giovedì 24 settembre 2026

Parole, parole

  


In quel supermarket della chiacchiera che è diventata l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, seconda per inconcludenza solo ai tanti Parlamenti che umiliano la stessa democrazia borghese basata su concetti e confronti cui si contrappongono decisioni univoche a suon di decreti legge, i relatori passano, declamano e vanno via. Più sono vip, più si giustificano con impegni di grado superiore. Può il presidente Trump, intervenuto in apertura d’assise il 22 settembre, restare e ascoltare i pensieri altrui? Ovviamente no. Ne motiva la rapida uscita dal Palazzo di Vetro, la visita ufficiale del leader-rivale Xi Jinping atteso a Washington il giorno seguente. Nei 365 giorni dell’anno in corso non si poteva cercare chessò un week-end o un inizio settimana a data diversa per l’incontro fra ai due? Pare proprio di no. Potevano entrambi i leader d’un mondo in affanno presenziare almeno la metà dei cinque giorni dell’annuale incontro? Ancora una volta no, lanciando in tal modo il segnale che quell’Assemblea per chi conta davvero, conta davvero poco. Certo, tutte le nazioni restano presenti con uomini di punta o con funzionari di rappresentanza ma non è la stessa cosa. In altre epoche quando le Potenze con la maiuscola si minacciavano i loro big, fossero Kennedy o Chruscev, restavano in quella sede dopo aver parlato, per uno spazio temporale limitato ma lo facevano. Al punto che tensioni internazionali, talvolta, mica sempre, si ridimensionavano e si superavano. Ora superati sono quei tempi, e molto di più è la funzione di questo grande incontro, visto che su altri tavoli e scranni si decide cosa fare. Resta, perché così era e così è, la sperequazione fra chi fa di quel mercato degli annunci la passerella della propria foga, in vari casi assassina e impunita, e chi perlomeno prova a mediare. Celebri, anche per lo spessore di coloro che li pronunciavano, sono rimasti i discorsi di Fidel Castro o Arafat a difesa dei propri ideali e dei progetti attuati o sperati, in queste ore il mondo può ascoltare le frasi di Pezeshkian e Netanyahu. Il presidente iraniano ha rivolto le sue riflessioni all’omologo statunitense, minaccioso decisore dell’aggressione al suo Paese che fra schizofrenìa e furbizia alterna proposte di pace e proclami di distruzione. 

 

Ricordando, Pezeshkian, d’essere definito col suo popolo terrorista da chi sta terrorizzando la propria nazione facendo inseguire bombe e morte. Un discorso comunque di disponibilità al dialogo che risulta, invece, sgradito agli ambienti radicali della politica e delle Forze Armate del suo Paese. Un esempio l’ha offerto il deputato intransigente Hossein Sabeti, recente promotore d’una mozione d’impeachment rivolta al ministro degli Esteri Araghchi, con cui sostiene che la linea di trattativa con gli Usa sia stata prematura e non avesse neppure l'autorizzazione della Guida Suprema. Invece Rezaee, capo del Consiglio di sicurezza iraniano e Qalibaf, presente di persona in alcuni incontri specie coi mediatori pakistani, figure di spicco dei Pasdaran, sostengono la disponibilità diplomatica riassunta da Pezeshkian e questo è un punto di speranza e di propositi anti bellicisti. Ma non è detto, poiché a rinfiammare l’Assemblea che oggi discute di Medioriente giunge nel pomeriggio newyorkese, le ore venti italiane, l’intervento lampo di Netanyahu, anch’egli in toccata e fuga dal Palazzo di Vetro, secondo il Mossad per ragioni di sicurezza. Lo scorso anno aveva richiesto i residuali venti ostaggi ancora nelle mani di Hamas che dopo tre settimane ha ottenuto, ponendo poi ogni impedimento a passi anche minimi del famigerato piano del Board of Pace arrangiato con Trump. Cosicché nella trucidata e stremata Striscia di Gaza,  che vede il territorio tuttora soggetto a manovre di guerra dell’Idf, due milioni di cittadini sono accalcati in meno della metà degli originari 360 km quadrati. Chi sopravvive sta rifugiato in tende o fra le macerie oppure sotto gli scheletri di edifici sventrati che crollano facendo ulteriori vittime, com’è accaduto giorni addietro. In attesa delle elezioni interne Netanyahu continua a sostenere di dover “terminare il lavoro”, un lavoro basato sulla vendetta sanguinaria che gran parte del mondo definisce genocidio. Oggi il premier di Tel Aviv difenderà tutte le nefandezze, comprensive di omicidio, che i coloni stanno compiendo in Cisgiordania, e accuserà il mondo di antisemitismo. A fronte delle duecento violazioni del diritto internazionale che l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha attribuito a Israele a partire dalla risoluzione 194 comminata nel 1948 con la nascita dello Stato sionista. Ma l’Onu è l’istituzione delle parole alle quali non corrispondono i fatti. E’ l’organismo del diritto di veto. E’ il luogo dove taluni possono dichiarare e applicare la legge del taglione.

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