domenica 7 gennaio 2018

L’Iran della contestazione a orologeria: Ahmadinejad arrestato


Da giorni il nome Mohammad Ahmadinejad era comparso nelle considerazioni di taluni commentatori quale sobillatore dei moti di fine anno in Iran. Finora non c’era stata una pubblica accusa, alla fine l’hanno arrestato. Sarebbe stato lui, la cerchia di fedelissimi su cui conserva influenze e su cui avrebbe spinto per creare problemi a chi l’accusa di corruzioni passate a “incitare alla rivolta”. Nella non tranquilla vita dell’ex presidente iraniano già si erano inserite le scosse sismiche, intese come scosse telluriche non socio-politiche, che nel novembre scorso avevano colpito aree nord-occidentali del Paese, soprattutto nella zona a maggioranza kurda del Kermanshah. Lì non solo centinaia di vittime, ma decine di migliaia di persone rimaste senza casa in pieno inverno, hanno avuto diretta conferma di come il chiacchieratissimo piano di edilizia popolare gestito all’epoca dell’amministrazione Ahmadinejad producesse i suoi effetti deleteri. Contro gli evidenti sprechi, l’imperizia e la corruzione da tempo si muoveva la macchina giudiziaria che si rapporta alle scelte operate da Rohani. Seppure le motivazioni per una sorta di “vendetta” dell’ex presidente basij contro l’attuale direzione politica del Paese ci potrebbero essere, sorge il sospetto che sia in atto un più articolato triangolo di scontro interno e lo spettro dello scorbutico presidente-militante sia agitato come capro espiatorio di ulteriori realistici contrasti.
La piazza di Mashaad è controllata molto più dall’avversario di Rohani alle ultime elezioni, il chierico conservatore Raisi, lo si è detto e ripetuto: potrebbero essere stati i suoi sostenitori ad aver dato fiato alle prime proteste, che si sono allargate nei giorni seguenti in molti centri medio-piccoli, con echi anche nella capitale e in centri maggiori quali Isfahan e dintorni. La scintilla delle contestazioni è legata al carovita, indicato chiaramente dalla gente scesa in strada, l’inflazione che ha portato all’aumento di generi di prima necessita (finanche pane e uova) e degli stessi carburanti con ricadute su energia elettrica e gas Aumenti dal 30 al 70%). Il responsabile è individuato nel governo, dunque nella gestione di Rohani, tutti accusati dalla piazza (e immaginiamo dagli avversari anche interni) per le carenze economiche che coinvolgono orizzonti più vasti, con cui chi controlla le transazioni internazionali blocca e rallenta i flussi di denaro verso la nazione. Una situazione che ha anche visto soffocare alcune banche facendo piangere micro risparmiatori, imprenditori di piccolo e medio cabotaggio. E’ l’antico e mai dimentico gioco che utilizza la crisi economica per tentare una destabilizzazione politica, visto che può anche insistere sul tema di diritti, libertà individuali, questioni di genere. Attorno a tutto ciò riformisti e conservatori, dalle diverse anime e dai vari turbanti, si confrontano e scontrano. E ora magari s’accordano ergendo a capro espiatorio il logoro Ahmadinejad.
Questi, al di là della propria cerchia esistente ma non corazzata come un tempo, visto ch’era da tempo fuori dalle grazie di Pasdraran e Guida Suprema, si ritrova al centro d’un fuoco incrociato: quello degli ex amici tradizionalisti che lo danno in pasto ai riformisti che lo vogliono sotto accusa per corruzione, danni materiali, sociali e di sicurezza nazionale. Ma non è finita. Ieri il segretario dell’Expediency Council ed ex comandante della Guardie della Rivoluzione Mohsen Rezaee, affermava che le contestazioni dei giorni scorsi avevano un piano programmato ben due mesi or sono in un incontro tenutosi a Erbil. A esso avrebbero partecipato: il responsabile della Cia nell’area iraniana, Michael D’Andrea, uomini della cerchia dell’esponente kurdo Massud Barzani, emissari della monarchia saudita e dell’organizzazione Mujahhedin-e Khalq, per anni sostenuti dagli statunitensi in territorio iracheno. Lo scopo diventava cavalcare i malumori interni esistenti appunto su inflazione, disoccupazione, crescita delle disparità fra ceti, orientando in alcune aree possibili scontri anche in maniera violenta, con l’uso di armi contro stazioni della polizia, com’è accaduto presso Isfahan. Versione per tesi? Probabile, ma non è la sola. Secondo un redattore dell’agenzia d’informazione kurda Anf News: “Il regime dispotico iraniano opprime da molti anni la popolazione… Dalla Rivoluzione nel 1979 ha usato le possibilità finanziarie per diffondere la sua ideologia nei Paesi vicini invece di migliorare il livello di benessere in Iran…” (cfr. http://www.uikionlus.com/cosa-vuole-la-gente-in-iran-perche-la-protesta/). Ognuno dice la sua, mentre continuiamo a osservare.  

mercoledì 3 gennaio 2018

L’Iran degli ayatollah in strada contro l’Iran dell’ira


La Guida chiama, il suo Iran risponde. Così dopo l’intervento pubblico davanti a familiari di martiri storici, morti nella guerra contro Saddam Hussein, e martiri più recenti degli interventi iraniani in Siria e Yemen, l’ayatollah Khamenei aveva ieri accusato “i nemici della nazione riuniti nel sostenere con ogni mezzo - denaro, armi, Intelligence - la protesta in atto”. Già nell’occasione alcuni pasdaran presenti non riuscivano a trattenere il desiderio di vedersi autorizzati ad agire contro i dimostranti, al posto della polizia che in sei giorni ne ha accoppati una ventina e arrestati cinquecento, registrando anche una propria vittima, colpita con armi da fuoco. Oggi l’Iran fedele allo sciismo e alla teocrazia torna in piazza, in molte piazze anche quelle delle piccole località messe in subbuglio dai manifestanti stanchi di promesse e rabbiosi contro un regime che non risolve contraddizioni e necessità primarie, di cui il lavoro per un futuro dignitoso è l’asse centrale. Ma nel portare in corteo veterani e donne in chador, il primo degli ayatollah iraniani accelera i tempi, lui non vuole ascoltare le “giuste critiche della piazza” come aveva detto solo tre giorni prima il presidente Rohani. Khamenei sceglie di tirar dritto probabilmente perché ha fiutato i rischi del momento: il rischio interno del disamore di venti e trentenni per una visione tutta ideologica della vita nazionale, e quello esterno, dei nemici dell’Iran, che esistono come esiste la politica del cambio di regime.

Questo, però, può diventare il leit-motiv per tralasciare pecche presenti e ben individuate: corruzione e arricchimenti di pochi rispetto alle condizioni generale di ceti popolari sempre più impoveriti, sì dall’embargo occidentale che non s’è chiuso con la firma dell’accordo sul nucleare, ma anche dalle scelte politiche di dirottare denaro su difesa, milizie pasdaran, guerre in corso. Mentre in settori comunque produttivi, come quello della compagnìa petrolifera Arak, gli stipendi alle maestranze non vengono pagati. Se a tutto ciò s’aggiungono i finanziamenti crescenti per talune bonyad (ultimamente quella dell’ultraconservatore Mesbah-Yazdi) e  ‘tesoretti’ che, come un tempo e più d’un tempo fanno capo a mullah e ayatollah di primo piano, l’acredine cresce. Le piazze che tracimano, come s’è notato senza la direzione di leader e partiti, possono contenere anche uomini e interessi esterni, compresi quelli di marca iraniana dal gusto retrò come opposizioni filomonarchiche o di mujaheddin pseudorivoluzionari, ma prendono spunto da contraddizioni reali. Ciò che è mancato finora sono risposte concrete, e la diplomazia di Rohani evidenzia piedi d’argilla perché il suo spirito non pare quello riformatore di fine Novanta e neppure accontenta una generazione che nella rivendicazione laica cerca forse proprio valori di vita che li renda simile ai turisti visti negli ultimi due anni per le vie e nelle belle moschee del Paese. Voglia di globalizzazione? Può darsi. I sociologi narrano della trasformazione della vita nei piccoli centri, di costumi ed esigenze “urbanizzate” secondo sviluppi tecnologici (non secondario il ruolo del web e dei social media come Instagram e Telegram bloccati in questi giorni) inseguendo anche un’ottica consumistica.

Ma c’è chi dice altro. La spaccatura sarebbe sui valori, e dunque sì precarietà e benessere, hijab e capelli al vento, risentimento contro lo strapotere dei chierici, ma riguarderebbe quel che c’è dietro e dentro questo popolo che ha lottato per scrollarsi di dosso l’odiosa dittatura del 'Trono del pavone', perché la disillusione può essere legata al sistema che l’ha sostituito. Alla struttura e ai valori dell’attuale società. Se la redistribuzione della ricchezza, pura utopia sotto le grinfie sanguinose dello Shah (che solo chi non l’ha conosciuto o non vuole approfondire il passato, immagina come tollerante e democratico) non ha seguìto il percorso promesso dalla Rivoluzione khomeinista, arricchendo congreghe o singoli, ecco che i conti non tornano e la rabbia periodicamente riaffiora. E in questo essere contro si mescolano la materialità del lavoro e la spiritualità del senso di giustizia, dignità, libertà. Categorie sventolate assieme al tricolore nazionale anche dalla piazza in chador, osservante di un Islam interpretato dalla Guida Suprema, di una società paritaria cui occhi fedelissimi credono senza opporre dubbi. E’ l’attuale Iran che si scontra anziché incontrarsi, fiero del proprio coraggio, unito finora nel rigettare quei richiami di democrazia che rimano con ipocrisia, visti gli autori dei proclami esteri. Una società comunque in subbuglio, con tante mani che s’infilano in una partita già intricata e dagli sviluppi incerti. 

martedì 2 gennaio 2018

Iran, proseguono scontri e malcontento


Continuano proteste e rabbia, quella spontanea e quella indotta dai motivi più vari e in luoghi differenti, dalla capitale e dalle grandi città come Mashhad e Isfahan, i centri del culto e del turismo, a località minori (Tonekabon, Abhar nell’area azera del Caspio, e sempre a ovest a Zanjan e Kermanshah, sino alle zone orientali a sud di Mashhad). Le attese della periferia iraniana, rurale e non, si trasformano in accuse per promesse non mantenute, dal presidente, dal governo, dalla politica. Così l’elemento che osservatori esterni e interni notano è un malcontento generalizzato e trasversale di chi è fuori dagli apparati istituzionali: legislativo e amministrativo, militare, teologico. E il quadro non è neppure così definito, perché le piazze della protesta possono essere anche stimolare e agitate dalle fazioni ufficiali: conservatori contro riformisti e moderati, elettori di quest’ultimo blocco, che ha confermato al vertice il chierico diplomatico Rohani, ma sono stufe di non vedere risolti problemi spicci ma essenziali: carovita, corruzione di molti apparati, mancanza di risorse per l’occupazione giovanile. Questioni simili ad altre parti del mondo, ma nella specificità iraniana ancor più particolari.

Perché per almeno due delle ultime generazioni questo Paese è stato un faro: di lotta all’ingerenza dell’imperialismo occidentale, che aveva radici antiche nel golpe anti Mossadeq  e repressioni sanguinose di una delle più feroci monarchie della storia mondiale recente, quella dello Shah Reza Pahlavi. Quando il divario fra la ricchezza di pochi e la miseria di milioni di anime rappresentava uno dei tanti sfregi operati dai governi-fantoccio sostenuti dalle Sette Sorelle in Medio Oriente. L’Iran della ribellione anti monarchica di fine anni Settanta visse anche una cruenta lotta interna, fra una sinistra tradizionalista (Tudeh) e rivoluzionaria (mujaheddin) contro un Islam politico che risultava più pragmatico degli avversari laici. Tanto che mullah e ayatollah finirono per catturare consensi sempre maggiori per quella vicinanza al sentire di strati sociali umili che teorici di una sorta di marxismo islamico, come Shariati, avevano introdotto nel movimento prima di contestazione, quindi di ribellione alla dinastia Pahlavi. E al di là del proprio ieratico carisma, Khomeini otteneva consenso e seguito per una pratica politico-organizzativa più leninista di certe posizioni presenti nella  sinistra ufficiale.

Uno di questi, l’armata in nuce trasformatasi nei Guardiani della Rivoluzione, ha posto le basi del potere politico clericale, facendo accettare anche forzature come quel velayat-e faqih che non era benvisto da taluni ayatollah, ed è diventato nel tempo una zavorra per il regime che gli aliena l’assenso giovanile. Ecco, due elementi che riecheggiano nel malcontento degli ultimi anni in una nazione in cui i giovani sono tanti e le donne idem: repulsione della teocrazia per il mantenimento di regole che, pur non raggiungendo il fanatismo del sunnismo salafita (tutt’altro, visto che lo sciismo se ne distingue per orientamenti teorici e pratici) mantengono formule che stanno strette anche a ragazze fedeli all’Islam. Inoltre gli attuali ventenni e trentenni, ovviamente anche di sesso maschile, non hanno vissuto sulla pelle i sacrifici compiuti da padri e fratelli maggiori immolatisi per la patria nella guerra contro Saddam. Magari portano, e rispettano, lutti familiari, come testimoniano le immagini dei martiri della causa iraniana in quella guerra presenti in città e angoli sperduti del Paese, ma tutto è mediato. E forse da alcuni, neppure tanto meditato. Certo è che o si appartiene a quella che è stata definita la ‘generazione del fronte’, che ha incrementato il senso di corpo di pasdaran e basij, oppure il pur sempre vivo nazionalismo si stempera o si volatizza.

Si vocifera che fra le insofferenze odierne per il carovita ci siano le considerazioni di chi vede aumentare generi di prima necessità come le uova, e prossimamente anche i carburanti, per sostenere l’impegno militare iraniano su fronti esterni. Non difesa della patria, tuttora sotto minaccia imperialista e sionista, ma difesa dei suoi interessi più generali (i detrattori dicono di potenza regionale in antagonismo soprattutto alla dinastia saudita, ma anche del sultano Erdoğan) nei vari conflitti locali in terra mediorientale, di cui il campo di battaglia siriano è stato, ed è tuttora, il più oneroso. Chi grida di voler pensare al futuro in casa e non alla causa di Gaza può essere sprovveduto, qualunquista o al servizio di quei soggetti che in queste ore gracchiano come corvi più che cinguettare da social network, come fa Trump o tramite interviste ufficiali il suo protetto Netanyahu. E’ chiaro che i nemici dell’Iran - non di Rohani, degli ayatollah o della Rivoluzione Islamica - sbavano per una destabilizzazione di quell’area, ma sostenere che le campagne militari all’estero hanno costi che tolgono risorse interne in una fase di oggettiva difficoltà economica può risultare una cruda verità. Da tempo Rohani si barcamena, forse il terreno sotto i piedi glielo minano proprio i chierici conservatori vicini a Khamenei e oltre la sua guida. Ovvero ad agitare anima e corpo di tanti iraniani sia il desiderio di scuffiare i turbanti e togliersi il velo. Un solo pericolo: che la voglia di nuovo peschi in tendenze e periodi torbidi. C’è chi giura che gli anticorpi esistono, l’incognita resta.  

sabato 30 dicembre 2017

L’Iran chiude l’anno su piazze contrapposte


Manifestazioni contro in Iran. Partite dapprima in sordina giovedì nella conservatrice Mashhad, ma già ieri cresciute e debordate nei bazar di parecchie città e poi nelle strade fra la gente che protesta per gli aumenti dei prezzi e i giovani che gridano contro la propria disoccupazione, “calmierata” nei comunicati del governo Rohani, ma che secondo osservatori s’aggira ormai oltre il 40%. Colpa anche d’un embargo che di fatto prosegue poiché, nonostante i famosi accordi sul nucleare, tante aziende non riescono ad attivare investimenti per i blocchi tuttora esistenti in un sistema bancario internazionale che impedisce o rallenta le transazioni fra quel Paese e i mercati soprattutto occidentali. E’ il veleno che l’America, non solo trumpiana, riversa su un nemico storico, influenzando gli organismi finanziari mondiali. Così al centro delle ire delle piazze che rianimano rimostranze finisce il presidente Rohani, riconfermato nel maggio scorso con un ampio consenso di moderati e riformisti, più il voto della gioventù ribelle dei grandi centri, capitale in testa, capace di sostenerlo oltre il primo mandato, quello agitato col simbolo di una chiave: apertura alle riforme, all’Occidente, a un nuovo corso. Una chiave che scardinava diplomaticamente ciò che il clero iper tradizionalista non voleva attuare e con lui l’ala dura del partito dei Pasdaran. Una componente nient’affatto ridimensionata nel peso economico-politico che, comunque, ha giocoforza ceduto il passo nelle consultazioni di quest’anno.
Quando il presidente uscente ha prevalso sui due cavalli di battaglia del fronte conservatore, inizialmente il laico Qalibaf e nel rush finale il chierico Raisi. Sconfitti entrambi grazie all’ennesimo compromesso fra i sostenitori dei mai dimenticati “apostoli delle riforme”: Moussavi, Karoubi e il presidente delle promesse. Però quest’ultimo sta incespicando sull’impossibilità di rilanciare l’economia, sul blocco del piano di diversificazione che ripropone alla nazione una dipendenza dal mercato degli idrocarburi, di per sé soggetto a tempeste geopolitiche, e si vede offuscata l’immagine interna, nonostante i buoni risultati in politica estera. Certo, ieri a sostegno del presidente e della Guida Suprema Khamenei, cui gli oppositori hanno gridato di andarsene, bruciandone addirittura le foto, sono intervenute centinaia di migliaia di persone. A Teheran c’è stata una gigantesca contromanifestazione che ricordava quella di otto anni addietro, quando dopo mesi di agitazioni dell’Onda Verde, con migliaia di conseguenti arresti, l’Iran khomeinista fedele alla Guida Suprema e al secondo mandato di Amadinejad, pur sotto l’accusa di brogli, occupò fisicamente le strade per controbilanciare lo spazio preso dai contestatori. Già all’epoca si parlò di ‘mano americana’ per mettere in difficoltà un regime incrinato da varie spaccature. Quelle interne al clero, anch’esso diviso fra conservatori e innovatori, quelle fra il gruppo di potere dei Pasdaran, che per un periodo con lo stesso Amadinejad pensava di potersi emancipare dal tutoraggio degli ayatollah.
E quelle di una parte della popolazione, prevalentemente giovane, la quale pur in osservanza alla fede sciita, vorrebbe mettere la parola fine al velayat-e faqih, creatura khomeinista contestata da altri sayyid. Cui s’aggiunge il modernismo dei diritti di My Stealthy freedom, attivo sui social network. A questo sfondo politico che persiste, s’aggiunge la realtà degli ultimi tempi che mostra un rincrudimento unilaterale dei rapporti fra Washington e Teheran per esplicito volere della Casa Bianca. Ora, sostenere che anche le proteste di questi giorni siano ‘pilotate’ può essere un retropensiero o un azzardo, di fatto certe mancate aspettative possono incendiare le delusioni. E al tempo stesso è normale che diversi nemici dell’attuale nazione iraniana - non dunque dell’attuale establishment come possono essere soggetti folkloristici tipo Pahlavi jr, piazzato nella capitale statunitense o la sedicente rivoluzionaria Rajavi, oppositrice dai boulevard parigini - osannino le contestazioni antigovernative. Infatti puntuale è giunto il cinguettìo speculatore, o peggio, del presidente statunitense che si rivolge a ‘un popolo sofferente’. Invece occorrerà capire se le due piazze sono frutto di lotte intestine, una riapertura dei cicli avviati con Khatami e i riformisti suoi successori o altro ancora. Oppure, come sottolineano commentatori vicini al governo, si tratta di mal di pancia legati al carovita, all’inflazione crescente, ai tagli di taluni sussidi che colpiscono i ceti più poveri. Però l’aria si scalda e appaiono i morti. Chi dice tre, chi sei per sparatorie delle Guardie della Rivoluzione nella località di Doraud.  

venerdì 22 dicembre 2017

Nazioni Unite, il ceffone a Trump


Gerusalemme non è la capitale di Israele, né potrà esserlo. Lo dicono 128 nazioni delle Nazioni Unite, fra cui l’Italia (alleluja), che rigettano il piano Trump di fare l’ennesimo favore alla politica annessionista dello Stato sionista. La reazione americana è stata scomposta e minacciosa “Non ci dimenticheremo di questo voto” ha affermato Nikki Haley, l’ambasciatrice-militante del presidente Usa, che già aveva annunciato di fare la lista di amici e nemici della proposta della Casa Bianca. Una vendetta che ruota attorno al denaro, difatti esplicito era stato il riferimento ai fondi d’aiuto previsti, soprattutto per i Paesi africani. Ma il fronte islamico di quel continente e di quello asiatico hanno opposto un netto rifiuto di ‘farsi comperare’ coi dollari. Anche alleati storici d’Oltreoceano, come diverse nazioni europee, hanno voltato le spalle a una proposta unilaterale e divisiva che mina una situazione già fortemente svantaggiata per il popolo palestinese, da cinquant’anni sottoposto a un’occupazione militare illegale.
Israele, che delle risoluzioni delle Nazioni Unite se ne infischia, ha rigettato la votazione; con la sua solita boria Netanyahu dichiarava che “finirà nella spazzatura della Storia”. Il ricatto della mancata assistenza non ha retto anche perché l’amministrazione Trump, nel continuare a rilanciare il programma dell’America First, ha palesato un’ulteriore diminuzione per il 2018 degli aiuti esteri. Se la voce della cosiddetta “assistenza” globale nell’anno 2015 ammontava a 58 miliardi di dollari (la metà dei quali erano rivolti ad accordi economici bilaterali, il 35% alla sicurezza e sostegno militari, il 16% all’assistenza umanitari), il budget per l’anno che verrà è sceso a 25.6 miliardi di dollari. E l’orientamento degli stessi è ovviamente direzionato secondo interessi geostrategici, ad esempio Israele riceverà 3.1 miliardi, contro l’1.3 dell’Egitto e uno della Giordania. I “regali” scemano a caduta in base alla valutazione degli interessi americani, così si sa di 384 milioni di dollari all’Iraq, 104 al Libano, 55 alla Tunisia, 31 alla Libia, 16 al Marocco, ecc.  
Lo stesso ricatto dei fondi è un’arma a doppio taglio, è il caso di dirlo. Come ribadito, una parte degli aiuti giunge sotto forma di armamenti e servizi per la difesa, e se nel caso di Paesi arabi che ricoprono una funzione importante per posizione geografica e influenza politica, prendiamo l’Egitto e l’Arabia Saudita, le casse statali di ciascuno mostrano situazioni ben differenti, grazie a cui Riyadh può permettersi di pagare in proprio la tecnologia bellica di cui viene dotata. Ma è interesse degli stessi americani coprire più fronti possibili, come hanno fatto negli ultimi cinquant’anni. A tale proposito diversi senatori repubblicani lanciano  l’ennesimo monito verso l’attuale amministrazione che sta “compromettendo gli ultimi cinquant’anni di politica estera”, incentrati sul binomio di un avanzamento del processo di pace internazionale seppure letto secondo gli interessi di parte. Ora gli Usa perdono il ruolo di mediazione che ne aveva caratterizzato varie iniziative anche in Medio Oriente. E se nello Studio Ovale non se ne preoccupano, il livello d’allarme cresce anche in casa repubblicana. Oltre che nel mondo.

giovedì 21 dicembre 2017

Regno saudita, gli uomini d’oro di Bin Salman


Della rete di uomini fidatissimi che ruota attorno alla ‘corona de facto’ di Mohammad bin Salman, dalle voci accreditate come quelle di cui si serve il quotidiano L’Orient le jour si possono ricostruire competenze e finalità dei più importati assistenti del nuovo potentato del Golfo. Tredici dei suoi quindici stretti collaboratori sono uomini che contano, parecchi prescelti direttamente da lui, altri accettati, uno imposto.
Legami di sangue - Iniziamo con gli uomini dei legami di sangue: un fratello, un cugino, un nipote. Fra costoro attualmente il più solido, nel ruolo di ministro dell’Interno, è il cugino Saud bin Nayef. 35 anni, studi e carriera tutti interni alla nazione saudita, è stato nominato nella carica nel giugno di quest’anno, una sorta di riparazione al ramo della sua famiglia, il cui zio Mohammad bin Nayaf era stato esautorato dal ruolo di principe ereditario. A vantaggio appunto di Mbs. Ma occhio al suo nipotino Ahmad bin Fahd. 31 anni e molte chances. Attualmente è vicegovernatore dell’enorme provincia orientale che affaccia sul Golfo Persico ed è anche la più ricca: Al Sharqiyya, dove si concentra anche gran parte della popolazione di fede sciita che vive in Arabia Saudita. Lì, a un centinaio di chilometri dalla città di Dhahran, è situato il più redditizio giacimento petrolifero del regno, Ghawar, dal quale vengono estratti 5 milioni di barili di greggio al giorno (oltre il 6% della produzione mondiale). Proiettarsi in un futuro prossimo al vertice dell’amministrazione economica di quella provincia significa controllare i forzieri del regno, infatti Mbs ha piazzato in loco il nipote. Forte già di suo, poiché la mamma Nouf possiede OSN, una delle maggiori reti televisive e satellitari mediorientali e ha anche la concessione locale degli affari di American Express. Nella triade di famiglia sicuramente il meno potente, così da non incentivarne velleità leaderistiche, è il fratellino Khaled bin, ventinovenne e pilota di aerei da guerra, formatosi nelle basi statunitensi. Il boy di famiglia (è il nono figlio di Re Salman) si occupa, accanto ai maggiori Fayçal bin e Turki bin, dei cospicui beni di famiglia.
Uomini chiave - Due elementi centrali del nuovo corso avviato da Bin Salman sono: Abdel Aziz bin Saud e Yasser El Roumayan. Relativamente più giovane il primo, 38 anni, che ricopre l’incarico di Capo di Stato maggiore delle forze di terra, lui stesso è un comandante dei reparti speciali dei parà. Quelli che rappresentano la punta di lancia saudita nella repressione ai ribelli Houti yemeniti. Bin Saud ricopre anche la carica di vicepresidente della Saudi Arabian Amiantit azienda che produce tubi in una trentina di fabbriche saudite e li esporta in 70 nazioni. El Roumayan ha il prestigioso ruolo di consigliere personale di Mbs ed è anche supervisore dei fondi sovrani. L’uomo riunisce funzioni politiche e intenti finanziari. In base al suo percorso accademico sul business e all’esperienza acquisita come intermediario di compagnìe occidentali è diventato dall’anno in corso Direttore del fondo pubblico d’investimento.
Figure strategiche – Strategico risulta il ministro dell’Energia Khaled El Faleh, che ha il non facile compito di far uscire il regno dalla centralità petrolifera. Il compimento della diversificazione economica, attualmente dipendente per il 70% dall’attività estrattiva, sarebbe previsto per il 2030. Come lui strategici sono: Saud El Qahtani e Mohammad El Houwerini. Il primo è presidente per la cyber sicurezza, apparati elettronici e consigliere per i media presso la Corte; il secondo è direttamente il responsabile delle strutture di sicurezza. Gli obbediscono numerosi uffici e forze speciali più il Centro d’informazione e direzione generale degli affari tecnici. E’ considerato l’elemento che presiede gli scambi d’informazione fra Stati Uniti e Regno saudita riguardo al terrorismo internazionale. Mentre si deve a El Qahtani la virulenta campagna lanciata nei mesi scorsi contro il Qatar. Con essa ha fatto perseguire quei cittadini che sui social media mostravano solidarietà o simpatia verso la ricchissima nazione contigua. Una pratica repressiva e d’intimidazione degna dei peggiori inquisitori.
Propagandisti – Da non sottovalutare gli uomini dei media, dell’ideologia e della teologia. Anche qui due nomi: Turki El Dakhil e Awad El Maghanisi. El Dakhil è il direttore di Al Arabiya, sia nella versione di tv satellitare sia in quella diffusa in rete. Sin dalla fine degli anni Ottanta aveva sviluppato numerose esperienze con la carta stampata. Nei Novanta fu corrispondente da Riyadh di Radio Montecarlo che ne accrebbe la popolarità personale interna e all’estero. Diversi politologi lo indicano come elemento molto influente nella cerchia di Bin Salman. Occhio anche alla voce teologica del regime, ovviamente una delle voci, ma vicinissima al principe-sovrano. E’ il cinquantacinquenne Saleh bin Awad El Maghanisi, mufti ufficiale del Paese e da oltre un ventennio membro della Commissione della consapevolezza islamica. E’ presente nella moschea di Quba a Medina e offre i suoi contributi sulla dottrina islamica da vari canali televisivi e satellitari.
Esterni – Privi di keffia, anzi spesso con occhiali Ray ban l’uno e doppiopetto l’altro, Mohammad Eyad Kayali e Nehmé Tohmé, rispettivamente siriano e libanese sono due stranieri laici presenti a corte. I motivi stanno tutti nella diplomatica doppiezza che caratterizza la politica di Riyadh. Entrambi sono affaristi inseriti nei Palazzi di vari governi mediorientali e nelle fastose magioni reali del Golfo. Rappresentano pedine preziose per la diplomazia di Bin Salman. Il siriano gestisce da decenni gli investimenti di più d’un ramo dei regnanti sauditi. Affari che spesso hanno direzionato capitali in Spagna per finanziare operazioni della locale Real Casa, e fatto lavorare imprese iberiche nella penisola arabica. L’ultimo investimento di circa 7 miliardi di euro sostiene la creazione di una ferrovia superveloce fra La Mecca e Medina. Il businessman libanese è il regista di un’operazione che all’inizio dei Settanta inventò il gruppo Alhabani, il cui slogan è: “Da un grano di sabbia, progettiamo l’impossibile. Un impossibile fatto di aeroporti, autostrade, ponti, tangenziali e molte delle cattedrali architettoniche che l’Arabia Saudita sfoggia sull’orizzonte dei suoi deserti. Vicino all’immarcescibile leader druso Jumblatt, Nehmé Tohmé è anche stato il cassiere di buona parte dei petrodollari che hanno ricostruito la Beirut uscita dalla guerra civile, su cui i sauditi hanno sempre diretto lo sguardo affaristico e geopolitico, condizionandone l’establishment ben prima di tener ‘prigioniero’ Hariri junior.
L’imposto – A ultimare la lista degli uomini d’oro c’è un convitato di pietra: Ader Al Jubeir. Dire che sia gradito al nuovo corso è un’esagerazione. Lui è un politico espertissimo, vanta studi in vari Paesi orientali e occidentali, e negli anni Novanta ha affinato già spiccate qualità diplomatiche occupandosi di comunicazione in una fase delicatissima per il Regno saudita: il post 11 settembre. Al Jubeir è stato ambasciatore a Washington e da allora gode di amplissima considerazione negli ambienti della Casa Bianca, al di là di chi occupi lo Studio Ovale. Così si vocifera che nell’attuale prestigioso incarico di ministro degli Esteri ci sia lo zampino statunitense, che nel rapporto non sempre lineare con l’alleato saudita ha preferito avere un uomo di fiducia.

sabato 16 dicembre 2017

Ibrahim, vita da bersaglio


Per il cecchino israeliano di turno l’indomito Ibrahim era un bersaglio facile. Definizione cinica di un gesto che supera il cinismo tramite l’omicidio. Un omicidio di Stato che salverà il vero killer, semplicemente perché per la legge assassina d’Israele quello di Ibrahim Abu Thurayyah, l’uomo amputato di entrambe le gambe che si recava a protestare sulla sedia a rotelle, non è un omicidio. E’ ordine pubblico. E contro il “terrorismo” dei manifestanti che lanciano pietre, i militari possono sparare e uccidere. Lo Stato sionista che arma gli assassini, poi li protegge. E il cerchio si chiude come gli occhi del mondo che annuisce. Dopo avergli tagliato le gambe con un bombardamento aereo nel 2008, quando Ibrahim aveva vent’anni, quella che i media mainstream definiscono “l’unica democrazia mediorientale” gli ha tagliato la vita. Un colpo in testa a quest’attivista estremo che non voleva stare al suo posto e via andare. E’ accaduto anche a Yasser Sukkar, centrato sempre a Gaza, e ad altri due manifestanti uccisi in Cisgiordania, per la sicurezza di Israele e la gloria dei suoi tiratori scelti allocati sui blindati.
In occasione del funerale di Ibrahim, che si è tenuto stamane a Gaza City, una troupe di Al Jazeera ha intervistato alcuni amici dell’uomo che hanno evidenziato la grande forza d’animo e gli sforzi che compiva per sopravvivere dopo l’amputazione delle gambe. Non potendo più praticare la pesca, che era il suo mestiere, si dedicava al lavaggio delle vetture, un lavoro che poteva eseguire muovendosi attorno con la sedia a rotelle. Lavorare era una necessità: sei sorelle, tre fratelli e genitori malati, così si faceva forza senza perdersi d’animo. Oltre ad aiutare la famiglia sperava di poter mettere da parte un gruzzolo per garantirsi quelle protesi che gli avrebbero permesso di stare in piedi e avere più dimestichezza nei movimenti. Eppure eretto nello spirito di persona coraggiosa, di cittadino sensibile alla causa della sua gente, Ibrahim lo è stato da sempre, visto che partecipava senza timore a ogni manifestazione pubblica, comprese quelle più rischiose dove la sua carrozzella non riusciva a divincolarsi fra i dossi del terreno accidentato. L’hanno ucciso lì, in un tiro al bersaglio senza problemi.