Ora c’è la voce del gran mufti Saleh bin Fawzan al-Fawzan, vecchio, grande vecchio dell’esegesi coranica a bollare gli Houthi come “setta sbagliata”. Il regno saudita dà eco alle sue riflessioni di carattere teologico rivolte a quei particolari sciiti, gli zaiditi definiti “gruppo deviante e miscredente dagli insegnamenti del Profeta” seppure risulti moderato rispetto ai duodecimani, per esaltare l’odierno interesse a sostenere la difesa nazionale. Un’attuale difesa, dopo il recente attacco missilistico all’aeroporto di Riyad, correlata alla crisi in atto con cui i ‘Partigiani di Dio’ guidati dal misterioso Abdul Malik bloccano o limitano il passaggio mercantile di Bab al-Mandab. Un tutt’uno, comunque, con l’offesa ormai pluridecennale con cui i sauditi hanno varcato i propri confini intervenendo nella guerra civile yemenita che oppone i lealisti del governo di al-Alimi ai ribelli stabilmente insediati nella capitale Sana’a e in un cospicuo tratto del Paese. Il novantunenne mufti, passato dai giovanili insegnamenti elementari a successivi studi e lauree in Giurisprudenza, Scienza delle successioni islamiche e dottorato in Fiqh (l’impegno interpretativo della Shari’a) è dal 2013 membro del Consiglio degli Shuyukh, il maggiore organo religioso che consiglia il sovrano Saud, e lo scorso anno è diventato gran mufti dell’Arabia Saudita. Con lui la principale petromonarchia fa calare da un’autorità religiosa un’investitura alla ripresa d’una guerra trasformatasi da scompenso locale a tracollo regionale, direttamente collegato al conflitto contro l’Iran che il volere della Casa Bianca tiene tuttora aperto. Dunque sauditi sempre più invischiati sul viscido terreno del contrasto alla guerriglia di Ansarullah tenuta viva da quest’ultimi in base alla propria militanza ideale e religiosa. In merito, pur fra richiami alla parola del Profeta, il moderno regno di Mbs mobilita un esercito ben attrezzato ma non motivato come le fila tribali dei suoi avversari; infatti il supporto all’esercito yemenita lealista nel decennio bellico non è risultato né decisivo e neppure sufficiente a evitare un’ecatombe di vittime che supera le 400.000 unità. Così negli sviluppi dell’emergenza regionale, con preoccupanti risvolti economici per il condizionamento energetico mondiale seguito alle chiusure degli stretti di Hormuz e di Bab al-Mandab, Riyad ha cercato conforto fra chi di eserciti se ne intende: Ankara e Islamabad.
Con Turchia e Pakistan il principe bin Salman ha firmato il cosiddetto Accordo de La Mecca, un patto di reciproco aiuto militare nel caso uno dei tre membri risultasse minacciato o colpito da forze esterne. Un patto rimasto finora inapplicato, anche davanti agli attacchi ricevuti in casa dai missili degli Houthi. Perché i due Paesi sunniti alleati, entrambi vogliosi di supremazia nel Grande Medioriente con una propensione più mediterranea dei turchi e medio-asiatica dei pakistani, cercano di tenere alto il ruolo diplomatico ricoperto finora nelle crisi-conflitto che riguardano palestinesi e iraniani. Con la differenza che quest’ultimi, colpiti e umiliati dalle prime azioni belliche israelo-americane che hanno prodotto significative perdite al loro apparato religioso, militare e amministrativo, hanno poi trovato un’orgogliosa solidarietà nazionale all’aggressione, hanno compattato gli apparati della forza (Pasdaran e Artesh) talvolta in contrapposizione, e trovato un’arma efficace nel frenare l’approvvigionamento energetico del mondo bloccando lo strategico passaggio di Hormuz. Da mesi una situazione tenuta in stallo dagli Stati Uniti per non ammettere il proprio fallimento, s’è trasformata in un boomerang che mette in ginocchio le economie dei sodali europei di Trump e Netanyahu. Questa stasi sfavorisce gli stessi grandi produttori energetici del Golfo bloccati nei traffici e negli affari. Smarcarsi da Washington, visto il disinteresse statunitense nel pacificare l’area, è diventata una priorità per Riyad, però gli intrecci delle alleanze risultano complicati. La mossa del mufti, suggerita dal regno, per ora non spinge verso un conflitto religioso con lo sciismo iraniano, che comunque guarda agli Houthi come l’unico rappresentante armato efficiente dopo i rovesci subìti da Hezbollah e Hamas. Quest’azione cerca un presupposto etico per la difesa nazionale, avendo chiaro che ogni sunnismo lavora per sé stesso. E firma per La Mecca, ma non combatte.


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