lunedì 9 marzo 2026

Ancora Khamenei

  


Ora che l’ipotesi già circolata nei giorni scorsi diventa notizia certa, finora non lo era poiché la nuova Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, Mojtaba Khamenei secondogenito dell’assassinato Ali, era ferito e poteva morire, gli orizzonti geopolitici interno e internazionale assumono contorni variegati. Non secondario diventa un aspetto: Mojbata è stato ferito nell’attacco israelo-statunitense che ha ucciso il padre, altri comandanti dell’Esercito e dei Guardiani della Rivoluzione e ha soppresso suoi parenti prossimi. Entrambi i genitori, sua moglie e suo figlio, sua sorella e suo cognato. Un lutto diretto che s’assomma a quello del Paese posto sotto una proditoria aggressione. Questi eventi che segnano la psiche del nuovo leader, al di là del sostegno offertogli da alcuni grandi elettori dell’Assemblea degli Esperti (Qomi) e dalla ritrosia di altri (Larijani), possono porlo nella condizione di esasperare la propria rigidità conservatrice o renderlo flessibile verso le ipotesi d’apertura a trattative sostenuta fra i due aggressori dallo statunitense Trump. Diversamente dal sodale Netanyahu, intento solo ad applicare all’Iran il sistema distruttivo di Gaza, l’affarista della Casa Bianca pensa alle riserve energetiche iraniane e vorrebbe bissare la pratica venezuelana. Dunque accordarsi col potere locale per gestire e lucrare sui pozzi. Qualcosa di peggio di ciò che negli anni Cinquanta vedeva il presidente Mossadeq che nazionalizzò la produzione energetica. Sappiamo come finì: un golpe per insediare lo Shah Pahlavi. Tutti gli analisti, anche prossimi al tycoon statunitense, gli hanno ricordato: Teheran non agirà come Caracas. Lui comunque intende giocarsi questa carta. Sul fronte resistente iraniano la scelta ereditaria fra i Khamenei, pur contraddicendo le volontà del “grande vecchio”, possono significare: orgogliosa autodeterminazione davanti a un nemico che minaccia per il figlio lo stesso trattamento del padre; continuità con la conservazione d’un sistema basato sul ruolo del velayat- e faqih, contestato ieri e oggi da un pezzo dello stesso clero, ma comunque riproposto dai fedelissimi del sistema khomeinista; fermezza davanti all’aggressione straniera, pensando a rilanciare un consenso patrio da tempo sminuito da crisi economica e dalle contestazioni interne. Può anche accadere che ben oltre i suoi propositi Mojtaba divenga il simbolo e la maschera dietro cui agiscono i veri decisori della Repubblica soffocata da conflitti e opposizione politica: il clero principalista dei Qomi e Jannati e il partito dei Pasdaran, per ora detentori della forza seppure in uno Stato assediato. 

Provato dalla distruzione degli edifici civili con conseguenti vittime fra la popolazione – dei 1339 morti per bombardamenti conteggiati gran parte sono cittadini, i militari e i miliziani finora risultano un numero ridotto – ma con una ricaduta sulla salute generale, dopo i bombardamenti rivolti a serbatoi di stoccaggio di carburante nella stessa periferia di Teheran e in taluni siti di raffinazione degli idrocarburi. L’affermano in queste ore scienziati anche occidentali: il rischio salute per la gente comune è elevatissimo. Zolfo, azoto, acido solforico, acido nitrico incombono sulle loro teste. Alle bombe esplosive Israele e Stati Uniti aggiungono un ennesimo crimine: la bomba ecologica. Gli idrocarburi policiclici aromatici liberati nell’atmosfera dall’esplosione di quei depositi se respirati possono scatenare effetti cancerogeni. L’ha ribadito in un programma televisivo italiano una ricercatrice del Cnr: “… tali idrocarburi sono sostanze organiche che si combinano con altri elementi presenti, ad esempio, nel suolo perciò possono venire assorbiti dalle coltivazioni ed entrare nel ciclo alimentare”. Nell’aria inquinata e annerita da nembi di fumo s’annidano metalli pesanti con effetti ossidanti causa d’infiammazioni del sistema respiratorio. Talune testimonianze dalla capitale dicono che in queste ore cadono piogge acide, il pericolo della contaminazione delle falde e del terreno sono elevatissimi. Le autorità stanno imponendo alla popolazione di restare al chiuso e al coperto, chi deve necessariamente recarsi all’esterno dovrà proteggersi con mascherine per limitare gli effetti tossici dei vapori. L’impatto immediato e a lungo termine sulla salute sono assicurati. Un ennesimo motivo per elevare l’ostilità verso un aggressore che attenta alla vita non solo della stirpe Khamenei, ma della gente iraniana.  

 

domenica 8 marzo 2026

Predestinato

  


Il bambino fatto uomo fuori dalla monarchia che lui medesimo rivendica, è un controsenso della Storia. Anche quella millenaria persiana che cerca radici nell’ultimo tratto d’una dinastia invocata dallo Shah padre nella sfarzosa cerimonia di Persepolis, mentre sognava Ciro e Dario. La coroncina Pahlavi ha fatto gli interessi propri e delle “Sette sorelle” dall’insediamento golpista imposto dalla Cia alla cacciata popolare del 1979. Questa è la faccia dell’ultimo regno iraniano che rinverdendo “Sole e Leone” cercava un richiamo al mito degli antichi sovrani. Quel simbolo, ci dicono gli storici, risale alla dinastia safavide; ha richiami astrologici e pure religiosi. Il leone è associato alla figura di Ali (Ali Ibn Abi Talib), cugino e genero di Maometto, guida infallibile e spirituale degli sciiti. Il sole è un riferimento alla luce divina; la spada, aggiunta successivamente, simboleggia la spada di Ali. Ma tale simulacro, pur con vari nessi divini, è da tempo associato all’essenza dinastica di Reza padre, tant’è che dalla sua cacciata l’Iran ha adottato un tricolore a bande orizzontali (il verde dell’Islam, il bianco della pace, il rosso del sangue dei martiri) con al centro la stilizzazione della frase Allahu Akhbar. Tutto consono alla fede e allo spirito della Repubblica appunto islamica. Oggi, però, è la bandiera con l’antico leone a far battere i cuori d’una parte dell’opposizione iraniana, fortemente rinvigorita nell’ultima protesta dello scorso gennaio, e ferocemente repressa dal regime degli ayatollah. Un’opposizione locale e di diaspora, molto giovanile, che un’altra fetta dell’antagonismo estero - quello organizzato e strutturato dei Mujaheddin del popolo e quello degli intellettuali laici, liberali o progressisti - sostiene sia considerevolmente sostenuta e finanziata da Israele, col fine di orientare in senso monarchico un cambio di regime. Nei giorni scorsi diversi video amatoriali hanno mostrato, nella Teheran bombardata da caccia israeliani e statunitensi, festeggiamenti gioiosi per l’abbattimento dell’edificio dove si trovava in quel momento la Guida Suprema. Gli oppositori esultavano per l’uccisione d’un altro Ali, Khamenei, colui che per loro, pur avendo vent’anni, era considerato un dittatore. Da trentasette Nawruz.  

 

L’informazione, o propaganda, del settore maggiormente organizzato della diaspora esterna al Paese (che conta oltre mezzo milioni di iraniani negli Stati Uniti, diverse decine di migliaia in Europa, divisi fra Germania, Francia, Svezia e Italia) i citati Mujaheddin, sostiene come la tecnologia basica applicata ai social media stia facendo girare in rete una quantità esagerata di video taroccati, dove oppositori agli ayatollah vengono automaticamente sommati ai filo monarchici. Loro affermano che non sia così. Di fatto la stessa opposizione si fronteggia, cerca di accreditarsi un’influenza maggiore di quella oggettivamente esistente, insomma è frazionata come lo sono le ali dure e conservatrici dei Guardiani della Rivoluzione rispetto a quei settori riformisti messi da decenni fuorigioco (i seguaci di Mousavi) o i riformisti pro regime (Rohani e Pezeshkian). E il clero che s’oppone a un’investitura di Mojtaba, figlio di Khamenei, nel ruolo ch’è stato di suo padre, interrompendo tradizione e volontà di tenersi lontano da linee familiari ed ereditarie per conservare l’orientamento repubblicano dello Stato. Fra svariati nomi ormai noti dell’attivismo anti mullah cercati e in alcuni casi assai corteggiati dai media occidentali, a loro volta schierati coi propri governi piuttosto accondiscendenti con la guerra portata in Medio Oriente e ora in Iran da Netanyahu e Trump, non traspare alcun sentimento d’angoscia per quel poco che si riesce a intravedere nella patria ferita dai “liberatori”. “Non avrei immaginato di chiedere un ritorno d’un Pahlavi alla guida dell’Iran, ma ora lo faccio” ha dichiarato in un’intervista video un’oppositrice comodamente alloggiata a Parigi. Un breve riferimento ai parenti in loco, ma neppure un timore per la loro incolumità viste le note che indicano 1.300 vittime, quasi tutte civili, visti i 3.600 siti sempre civili finora bombardati (fonte Mezzaluna Rossa), vista la pioggia nera di petrolio che da stamane piove sulla capitale, mentre nella cerchia urbana, bruciano grandi serbatoi di stoccaggio di carburante colpiti volutamente. Nulla. Si pensa a un futuro messo in mano al piccolo Shah.  

sabato 7 marzo 2026

Faccia di spia

 


Segnalato come spia del Mossad e addirittura giustiziato dopo l’arresto da parte dei suoi subalterni Pasdaran, Esmail Qaani è il super generale iraniano al centro d’un mistero. Quest’ultima ipotesi proviene dalla stampa emiratina The National che può avere tutto l’interesse per gettare discredito sull’uomo e sul regime di Teheran, visti gli attuali risvolti dello scontro in corso in Medio Oriente in cui il ricchissimo regno di bin Zayed si ritrova coinvolto per la prossimità geopolitica con Israele e gli Stati Uniti. Di fatto Qaani già in altre circostanze era stato dato per morto e nel 2024, ben prima dell’attacco dei ‘dodici giorni’ del giugno scorso sempre per mano delle aviazioni israeliana e statunitense, era stato prelevato e posto in isolamento con alcuni collaboratori. I dubbi ruotavano attorno a fughe di notizie sugli apparati di difesa iraniani. Era insomma sospettato d’essere al soldo e al servizio dell’Intelligence israeliana che riusciva a colpire dall’interno uomini e apparati della Repubblica Islamica. Peraltro Qaani non è uno dei tanti comandanti di vertice di Teheran, dall’inizio del 2020 supervisiona l’apparato più sofisticato delle Guardie della Rivoluzione: la Forza al Quds che tesse la rete delle alleanze nel celebre “Asse della Resistenza”. Creata dal predecessore Qassem Soleimani che un omicidio mirato, voluto da Trump nella sua prima amministrazione, aveva eliminato a Baghdad a inizio di quello stesso anno. Se Qaani abbia subìto la condanna a morte in patria non è notizia accertata, bisognerà vedere se i suoi repressori confermeranno e sveleranno i contorni del tradimento. Certo è che la precisione con cui Israele e Stati Uniti stanno colpendo il questi giorni obiettivi materiali e umani (a parte la strage della scuola elementare di Madib che ha tutta l’aria del terrorismo di guerra anziché dell’errore) conferma i sospetti di collaborazioni interne, e non soltanto l’utilizzo della sofisticata tecnologia elettronica, satellitare, digitale e d’intelligenza artificiale di cui di due eserciti dispongono.  Quanto accade da tempo in varie aree del territorio iraniano fa supporre la presenza d’una articolata rete d’informatori, organizzati a vari livelli con ruoli d’infiltrazione e trasformazione al fine dell’infedeltà. Da oltre un anno le situazioni in cui Qaani sfuggiva ad agguati in cui sono caduti suoi colleghi generali destavano allerta, sebbene lui vantasse un passato di tutto rispetto. Veterano della guerra Iraq-Iran dal 1982, aveva consolidato la carriera anche in base all’identità familiare e alle origini a Mashhad, la città santa del nord-est del Paese luogo di nascita di Khamenei. Vantava una devota vicinanza alla Guida Suprema, l’inserimento nell’élite della Forza al Quds come vicecomandante dal 1997, secondo solo a Rahim Safavi e al citato gran capo Soleimani. Il compito di contatti internazionali che la struttura d’eccellenza dei Pasdaran prevedeva non solo in Medio Oriente, ma in Sudamerica (Venezuela, Brasile) e nel continente africano (Gambia, Senegal), gli hanno consentito, specie in passato, una mobilità logistica grazie alla quale potrebbe essere stato “reclutato” dai Servizi israeliani. Oppure tutto si è svolto in casa. La presenza del Mossad sul suolo iraniano, diretta o tramite elementi fidatissimi, avrebbero consentito l’aggancio.

giovedì 5 marzo 2026

Necropoli


  

Visto dall’alto il cimitero di fortuna di Minab, nell’Iran meridionale, appare simile alle strutture del Neolitico dove il genere umano trovava riparo. Fori a metà fra porta e finestra oppure vuoti e pieni ricavati dalle rocce. Invece ciascuna di quelle buche, realizzate dalle scavatrici gialle, è una fossa, una tomba che ospiterà le faccine ormai senza vita dei bambini della scuola elementare centrata dai missili israelo-americani sin dal primo giorno dell’assalto alla nazione iraniana. Lo statunitense Pete Hegseth, ex ufficiale della Guardia Nazionale e conduttore televisivo di Fox News, postosi al servizio di Trump come Segretario alla Difesa, dopo tre giorni dal massacro, avvenuto con la tattica vigliacca dei due tempi: un primo missile lanciato sull’edificio con vittime e superstiti, un secondo razzo teso a colpire quest’ultimi e i soccorritori così da raddoppiare la morte, ha affermato che verrà aperta un’inchiesta sull’accaduto. In prima battuta la voce dell’US Army aveva giustificato il presunto ’errore’ con la vicinanza d’una caserma dei Pasdaran. Già la dinamica della doppia esplosione pone seri dubbi sul possibile “danno collaterale”, comunque è la più che scivolosa retorica dell’uomo di Trump a confermare la linea della violenta arroganza e delle falsità della Casa Bianca. Del resto sin dalla sua preferenza da parte presidenziale Hegseth s’era tirato dietro critiche per trascorsi grigi se non proprio neri. Cattive condotte sessuali (forse per questo Trump l’adora) e pessime gestioni finanziarie sono state le sue perle che gli costavano la metà dei voti contrari fra i senatori repubblicani. A sostenerlo, salvarlo e farlo nominare è giunto il gradimento del vicepresidente Vance. Il curriculum dell’ufficiale Pete cita un percorso formativo nella base di Guantanamo, da cui l’amore per la guerra espletato nel 2004 in Iraq, partendo volontario per Baghdad e Samarra. 

 

Tre anni è durato il suo impiego operativo che ha contribuito a fare di quel Paese un campo di sterminio per civili; ovviamente Hegseth era in ottima compagnìa non soltanto nel cameratismo di plotone. C’è poi stato uno stop e il ritorno a casa nel 2007 con nuove trasmissioni televisive. Ma avendo precedentemente acquisito il grado di capitano, Hegseth non s’è fatto mancare una puntatina in Afghanistan dove, in qualità d’istruttore per operazioni di contro insurrezione, ha operato nel Traning Center di Kabul. L’uomo è certamente un patriota, secondo i canoni disposti ben prima di Trump da George W. Bush. Lo mostrano pure i simboli stampati, pardon, tatuati a fior di pelle che predicano Deus vult davanti a una Croce di Gerusalemme (simbolo dei cristiani d’Oriente) di cui l’odierno segretario alla Difesa va orgoglioso. Magari per tale vicinanza alle chiese mediorientali s’è sempre dichiarato un “nazionalista cristiano pronto per la Crociata americana” volta a “una Guerra Santa per la giusta causa della libertà umana”. Tali dogmi, per i quali combatte oggi con le parole messe al servizio del presidente-tycoon, sono quelli che rendono sacro l’assalto al nemico iraniano che l’amministrazione americana vuole schiacciare perché è una minaccia al mondo civile. Il proprio. Questa presunta civiltà è quella con cui si dispone della vita e della morte non tanto dei rivali geopolitici, comunque eliminati barbaramente in maniera proditoria, fosse pure l’ayatollah Khamenei, ma meritoria dell’errore anche se produce orrore. I bambini di Minab erano innocenti figli dell’Iran, diventati non solo martiri secondo il credo sciita, bensì il frutto d’una devastazione prodotta da una guerra tutt’altro che santa secondo la macabra follìa dell’invasato mister Hegseth. Quegli scolari rappresentano il frutto dell’holokauston, letteralmente “cosa interamente bruciata”. Che poi è il pensiero unico della miserabile geopolitica di israeliani e statunitensi non solo verso l’Iran islamico, ma contro la plurimillenaria civiltà persiana.

mercoledì 4 marzo 2026

Nel nome del padre

  


Non doveva essere lui la prossima Guida Suprema, sia in caso di morte naturale del genitore, sia per dipartita emergenziale come quella esplosiva che ha frantumato residenza, uffici e chi li frequentava. Così l’ammonimento e la volontà di Ali Khamenei non sono stati seguiti dall’Assemblea degli Esperti, riunita certo in condizione d’emergenza e semiclandestinità inseguita com’era dai missili israelo-statunitensi e dallo spionaggio elettronico e umano del Mossad. Dunque il cinquantaseinne Mojtaba, secondogenito amato dal genitore Ali, ma non al punto di proporlo in qualità di erede, lo rimpiazza con tutte le incertezze e i rischi del tragico momento ora attraversato dalla Repubblica Islamica Iraniana. Il pensiero di Khamenei senior sul tema è presto detto: un passaggio familiare nella carica che maggiormente incarna l’ideale khomeinista non si confà al concetto repubblicano. In più Mojtaba ha vissuto nell’ombra lunga dell’importanza di suo padre con pochi o nessun incarico pubblico e conseguenti esperienze politiche di vertice. Quelle militari e teologiche sì, per un passato giovanile presso le Guardie della Rivoluzione nel tumultuoso periodo del conflitto contro l’Iraq. Quindi, dopo un tirocinio nella città santa di Qom, ha lavorato come insegnante. La permanenza nell’IRGC l’ha messo direttamente in contatto con figure di spicco dell’establishment interno al di là di quanto lo potesse collocare il rango familiare. Fra costoro c’è Hossein Taeb, a lungo capo dell’Intelligence dei Pasdaran. E potrebbero essere stati proprio quest’ultimi a influenzare la designazione d’un altro Khamenei per reggere quel simbolo tanto contestato dall’opposizione: la figura teologico-politica che incarna il velayat-e faqih anche contro il gradimento d’un pezzo di clero che mai l’ha digerito o che lo vorrebbe riformare e ridimensionare. Pur senza esperienze dirette di potere Mojtaba è totalmente schierato con gli orientamenti più conservatori degli ayatollah e le fasi in cui s’è esposto, nell’appoggio alla rielezione presidenziale di Ahmadinejad, coincisero con le accuse di brogli, i tumulti di piazza dell’Onda Verde, la conseguente dura repressione. Motjaba, fedele al genitore, a Pasdaran e Basij approvava quella linea. 

 

 

E’ un passato che si perpetua, per quanto tempo ancora nessuno può dirlo. Poiché le difficoltà dello schieramento principalista che unisce ayatollah ultraconservatori oggi in posizione di forza (Mohseni-Eje’i, Arafi) a ex pragmatici come il generale Larijani, ultimamente orientato a difesa di quanto costruito nei decenni, ad altri laici e militari (Qalibaf) che, a differenza di ciò che pensano i moderati ex presidente Rohani e l’attuale Capo di Stato Pezeshkian, nulla vogliono concedere alle proteste se esse si trasformano in insurrezioni puntando ad abbattere governo e sistema. Soprattutto adesso che la patria è schiacciata da bombardamenti generalizzati volti alla decapitazione della dirigenza islamica. Questa dirigenza, pur rinfocolata e rattoppata, da tempo vacilla sotto vari colpi. Il più seguito dai media è il malcontento ideologico con ricadute sulla libertà di critica, sostenuta non tanto e non solo dai nostalgici della monarchia, ma dalle nuove generazioni che studiano e sanno e vogliono contare in una società soffocata sì dall’imperialismo occidentale, ma dagli stessi privilegi interni di casta, laica o clericale. Proprio il nuovo eletto Khamenei junior, secondo certi detrattori, è fra coloro che s’avvantaggiano dell’appartenenza al regime cumulando tesori e tesoretti. Bloomberg gli attribuisce proprietà per diverse decine di milioni di dollari nel Regno Unito. Ovviamente se non può gestirli per embargo e simili è come non averli. Però le società fittizie e i prestanome sono nati per aggirare i divieti. Davanti alle ristrettezze economiche, all’inflazione che mette in ginocchio pure consolidati gruppi come i bazari, in genere estranei alle contestazioni, tali notizie o insinuazioni diventano benzina sul fuoco. Accanto alle piazze in rivolta, cui il governo ha contrapposto quelle fedeli e amiche, altrettanto pericoloso per chi sceglie la conservazione è lo scontro interiore negli apparati e fra i suoi uomini. Il citato Taeb, sodale di Mojtaba, tre anni or sono fu rimosso dalla potente carica che ricopriva poiché il lavoro d’infiltrazione compiuto dal Mossad sul territorio iraniano e nelle stesse strutture militari, compreso l’integerrimo Corpo delle Guardie della Rivoluzione, proseguiva imperterrito. Una falla sempre più aperta che nell’ultimo anno è diventata la voragine dentro cui è finito addirittura il cadavere di Ali Khamenei. Basterà rivolgersi al figlio per salvare il Paese?

martedì 3 marzo 2026

Corrompere per sbriciolare

  


Nell’assalto che il sionismo religioso sferra allo sciismo militante un ruolo centrale l’assume il denaro. Il mondo ebraico ne ha di più, non da oggi. Lo ha nella casa creata attraverso lo Stato di Israele nel 1948, a danno del popolo che viveva in Palestina. Ne ha nella ramificazione globale, lobby o non lobby, in cui il ‘popolo eletto’ è strutturato. Grazie a tali riserve pecuniarie il governo di Tel Aviv continua a far progredire una spesa militare che proporzionalmente è fra le più elevate al mondo. I dati del 2024 riferiscono un incremento del 65%, raggiungendo quasi il 9% del proprio Pil. Una consistente spinta ai fondi proviene dai cespiti delle comunità sparse nei vari continenti, sebbene Europa e Americhe rappresentino il perno dell’ebraismo. Gli attuali sette milioni di cittadini d’origine ebraica degli Stati Uniti, pur nell’attrazione o nella distonia con taluni successori di Ben Gurion, stabiliscono una vicinanza d’intenti con la creazione sionista sia in politica estera e pure nelle scelte interne, caratterizzate in continuazione da guerre e aggressioni verso palestinesi, libanesi e altre popolazioni mediorientali. Il fiore all’occhiello della difesa del territorio d’Israele, il cosiddetto Iron Dome, ha costi stratosferici: da 50.000 a 150.000 dollari per ogni singolo razzo intercettore. In tal modo l’apparato della forza d’Israele può assaltare e uccidere chi vuole, evitando alla sua gente di subire, almeno nel 90% dei casi, conseguenze letali. In questi tre giorni di scambio di razzi micidiali con l’Iran le vittime civili israeliane sono nove, davanti alle centinaia riscontrate sul territorio nemico. E’ quasi superfluo ricordare come l’arsenale bellico di Tel Aviv sia fra i più attrezzati del globo, dotato da tempo immemore anche di quelle atomiche che ogni governo israeliano, dunque non solo Netanyahu, nega alle velleità persiane.  Il diktat è frutto anche del supporto geopolitico di Stati Uniti e alleati occidentali, quelli che in queste ore accusano il governo di Teheran di responsabilità oggettive nell’aggressione ricevuta. Proprio così, per conferme leggere le dichiarazioni di Kaja Kallas.

 

Tel Aviv, ha almeno novanta testate nucleari, i dati sono datati e le quote potrebbero risultare superiori, però non possiede quegli ordigni che gli hanno consentito di sbriciolare i bunker sotterranei con cui ha reso martire, ultimamente l’odiato Khamenei, e prima di lui altri leader politici e militari sciiti, in Iran, Iraq, Libano. Gli acronimi MOP (Massive Ordnance Penetrator) e RNEP (Robust Nuclear Earth Penetretor) indicano le bombe che attraversano le fortificazioni sotterranee, per ingombro e peso trasportabili solo dal subsonico B2, un super bombardiere creato dalla Northrop Grumman Corporation statunitense. Un gentile omaggio che il Pentagono offre all’alleato, aiutandolo a provocare distruzione, morte e caos. Siamo nella totale pornografia degli ordigni bellici, vanto d’un ceto politico estesissimo, certo non solo sul versante mediorientale, che trova comunque nel duo Trump-Netanyahu compari di stragi. “Li stiamo massacrando” ha detto il tycoon americano in una delle apparizioni televisive di questi giorni. Il riferimento è agli iraniani che oggi contano circa un migliaio di vittime, quasi tutte civili e che prima della dipartita della Guida Suprema, avevano visto disintegrare una scuola elementare con centocinquanta studentesse che erano in classe. Accanto alle armi, acquisite e concesse dall’amico americano, comprese le applicazioni di Antropic Claude di cui s’avvantaggia la sua strategia d’attacco, Israele che sul terreno della cyber-security vanta Graphite e altre perle di spionaggio elettronico, non s’accontenta di colpire i nemici tramite l’esplosione degli apparecchi elettronici come fece coi membri di Hezbollah. L’Intelligence di Israele insinua il denaro fra i suoi avversari. Li studia, ne cerca falle e fragilità, corrompe alcuni soggetti, li compera. Gli prospetta un futuro altrove. L’ha fatto per decenni con una dirigenza piegata dalle sue debolezze come quella della palestinese Fatah, lo sta facendo ormai da oltre un decennio con Basij e Pasdaran. Generazioni agli albori motivate e incorruttibili, nonostante la povertà di certi suoi elementi. Col tempo sempre meno. Alcuni, nonostante taluni privilegi di Corpo, sono stanchi della causa e disillusi? Probabilmente. Senza le delazioni di questi Cavalli di Troia, umiliare il regime degli ayatollah sarebbe più complicato.  

domenica 1 marzo 2026

La coppia del terrore

  


Il piano della coppia criminale della geopolitica brucia vite in Iran, come fa da trenta mesi nella Striscia di Gaza. C’è predilezione per lo sterminio di bambini nell’Erode Netanyahu, regista dei raptus bellici del compare Trump che da due anni s’autoproclama eroe. Della pace o della guerra per lui fa lo stesso. Così nell’atto secondo dell’assalto dai cieli alla Repubblica Islamica aviazione e rampe missilistiche israelo-statunitense fanno piovere missili Tomahawk e ogni diavoleria tecnologica della distruzione anche su una scuola di studentesse-bambine nella provincia costiera di Hormozgan. Un colpo da oltre cento vittime, la metà del totale accumulato dal primo giorno del “Ruggito del leone” come il duo del caos sanguinario ha definito l’operazione del 28 febbraio. Dedicata al simbolo non solo del regime monarchico, fantasma vile e servile dell’imperialismo d’Occidente incarnato dallo Shah padre, ma oggi riversato sotto forma di possibile ritorno sul figlio Ciro. Incredibile. Indicibile. Eppure al momento è questo insignificante parvenu a essere indicato da una parte della diaspora, come lui riparata o svezzata all’estero, possibile artefice d’una ‘normalizzazione’ del Paese. E nelle recenti ore di fuoco su una nazione stremata da cento embarghi e da cento e uno nemici esterni e interni, c’è anche chi plaude alla distruzione che seppellisce sotto le macerie del rifugio-bunker, violato e sbriciolato, il grande vecchio Ali Khamenei. Che risulta colpito e annientato dopo un’esistenza tutto sommato lunga, caratterizzante l’intera Rivoluzione khomeinista, con il Ruhollah e ben oltre i suoi dogmi sul ruolo della Guida Suprema e i gangli di potere trascinati per decenni. Ne risulta piegata la resistenza del simbolo del clero militante capace di condizionare e di guidare, almeno per un periodo, l’intera nazione e il suo popolo. Ne risultano piegate la fedeltà ad Allah e l’imitazione di Hossein, il martire per eccellenza immolato alla causa. 

 

Quell’Iran militante consolidato nella fede e nella lealtà alla rivoluzione antimperialista del Medioriente che resiste è meno presente, meno convinto, meno reattivo a colpi esterni che stanno decimando leader e possibilità di replicare a nemici giurati, resi ruvidamente implacabili dalla forza della tecnologia e dal potere del denaro. Con cui questi nemici addestrano e infiltrano spie, comperano anime della defezione e impartiscono punizioni letali. Le stesse ultime speranze del potere dell’Iran khomeinista - i pasdaran e i basij - vengono attaccati con azioni belliche e d’Intelligence e probabilmente corrotti in alcuni elementi che rivelano luoghi e circostanze in cui gli obiettivi sensibili possono essere liquidati. Gli strikes su diversi uomini-simbolo, ultimi Khamenei e forse Ahmadinejad, e prima Soleimani e i leader amici Haniyeh e Nasrallah, fanno sollevare quest’ipotesi. Resta un presente incertissimo per il Paese che non ha pronta alcuna alternativa all’ormai storica formula clero più Guardiani della Rivoluzione. Oppure una formula sempre interna al sistema, in versione riformista o moderata peraltro già conosciute in altre fasi. E chi sostiene che questo è il passato, un’epoca comunque non difforme dall’impianto statale khomeinista, dunque nulla di nuovo, medita un’alternativa che non potrà che risultare anticlericale. Nonostante ciò le piazze fedeli alla patria, non solo quelle in chador, pur scosse dalle bombe di queste ore hanno solidarizzato con l’attuale governo, pianto l’assassinio di Khamenei, maledetto i due “Satana” assalitori in nome d’una nazione da non svendere né sottomettere. Sono le aspettative di quei cittadini convinti di cambiare un governo che li affama e reprimere, fino a uccidere migliaia di cuori dissidenti come nei giorni dello scorso gennaio, a contrapporsi a loro. Ed è su tutta questa gente, polarizzata fra il passato noto e mitizzato d’una rivoluzione giudicata al tramonto e un futuro indefinito e manipolabile da chi non ama l’Iran, che oscilla la paura del grande vuoto che s’affaccia sui grandi crateri degli edifici sventrati. Come in Libano e nella Striscia dove la coppia del terrore ha allungato le proprie grinfie per piegare e piagare il Medioriente.