domenica 1 febbraio 2026

Memorie

     


Il celerino che a Torino ha subìto quello che solitamente i suoi colleghi propinano ai manifestanti, nei tempi passati e tuttora, è già considerato dalla politica un martire.

Il referto del suo ricovero alle Molinette parla d’una ferita alla coscia con un corpo contundente (un martello) e contusioni multiple a torace, gambe, braccia nel tentativo di ripararsi da calci e pugni sferrati da sei-sette persone che l’avevano isolato dal plotone spingendolo a terra.

Per fortuna il pestaggio non ha avuto conseguenze gravi, ma la violenza fisica tanto deprecata e attribuita a probabili black bloc, visti in azione da anni sulle piazze, e non è detto che a Torino ci fossero, pone il problema di chi usa la violenza, in quest’occasione circoscritta a lanci di sassi, bottiglie incendiarie, botti pirotecnici, candelotti lacrimogeni.

Anche questi mezzi possono ferire, provocare danni irreversibili e uccidere? E’ possibile.

Eppure la storia recente e quella più lontana delle piazze italiane ha conosciuto altre morti, di manifestanti (Carlo Giuliani) ucciso da un colpo d’arma da fuoco e poi schiacciato dalle ruote d’un mezzo dei Carabinieri, come lo era stato Giannino Zibecchi a metà nell’aprile 1975 dopo l’assassinio fascista di Claudio Varalli. Ti ho visto la foto è sul "Giorno" la faccia schiacciata per terra sembrava una foto di guerra eppure era solo Milano così Pino Masi ricordava in versi quei fatti nerissimi per i quali nessun magistrato punì i responsabili in divisa.

La ribellione e la repressione s’inseguono soprattutto se la prima reagisce a ingiustizie e la seconda le difende e le perpetua. Il centro sociale Askatasuna è da trent’anni una realtà cittadina attiva per iniziative sociali e culturali nel quartiere Vanchiglia che i teorizzatori delle città a una dimensione - quella della mercificazione capitalistica - ostacolano, vogliono impedire e criminalizzare.  

Da lì lo sgombero d’un mese fa, senza nessuna volontà dell’amministrazione comunale (attualmente del Partito Democratico) di trovare soluzioni che non fossero la cancellazione del Centro stesso e della sua storia.

E’ la normalizzazione che, ben oltre sedicenti apparenze, unisce l’intero Parlamento, anche Alleanza Verdi e Sinistra  dell’onorevole Grimaldi, ieri presente al corteo, che fa distinguo fra un approccio pacifista delle lotte e uno cattivissimo. Forse mancando del tempo necessario per una ripassatina storica sulla tradizione proletaria delle lotte in città sin dai moti dell’agosto 1917, passando per la Resistenza, l’Autunno caldo, il Settantasette e via andare.

E’ l’autoritarismo giudiziario che con la Procuratrice generale del Piemonte Lucia Musti parla di “un’area grigia di matrice colta e borghese che nutre benevolenza e tolleranza verso gli antagonisti”. E’ una magistratura prossima a quella Destra che, contro ogni teorizzazione sulle “toghe rosse” guarda caso Gasparri e Bernini blandiscono, e che fa da quadratura del cerchio con l’unicità politica ormai conclamata.

Per questo anche chi non appartiene all’upper class , secondo la Procuratrice sedicente solidale con l’antagonismo torinese e italiano (chissà perché non ci viene in mente nessun nome), chi è nato, vissuto e continua a utilizzare il proprio tempo nelle periferie delle metropoli, e anche nei centri rurali abbandonati dallo Stato, è al fianco dei ribelli di Askatasuna


 

 

giovedì 29 gennaio 2026

Atomizzazione iraniana

  


Viaggiano su terreni paralleli le ultime notizie sulle vicende iraniane. Cessato lo spargimento di sangue fra i dimostranti con un computo di vittime diversificato (da tremila a oltre trentamila) secondo le varie fonti di riferimento; sospese, per ora, ottocento condanne a morte per quei rivoltosi collusi con agenti delle Intelligence esterne, un’accusa tutta da provare come del resto la stessa nota delle esecuzioni che il Ministero degli Esteri di Teheran ha definito “irresponsabile e irrealistica”; è il momento della parata bellica per un possibile nuovo attacco americano al Paese, com’è stato nel conflitto dei ‘dodici giorni’ dello scorso giugno. Questo fa presupporre la dislocazione della portaerei ‘Lincoln’ a largo delle coste iraniane, dopo l’indisponibilità dei governi saudita ed emiratino a consentire un piano d’attacco della US Air Force dalle basi americane dislocate sui propri territori. Il tutto può pure ridursi a un’esibizione muscolare senza effetti, anche perché alla missione verso il Golfo Persico la Casa Bianca unisce il monito “niente più nucleare” quale contropartita a una distensione che prescinde dalla presenza di Khamenei ai vertici di quello Stato. Indicazione ben diversa da quanto  promesso ai dimostranti antiregime venti giorni or sono quando Trump scriveva: “manifestate stiamo arrivando”. La gran quantità di cittadini d’ogni età scesi in strada ha accusato il ceto dirigente di un’incapacità a governare, partendo dalla soffocante inflazione incrementata sì da decenni di sanzioni, ma anche da misure che tutelano le bonyad di regime a discapito d’imprenditori esterni a esse, delle attività minute o di medio cabotaggio dei bazari e  ovviamente dell’acquirente comune. La rabbia e l’odio rivolti contro il volto accentratore della Guida Suprema, che col velayat-e faqih si trascina dietro il meccanismo dell’onnipotenza di quel ruolo, rappresentano una realtà di un pezzo dell’Iran incarnato dalle generazioni non disposte a seguire le linee guida degli stessi familiari e parenti. Molti figli che rinnegano i padri, dunque. E che si trovano davanti al bivio, oltre che al cospetto di armi puntate loro addosso e capaci di massacri, di provare a rovesciare un regime. 

 

In quale modo? organizzando una guerra civile autonoma, palese o strisciante, simile a quella vinta quarantasette anni or sono da basij e pasdaran contro i rivoluzionari laici e marxisti. Oppure ricevere assieme alle lusinghe il contributo bellico di nemici dell’Iran odierno, in prima fila Israele e Stati Uniti che già nelle ribellioni di fine anno hanno introdotto infiltrati e professionisti del caos. Questo affermano i vertici di Teheran. Vero, falso? Come per il numero dei morti non ci sono contorni precisi ma ampi presupposti sì. E’ un passo terribile e insicuro sul quale chi la fa semplice perché non rischia nulla, il principino invecchiato Pahlavi o madame Rajavi nel suo rifugio dorato parigino, spingono affinché s’infiammi nuovamente l’orizzonte in ogni angolo del Paese. La guardia armata della rivoluzione che fu ha palesato l’intento di difendere col sangue il proprio stato, con la minuscola prima che con la maiuscola. Un rango di potere e privilegio che non sono intenzionati a perdere. Il citato binomio su cui tuttora Trump fa correre l’ipotesi che non siano rinnovati bombardamenti è la rinuncia al nucleare civile e militare. Eppure il nucleare è un obiettivo che in Iran unisce anziché dividere. Il nucleare rappresenta un orgoglio nazionale, sarebbe già raggiunto se da un quindicennio il Mossad non avesse introdotto il suo zampino assassino. Le differenti voci di chi è al potere (clero principalista e Guardiani della Rivoluzione), chi dall’interno del sistema ne critica l’orientamento odierno (clero riformista, riformisti laici più seguaci di elementi marginalizzati comunque presenti nelle retrovie politiche come Ahmadinejad, Khatami, Mousavi), gli stessi contestatori non pilotati, tutti approvano il nucleare per uscire da subalternità e isolamento energetico e commerciale. Il nucleare per uso civile era dibattuto dallo stesso Occidente, europeo e statunitense, pur col desiderio di tenerlo confinato in un arricchimento dell’uranio limitato e perciò inapplicabile per l’arma atomica. Tale negazione assoluta, pur in funzione di semplice dissuasione come fanno tutte le nazioni che posseggono la bomba, è una volontà di Israele. Alla stregua della frammentazione del Paese, l’unica atomizzazione che piace a Tel Aviv. 


 

sabato 24 gennaio 2026

Il martirio della conoscenza


  

Il rapimento del ricercatore Giulio Regeni di cui oggi ricorre il decimo anniversario, e le successive segregazione, tortura, esecuzione da parte di quattro mukhabarat del governo egiziano (Tariq Sabir, Athar Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi, Magdi Ibrahim Sharif), individuati e incriminati da una procura italiana, hanno segnato un passo e una svolta nella geopolitica internazionale. Molti leader, specie se creatori di regimi, detestano chi studia, ricerca, documenta, racconta i fatti che accadono nei vari angoli del mondo. Anche perché in tanti casi quei fatti sono neri come la pece. E fetono. Il sistema costruito dal feldmaresciallo Abdel Al-Sisi dopo la rivolta di piazza Tahrir del 2011 appartiene a questa specie. I fatti sono noti, ma ripetere giova. Spodestato il precedente ufficiale-dittatore Hosni Mubarak la popolazione è divisa fra le fazioni laica e islamista, quest’ultima vince libere elezioni e forma il primo governo non militare dai tempi di Nasser. Il candidato presidente è Mohammed Morsi, funzionario tutt’altro che carismatico della Fratellanza Musulmana, che prevale su Shafiq, seguace del raìs caduto. Dura un anno perché opponendosi a temi riguardanti l’essenza dello Stato e ai lavori dell’Assemblea per una nuova Carta Costituzionale, un Blocco d’opposizione raccoglie firme per la destituzione del neo presidente. Un milione di adesioni, due, quindici milioni, dicono i sostenitori del Blocco. Firme vere? False almeno in parte. Nessun organo terzo verifica. Intanto la protesta monta. Intervengono le Forze Armate con l’intento di arbitrare il contrasto, ma di fatto impongono il proprio volere arrestando il presidente e alcuni esponenti della Confraternita. Un mese dopo, davanti a sit-in di protesta degli attivisti islamici, passano al massacro. Mille, duemila vittime, non s’è mai saputo il numero. E’ il 14 agosto 2013. L’Egitto volta pagina e guarda nuovamente i militari, almeno questo fa quel terzo di popolazione che li segue per vincoli di parentela, lavoro distribuito e promesso, ricatti. Da quei giorni il buio, scacciato al momento della rivolta, torna e con esso la repressione, spesso taciuta e nascosta piuttosto che esibita nelle strade come nel 2011. Ora la violenza di Stato si cela in caserma e in commissariato, nei luoghi di detenzione illegali oltreché nelle prigioni che rinnovavano spettrali nomee, come fa Tora

 

Giulio Regeni per studiare e capire questi fenomeni, per scandagliare un’economia rimasta assistenziale solo per quegli elettori-sostenitori, e comunque a metà strada fra attività concentrate in mano alla lobby delle stellette (industrie dei manufatti, edilizia, agroalimentare, turismo) e ai tycoon vicini ai militari, volava al Cairo. Speranzoso e incosciente l’ha definito qualcuno, motivato e diligente è giusto affermare. Perché uno studioso segue il desiderio della sua materia di ricerca, come il giornalista rincorre cronaca e risvolti, ciascuno rispondendo alla deontologia del ruolo e della professione. Ma quest’operato non piace al potere. Assassinando Regeni il governo egiziano ha voluto soffocare il respiro di sapere e di verità che anima quel mestiere. Vivificato dall’umanità della parola e dell’ascolto, dalla libertà d’osservare e raccogliere, catalogare e scrivere, fotografare e divulgare perché il pubblico, i cittadini del mondo non rimanessero all’oscuro e potessero meditare sulla cronaca che col tempo sedimenta nella Storia. A Giulio questo è stato impedito con una violenza mortifera. Restituendo il suo cadavere oltraggiato - sul quale la madre Paola ha riscontrato ”tutto il male del mondo” - il regime del Cairo ha lanciato un minaccioso e imperituro monito a chi osa ficcare il naso in quella nazione che Al-Sisi e sodali considerano Cosa loro. Tragedia nel dramma è che da dieci anni quest’atteggiamento viene avallato dai capi di governo italiani succedutisi nel tempo: Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi, Meloni tutti immobili e indisponibili a difendere neppure la memoria e l’onore d’un concittadino sbranato dal governo d’un Paese che l’Italia continua a definire amico e sicuro. Premier imbalsamati nel cinico gioco della diplomazia degli affari che per una presunta “ragione di Stato” chinano la testa davanti ai crimini d’una nazione piegata e piagata da una dittatura.

lunedì 19 gennaio 2026

Kurdosiriani

 


Più siriani che kurdi. Pèrdono se non tutto quasi i kurdi delle Forze Democratiche Siriane (SDF) tuttora stanziati con le armi e i propri seguaci in una fascia di territorio che dal confine turco lungo il fiume Eufrate giunge sino al margine iracheno. E’ la parte più preziosa di quell’area perché nel sottosuolo insistono giacimenti petroliferi e di gas. Sono bastate le ultime quarantott’ore di accelerazione bellica del nuovo esercito siriano, impostato dal presidente ad interim Al Sharaa, a farli desistere da ogni difesa, spiazzati da vari contesti. L’abbandono del sostegno militare e finanziario statunitense sedimentato nel tempo e gli sviluppi della geopolitica locale che dalla caduta di Asad ha visto prevalere gli intenti diplomatici turchi su quelli invasivi israeliani. Il disegno di Erdoğan, egualmente securitario ed egemonico, sembra prevalere sulla greve linea di Netanyahu che nei mesi scorsi oltre il Golan e su Damasco, ha fatto volare i propri caccia e sganciato bombe. Lo sguardo interessato al nuovo corso siriano fa trovare consensi al piano turco di sostenere Al Sharaa anche da parte delle petromonarchie e dell’amministrazione Trump. La Siria non può sparire dal contesto regionale e nella regolamentazione del potere le minoranze (alawite, kurde, druse) devono equilibrarsi con gli arabi, riscattati dal successo del dicembre 2024. Per tutto l’anno passato uno dei tavoli di trattativa ha riguardato il rilancio d’un nuovo esercito che al Sharaa pensa di non formare solo con le milizie vincitrici, le sue. Dopo mesi di accordi, sottoscritti e disattesi, scaramucce e vere e proprie battaglie di campo coi kurdi delle SDF, che avrebbero dovuto costituire sin da subito l’altra branca del nuovo organismo militare soprattutto per l’efficienza mostrata negli anni trascorsi a combattere l’Isis , s’è giunti in queste ore a un nuovo patto. Se durerà sarà tutto da vedere, poiché le attuali definizioni risultano molto più onerose per la comunità kurda rispetto a quanto Ahmed Al Sharaa dibatteva un anno fa col leader di SDF Mazloum Abdi. I kurdi abbandonano territori, preziosi sia sopra per la vicinanza alle sponde dell’Eufrate sia sotto per i giacimenti petroliferi, verranno inseriti nel nuovo esercito nazionale non più coi propri reparti estesi su Hasakah, Deir Ezzor e Raqqa, come s’era discusso un tempo, ma con inquadramento individuale che li priva di coesione di gruppo e di propri referenti di comando. Dal punto di vista del controllo strategico non avranno più giurisdizione sui valichi di frontiera. Probabilmente lo conserveranno nella cittadina simbolo di Kobane e ad Hasaka. Potranno festeggiare il Nowruz (come già facevano, ma in certe situazioni non ufficialmente) ora come festa nazionale. Magra consolazione rispetto al sogno del Rojava, già in declino nel 2019 a seguito delle controffensive delle truppe turche nella fascia di confine soprattutto a ridosso di Kobane e Cizre.  "L'unica differenza rispetto alla proposta di un anno fa è che il capo delle SDF Abdi diventerà il governatore di Hasakah” afferma un analista, sottolineando chi vince e chi perde nel Risiko della geopolitica anche sul versante personale. 


giovedì 15 gennaio 2026

Incubo e incanto

 


Quali saranno le prossime mosse dei vari fronti di lotta che si dipanano in Iran non è chiaro neppure ai più attenti osservatori. In questi giorni si sono contati i morti: duemila per l’Agenzia degli Attivisti dei Diritti Umani, dodicimila secondo Iran International che è la piattaforma della diaspora londinese carezzata dall’erede Pahlavi. Resta il dubbio sui numeri, non sullo sviluppo degli eventi. Si sono susseguite proteste e ribellioni, e pure tentativi di sommossa antiregime. La repressione ha vestito panni spietatissimi. Il governo dà le sue cifre che ammettono il migliaio o poco più di cittadini uccisi, mentre onora pubblicamente i propri martiri – centocinquanta fra poliziotti e basij – freddati anche con armi da fuoco, a dimostrazione d’un disegno definito terroristico dai vertici di Teheran. Comunque “Nessuna impiccagione di prigionieri ci sarà nelle prossime ore” dice il ministro degli Esteri Araghchi. Ma è un pannicello caldo perché i dimostranti arrestati sono quasi ventimila e i duri del regime che hanno in mano la giustizia, dal ministro del dicastero Rahimi al capo dei magistrati Mohseni Eje’i, chiedono processi rapidi ed esemplari. Anche attraverso queste figure si delinea il possibile domani nazionale, visto che fra i vertici iraniani c’è chi s’apre al dialogo con l’Occidente (Araghchi, lo stesso presidente Pezeshkian o l’ex Rohani) e chi persegue e prosegue il dogma khomeinista sia che indossi un turbante o imbracci un fucile.  Al presidente americano Trump che ha promesso “aiuti” ai dimostranti, stanno bene gli uni e gli altri. Coi primi può patteggiare, ovviamente sul petrolio per toglierlo al mercato cinese, verso i secondi potrebbe valutare azioni belliche, come ha già fatto liquidando uomini-simbolo alla Soleimaini o sganciando le super bombe sugli stessi civili come nella ‘guerra dei dodici giorni’. Quest’ultima soluzione senza grandi vantaggi oltre il proclama d’aver “obliterato” il programma nucleare iraniano, che, invece, prosegue con minor vigore dei due anni trascorsi, però prosegue. La Cina è vicina nell’offrire sostegno come fa, insieme a Corea del Nord e Russia per migliorare potenza e precisione dei Fattah-1, usati nello scontro pre-estivo per tenere alto il proprio morale più che per patrocinare un conflitto inconcepibile con la propria disastrata economia. E allora la diaspora che spera negli Stati Uniti e ne invoca l’Army per spazzare via gli ayatollah potrebbe venire ascoltata? 

 

Al momento no e forse neppure fra un po’. Poiché Trump, che pensa in grande ma guarda soprattutto le grandi convenienze, ascolta i colleghi affaristi del Golfo attenzionati e preoccupati davanti all’accensione d’un ulteriore fuoco nella regione, sgradito alla medesima Turchia, membro Nato sì, ma sempre più coinvolta in un dominio di tipo mercantile. Sono bastati il decennio di macelleria siriana, i due anni di disintegrazione di Gaza, ora è bene tenere i cieli sgombri dai B2 perché ostacolano qualunque visione diversificatrice del commercio energetico che può vivere aggirando le guerre, come la stessa Casa Bianca spesso sceglie di fare. Dunque? Le congetture sul futuro sono diverse, perché molteplici sono i bisogni, gli interessi, le mani e gli occhi presenti o affacciati sul territorio persiano. C’è un abisso fra chi sta dentro e chi fuori da quei confini. Si può essere parenti, ascoltare il comune battito dei cuori, ma chi rischia la galera o la forca vede la realtà con uno sguardo più sinistro che speranzoso. Visto che gli effetti dell’ostracismo internazionale delle sanzioni colpisce chi va al mercato e chi vende nel bazar, più delle Fondazioni di quei chierici e pasdaran padroni di un’economia viziata da lobbies e camarille personali, dagli sprechi e dalla corruttela che caratterizza il potere, comunque in ogni latitudine. La gente disperata e piegata da un carovita ch’è corsa nelle strade aveva in animo di bruciare anche moschee? cercava un gesto anticonfessionale dirompente contro gli ayatollah o nella mischia c’è dell’altro come in questi anni mostrava chi faceva esplodere gli ingegneri del nucleare per tarpare le ali all’intera nazione? Le rivolte e ancor più le rivoluzioni che fanno terra bruciata del passato non badano tanto alla forma, puntano alla sostanza. Lo insegna proprio la Storia iraniana che non ha ancora mezzo secolo. Chi suonerà la definitiva campana non tanto per il vecchio Khamenei, ma per quel modello che è deciso a vender cara la pelle col sangue altrui e proprio, potrà proporsi come nuovo ceto politico. Finora compaiono i riformisti del regime, già un tempo perdenti, la gioventù rabbiosa e disorganizzata, chi vuole usarla per i suoi scopi (entristi o dirigisti) e una massa silente, intimorita o smarrita. Se esiste il desiderio d’un futuro da scrivere, le modalità sono ancora ignote.  

lunedì 12 gennaio 2026

Ayatollah in fumo

 


Nei molti Iran a confronto e scontro, per la vita e la morte, scorrono sui sociali nostrani e occidentali (le reti iraniane sono bloccate dal governo) immagini sarcastiche e drammatiche. Di chi la Guida Suprema la incendia accendendosi una sigaretta, e chi brucia davvero nei roghi appiccati dai rivoltosi, sia lui ribelle o repressore gettato nel fuoco dalle piazze inferocite contro gli ayatollah e i loro apparati. La nota più lugubre parla di duemila vittime, secondo la Fondazione Narges che nasce dalla premio Nobel iraniana Mohammadi, quindi a calare 583 cadaveri citati da Human Rights Activists New Agency. Circolano anche immagini di morti ammazzati e accatastati in obitori di fortuna al cospetto di disperati familiari in attesa di difficili identificazioni perché i volti dei cari risultano devastati da proiettili sparati in faccia dalle forze della repressione, i soliti pasdaran e basij. Qualche analista invita alla prudenza nel trarre valutazioni in base alle immagini stesse, che potrebbero essere contraffatte, pilotate da agenti esterni. Può sembrare una versione a senso unico del regime, invece parte da osservatori internazionali nient’affatto benevoli con Teheran, ma consci che l’opzione ‘cambio di regime’ è nei propositi dei suoi nemici storici, israeliani e statunitensi, da mesi stretti e solidali nell’abbraccio geo affaristico mediorientale di Netanyahu e Trump. Accanto alle ipotesi ci sono i fatti e quelli che stanno dietro le quinte hanno visto in questi giorni Sayyid Badr Albusaidi, ministro degli Esteri dell’Oman, farsi messaggero per trattative fra i governi iraniano e statunitense. Poiché colui che si ritiene il Dio della geopolitica globale, insieme ai tuoni delle bombe che minaccia di far risuonare, prospetta pure accordi, palesi o sottobanco. E lo fa ovunque intenda muoversi. Perciò, mentre le piazze iraniane tumultuano, mentre un pezzo della diaspora, prevalentemente monarchica, spera addirittura in una guerra portata in Iran, Trump sonda indirettamente il Gotha della Repubblica Islamica, cercando spiragli e magari soluzioni venezuelane. Gli effetti diplomatici, se ci saranno, li conosceremo, come del resto la durata delle fiamme di rivolta che dovranno attrezzarsi a resistere davanti a un avversario armato e implacabile, pronto come sta succedendo a praticare la strage per ristabilire la propria personale sicurezza ancor prima di quella nazionale. 

 



Qui le versioni finora fornite dalle parti ovviamente divergono: orrendi massacri secondo i protestatari, infingardi crimini a detta dello stesso presidente Pezeshkian che dietro il distinguo etimologico fra manifestanti e rivoltosi, addita efferate esecuzioni di addetti alla sicurezza (finora ne risultano una cinquantina). Impossibile, per ora, verificare le reciproche versioni in assenza di fonti sul campo. Generici filmati sono stati trasmessi da Al Jazeera, altri video amatoriali passano sulla rete muskiana X tramite la tecnologia di Starlink. Forse sarà un’attesa lunga settimane o mesi, forse un’uscita di scena di alcuni attori di cui da tempo s’invoca il ritiro, il vecchio Khamenei di cui era già in programma la sostituzione, può accelerare un’evoluzione della crisi. Certo l’attuale corto circuito partito dalla protesta economica di quel perno della locale società che sono i bazari, le due generazioni più giovani dei quindicenni e dei trentenni, la riportano sul tema dell’origine dello Stato: cancellare l’invasiva essenza islamica della Repubblica dei loro nonni, se questa impone più che il velo, ormai bypassato nei grandi centri, il velayat-e faqih megafono della Guida Suprema su tutto ciò che decidono Parlamento e Istituzioni. Sul tema l’altra generazione molto attiva e volitiva dei cinquantenni e sessantenni, chierici e laici, che almeno in parte le giornate della Rivoluzione contro lo Shah le hanno vissute, e in tanti hanno conosciuto pure i lutti imposti dal Saddam filoamericano, si trova davanti a un bivio. Arroccarsi sullo storico passato oppure vivere un futuribile presente che ricompone la nazione, ridiscutendo certi dogmi cari solo allo spettro di Khomeini. Una parte del clero con Khatami, Karroubi in altre fasi ci ha provato, ha perso il potere non la vita. Chissà se l’intero apparato sciita potrà disporsi a tornare a frequentare solo moschee e madrase, uscendo da quella scena impositiva dei ruoli tanto detestata dalle giovani generazioni. Più restii a mollare le cadreghe, come accade a ogni lobby e parlamentare del mondo, possono risultare i vecchi e nuovi aderenti a formazioni paramilitari e fondazioni socioeconomiche. Ma quest’ultimi potrebbero sorprendere ragazzi e bazari della rivolta qualora “l’aiuto esterno” occidentale porgesse loro la mano perché tutto possa cambiare per non cambiare nulla. Per chi in queste giornate si martirizza in piazza di peggio può esserci solo il ritorno ai Pahlavi e alle efferatezze della loro Savak.   



 

sabato 10 gennaio 2026

Tre, cinque, dieci Iran

 


Mentre monta, s’infiamma e materialmente brucia la protesta in decine di città iraniane, i tre, cinque, dieci Iran contrapposti si scontrano e addirittura s’uccidono dove capita. Per via e nei commissariati presi d’assalto da rivoltosi bollati come ‘vandali’ dalla Guida Suprema in un discorso del venerdì che potrebbe passare alla Storia. Ma da quarantasette anni la Storia pulsa in quella realtà mediorientale travagliata e dinamica, idealista e ondivaga, conservatrice e radicale come poche. Per l’ennesima volta un fantasma della Persia monarchica più dell’epoca della fuga che della diaspora stretta attorno al piccolo Principe, quel Ciro svezzato coi dollari imboscati dai genitori fra Los Angeles e Parigi, prova a reclamare pretese personali e diritti di libertà. A nome d’un popolo orientato su altre prospettive. L’epigono Pahlavi ci prova, a sessantasei primavere ha tutto da guadagnare. Ma uno dei padroni del mondo al quale rivolge supplica lo considera un parvenu, perdente dalla nascita. Difficilmente lo impalmerà per un cambio di regime ch’è reclamato dagli oppositori, chiesto con foja da Netanyahu, ma a detta d’un comunque minaccioso Trump ancora prematuro e soprattutto problematico. Poiché nello scontro muscolare in atto e in quello ancor più sanguinoso che ne potrebbe seguire sono gli altri volti dell’Iran ad avere un peso maggiore dei, in genere, ricchi e pasciuti nostalgici del regime degli Shah. Posto che nomi e figure simbolo attorno ai quali costruire un futuro, anche solo prossimo, risultano prevalentemente clericali; sì ayatollah anziani e meno vecchi che con presidenze e Parlamenti eletti stanno segnando varie fasi della nazione, mentre i laici che detestano il sistema scontano anni di galera oppure si dedicano a criticarlo dove non rischiano d’essere perseguiti. Soprattutto all’estero. In genere non sono noti e famosi, a meno che non abbiano vinto premi Nobel, cinematografici e letterari, e risultino lodati quali intellighenzia dissidente per un’opposizione che non ha abbracciato forme partitiche. 

 

Perché questo è il tratto iraniano seguìto al primo grande scontro della Rivoluzione del 1979, che fu antimonarchica diventando poi islamica per il successo ideologico-sociale dei chierici khomeninisti sui movimenti-partito con cui aveva inizialmente coabitato. Gli islamo-marxisti mujahheddin, i marxisti radicali feddayn, gli stalinisti del Tudeh, i liberal-nazionalisti vicini al presidente Banisadr e al premier Barzagan, e pure gli indipendentisti etnici arabi e kurdi. Il biennio 1979-81 segnò l’intera rivolta e l’assetto futuro del nuovo sistema, compresa la fase del terrorismo interno che con gli attentati a Behesti, Rajai e Bahonar decapitava il vertice ideologico dei chierici rivoluzionari e al tempo infondeva fede militante nel martirologio dei leader. E già prima che Khomeini rompesse con grandi ayatollah (Tabatabei Qom, Shirazi) sulla tutela del giurisperito da loro considerata un’eresia, erano le formazioni para militari di Pasdaran e Basij, attive, reattive e aggreganti contro l’aggressione irachena, a cementare il nascente regime. Da quel momento la teoria del clero combattente trova carne e sangue per una presenza organizzata nella vita quotidiana. Che diventa non solo azione e guerra, proclama e fede, ma impegno e lavoro attraverso lobbies e fondazioni. L’associazione dei mercanti, i bazari da cui tutto è partito due settimane or sono, detta Islamic motalefeh, quella degli imprenditori (Jamiayette Tolidgarayan) contano più degli inesistenti partiti, per non parlare della Società del clero combattente, dell’Unione del clero militante, del Movimento dei costruttori che selezionano, inglobano, distribuiscono persone e occupazione. La Bonyad Mostazafan, la prima creata già un mese dopo l’arrivo di Khomeini dall’esilio parigino, la holding Setad, avviata dopo gli otto anni di conflitto contro Saddam Hussein, sono centri di potere che, al di là della crisi economica sancita dall’embargo occidentale, presiedono attività minerarie, commerci e compagnìe aeree e navali, produzione edilizia e cementizia, agroalimentare, turismo e altro ancora. 

 

Dunque gestiscono posti di lavoro e controllo sociale di milioni di famiglie. E’ vero che quest’ultime vivono da sei anni l’ambascia di un’inflazione più che soffocante, ma in ogni caso risultano legate e ricattabili proprio sul versante material-esistenziale. Possono gli aderenti alla Khatam al-Anbiya (l’organizzazione economica delle Guardie della Rivoluzione) nata sulla spinta del più aristocratico e benestante fra gli ayatollah Ali Rafsanjani, mollare gli ormeggi e far naufragare la struttura che li nutre? Tutto è possibile. Ma anche no. Perché questa è la prospettiva dell’ultimo subbuglio che è economico, e può diventare politico e sistemico con rischi altissimi: dove andare e con chi. Gli apparati statali clerico-militari cercano di frenare il malcontento, assecondarlo con concessioni, già avanzate dal morbido presidente Pezeshkian, eppure se s’incrina il compromesso fra tali organismi e quella parte della cittadinanza che vive con loro e per loro, s’apre una voragine d’incertezza e di scontro letale. Le cinquanta (sicuramente in difetto) vittime di questi giorni, le migliaia di arresti non basteranno, visto che sulla piazza è presente anche chi è fuori dai giochi, i non protetti dal sistema. Quei nipoti degli ex combattenti, non importa se chierici o laici, che decidono di voltare le spalle agli apparati e la mettono sull’ideale: rivendicano libertà di pensiero e parola anche contro il potere. Senza censura e polizia morale che, sì è stata di recente abolita, non importuna né minaccia d’uccidere le non velate, però per altre vie ripropone controllo e subordinazione, come il black-out informatico di quest’ultime ore. “Questioni di sicurezza interna” dice lo Stato che per attacchi molto più sanguinari e insidiosi (leggi Mossad) ha pagato un tributo altissimo non solo nei dodici giorni d’attacchi estivi voluti da Netanyahu e Trump. E’ l’orizzonte odierno dei tanti Iran che si scontrano, sperano, soffrono, si combattono con odio fraterno, rischiando che la stessa vivace contraddizione conosciuta nell’ultimo mezzo secolo gli possa crollare addosso. Cercando una salvezza per tutti un altro semi-vecchio del mondo clericale, l’ex presidente Rohani, dicono stia lavorando. Certo, è pur sempre un ayatollah, e quello  che turba le piazze odierne accanto alla cartastraccia rial, sono appunto i turbanti.