mercoledì 18 marzo 2026

Afg-Pakistan in guerra

    


I venti di morte che squassano il vicino Medio Oriente allargano le ali e trovano imitazione più a est dell’Iran, lungo il tracciato ottocentesco ‘Durand’ che per decenni ha fatto parlare di Afg-Pakistan. Così a imitazione israelo-americana i jet pakistani vomitano bombe presso il famigerato Camp Phoenix di Kabul, dove le truppe Nato addestravano l’esercito dei governi fantoccio Kharzai e Ghani. Risultato: quattrocento morti. Né militari, né miliziani, ma tossicodipendenti in cura. Il perché dell’incursione s’articola sulla storia di due Stati relativamente giovani con un’anima comune, quella talebana. Che nel cosiddetto Pashtunistan, la terra dell’etnìa pashtun, cerca le sue radici, e se le ha ritrovate tramite l’Emirato Islamico ripristinato nel 2021 a Kabul, vede a Islamabad governi para occidentali con vocazione para militare. Strani generali quelli pakistani, votati all’Islam sin dall’epoca del golpista Zia-ul Haq che diede un impulso fondamentalista ben più serrato di quello impresso dal padre della patria Jinnah. Le stesse dinastie laiche che per decenni si sono divise il potere e i beni nazionali - i Bhutto e gli Sharif - hanno un esplicito richiamo ad Allah, tantoché l’attuale premier Shehbaz Sharif è fratello del fondatore del partito leader dell’attuale Parlamento la Lega Musulmana N. Enne da Nawaz Sharif ideatore del gruppo e uomo di spiccate simpatie wahhabite pur giocate negli agi delle monarchie del Golfo e di quella britannica. Quando in geopolitica si parla degli influssi del wahhabismo e deobandismo il rapporto stretto coi luoghi dove tali verbi del sunnismo fondamentalista circolano e lievitano, cioè moschee e madrase, è fittissimo. E il comune denominatore con scuole coraniche storiche come la Darul Uoom Haqqania, ubicata ad Akora Khattak nella provincia del Khyber Pakhtunkhawa, ne è un esempio lampante. Il corto circuito vive fra quegli ulema che lì abitano e pregano, i cittadini e i fedeli, gli attivisti e i militanti, i governatori e i governati. Cosicché da decenni il ceto politico pakistano naviga a vista, strizzando l’occhio a teorie che invocano la purezza islamica inseguita anche attraverso forme amministrative all’occidentale da cui i leader traggono prevalentemente profitti e vantaggi personali. I citati clan di Islamabad vantano appunto sequele di accuse e condanne per corruzione. 

 

Contro quest’immagine statale si muove il prodotto estremo delle madrase, quei taliban che considerano kuffar quei politici e cercano l’Emirato, ritrovato in Afghanistan, vagheggiato nel più popoloso e complicato Pakistan. Quest’ultimo avvinghiato alle purulente attenzioni d’imperi passati, il britannico presente fino al 1947 sui territori di India e Pakistan e lo statunitense che durante e dopo la Guerra Fredda a lungo s’è servito dei governi di Rawalpindi e Islamabad da contrapporre alla “sovietica” New Dehli. Il partenariato americano, i suoi finanziamenti, le testate atomiche offerte a quelle Forze Armate hanno contribuito alla veste occidentalizzante d’un Paese orgogliosamente legato a tradizioni ed etnìe, dai numerosi punjabi, ai combattivi pashtun, agli autonomisti beluci e a gruppi minori che moltiplicati per una crescita demografica fra le più prolifiche del globo pongono il Paese ben oltre la soglia di 255 milioni di abitanti, quinta popolazione mondiale. C’è, dunque, un’apparente contraddizione fra i desiderata dell’establishment pakistano e i suoi figli degeneri, i turbanti locali (Tehreek-i Taliban e Tehreek-i Labbaik Pakistan le formazioni più organizzate e temute) che preme sui governanti per intimidirli, influenzarli più che scalzarli, volendoli orientare attraverso il ricatto di sanguinosissimi attentati verso una linea di loro piacimento che conservi, ad esempio l’autogestione delle Aree Tribali di Amministrazione Federale. E l’Afghanistan cosa c’entra? C’entra perché l’attuale direzione talebana è prossima ai gruppi tribali del Waziristan e di altre zone pashtun, dando ospitalità e protezione ai manipoli dei Tehreek che colpiscono in patria e si rifugiano oltre il confine afghano, limite senza limiti e ostacoli se non per tratti montuosi, aggirabili dai passi come il Khyber dove gente perseguitata da un cinquantennio di conflitti va e viene. Ovviamente dall’Emirato negano che tale solidarietà talebana sia in atto, però i militari di Islamabad che possono più dei politici insistono e dallo scorso ottobre colpiscono. Ora, con lo sdoganamento unilaterale dell’aggressione e del terrore, si può procedere in questo modo: uccidendo i deboli. I talebani incassano, ma meditano vendetta. Mentre India e Cina osservano e tifano, chi per una fumosa guerra, chi per una salvifica diplomazia.


 

martedì 17 marzo 2026

Ali, il martire

  


Uno strike via l’altro, dicono i messaggi assassini d’Israele che annunciano anche l’uccisione di Ali Larijani e d’un ennesimo Soleimani, Gholamreza. Capo delle milizie Basij quest’ultimo, capo dei capi il primo, attualmente Segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale. Una sicurezza mai così insicura visto come viene violata non solo dall’incessante tempesta di missili israelo-statunitensi, ma dalla quantità d’informazioni utili al killeraggio solo in parte ottenute con le coordinate dell’Intelligenza Artificiale posta al servizio delle Forze Armate assalitrici. Lo si ipotizza da tempo: c’è dell’altro. Informatori, spie, agenti infiltrati. Certo colpire un uomo di vertice come Larijani che negli ultimi giorni s’è esposto pubblicamente, facendosi inquadrare dalle telecamere mentre sfilava accanto al popolo vicino al regime, dev’essere meno complicato rispetto ad altri assassini mirati. Nella caotica condizione di bersaglio bellico incarnato dall’intera nazione iraniana, tutto può essere inquadrato e liquidato, distrutto e bruciato, comprese le scuole di bambine e i gioielli artistici del Palazzo Golestan. La guerra non va per il sottile, distrugge. L’aggressione è pilotata dall’odio. Così Israele affonda i colpi, proprio mentre lo staff dell’alleato-protettore scricchiola e perde pezzi. “Non posso sostenere questa guerra, mi dimetto” dice a Trump il titolare dell’antiterrorismo statunitense Kent “perché l’Iran non rappresenta una minaccia imminente alla nostra nazione”. Il presidente-tycoon incassa e pensa a rimpiazzare un’altra casella del puzzle di contorno al suo potere. Tanto fino a novembre è lui a decidere su tutto. Ma può quest’onda percussiva e ostile proseguire a lungo? Nello stesso gruppo della Casa Bianca c’è chi dubita e s’oppone già ora, non solo per l’eccesso di zelo militare con cui si vomita costosissimo fuoco mortale, ma per gli effetti economici e geopolitici che la campagna iraniana ha avviato in Medioriente e molto più in là. 

 

Anche il fiaccato regime degli ayatollah sostituirà gli uomini-simbolo di cui viene privato. Finora è stato così e quella è la linea che Larijani, ex presidente del Parlamento, aveva dettato nelle ore buie dell’assassinio d’un altro Ali, Khamenei. Le icone su cui Netanyahu ha scatenato la sua caccia grossa hanno peso e valore non automaticamente sostituibili. Alcune perdite pesano per l’esperienza, il significato, l’intelligenza, il carisma, l’empatia che rappresentano. E mancanza dopo mancanza lo sciagurato scialo cui il governo iraniano è sottoposto in queste settimane ha un’indubbia gravità. Proprio i lutti che semina costituiscono la dannazione dello Stato d’Israele, la stessa soluzione finale per i territori della Palestina, se non per il suo intero popolo, sono oltre l’onta l’irrisolto che continuerà a perseguitare ogni governo di Tel Aviv ben oltre l’attuale premier. Così per l’Iran, killerizzato nei propri  leader, ma non sepolto sotto le macerie che gli ossessivi bombardamenti producono un giorno via l’altro da diciotto giorni. Quanto dovrà durare? Apocalittico Netanyahu sostiene che la punizione prepara il terreno per la sostituzione del regime. Con un apparato asservito ai suoi desideri già accondiscesi da Trump? E’ facile sognarlo, più difficile vederlo. Poiché la massa di disperazione creata col disfacimento di Gaza, quella in atto con l’occupazione del Libano meridionale e le conseguenze d’un colonialismo bramoso dello sbandamento d’un milione di fuggiaschi sta riversando sulla regione dolorose incertezze che si riverberano sui due compari-stregoni della geopolitica. Impuniti fino a quando? E soprattutto benvoluti dagli iraniani antiregime che preferiscono le bombe ai mullah, come dichiara qualche oppositore del governo di Teheran forse perché dalla sua magione occidentale rischia nulla. Per ora la nobile del Nobel per la Pace Shirin Ebadi ha scelto l’erede Pahlavi quale referente politico e si fa ritrarre al suo fianco. Alcuni laici opposti ai chierici sciiti storcono in naso. Ma tant’è. Ciascuno sceglie la strada da percorrere e con chi,  mentre i fedeli di Ali piangono l’ennesimo lutto. 


 

lunedì 16 marzo 2026

Guerreggiate per me



    

Bluffando, ops!, comunicando su X il principino Pahlavi ha invitato i membri d’una presunta rete definita “Guardia Immortale” ad attaccare i centri di potere degli ayatollah, peraltro da diciassette giorni sottoposti a fitti bombardamenti israelo-statunitensi. Attaccarli come? Com’è accaduto ai primi di gennaio quando gruppi di manifestanti bruciavano caserme dei Pasdaran e sparavano sui poliziotti, ricevendo in cambio la ferrea repressione del governo che ha provocato migliaia di vittime. Oltre settemila secondo il ministero dell’Interno, fino a quarantamila a detta dell’opposizione. La recente esortazione del pretendente al ripristino del ‘trono del Pavone’ va a confermare le tesi del governo di Teheran che, durante le proteste di tre mesi or sono, nelle strade di varie città iraniane agissero gruppi di sabotatori e terroristi. Oggi definiti dal richiamo di Reza Pahlavi “valorosi eroi della Guardia Immortale”. Osservatori interni e esteri hanno ipotizzato azioni d’infiltrati, spie e agenti dei Servizi, accanto o in collegamento coi quali l’orgoglio para monarchico contrapporrebbe migliaia di cellule dei suddetti ‘guardiani dell’Immortalità’ ai Guardiani della Rivoluzione khomeinista. Le interpretazioni operate da taluni siti di analisi geopolitica variano nel valutare sia il desiderio di Ciro il piccolo di continuare a proporsi quale leader d’un cambio di regime, sebbene il medesimo sia totalmente fallito, ancor più dopo l’aggressione bellica delle due ultime settimane alla quale, pur sotto le bombe, con quasi duemila vittime in gran parte civili e dodicimila strutture anch’esse civili distrutte (abitazioni, scuole, moschee, centri sociali e d’assistenza) i seguaci dell’attuale governo rispondono con orgoglio e determinazione. Sia la reazione dell’opposizione repubblicana che sbotta davanti alle velleità Pahlavi e le schernisce, chiedendo dove sarebbero le 160.000 diserzioni di militari vantate e presenti solo sui cervellotici proclami dell’illustre oppositore parigino. Insomma l’altra opposizione della diaspora, diversificata da Reza junior non solo da visioni laiche lontane dalla monarchia ma da intenti meno illusori, sottolinea come quelle dichiarazioni facciano acqua, presentando il fronte monarchico come un doppione dell’organizzazione dei Mujaheddin del popolo, costoro sì, sostenuti dalla Cia, magari nell’esecuzione di attentati sul territorio iraniano, eppure insufficienti a scatenare una guerra civile per abbattere il regime. Alla più concreta adesione giovanile a un rifiuto della pervasività del clero seguendo princìpi riformisti e progressisti, fra l’altro scomparsa sotto le bombe “liberatorie” di Tel Aviv e Washington, i “realisti” pahlaviani continuano a vantare una presa su strati della popolazione desiderosi di tornare al passato che potrebbe avere fra le prime città liberate centri del Belucistan come il capoluogo Zahedan. Lì Pahlavi potrebbe rientrare. Ma si tratta di sogni più che di idee, in un conflitto parallelo basato sugli annunci, e in certi casi su vere e proprie chiacchiere senza riscontri, fuori dalla cerchia dell’attivismo pro Shah, cautamente parcheggiato lontano dagli “amichevoli missili” di Netanyahu e Trump.

venerdì 13 marzo 2026

Bomba su bomba

   


La guerra nella guerra. L’esplosione fra la gente accanto ai missili sulla gente. E’ quant’è accaduto stamane nella piazza Ferdowsi di Teheran dove la cittadinanza s’è radunata per ricordare la “Giornata di Al-Quds”, istituita dal 1979 per esprimere il sostegno alla Palestina e opporsi all'occupazione israeliana dei territori dove quella popolazione vive e resiste al proprio sradicamento. Una donna risulta uccisa, non si sa se dalla deflagrazione probabilmente d’un ordigno lasciato lungo il percorso della marcia o per le schegge di bombe che continuano a colpire la capitale iraniana e che cadevano intorno al luogo della commemorazione. Se vale la prima ipotesi, la mano straniera infiltrata a Teheran o quella oppositrice che si presta alla devastazione omicida, continua a colpire la casa iraniana. Alla cittadinanza che difende la patria, questa mano fa più male di quella, sicuramente più potente e spettacolare, della ‘guerra dei mondi’ voluta da Netanyahu con la complicità di Trump. Le agenzie locali hanno sottolineato come Israele avesse minacciato la popolazione di sgomberare l’area di Ferdowsi perché pianificava un attacco. Eppure i sostenitori del governo sono egualmente usciti dalle case, per non mancare un appuntamento celebrato annualmente e che con la desertificazione di Gaza da parte di Israel Defence Forces, l’occupazione sempre più asfissiante della Cisgiordania per mano dei coloni protetti dall’esercito, diventa un obbligo di solidarietà internazionale. Ora che il comune nemico amplia il suo disegno d’espansione a danno di palestinesi, libanesi e siriani, tutto questo necessita d’un ulteriore supporto. Gli iraniani mobilitati sanno che l’ora è grave per le genti del Medioriente e per sé stessi, diventati bersaglio del piano distruttivo sionista sostenuto dall’attuale amministrazione statunitense. Un report dell’emittente Al Jazeera, l’unica coi suoi corrispondenti locali capace di seguire quasi ogni avvenimento in un territorio infiammato e devasto dal conflitto, parla di slogan antiamericani e antisraeliani che accompagnavano le immagini di martiri e combattenti palestinesi assassinati nei due anni e mezzo di assalto alla Striscia e ai Territori Occupati. Un massacro di civili proseguito anche nelle sedicenti settimane di tregua con circa un ulteriore migliaio di vittime. Questo è il commento del cronista della tivù qatarina: “La piazza lancia un duplice messaggio. Le emozioni fortissime delle persone che s’uniscono alla manifestazione solidale mentre il Paese è vittima di attacchi americani e israeliani. Si è vicini ai palestinesi e si sostiene il Paese che subisce una seconda aggressione dopo quella dello scorso giugno. Ma stavolta è guerra aperta”. Un’emergenza e un’incertezza che non impediscono a chi difende la nazione di esporsi durante gli stessi bombardamenti. Differentemente dall’opulenta società israeliana, peraltro molto meno numerosa, gli iraniani non posseggono bunker privati dove ripararsi o addirittura trascorrere intere giornate. Le proprie difese non dispongono del costosissimo scudo di missili intercettori dell’Iron Dome, peraltro impossibile da strutturare su uno spazio vasto sei volte l’Italia. Vivono dunque sotto le stelle e attualmente sotto i missili nemici, nelle notti illuminate dalla protervia di chi vorrebbe negargli un futuro ben oltre la presenza del regime degli ayatollah.  

giovedì 12 marzo 2026

Il discorso del figlio


Atteso come non mai anche per confermare uno stato di salute che lo vede ferito fisicamente - a un piede con una frattura, a una mano e un braccio - e nell’anima per la contemporanea perdita dei genitori, della moglie Zahra, del figlio Mohammad Bagher, della sorella e del cognato tutti assassinati nell’attacco americano del 28 febbraio, oggi Mojtaba ha parlato ma senza la sua voce. L’ha fatto tramite un messaggio diffuso dalla televisione di Stato, mentre lui non si mostra protetto com'è nella località segreta in cui è riparato, visto che sin dalla sua elezione Donald Trump gli ha augurato una durata breve. Khamenei junior è stato osannato dai connazionali che lo sostengono con manifestazioni di massa tenutesi in alcune città nonostante proseguano da tredici giorni i bombardamenti israelo-statunitensi. Mentre la diaspora iraniana fa sapere che la dissidenza interna continua a maledirlo insieme all’intero apparato del regime, pur in assenza di pubblici raduni sia per tutelarsi dagli attacchi stranieri che piovono dal cielo, sia per timore d’una repressione che per bocca dell’attuale leader dei Pasdaran Vahidi minaccia di colpire quale traditore chiunque espliciti critiche allo Stato. “Auspico pace per l’intero popolo iraniano” dice la nuova Guida Suprema in un passaggio del discorso, sebbene chiosi che è in atto un tentativo di spaccatura della nazione che le Forze Armate interne stanno respingendo. Artesh e Sepah, da lui lodate, s’impegnano a difendere i confini dello Stato, rintuzzano l’assalto straniero, colpendo le basi statunitensi presenti nella regione. Quest’ultime servono unicamente a controllare l’area e i medesimi territori dei Paesi che le ospitano. “Tali basi vanno chiuse” rilancia Khamenei facendo intendere che la loro presenza è un ostacolo per la convivenza nel Medio Oriente. “I nostri vicini sono amici” ribadisce il chierico diventato più illustre “non lo è la minacciosa presenza armata del nemico”. Si riferisce non solo all’attuale collocazioni delle portaerei del Us Navy nel Golfo Persico, dalle cui piattaforme galleggianti partono missili Cruise che stanno martellando siti sensibili, città, abitanti e provocano distruzione e morte (finora le vittime sono 1.400). Parla soprattutto di fortini, fortezze, porti, basi di lancio creati dagli statunitensi nei Paesi del Golfo. “Hormuz sarà tenuto chiuso per tenere alta la pressione sul nemico” è un altro passo del discorso, la nota più dolente per il trasporto di greggio che resta bloccato o dubbioso. Con ricadute sul mondo di amici-clienti come i cinesi e di avversari o neutrali come l’Occidente obnubilato dal trumpismo. A chiarire che non si tratta di chiacchiere i video divulgati dai Pasdaran pronti a bersagliare quelle petroliere che provavano a forzare il blocco con conseguenti incendi e possibili inabissamenti. Possibili catastrofi ambientali? Certo. Sulla scia di quanto jet israeliani e americani, bombardando luoghi di stoccaggio e raffinazione di idrocarburi, hanno avviato da tre giorni. Nel mese santo del Ramadan il disastro può proseguire, l’Iran dei turbanti e degli elmetti s’attrezza al peggio. L’altro Iran è nascosto e il resto del globo pure.

lunedì 9 marzo 2026

Ancora Khamenei

  


Ora che l’ipotesi già circolata nei giorni scorsi diventa notizia certa, finora non lo era poiché la nuova Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, Mojtaba Khamenei secondogenito dell’assassinato Ali, era ferito e poteva morire, gli orizzonti geopolitici interno e internazionale assumono contorni variegati. Non secondario diventa un aspetto: Mojbata è stato ferito nell’attacco israelo-statunitense che ha ucciso il padre, altri comandanti dell’Esercito e dei Guardiani della Rivoluzione e ha soppresso suoi parenti prossimi. Entrambi i genitori, sua moglie e suo figlio, sua sorella e suo cognato. Un lutto diretto che s’assomma a quello del Paese posto sotto una proditoria aggressione. Questi eventi che segnano la psiche del nuovo leader, al di là del sostegno offertogli da alcuni grandi elettori dell’Assemblea degli Esperti (Qomi) e dalla ritrosia di altri (Larijani), possono porlo nella condizione di esasperare la propria rigidità conservatrice o renderlo flessibile verso le ipotesi d’apertura a trattative sostenuta fra i due aggressori dallo statunitense Trump. Diversamente dal sodale Netanyahu, intento solo ad applicare all’Iran il sistema distruttivo di Gaza, l’affarista della Casa Bianca pensa alle riserve energetiche iraniane e vorrebbe bissare la pratica venezuelana. Dunque accordarsi col potere locale per gestire e lucrare sui pozzi. Qualcosa di peggio di ciò che negli anni Cinquanta vedeva il presidente Mossadeq che nazionalizzò la produzione energetica. Sappiamo come finì: un golpe per insediare lo Shah Pahlavi. Tutti gli analisti, anche prossimi al tycoon statunitense, gli hanno ricordato: Teheran non agirà come Caracas. Lui comunque intende giocarsi questa carta. Sul fronte resistente iraniano la scelta ereditaria fra i Khamenei, pur contraddicendo le volontà del “grande vecchio”, possono significare: orgogliosa autodeterminazione davanti a un nemico che minaccia per il figlio lo stesso trattamento del padre; continuità con la conservazione d’un sistema basato sul ruolo del velayat- e faqih, contestato ieri e oggi da un pezzo dello stesso clero, comunque riproposto dai fedelissimi del sistema khomeinista; fermezza davanti all’aggressione straniera, pensando a rilanciare un consenso patrio da tempo sminuito da crisi economica e dalle contestazioni interne. Può anche accadere che ben oltre i suoi propositi Mojtaba divenga il simbolo e la maschera dietro cui agiscono i veri decisori della Repubblica soffocata da conflitti e opposizione politica: il clero principalista dei Qomi e Jannati e il partito dei Pasdaran, per ora detentori della forza seppure in uno Stato assediato. 

Provato dalla distruzione degli edifici civili con conseguenti vittime fra la popolazione – dei 1339 morti per bombardamenti conteggiati gran parte sono cittadini, i militari e i miliziani finora risultano un numero ridotto – ma con una ricaduta sulla salute generale, dopo i bombardamenti rivolti a serbatoi di stoccaggio di carburante nella stessa periferia di Teheran e in taluni siti di raffinazione degli idrocarburi. L’affermano in queste ore scienziati anche occidentali: il rischio salute per la gente comune è elevatissimo. Zolfo, azoto, acido solforico, acido nitrico incombono sulle loro teste. Alle bombe esplosive Israele e Stati Uniti aggiungono un ennesimo crimine: la bomba ecologica. Gli idrocarburi policiclici aromatici liberati nell’atmosfera dall’esplosione di quei depositi se respirati possono scatenare effetti cancerogeni. L’ha ribadito in un programma televisivo italiano una ricercatrice del Cnr: “… tali idrocarburi sono sostanze organiche che si combinano con altri elementi presenti, ad esempio, nel suolo perciò possono venire assorbiti dalle coltivazioni ed entrare nel ciclo alimentare”. Nell’aria inquinata e annerita da nembi di fumo s’annidano metalli pesanti con effetti ossidanti causa d’infiammazioni del sistema respiratorio. Talune testimonianze dalla capitale dicono che in queste ore cadono piogge acide, il pericolo della contaminazione delle falde e del terreno sono elevatissimi. Le autorità stanno imponendo alla popolazione di restare al chiuso e al coperto, chi deve necessariamente recarsi all’esterno dovrà proteggersi con mascherine per limitare gli effetti tossici dei vapori. L’impatto immediato e a lungo termine sulla salute sono assicurati. Un ennesimo motivo per elevare l’ostilità verso un aggressore che attenta alla vita non solo della stirpe Khamenei, ma della gente iraniana.  

 

domenica 8 marzo 2026

Predestinato

  


Il bambino fatto uomo fuori dalla monarchia che lui medesimo rivendica, è un controsenso della Storia. Anche quella millenaria persiana che cerca radici nell’ultimo tratto d’una dinastia invocata dallo Shah padre nella sfarzosa cerimonia di Persepolis, mentre sognava Ciro e Dario. La coroncina Pahlavi ha fatto gli interessi propri e delle “Sette sorelle” dall’insediamento golpista imposto dalla Cia alla cacciata popolare del 1979. Questa è la faccia dell’ultimo regno iraniano che rinverdendo “Sole e Leone” cercava un richiamo al mito degli antichi sovrani. Quel simbolo, ci dicono gli storici, risale alla dinastia safavide; ha richiami astrologici e pure religiosi. Il leone è associato alla figura di Ali (Ali Ibn Abi Talib), cugino e genero di Maometto, guida infallibile e spirituale degli sciiti. Il sole è un riferimento alla luce divina; la spada, aggiunta successivamente, simboleggia la spada di Ali. Ma tale simulacro, pur con vari nessi divini, è da tempo associato all’essenza dinastica di Reza padre, tant’è che dalla sua cacciata l’Iran ha adottato un tricolore a bande orizzontali (il verde dell’Islam, il bianco della pace, il rosso del sangue dei martiri) con al centro la stilizzazione della frase Allahu Akhbar. Tutto consono alla fede e allo spirito della Repubblica appunto islamica. Oggi, però, è la bandiera con l’antico leone a far battere i cuori d’una parte dell’opposizione iraniana, fortemente rinvigorita nell’ultima protesta dello scorso gennaio, e ferocemente repressa dal regime degli ayatollah. Un’opposizione locale e di diaspora, molto giovanile, che un’altra fetta dell’antagonismo estero - quello organizzato e strutturato dei Mujaheddin del popolo e quello degli intellettuali laici, liberali o progressisti - sostiene sia considerevolmente sostenuta e finanziata da Israele, col fine di orientare in senso monarchico un cambio di regime. Nei giorni scorsi diversi video amatoriali hanno mostrato, nella Teheran bombardata da caccia israeliani e statunitensi, festeggiamenti gioiosi per l’abbattimento dell’edificio dove si trovava in quel momento la Guida Suprema. Gli oppositori esultavano per l’uccisione d’un altro Ali, Khamenei, colui che per loro, pur avendo vent’anni, era considerato un dittatore. Da trentasette Nawruz.  

 

L’informazione, o propaganda, del settore maggiormente organizzato della diaspora esterna al Paese (che conta oltre mezzo milioni di iraniani negli Stati Uniti, diverse decine di migliaia in Europa, divisi fra Germania, Francia, Svezia e Italia) i citati Mujaheddin, sostiene come la tecnologia basica applicata ai social media stia facendo girare in rete una quantità esagerata di video taroccati, dove oppositori agli ayatollah vengono automaticamente sommati ai filo monarchici. Loro affermano che non sia così. Di fatto la stessa opposizione si fronteggia, cerca di accreditarsi un’influenza maggiore di quella oggettivamente esistente, insomma è frazionata come lo sono le ali dure e conservatrici dei Guardiani della Rivoluzione rispetto a quei settori riformisti messi da decenni fuorigioco (i seguaci di Mousavi) o i riformisti pro regime (Rohani e Pezeshkian). E il clero che s’oppone a un’investitura di Mojtaba, figlio di Khamenei, nel ruolo ch’è stato di suo padre, interrompendo tradizione e volontà di tenersi lontano da linee familiari ed ereditarie per conservare l’orientamento repubblicano dello Stato. Fra svariati nomi ormai noti dell’attivismo anti mullah cercati e in alcuni casi assai corteggiati dai media occidentali, a loro volta schierati coi propri governi piuttosto accondiscendenti con la guerra portata in Medio Oriente e ora in Iran da Netanyahu e Trump, non traspare alcun sentimento d’angoscia per quel poco che si riesce a intravedere nella patria ferita dai “liberatori”. “Non avrei immaginato di chiedere un ritorno d’un Pahlavi alla guida dell’Iran, ma ora lo faccio” ha dichiarato in un’intervista video un’oppositrice comodamente alloggiata a Parigi. Un breve riferimento ai parenti in loco, ma neppure un timore per la loro incolumità viste le note che indicano 1.300 vittime, quasi tutte civili, visti i 3.600 siti sempre civili finora bombardati (fonte Mezzaluna Rossa), vista la pioggia nera di petrolio che da stamane piove sulla capitale, mentre nella cerchia urbana, bruciano grandi serbatoi di stoccaggio di carburante colpiti volutamente. Nulla. Si pensa a un futuro messo in mano al piccolo Shah.