mercoledì 24 giugno 2026

La giustizia vera

  


Ora che Magdi Ibrahim Sharif verrà condannato all’ergastolo e i suoi compari Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi, Tareq Sabyr, tutti mukhabarat della National Security Agency egiziana, a 17 anni e sei mesi di reclusione, (queste sono le richieste del pubblico ministero Sergio Colaiocco, nel processo italiano per l’omicidio di Giulio Regeni) si può fare il punto su quanta verità e quanta giustizia siano offerte alla memoria del ricercatore friulano. Bersaglio e vittima, è bene ricordarlo, del regime instaurato nel luglio 2013 dalla lobby militare del Cairo con a capo Abdel Fattah al-Sisi, tuttora presidente del grande Paese arabo. La verità che Regeni fosse un dottorando esecutore d’una ricerca dell’Università di Cambridge sulla situazione sindacale nell’intricato settore del commercio ambulante del Cairo, era da tempo assodata. Nonostante le ambiguità dell’Università stessa nelle persone della tutor e della docente, garanti di quel lavoro ed entrambe sfuggenti alle richieste legali di parte e dei magistrati dopo il dramma dell’assassinio del giovane. Magistrati italiani, perché nei lunghi dieci anni d’indagini solo la magistratura italiana ha effettuato indagini e ricercato prove. I colleghi egiziani, allineati alle linee guida del governo del proprio Paese, si sono guardati bene dal collaborare. Cadute nel vuoto le illazioni, lanciate direttamente dai ministri dell’Interno e degli Esteri egiziani dell’epoca, Ghaffar e Shoukry, su un presunto ruolo di spia del ricercatore, d’una sua relazione omosessuale con delitto finale, d’un rapimento da parte di balordi, questa la balla più corposa con tanto di messa in scena poliziesca di ricognizione e sterminio d’un quintetto sacrificato alla bisogna sommando omicidi a omicidio. Per un po’ è sopravvissuto il presunto mistero del ritrovamento del corpo martoriato di Giulio ai margini d’una superstrada, che per chi seguiva e commentava le cronache egiziane a cavallo della rivolta di Tahrir, mistero non era affatto. Anzi, rappresentava l’ennesimo monito lanciato a oppositori, giornalisti, ficcanaso vari.  

 

Costoro dovevano rammentare che raccontare l’accaduto sotto i regimi militari, di Mubarak prima, di al-Sisi in seguito, diventava insidioso per la propria incolumità. Il cadavere straziato di Giulio serviva a questo, come già era stato per Khaled Saeed. Teniamo presente quanto i governi nostrani, progressisti, democratici, patriottici, i nomi dei capi Esecutivi gli elettori li conoscono: Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi, Meloni, abbiano per nulla aiutato i dignitosi familiari Regeni nella richiesta di sostegno alla propria battaglia di “verità e giustizia” per un figlio, un italiano rapito, torturato, massacrato all’estero. Le opportunità economiche, le partnership energetiche, le relazioni securitarie subordinate a una geopolitica subìta più che vissuta decretavano la supremazia della ‘ragione dello Stato e delle relazioni fra Stati’ lasciando nell’oblìo la settimana di macelleria, fra bruciature, scosse elettriche, ossa rotta e denti ingoiati, vissuta da un fiero e semplice giovane che non aveva nulla da celare se non la sete di conoscenza. Resta la questione della giustizia. L’auspicabile condanna che il quartetto dei sicari egiziani si ritroverà a breve sul groppone, sarà una condanna giusta ma impalpabile. Nessuno dei quattro assassini sconterà un giorno di galera per quell’incongruenza d’un accordo fra nazioni che rende inapplicata una sentenza di fronte al rifiuto di collaborazione d’uno dei soggetti. L’impotenza della legge al cospetto di chi sceglie di proteggere aguzzini per garantirsi un percorso politico di durata, come sta facendo il regime di al-Sisi, impone alla politica nostrana quella scelta che finora ha aggirato: stare con la legge, la legge italiana che condanna i mukhabarat e conseguentemente il loro governo che per un decennio li ha protetti o far finta di niente gabbando la vera giustizia che condanna i massacratori d’un italiano. Il resto dei discorsi sul progressismo, la democrazia, il patriottismo diventano chiacchiere di fronte a una sentenza di cui si chiede l’applicazione. O si rompono le relazioni con chi non la fa rispettare o si è collusi e s’abbracciano gli assassini.

giovedì 18 giugno 2026

Tormenti d’amore

  


Provate a innamorarvi d’una bellezza per la quale siete poco più d’un uomo qualunque, intellettuale sì, ma dalle fattezze ordinarie, anzi quasi meste quale si mostrava Cesare Pavese. Lei era una newyorkese arrivata in Italia quando da poco aveva sloggiato l’Amgot, ma non le divise a stellestrisce attorno all’ambasciata statunitense nel romano palazzo Margherita. Prestigio aristocratico Ludovisi, la villa urbana più bella del barocco lottizzata per pecunia, e sparita coi suoi alti fusti. Comunque diventato l’arredo parigino della città eterna, che trasforma gli Horti Sallustiani in giardino nobiliare quindi in città per chi può godere dell’aria fine delle pendici pinciane. In quel luogo magari per un visto, un documento, un party - poiché lì insiste la sede governata nel 1947 da mister James Clement Dunn - sarà passata la lei di lui, Constance Dowling, per tre anni in Italia e a Roma. Giunta a recitare in un film citato dagli annali (Miss Italia) avendo già fatto la ballerina di fila per filare sul set d’un paio di precedenti pellicole hollywoodiane. Bella era bella Constance e conobbe il quarantunenne Pavese a ventinove anni. Lo scrittore se ne invaghì. E quale luogo per un incontro tanto straordinario quanto monumentale, appariscente, gioioso nel batticuore della salita - e che salita, coi centotrenta e più gradini - mentre in basso è ormeggiata la barca di pietra e acqua. Passa, dunque, per l’iconica piazza di Spagna il poeta frastornato dalla passione di colei che chiama Connie. Nonostante tutto riesce a osservare cielo e strade tumultuose, immancabili fiori, rondini e sole. Come un adolescente infervorato parla d’un cuore in subbuglio mentre nel salir le scale, una porta s’apre. Immaginiamo veda l’amata “ferma e chiara”. L’oro dei capelli di Constance s’intuisce anche da immagini d’epoca in bianco e nero, e su quel “ferma” c’è da domandarsi se si tratti di postura o di carattere. Una lirica lineare, pascoliana, diversa dall’intreccio amoroso che su quella scalinata animava lo Sperelli dannunziano. Ma nella connessione fra Connie e Cesare non albergano soltanto speranza e illusione, la passione conosce i passi dell’intimità, perché le due C condividono incontri e sensazioni. Conosciamo quelle del poeta, che dopo alcuni mesi poneva drammaticamente fine ai suoi giorni, quando nel Diario annotava: “6 marzo. Stamattina alle 5 o 6. Poi la stella diana, larga e scintillante sulle montagne di neve. L’orgasmo, il batticuore, l’insonnia. C. è stata dolce e remissiva, ma insomma staccata e ferma. Il cuore mi ha saltato tutto il giorno, e non smette ancora. Quella che si chiama passione non sarà poi semplicemente questo dibattersi del cuore, questa tara nervosa? Sono molto deteriorato dal ’34 e dal ’38. Allora ero smaniosissimo ma non malato” E ancora: “9 marzo. Battito, tremore, infinito sospirare. Possibile alla mia età? Non mi succedeva diverso a venticinque anni. Eppure ho un senso di fiducia, di (incredibile) tranquilla speranza. È così buona, così calma, così paziente. Così fatta per me. Dopotutto, lei mi ha cercato… Il passo è stato terribile eppure è fatto. Incredibile dolcezza di lei, parole di speranza. Darling, sorriso, lungo ripetuto piacere di star con me. Le notti di Cervinia, le notti di Torino. È una ragazza, una normale ragazza. Eppure è lei – terribile. Dal profondo del cuore: non meritavo tanto”. Non conosciamo né mai è stata resa nota la visione di Constance che evidentemente viveva l’incontro con differenti prospettive e lo stesso Pavese, amante deluso, riusciva lucidamente a darsi una panoramica dell’infatuazione: ”Certo in lei non c’è soltanto lei, ma tutta la mia vita passata, la inconsapevole preparazione – l’America, il ritegno ascetico, l’insofferenza delle piccole cose, il mio mestiere. Lei è la poesia, nel più letterale dei sensi. Possibile che non l’abbia sentito?”. Musa, desiderio e chissà cos’altro, ma quel “ferma e chiara” descritta nei versi su piazza di Spagna individuavano anche differenti punti di vista. Così altri versi dedicati a Connie: ”Tu, screziato sorriso  su nevi gelate – vento di Marzo, balletto di rami spuntati sulla neve, gemendo e ardendo, i tuoi piccoli “oh!” – daina dalle membra bianche, graziosa, potessi io sapere ancora la grazia volteggiante di tutti i tuoi giorni, la trina di spuma di tutte le tue vie –  domani è gelato giù nella pianura – tu, screziato sorriso, tu, risata ardente”. Espressioni da maschilismo di ritorno? Libertà poetiche? più descrizioni amorose alla Eluard o Neruda. Certo il buon Cesare era ‘cotto’ e la sua partner non gli concedeva altro. Le scriveva lettere e biglietti senza ricevere risposte e annotava nel Diario: “Nulla. Non scrive nulla. Potrebbe esser morta. Devo avvezzarmi a vivere come se questo fosse normale. Quante cose non le ho detto. In fondo il terrore di perderla ora, non è l’ansia del possesso ma la paura di non poterle più dire queste cose. Quali siano queste cose ora non so. Ma verrebbero come un torrente quando fossi con lei. È uno stato di creazione. Oh dio, fammela ritrovare”. Poi, di punto in bianco, Connie lasciò l’Italia per proseguire la carriera cinematografica. Si unì in una lunga relazione al regista Elia Kazan, ma questo il poeta torinese non lo seppe mai. Sei mesi dopo aver scritto i celeberrimi versi “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” in cui molti critici, letterari e non, vedevano le pupille ammaliatrici dell’amata, Pavese si suicidava. Eppure di suo pugno aveva scritto: “Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla”. 


 

martedì 16 giugno 2026

Acqua chiara

   


Finisce per non finire la triangolare crisi Usa-Israele-Iran. Forse a breve terminerà la chiusura dello stretto di Hormuz, e non è neanche detto perché la geopolitica dell’aggressione di cui l’America trumpiana vanta il diritto d’autore cogestito con Israele non necessariamente marchiato Netanyahu, patteggia mentre bombarda, promette per non mantenere, giustifica addossando agli avversari ogni colpa e nefandezza. Nello sdoganamento della schizofrenia la politica mondiale si fa per annunci, sorrisi più minacce, colpi improvvisi che maramaldeggiano i comportamenti. Lo mostrano i cento e più giorni d’attacchi a singhiozzo a caccia di Pasdaran e miliziani Hezbollah, colpiti ai vertici e non di più, mentre chi muore e soffre è la popolazione, iraniana e libanese. Il mondo è obnubilato, vaga senza dire nulla che non sia “Sissignori” ma egualmente riunisce i suoi leader. Li mescola con mediatori e potentati mediorientali, ospitati nella ridente località termale di Èvian-les-Bains, memore d’altre conferenze internazionali (quella del 1938 voluta da Delano Roosevelt per la questione dei profughi ebrei provenienti dalla Germania nazista e del 1962 con cui la Francia gollista rinunciava alla colonia algerina). Non s’insegue la Storia, si porta l’attuale crisi globale dell’energia e dei commerci a tentare di ‘passare le acque’ in Alta Savoia per poi poterle attraversare nel mar Arabico, tramite il mai tanto celebrato passaggio Levante-Ponente e viceversa. Gli avvezzi alle pantomime d’una presunta stabilità, iniziando dal patron di casa Macron e passando per l’invitato di lusso Trump, sono intorno al tavolo con volenterosi europei e aggiunti di secondo piano, fra i quali spiccano la nostra primo Ministro Meloni e l’omologa giapponese Takaichi. Quindi l’inquietante sfilza di capi che vanno dal brasiliano Lula, un sempreverde della politica meno verde quando s’è trattato di sfogliare l’Amazzonia, l’indiano Modi, conciliante solo in casa d’altri vista la linea razzista perseguita dal suo governo. Quindi gli interessati geograficamente a stabilizzare l’instabilità, dal più diplomatico emiro al Thani, campione del soft power dei petrodollari, al più schierato fra gli emiri, l’emiratino bin Zayed, alleato d’acciaio della coppia Trump-Netanyahu, che qualche acciacco dal conflitto in corso l’ha ricevuto. 

 

Presenti anche due statisti (sic, l’egiziano al Sisi e il pakistano Sharif) che potrebbero offrire nuova luce regionale a quella che i politologi considerano un patto tramontato, quegli Accordi di Abramo che per volere trumpiano conciliavano i rapporti fra un pezzo del mondo arabo e Israele. Ora, pensando a un diretto coinvolgimento di Turchia ed Egitto, il nuovo fronte passa per Arabia Saudita e Pakistan, l’intento è tenere a bada con la forza di eserciti e pure con la deterrenza atomica i colpi di testa d’Israele. Che comunque rappresenta l’ennesima scommessa dell’evoluzione prossima ventura nel caldissimo Medioriente volutamente disastrato da chi ripropone un colonialismo galoppante. Riguardo a ciò che si sottoscrive ‘col collo storto’ tramite applicazioni digitali o pezzi di carta, e qui la cervicale duole soprattutto al tycoon statunitense che perde sull’intera linea, il famoso stretto è e sarà controllato dai Guardiani della Rivoluzione con tanto di pedaggio, al più condiviso con l’Oman. Se si vorrà azzerare la misura, Teheran chiederà altro. Per quel che lo riguarda direttamente ballano sanzioni da ritirare o ridurre sensibilmente e addirittura il nucleare di cui Washington non vuol parlare in quest’occasione. Quindi c’è il riverbero sull’occupazione del Libano meridionale da parte dell’esercito di Tel Aviv di cui il diplomatico Araghchi e il risoluto Qalibaf richiedono il ritiro totale. Netanyahu fa orecchi da mercante, però la questione va risolta se non si vuole che l’intera possibile pacificazione crolli come un castello di carte. Agli amiconi europei di Trump spetterebbe (spetterà) l’operazione più defatigante: sminare lo Stretto. Per farlo dovranno interagire con le corvette dei Pasdaran. Certo i recenti bombardamenti statunitensi hanno ridotto il loro potenziale bellico sull’acqua, visto l’affondamento di diverse unità navali. Trenta ne ha rivendicate il Pentagono, la Repubblica Islamica non ha confermato, ma la perdita nel marzo scorso in pieno Oceano Indiano, della moderna Iris Dena era stata ammessa dallo stesso ministro degli Esteri Araghchi che definì l’episodio “un’atrocità in mare”. Proprio perché le ferite sono apertissime, senza contropartite non ci saranno favori. E tutto potrebbe  ricominciare.  

giovedì 11 giugno 2026

Terrorista

  


Né venduto né cornuto, direttamente terrorista. Il somalo Omar Abdulkadir Artan, il miglior arbitro d’Africa della passata stagione, pronto per il Mondiale d’America è finito in galera e poi espulso con quell’accusa rivoltagli dalla Customs and Border Protection, il filtro anti immigrazione dell’amministrazione trumpiana. Questo nonostante visti, documenti, immagini e curricula offerti dal suo Paese e dalla Federazione Internazionale organizzatrice del ventitreesimo Campionato mondiale di calcio. L’ennesima manifestazione agonistica totalmente asservita all’affarismo, inficiata da un esclusivismo geopolitico che discrimina e accoglie secondo parametri soggettivi, in questo caso quelli dell’attuale sovrano della democrazia statunitense. Incensato sino al servilismo dal presidente-fantoccio dell’internazionale del pallone, l’italo-svizzero Gianni Infantino che in un atto d’imbarazzante fantozziana piaggeria avanzò, non si sa a quale titolo, la proposta di Nobel per la pace al tycoon americano. Così, come accade a tanti altri organismi dello sport, la Fifa anziché difendere a denti stretti un suo tesserato investito dell’importante  funzione di giudice, l’ha abbandonato a sé stesso lasciandolo nelle nerborute mani degli inquisitori di frontiera che gli contestavano un nome, simile a quello d’un membro di al-Shabaab, un gruppo locale affiliato ad al-Qaeda. E per i funzionari dell’Ufficio immigrazione imbeccati dalla Cia, la somma fra i due nomi e cognomi è stata semplice, terrorista o presunto tale pure l’arbitro, che poteva tornarsene da dove veniva. Consolazione per il fischietto, l’essere accolto a Mogadiscio come un eroe fra abbracci dei concittadini, non solo sportivi, e dichiarazioni ufficiali delle autorità. E poi incontri col primo Ministro Hassan Hamza Abdi Barre, col presidente Hassan Sheikh Mohamud, mentre alcuni membri dell'opposizione somala, l'ex presidente Farmaajo e l'ex primo ministro Hassan Ali Khaire, sostenendolo hanno lanciato proteste per quella che considerano una chiara discriminazione. Eppure dalla Casa Bianca Trump se ne infischia. Da tempo ha bollato la Somalia e la comunità somala interna quale gente indesiderata, imponendo di fatto un divieto d’ingresso tramite sospetti e illazioni che hanno fermato anche il miglior fischietto africano. Lui, ventiquattrenne, spera in nuove occasioni, sebbene la vetrina dei Mondiali resti la più significativa. In realtà nella Storia del calcio, seppure non giocato e giudicato, ci entra egualmente con quest’esclusione. Un provvedimento ch’è una vergognosa impostura, pretestuoso, falso, razzista. Per ora è meglio essere ricordato così piuttosto che nel ruolo d’un giudice in odor di corruzione come Byron Aldemar Moreno, nei Mondiali 2002. Oppure d’un arbitro talmente svagato e cieco, Ali Bin Nasser, nella celebre Inghilterra-Argentina dei Mondiali 1986 che sdoganò la cosiddetta “mano de dios”.

mercoledì 10 giugno 2026

Primati

  


Nella corsa ai primati di durata al potere il primo ministro indiano Narendra Modi smania per conseguire traguardi universali. Ovviamente non s’incensa in prima persona. Delega alleati e adulatori. Uno di questi Ram Madhav è particolarmente attivo, innanzitutto per motivi di fedeltà politica, avendo militato ed essendo tuttora membro dell’Esecutivo del Rashtriya Swayamsevak Sangh, il braccio armato razzista e paramilitare dell’attuale gruppo di maggioranza governativa Bharatiya Janata Party, di cui è stato anche Segretario generale.  Insomma questo Ram è un personaggio organico ai citati raggruppamenti e allo stesso premier. La sua seconda caratteristica è quella del  comunicatore; s’è fatto le ossa come redattore di riviste di partito, è dunque espertissimo della più mistificante propaganda e tuttora rappresenta una voce parlante, seppure non ufficiale, del Bjp. Da questo pulpito ha lanciato la notizia: oggi, 10 giugno 2026, il governo Modi coi propri 4.699 giorni di mandato ininterrotto, attraversando tre legislature, supera il record di governabilità di Jawaharlal Nehru. Dunque una tacca più avanti del padre dell’India moderna in carica per 4.398 giorni prima di soccombere alla morte il 27 maggio 1964. In realtà il ‘velinaro di Modi’ lancia una manipolata falsità, visto che Nehru conservò il potere per più di 6.000 giorni. Volutamente Madhav sottrae circa duemila giornate di mandato allo storico premier, annullandone una fase difficile e travagliata inserita negli anni 1947-1952. Perché fa questo? Piaggeria, revisionismo? L’uno e l’altro. Si tratta d’un comunicatore di parte. La piaggeria apparterrà alla sua indole, lo può testimoniare meglio chi ne conosce le gesta quotidiane. Il revisionismo  concerne le strategie dell’attuale staff modiano e soprattutto la linea di partito hindu, spinta a cancellare le altre realtà indiane in ambito storico, sociale, confessionale. In futuro Modi, oggi settantacinquenne, potrà proseguire nel suo ruolo, sebbene già due anni or sono il Bjp ponesse alcuni rappresentanti locali in vetrina per una successione. Fra i più gettonati l’ex premier dell’Uttar Pradesh, il monaco cinquantaquattrenne, sorridente e fondamentalista, Yogi Adityanath. Certo, le elezioni politiche del 2024 hanno introdotto un brivido nelle certezze degli arancioni: l’assolutezza con cui nel decennio precedente avevano primeggiato. Per realizzare un terzo mandato Modi ha ricevuto il sostegno di due partiti, minori ma indispensabili, campioni nei rispettivi Stati: Telugu Desam nell’Andhra Pradesh e Janata Dal nel Bihar. Mentre i residuati d’un passato glorioso ma all’inizio del nuovo millennio decadente, il National Congress Party, risollevati dalle disfatte decennali hanno occupato il doppio dei seggi nella Lok Sabha, offrendo un soffio di vitalità. Questo gruppo non ha l’impatto degli anni d’oro di Indira Gandhi, però il nipote Raul, che ha guidato dell’ultima campagna elettorale, perdendola comunque incrinando lo strapotere del Bjp, proprio in questi giorni ha lanciato il rapporto “Promesse contro realtà” un titolo esplicitamente critico verso il governo di Delhi. Uno dei pilastri delle contestazioni è la crisi energetica, sicuramente mondiale, scaturita dalla chiusura dello Stretto Hormuz ma che in queste settimane vede il gigante indiano letteralmente boccheggiare per le carenze scaturite dalla crisi geopolitica. Tutto ciò può spiazzare gli ambiziosi progetti economici lanciati verso il terzo Pil mondiale, il proprio, che s’inserisce nell’agone sino-americano. Il documento ricorda come negli ultimi anni gli esecutivi indiani hanno beneficiato di prezzi assai contenuti per il greggio, cui non sono seguiti sgravi per i consumatori, subissati invece da ripetuti aumenti fiscali.  Insomma un indice di squilibrio, non solo fra la sempre corposa massa dei poveri ma nello stesso ceto medio lavorativo. Da cui scaturiscono dissapori e contestazioni che nessuna ambizione nazionalista, il Bharat lanciato da Modi, riesce a contenere se non con armi di distrazione di massa legate alla continua ricerca di avversari interni (minoranze religiose) o esterne (il nemico pakistano).  Fin qui le frecciate dell’opposizione cui il premier, cacciatore di primati, può rispondere nel segno d’un preconfezionato carisma. Per eguagliare davvero il bisnonno di Raul Gandhi, dovrà restare in sella per altri cinque anni, rintuzzando critiche e proponendosi almeno per un’altra legislatura. Un sogno che nei Paesi dove i leader inseguono "Guinness" vendendo fumo, non è escluso.

venerdì 5 giugno 2026

Parole e fatti

  


Le parole dei mesi scorsi a sostegno d’un ipotetico piano di transizione per la Striscia di Gaza hanno introdotto il trumpiano Board of Peace; quindi l’idea d’una Forza Internazionale di Stabilizzazione cui potevano fornire truppe Indonesia e Marocco, Kazakistan e Albania, mentre quelle di Turchia e Azerbajan non erano ben viste da Israele. Le parole hanno pure indicato un Comitato nazionale per l'amministrazione di Gaza con rappresentanti di Hamas, Jihad islamica palestinese, Fronte popolare per la liberazione della Palestina, Fronte democratico per la liberazione della Palestina, Comitati di resistenza popolare, alcuni dei quali più sigle che sostanza, e perfino d’una ‘Corrente di riforma democratica’ affiliata a Fatah. I fatti dicono altro. Affermano drammaticamente che Israele impone un controllo militare di due terzi dei 365 km quadrati originari della Striscia. Ha ridotto lo spazio disponibile per i due milioni di gazawi a 140 chilometri quadrati, un lembo ristretto dalla famigerata ‘linea gialla’ segnata coi blocchi di cemento dipinti con quel colore che i bulldozer dell’esercito hanno posizionato attorno ai cumuli di macerie in cui è ridotto più dell’85% degli ex edifici del luogo. Quei blocchi possono decretare la morte per chi li supera anche per errore o semplicemente avvicinandosi troppo a quell’ennesimo confine imposto. I fatti dicono che dal presunto ‘cessate il fuoco’ dello scorso ottobre i cecchini e i reparti di Israel Defence Forces hanno ucciso 933 abitanti della Striscia e ne hanno ferito circa tremila. Dall’8 ottobre 2023 la tragica conta possibile sui cadaveri palestinesi ritrovati li porta a 72.942, se ne stimano altrettanti sotto macerie per ora non rimosse. I feriti sono ad oggi 173.000. Di fatto nel piano americano tutto o quasi resta bloccato dalla desiderata di Israele di disarmare Hamas, e quest’ultimo, che secondo i proclami multipli di Netanyahu doveva essere cancellato, non ci sta. Le armi, anche le più relative come i kalashnikov, non compariranno più nelle mani dei militanti. Saranno appannaggio solo delle forze di polizia che si darà il Comitato per l’amministrazione di Gaza, dunque non solo Hamas. Lo sostiene un funzionario del gruppo, mostrando la volontà di proseguire quei colloqui più volte interrotti al cospetto di rappresentanti israeliani e di Nickolay Mladenov, l’alto rappresentante del Board of Peace trumpiano. Ma non è detto che al Cairo, dove Egitto e Giordania vestono i panni dei mediatori, una riapertura del tavolo s’avvierà a breve. All’ostacolo del loro disarmo totale i palestinesi oppongono il ritiro totale delle truppe d’occupazione di Tel Aviv. Per vari osservatori l’impuntatura di Israele sul disarmo totale di Hamas, quello che non ha conseguito neppure con trentadue mesi di caccia al nemico e di stragismo rivolto ai civili, è l’ennesima tattica di attendismo col tempo che scorre per un’assenza di soluzioni nei confronti di chi soffre. E’ la linea di sfiancamento della popolazione locale, sfollata e ammassata nelle tende, stressata da fame e malattie che procede accanto alle uccisioni con le armi. Dei seicento camion giornalieri di aiuti umanitari, in alcuni periodi delle imposture sioniste completamente bloccati ai varchi d’ingresso, tuttora Tsahal consente l’accesso a centocinquanta che risultano assolutamente insufficienti per un sostegno anche minimo a famiglie e singoli. E i decessi di neonati, di bambini per fame, sottonutrizione, infezioni ne sono una riprova inascoltata dalla stessa Comunità Internazionale, indignata a parole mentre i fatti non cambiano.  

mercoledì 3 giugno 2026

Repubblica del fuoco


  

Sarebbe stata una Repubblica vera e sana se nel giorno della gloria e della festa tutti, e primo fra tutti il Presidente, avessero spento microfoni e riflettori. Non per scorno, per provare a riflettere. Su quello che la Repubblica Italiana nei suoi ottanta anni non è stata e non è. Una comunità dove la giustizia, i sentimenti, il decoro, la civiltà hanno la meglio sulla sopraffazione, il cinismo, l’indecenza, il crimine. Ennesima occasione perduta davanti a un rogo umano che ha sgomentato ma non ha scosso il cartellone celebrante con militari in tiro, pubblico plaudente, cantanti e vip abbracciati al Presidente perché l’anniversario non ammette interruzioni e lutti. Così due spettacoli, quello istituzionale profumato e lucido e quello marginale intriso di sudore e benzina, si sono incrociati senza guardarsi. E l’esecuzione mafiosa, certo, ma non di mafia esclusivamente pakistana, viene accettata e rubricata come cronaca nera aggregabile a talune punizioni che nelle carni arse e nel fuoco hanno forgiato nei secoli una purificata tradizione di fede. Del resto le Istituzioni,  pur comprendendo e magari indagando, hanno davanti una coppia assassina, pakistana, e le carcasse riarse delle vittime afghane, tutta gente venuta da fuori, un Terzo mondo che ci nutre con la propria fatica, che però non è italiana. E merita al più la riprovazione, non il cordoglio. Nelle regole non scritte, che nella vita reale d’una Repubblica inferiore, sono le uniche a contare costoro non hanno diritti, né di paga né d’inserimento restando un corpo estraneo non italiano, passibile di pira. Se questo accade, e i cadaveri combusti o mutilati questo dicono, la macchina della festa si sarebbe dovuta fermare e discutere dell’inumanità che - ahinoi - alberga nella nostra Repubblica, nata da una Resistenza, esistita solo per breve tempo dopo i sorrisi capaci d’allontanare le angosce belliche. Invece, no. Ecco la patria che ha riunito tutti, subito, senza ripensamenti e pentimenti. Una patria di latifondisti e mazzieri, industriali guerrafondai per lucrosi capitali con o senza conflitti, la civile distribuzione di lavoro iper sfruttato fino alla schiavitù, ieri di carusi oggi di afghani, l’incremento di un’indole parassita fra evasori fiscali, faccendieri, trafficanti di uomini e di clientele politiche in una società ridotta a caste nella quale una maggioranza di cittadini s’affanna, si vende per occupare piani terra o attici sociali secondo appartenenze a clan familiari, amicali, partitici, lobbies, tribù da circoli e dopolavoro. Viva l’Italia che tira avanti e dimentica le radici, ovvero le rammenta ma con ipocrisia fa finta che il suo marciume non esista e ci convive in Parlamento, nei residences e pure in condominio. Mentre il fumo degli omicidi o delle terre nel fuoco avvampano e si spengono. Avvampano e si spengono. Avvampano e … A discrezione.