sotto controllo e la sicurezza è garantita. Si tratta di operazioni di
propaganda sostenute dagli stessi talebani; divulgano notizie falsate per
nascondere quel che viene fatto contro le donne e l’intera popolazione”. “Pur
nella difficoltà di movimento e nei controlli del web Rawa conserva rapporti
col mondo sociale e politico, in Italia come in Iran. La repressione che le
iraniane hanno conosciuto in questi anni non è diversa dalla nostra riguardo a
carcerazione, tortura, esecuzioni pubbliche”. “Gli eventi estremi penalizzano
ancor più le donne, penso alla situazione appresa da una nostra squadra
sanitaria che aveva prestato soccorso in occasione del terremoto nella zona di
Herat. C’erano donne ancora sepolte sotto le macerie che non potevano essere
estratte perché non avevano attorno parenti di sesso maschile. L’autorità
talebana non lo permetteva. A Patkia ad alcuni membri del nostro gruppo
portatori di medicinali è stato imposto di consegnare il materiale alle guardie
talebane, che peraltro sostenevano bisognasse curare innanzitutto gli uomini,
senza privilegiare donne e bambini”. “Il lavoro di Rawa, avviato dal 1977, è
stato molto complesso nelle varie fasi attraversate dal nostro Paese, noi lo proseguiamo.
Non ci arrenderemo mai, non rinunceremo al nostro obiettivo: lottare contro il
fondamentalismo islamico e l’imperialismo statunitense per la liberazione
dell’Afghanistan. Certo, l’attuale situazione è difficilissima. All’arrivo del
secondo Emirato avevamo lanciato manifestazioni di strada, abbiamo scelto di
rinunciare perché ci esponevano a una durissima violenza. Siamo tornate in
clandestinità per salvare noi stesse e le iniziative che continuiamo a svolgere,
iniziative che creano sostegno e coscienza sociali. La quotidianità è durissima
per tutti, figurarsi per noi donne militanti. Dobbiamo salvaguardare la vita. Gli
arresti di donne avvengono frequentemente sotto la giurisdizione dei
controllori del Ministero del Vizio e della Virtù, l’uso “improprio” dell’hijab
è un pretesto diffuso per incarcerare. Trasferite nei luoghi di detenzione le
donne vengono maltrattate, molestate sessualmente o violentate, gli stupri
nelle carceri si ripetono frequentemente. In qualche caso, soprattutto fra le
comunità rurali la popolazione è solidale e si ribella, ma non riesce a
scalfire il potere dell’abuso imposto da un fondamentalismo che nei decenni ha
avuto vari volti, attualmente è quello talebano”.