Sta solo nelle foto o nei sogni dei fedeli in lutto per le esequie alla vecchia Guida Suprema, ma Mojtaba non si materializza neppure al funerale del famoso padre. Ci sono i tre fratelli Massud, Mostafa, Meysam, non l’investito del ruolo paterno, una mossa ereditaria in contrasto con la tradizione degli ayatollah. Quel passo è stato fatto dopo che l’esplosione del 28 febbraio aveva assassinato Ali, sua figlia, il genero, una nipote, portandosi via successivamente anche la moglie non sopravvissuta alle ferite. Mojtaba restava colpito, gravemente o meno. Risulta comunque amputato a una gamba, sfregiato al volto, forse menomato alle stesse corde vocali. Eppure l’Assembla degli Esperti sceglieva lui per l’incarico più prestigioso della continuità khomeinista nella Repubblica Islamica. Da quel momento gli analisti si sono scatenati, anche perché non passano giorni bensì settimane e mesi, di cose continuano ad accadere in terra iraniana e dintorni: guerra e bombardamenti, vittime, oltre cinquemila civili non solo capi dei Guardiani della Rivoluzione, blocco di Hormuz e reazione di Teheran lanciata contro gli alleati americani del Golfo. Eppure la nuova Guida Suprema non si vede. Gli vengono attribuiti annunci e comunicati, sempre scritti, mai con la sua voce né in video né in audio. L’Ettela’at-e-Sepah , l’Intelligence dei Pasdaran, lo motiva con ragioni di sicurezza. In effetti il figlio dell’ex leader assassinato è, a detta della Casa Bianca, egli stesso un bersaglio sensibile, la motivazione della protezione regge. Ma c’è chi pensa alla sua reale inabilità, addirittura s’è paventato un decesso tenuto nascosto nell’emergenza nazionale per non destabilizzare la popolazione fedele allo sciismo e al sistema del velayat-e faqih, il concetto divisivo nella cittadinanza accantonato nelle critiche in questa fase di difesa patria.
Una Guida Suprema immateriale può far comodo all’attuale establishment iraniano che ripropone i sempre vivi contrasti fra riformatori e tradizionalisti, con la variante d’un pragmatismo che avvicina chi si colloca fra i primi, come l’attale presidente Pezeskian e il comunicatore del Parlamento Qalibaf collocato sull’altro fronte. Loro spingono per un accordo col ‘Grande Satana’ statunitense, al contrario d’intransigenti in divisa (Vahidi) o in turbante (Mohseni-Eje’i) cui guardano quei militari e miliziani, e magari anche le proprie mogli in chador in queste ore piangenti ma vendicative, che non intendono rinunciare a una posizione di forza contro chi li ha aggrediti. Una Guida Suprema che ufficialmente esiste, ma potrebbe non esserci o non essere in grado di decidere nulla - secondo i dettami della Repubblica Islamica a lui competono orientamenti di politica estera e militare - può far comodo ai corpi della forza nella direzione politica del Paese. Oppure mascherare una conduzione collegiale fra i capi laici e i chierici che contano, lanciando ai fedeli prima che ai cittadini il messaggio della futura apparizione di Mojtaba come fosse il Dodicesimo imam scomparso e atteso da secoli. O ancora la sicurezza, peraltro violentemente violata in troppe circostanze dai nemici esterni e interni, sorprenderà tutti, non abbassando la guardia ma lanciando la sfida a chi vuol eliminare il simbolo della Guida, e la mostrerà per la tumulazione del corpo del padre giovedì prossimo a Mashhad. L’enigma resta, eppure la sensazione d’una trasformazione del potere fra il ceto politico, laico e clericale, è abbastanza diffusa. Al di là dei proclami solo la soluzione di oggettive necessità economiche, sociali e pure civili potrà dare continuità a un sistema autoctono che non rinnega l’Islam e salva il Paese dalle ingerenze.
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