lunedì 12 gennaio 2026

Ayatollah in fumo

 


Nei molti Iran a confronto e scontro, per la vita e la morte, scorrono sui sociali nostrani e occidentali (le reti iraniane sono bloccate dal governo) immagini sarcastiche e drammatiche. Di chi la Guida Suprema la incendia accendendosi una sigaretta, e chi brucia davvero nei roghi appiccati dai rivoltosi, sia lui ribelle o repressore gettato nel fuoco dalle piazze inferocite contro gli ayatollah e i loro apparati. La nota più lugubre parla di duemila vittime, secondo la Fondazione Narges che nasce dalla premio Nobel iraniana Mohammadi, quindi a calare 583 cadaveri citati da Human Rights Activists New Agency. Circolano anche immagini di morti ammazzati e accatastati in obitori di fortuna al cospetto di disperati familiari in attesa di difficili identificazioni perché i volti dei cari risultano devastati da proiettili sparati in faccia dalle forze della repressione, i soliti pasdaran e basij. Qualche analista invita alla prudenza nel trarre valutazioni in base alle immagini stesse, che potrebbero essere contraffatte, pilotate da agenti esterni. Può sembrare una versione a senso unico del regime, invece parte da osservatori internazionali nient’affatto benevoli con Teheran, ma consci che l’opzione ‘cambio di regime’ è nei propositi dei suoi nemici storici, israeliani e statunitensi, da mesi stretti e solidali nell’abbraccio geo affaristico mediorientale di Netanyahu e Trump. Accanto alle ipotesi ci sono i fatti e quelli che stanno dietro le quinte hanno visto in questi giorni Sayyid Badr Albusaidi, ministro degli Esteri dell’Oman, farsi messaggero per trattative fra i governi iraniano e statunitense. Poiché colui che si ritiene il Dio della geopolitica globale, insieme ai tuoni delle bombe che minaccia di far risuonare, prospetta pure accordi, palesi o sottobanco. E lo fa ovunque intenda muoversi. Perciò, mentre le piazze iraniane tumultuano, mentre un pezzo della diaspora, prevalentemente monarchica, spera addirittura in una guerra portata in Iran, Trump sonda indirettamente il Gotha della Repubblica Islamica, cercando spiragli e magari soluzioni venezuelane. Gli effetti diplomatici, se ci saranno, li conosceremo, come del resto la durata delle fiamme di rivolta che dovranno attrezzarsi a resistere davanti a un avversario armato e implacabile, pronto come sta succedendo a praticare la strage per ristabilire la propria personale sicurezza ancor prima di quella nazionale. 

 



Qui le versioni finora fornite dalle parti ovviamente divergono: orrendi massacri secondo i protestatari, infingardi crimini a detta dello stesso presidente Pezeshkian che dietro il distinguo etimologico fra manifestanti e rivoltosi, addita efferate esecuzioni di addetti alla sicurezza (finora ne risultano una cinquantina). Impossibile, per ora, verificare le reciproche versioni in assenza di fonti sul campo. Generici filmati sono stati trasmessi da Al Jazeera, altri video amatoriali passano sulla rete muskiana X tramite la tecnologia di Starlink. Forse sarà un’attesa lunga settimane o mesi, forse un’uscita di scena di alcuni attori di cui da tempo s’invoca il ritiro, il vecchio Khamenei di cui era già in programma la sostituzione, può accelerare un’evoluzione della crisi. Certo l’attuale corto circuito partito dalla protesta economica di quel perno della locale società che sono i bazari, le due generazioni più giovani dei quindicenni e dei trentenni, la riportano sul tema dell’origine dello Stato: cancellare l’invasiva essenza islamica della Repubblica dei loro nonni, se questa impone più che il velo, ormai bypassato nei grandi centri, il velayat-e faqih megafono della Guida Suprema su tutto ciò che decidono Parlamento e Istituzioni. Sul tema l’altra generazione molto attiva e volitiva dei cinquantenni e sessantenni, chierici e laici, che almeno in parte le giornate della Rivoluzione contro lo Shah le hanno vissute, e in tanti hanno conosciuto pure i lutti imposti dal Saddam filoamericano, si trova davanti a un bivio. Arroccarsi sullo storico passato oppure vivere un futuribile presente che ricompone la nazione, ridiscutendo certi dogmi cari solo allo spettro di Khomeini. Una parte del clero con Khatami, Karroubi in altre fasi ci ha provato, ha perso il potere non la vita. Chissà se l’intero apparato sciita potrà disporsi a tornare a frequentare solo moschee e madrase, uscendo da quella scena impositiva dei ruoli tanto detestata dalle giovani generazioni. Più restii a mollare le cadreghe, come accade a ogni lobby e parlamentare del mondo, possono risultare i vecchi e nuovi aderenti a formazioni paramilitari e fondazioni socioeconomiche. Ma quest’ultimi potrebbero sorprendere ragazzi e bazari della rivolta qualora “l’aiuto esterno” occidentale porgesse loro la mano perché tutto possa cambiare per non cambiare nulla. Per chi in queste giornate si martirizza in piazza di peggio può esserci solo il ritorno ai Pahlavi e alle efferatezze della loro Savak.   



 

Nessun commento:

Posta un commento