Deve amarlo davvero tanto il crimine De Cataldo Giancarlo, magistrato reso celebre non tanto dal lavoro nella romana Corte d’Appello, ma dalla saga creata col suo romanzo dove quell’aggettivo orienta e guida le pagine d’un racconto vero, colorito per la finzione letteraria. Che oltre un ventennio addietro conferiva all’autore fama e forse proventi più che per le tirature con una gloriosa casa editrice, per successive royalties cinematografiche e poi televisive. E ulteriore notorietà poiché parlare di sangue e cattiverie attira eccome, dal popolino al recensore, amico o meno, tutti calamitati dalla pelosa brutalità dei misfatti. Poteva accontarsi De Cataldo. Sicuramente. Però se il desiderio cresce con la gloria, quest’ultima fa decollare pretese ancor più impetuose. Da lì evidentemente l’insano sogno di cimentarsi quale paroliere e sceneggiatore in una metamorfosi del romanzo, udite ma non troppo, in opera lirica. Sì, quella del Belcanto, che ha reso celebri i Maestri d’una storia che fa tutt’ora vibrare i cuori dalla Scala al San Carlo, dal Regio al Massimo. In una recente intervista il magistrato-letterato confessa d’essere un neo melomane grazie all’ex manager del romano Auditorium Parco della Musica, ora Sovrintendente del Maggio Musicale Fiorentino, Carlo Fuortes. Sarà stato lui a concimare le smanie autorali, ma scarsamente autorevoli, di questa muta? Chissà. Il guaio è che all’ideuzza insana s’è unito il maestro Nicola Piovani. Del resto per far lavorare soprani, baritoni, tenori serviva la musica. Così il dado è stato tratto. E chiunque ami le arie liriche può ascoltare. Ovviamente senza i facili e devianti paragoni coi mostri sacri della Storia di cotanto pentagramma. E soprattutto se riesce a non annoiarsi. Se amante di quella trama perché la conosce avendola letta, seguita al cine oppure avendone ricevuto comunicazione orale le sciaguratezze del gruppo banditesco restano impresse, se deve dedurle dal libretto, embè è un bel guaio. Non l’aiuta qualche duetto (uno pregevole per bravura dei cantanti fra Patrizia-Goikoetxea e Scialoja-Desole) o intreccio sonoro fra personaggi. Tranne alcuni refrain in cui Piovani è abilissimo, roba comunque da colonna sonora filmica, è difficile trovarsi coinvolti da “romanze” degne di questo nome. Restano nelle orecchie Io li conoscevo bene nenia d’apertura in cui la voce narrante Patrizia presenta i protagonisti della Banda della Magliana oppure il loro Stecca para pe’ tutti con cui i loschi figuri chiosano le finalità della loro vergognosa esistenza. Precisa la regìa, d’un ex attore degli intrighi della saga, Massimo Popolizio già nei panni cinematografici del cosiddetto Terribile. Poteva far desistere lo scrittore e il musicista dall’impresa? Non l’avrà fatto perché voleva aiutarli con una buona regìa. Possibile. Però … Certo meritano l’applauso del pubblico resistente i cantanti, su cui spiccano la soprano Vanessa Goikoetxea, la mezzo soprano Valentina Pernozzoli, il tenore Anthony Ciaramitano, il baritono Wiliam Hernandez le cui corde vocali sollevano la corda dei cuori dei melomani al cospetto. Ma nei conflitti esterni e negli intrighi interni nessun Dandi o Libanese può affascinare come uno Scarpia né tantomeno un Duca mantovano. Insomma perché? e ribadiamo perché non voler restare sul terreno già clamorosamente favorevole della narrazione e ambire il lancio dei propri personaggetti cercandone un’esaltazione nella sfera d’una impossibile epica? Ofelè fa el to mesté, recita un motto che ben conosce il loggionista, ma non De Cataldo cui ben riesce passare dalla stesura di verbali e documenti alle pagine narranti vicende di malavita. Molto meno la librettistica d’opera. Trascinando nelle fantasie di trionfo anche un ottuagenario Piovani.



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