
Mentre Orhan, studente della Bilgi
University di Istanbul, qualche mese fa s’è visto escluso dall’anno accademico
da mane a sera, per ritrovarsi riammesso dopo tre giorni, Elif iscritta a un
altro ateneo del Bosforo ha avuto una sorpresa ben peggiore: fermata per
l’intera annata senza poter dare esami. Due casi differenti nella medesima
Turchia d’oggi. Il primo è legato a un’inchiesta della magistratura che nel
settembre 2025 aveva ordinato il sequestro delle società di Can Holding,
attiva sul versante dell’energia, dei servizi sanitari, di media e
comunicazione, turismo, e pure dell’istruzione. In quest’ultima branca risiede
l’università citata, accademia privata è naturale, ma molto frequentata nella
popolatissima Istanbul da giovani locali e pure stranieri. La Can e i
suoi manager erano al centro di accuse gravissime: associazione a delinquere,
contrabbando, frode, riciclaggio di denaro. Alcuni di loro sono stati
arrestati, compresi i figli del fondatore Zamanhan, mentre le attività erano
trasferite a un Fondo di Garanzia di Depositi di Risparmio. Certe
funzioni proseguivano sotto questa direzione, altre, fra cui i corsi
dell’università Bilgi, nel maggio scorso venivano sospesi. Poi tutto s’è
misteriosamente risolto in una manciata di ore. La fortuna per Orhan è stata soggettiva.
Lui e i colleghi non c’entravano nulla coi presunti illeciti di cui Can
Group era accusato. S’erano iscritti alla Bilgi, potevano esserlo alle
consorelle create da Koç Holding,
Sabancı
o Altınbaş
Holding. Tutte università private e finanziate da famiglie
miliardarie con produzioni e affari assolutamente simili: automotive, grandi e piccoli
elettrodomestici, energia, banche, turismo, costruzioni, distribuzioni. Forse
qualcuno fa gioielli, altri no, c’è chi è partito da Istanbul, chi da Gazantiep.
Le università sono le loro perle perché si mira a forgiare lì la classe
manageriale. I giovani che possono, con aiuti di famiglia più che dello Stato, le
scelgono perché quei corsi di laurea vantano consistenti legami aziendali internazionali
che offrono una marcia in più verso ogni sorta di dirigenza.

Alla studentessa Elif, un nome
che simboleggia eleganza e semplicità, è andata molto peggio: è finita addirittura
nel mirino dell’antiterrorismo. Il 1° maggio del 2025 assieme
ad alcune compagne del movimento "Mille giovani per la Palestina", che
fra l’altro contesta i commerci turchi con Israele, commerci esistenti sebbene
da oltre un biennio il governo di Ankara abbia rescisso oltre l’80% degli
scambi rinunciando a 5,6 miliardi di dollari di export e 1,9 miliardi d’import,
volevano non mancare un raduno ormai impedito dall’epoca delle proteste di Gezi
Park. Il gruppo decide di partecipare all’azione simbolo nei pressi di piazza
Taksim. Per quell’anniversario il luogo è sempre presidiatissimo, la polizia in
divisa e in borghese non permette incontri ai residuali dei gruppi della
sinistra turca né ad alcun movimento. Elif viene intercettata prima dell’appuntamento.
Tutta l’area è sottoposta a un ossessionante filtraggio d’ogni cittadino che
passa. La fermano in una stradina di Beyoğlu. La tradisce la passione per la
fotografia e una macchina non proprio minuta che viene immediatamente
confiscata. Seguono la conduzione su un’autoblindo di servizio con annesse domande
e manovre violente sulla sua persona. Quindi l’arresto e la detenzione per
alcuni giorni, motivati da sospetta partecipazione a una manifestazione non
autorizzata. Infine l’agognato rilascio. Fra paura e disagio non segue alcuna
denuncia, giunge però una sorpresa comunicatale dal personale amministrativo
della sua università. E’ una lettera dell’antiterrorismo dal seguente tono: “Il
vostro studente partecipa a proteste vietate. Occorre avviare un’indagine
interna nei suoi confronti”. Così lo Stato turco ordina all’università di
svolgere una simile verifica nonostante non sia prevista da nessuna legge. Ma proprio
alcuni universitari interpellati affermano che accademie, non importa se
pubbliche o private, non s’oppongono a simili “suggerimenti” e diventano pure
zelanti comminando, nel caso di Elif, un doppio semestre di sospensione degli
esami. Insomma lo studente impegnato su questioni socio-politiche perde un
anno, e il commento della giovane sanzionata è conseguenziale: “Cercano
d’intimidirci anche con metodi subdoli. Lo fanno sottotraccia, inviando
silenziosamente lettere e ordini alle scuole; in altri casi impongono divieti
di viaggio, non solo per studio ma per semplice turismo”. Un certo
repulisti per studenti “riottosi“ e schierati s’era verificato in parecchie
scuole superiori nelle settimane successive le gigantesche proteste per
l’arresto del sindaco di Istanbul, l’esponente repubblicano Ekrem İmamoğlu (marzo 2025).

Lui
era la carta che il Chp avrebbe dovuto giocarsi per le presidenziali del
2023 e che s’è trovato la strada sbarrata nel suo stesso schieramento dalle
smanie, per giunta perdenti, del leader Kemal Kılıçdaroğlu e della sua tribù
alevita. La prossima tornata del 2028 İmamoğlu rischia di non farla nonostante
un’età relativamente giovane, attualmente è un cinquantaseienne. Motivo? La
sfilza di tegole penali e amministrative che gli son piovute sulla testa
durante l’incarico di sindaco della metropoli sul Bosforo. Un ruolo acquisito
già nel 2019 e ripetuto con un secondo exploit contro un candidato della
cerchia presidenziale, l’ex ministro Kurum. La doppia disfatta nella
municipalità che Erdoğan ha sempre considerato cosa sua deve aver indisposto
l’apparato del partito di maggioranza Akp, così nel 2025 è scattato il
trappolone giudiziario: İmamoğlu è stato arrestato e incarcerato per aver
inserito (questa è l’accusa) dei personaggi vicini al Pkk fra i
funzionari degli uffici metropolitani. L’ex sindaco definisce l’inchiesta un
complotto, di fatto deve difendersi assieme a circa 400 coimputati da svariati
reati, quelli gravissimi di favoreggiamento di terrorismo e spionaggio, e
corruzione per un totale di 2.400 anni di galera. Complessivi, ci mancherebbe,
non tutti rivolti alla sua persona. L’interdizione dai pubblici uffici è
scontata. Paradossalmente questo leader politico può finire fuorigioco
soprattutto per una presunta acquiescenza verso elementi della comunità kurda proprio
mentre lo Stato turco patteggia il colpo di spugna nei confronti del terrorismo
di quella matrice. La legge votata in Parlamento a stragrande maggioranza il
mese scorso (468 favorevoli, 88 contrari, 6 astenuti) denominata “Turchia senza
terrorismo” porta a conclusione un percorso avviato due anni or sono coi
colloqui fra lo storico capo kurdo Öcalan, incarcerato da
27 anni, e il leader nazionalista Bahçeli. Gli accordi decretano l’abbandono
della lotta armata e la consegna degli arsenali da parte del Pkk e porterà
alla liberazione d’un buon numero di
condannati per quei reati. Öcalan inizialmente no, perché
l’elettorato forcaiolo turco, presente a macchia di leopardo nei partiti della
coalizione di governo, dovrà digerire il pasto molto speziato offerto dal
vecchio “lupo grigio”. Ma dopo la contropartita dell’accordo che prevede una
restituzione di favori con cui i deputati kurdi nella Grande Assemblea
Nazionale si predispongono a sostenere un’ennesima candidatura presidenziale
per Erdoğan, gli animi s’ammorbidiranno anche sull’uscita di Apo dall’Alcatraz della Marmara, l’isola-galera di massima sicurezza
di İmralı.

Un
perdono simbolico, atteso e praticabile, riguarda Selahattin Demirtaş. E’ il co-presidente e
parlamentare del gruppo filo kurdo che negli ultimi quindici anni ha cambiato
molte denominazioni per le continue messe al bando della sigla, oggi si chiama Dem
Party, alla turca Halkların Eşitlik ve Demokrasi Partisi. Demirtaş sconta da un decennio la veste di leader d’una
formazione pretestuosamente additata dalla magistratura quale braccio istituzionale
dell’ambiente guerrigliero. Un teorema mai dimostrato che comunque alla fine
del 2015 ha prodotto centinaia di reclusioni nel corso della furiosa
repressione da parte dell’esercito di Ankara dei cantoni del cosiddetto Rojava
sul confine turco-siriano (un conto parziale dichiarò 200 vittime civili, 243
militari, 257 militanti del Pkk). Eppure nel futuro presidenziale turco Selahattin
potrebbe candidarsi, Ekrem no. Gli verrebbe vietato perché accanto ai
citati guai giudiziari, gli viene contestata la validità della laurea (in Economia
aziendale) conseguita a Istanbul dopo il trasferimento dall’Università
americana di Girne, Cipro Nord, dove studiava Scienze delle comunicazioni. Con oltre
trent’anni di ritardo sono state riscontrate talune irregolarità procedurali e
queste impediscono a un candidato senza una normale laurea di correre per la
presidenza. Pretesti. Che diventano la linea di condotta su cui galleggia
l’attuale democrazia turca che democrazia può non essere per tutti. Ecco le
amare riflessioni della studentessa in stand-by Elif: “Ormai in Turchia puoi essere accusato di
terrorismo per qualsiasi cosa. Non c'è limite, soprattutto se sei una figura
dell'opposizione. Chiunque scenda in piazza per qualsiasi questione viene
additato come terrorista. Ti racconterò di un episodio recente. Due mesi fa
c'era un comico, per favore cercatelo, si chiama Deniz Göktaş che ha pubblicato
una pièce su YouTube. Era incredibilmente divertente e scherzava sul governo usando
l'umorismo, criticava un po’ tutti lanciando battute. Una riguardava il figlio
di Tayyip Erdoğan, Burak. Nella battuta il comico diceva: "Mio padre non è
un padre bravo come Erdoğan. Mio padre non mi nasconderebbe se uccidessi
qualcuno." Il figlio di Erdoğan, Burak Erdoğan, ha causato per errore la
morte di una donna in un incidente stradale e non ha ricevuto alcuna punizione.
Deniz Göktaş è stato arrestato. È stato arrestato per incitamento all'odio e
"propaganda terroristica". Anche un mio amico del movimento
"Mille giovani per la Palestina" – un movimento di cui faccio parte
anch'io – è stato arrestato per sostegno al terrorismo. Durante l'evento aveva
tenuto solo un discorso sulla "pace per i kurdi". Era un discorso
innocuo, eppure…”

La schizofrenìa politica
del governo e d’una parte del Paese che gli è fedele, può produrre
l’incongruenza di punire un giovane turco che dice pace per i kurdi mentre c’è
un reale piano di pacificazione e salvezza, come dichiara la legge sul
rafforzamento della solidarietà nazionale. Certo, nell’ultimo decennio il clima
interno è stato burrascoso. Subito dopo il ricordato conflitto a Cizre, Diyarbakır e dintorni s’è verificato il tentato golpe di luglio. 290 vittime, 1440
feriti, epurazioni a go-go per decine di migliaia fra militari,
poliziotti, giudici, insegnanti, addetti alla pubblica amministrazione, giornalisti.
Ovviamente non tutti implicati nel tentato colpo di mano ma probabilmente vicini
al movimento che l’avrebbe ispirato, i fethullahçı
di Fethullah
Gülen. Questa la deduzione politica del presidente in persona, ex sodale
dell’imam residente in Pennsylvania però con radici ben salde nello ‘Stato
profondo’ della società turca e campione d’una soggettiva infiltrazione
tantochè anche Capi di Stato d’altra epoca e sponda politica, dal conservatore Özal al sinistrorso Ecevit, l’avevano sostenuto. Magari
senza flirtarci com’è accaduto a quel giocatore d’azzardo che è Erdoğan che con
Gülen ha voluto prendersi la nazione, riuscendoci, per poi scaricarlo e
rischiare di venire travolto da un pezzo dell’apparato della forza. In realtà
un pezzettino, perché nella concitata notte di quel 16 luglio gran parte delle
Forze Armate gli furono fedeli. E la popolazione ancor più. Ma se quei giorni e
mesi produssero ben due anni di stato emergenziale (fino al 21 luglio 2018), il
clima paranoico e repressivo che bolla come “terrorista” qualsivoglia espressione
o manifestazione sgradita al potere è frutto di un’altra considerazione. La
grande paura della piazza, proprio di Istanbul e a Istanbul. La piazza per
antonomasia, Taksim, dove il sultano Selim III (1806) aveva una caserma. Il parchetto
Gezi, creato dopo l’abbattimento kemalista di quella caserma, nel giugno 2013
aveva visto prima la ‘ragazza con un vistoso vestito rosso’ finita sui
quotidiani di mezzo mondo poi centinaia di coetanei in tutte le fogge opporsi
agli agenti che la recintavano per dare avvìo ai lavori di riproduzione
dell’antico presidio. La protesta di Gazi Park s’allargò un giorno via l’altro,
tracimò in colossali manifestazioni, pacifiche, quindi attaccate dalla polizia,
con violenze crescenti e drammatiche conseguenze. Quattro morti fra i
manifestanti, ottomila feriti, processi per oltre cinquemila attivisti e
cittadini, un ergastolo a Osman Kavala, ritenuto il principale responsabile
delle proteste e decine d’anni di reclusione ad altri. Per alcuni osservatori
internazionali s’è trattato di uno degli esempi più eclatanti dell’assenza d’un
sistema giudiziario indipendente e imparziale nella Turchia uscita dalle
dittature militari.

Da
qui nascono le ‘fobie erdoğaniane’ di
non lasciare spazi incontrollati alla popolazione, ancor più se giovane,
applicando una selezione dei competitori politici, come pure dei colleghi di
partito e di sistema. Pensiamo al ‘pensionamento’ prematuro e forzato dei
sodali Gül e Davutoğlu,
personaggi di primo piano dell’Akp. La dannazione d’una linea di
condotta virata su un personalismo esasperato - peraltro assai di moda
nell’universo politico mondiale - vede un leader non vecchissimo, Erdoğan ha ‘solo’ 72 anni, ma al comando da
un quarto di secolo che continua a ritoccare i termini per rimanere legalmente
al potere. Nessun impegno rivolto a figure di ricambio e nuove leve nella sua
famiglia partitica e lotta serrata per intralciare con ogni mezzo gli avversari.
Inoltre la partita interna, che in
questi anni ha visto spuntare come nel caso di İmamoğlu e d’un rifiorito
Partito repubblicano gli stimoli per un’alternativa sostenuta dalla gioventù
studentesca e non solo, trova nell’immensa sfera geopolitica l’ancoraggio sul
quale colui che tutt’ora tanti turchi considerano ‘l’uomo del destino’ riesce a
consolidare consenso. Soprattutto nell’attuale globo messo in subbuglio da
guerre diffuse. Da queste Erdoğan
riesce a cogliere opportunità riversate sul metaforico conto bancario della sua
politica, per questioni strategiche: essere membro della Nato e tendere la mano
agli sviluppi strategici della Cooperazione di Shanghai, utile ai
risvolti economici sia quando si lanciano joint venture con l’Anatolia
proposta come hub energetico, sia quando si vendono armi d’una potenziata
industria bellica (Baykar, Aselsan, Bmc). E poi: la centralità della
Turchia, identificata con la sua persona, sui tavoli di trattative delle aree
di crisi. Durante la campagna presidenziale 2023 molte riflessioni
giornalistiche dicevano: “Se al posto di Erdoğan ci sarà Kılıçdaroğlu, sarà lo stesso?”. Assolutamente no, hanno pensato tanti
elettori. Per tacere dell’intuito e dell’intraprendenza che in politica estera
ha posizionato gli affari turchi in Libia e nel Corno d’Africa, sporcandosi le
mani e rischiando di trattare col banditismo di setta di taluni Stati non
Stati, ma tant’è. Così fanno fan tutti. Così ha fatto lui che nell’aver
rilanciato l’orgoglio non solo marinaro e non tanto patriottico del Mavi
Vatan, pone il Paese a rivendicare un’assoluta centralità nel Mediterraneo
più ambìto, quello di Levante, possibile scenario di conflitti col
guerrafondaio Israele, ma sicuro smistamento di quel trasporto mercantile che
trova l’interessamento d’un alleato strategico come la Cina di Xi Jinping.
Insomma giovani turchi crescono, però a offrirgli un presente continua a essere
Erdoğan. Mentre il futuro è tutto da scrivere.
(pubblicato sulla rivista Confronti)