venerdì 18 settembre 2026

Ribelli mica teppistelli

    

Eravamo ribelli, ma non accoltellavamo i professori. Neppure quelli prevenuti che consideravano una scuola a Centocelle un ghetto da evitare, però il destino e l’incastro del Provveditorato li aveva spediti lì a farsi le ossa o per chissà quale punizione. La punizione nel Millenovecentosessantotto c’era per tutti: scolari, insegnanti, bidelli e genitori coi doppi turni ch’erano già un lusso, davanti ai tripli incrociati qualche anno prima alle elementari. “Centocelle, sogna e stende, è ‘n coro de serande e sulla strada c’è ‘n’orchestra de padelle …” canta oggi Emilio Stella nuovo menestrello di periferia. Una periferia diventata multietnica col kebabbaro a sostituire la drogheria de la sora Adele e i bengalini al posto dell’emigrazione familiare dal sud nostrano. Ma quei ragazzetti dodicenni e tredicenni che un giorno di marzo di quell’anno speciale avvicinandosi a scuola, la media Giovanni Verga, avevano trovato “il bidello Giggino che armeggiava con un tronchese attorno a un lucchetto e una catena giganteschi che tenevano chiuso il cancello, si stupirono solo un po’. C’era anche il preside imbestialito che commentava coi professori un cartello affisso. Gli studenti universitari avevano serrato tutte le scuole cittadine per protestare contro lo sgombero delle aule di architettura a valle Giulia da parte della polizia. A Spartaco e compagni quest’azione era piaciuta. Né Giggino, né i carabinieri accorsi riuscivano a rompere le massicce catene. Il preside sacramentava “Che c’entro io con l’Università?”, mentre il maresciallo proponeva di abbattere il cancello con un’autoblinda fatta arrivare dalla caserma…” (da Leggeri e pungenti. Storie luoghi e volti di periferia, 2017). Quegli scolari presero quel giorno di sciopero forzato, vergato con la vernice rossa sui dazebao, come un’insperata manna dal cielo e, sognatori, inventarono gare sportive di gruppo. Era la strada a instradarli su una via seppure polverosa e irta d’incertezze a seguire un codice di comportamento che il gruppo stesso, magari rissoso, riusciva comunque a darsi. 

 

E le famiglie con loro. E i professori pure. Perché quel metaforico triangolo ad angoli anche acuti, riusciva a comunicare. Con incomprensioni e contraddizioni ma riusciva a farlo, perché ognuno ricopriva fino in fondo il suo ruolo. Dallo studente secchione a quello svogliato, dal maestro non solo di sintassi ma di vita, al padre indaffarato col mestiere ma non indifferente al mestiere di padre, così le madri che potevano pure supplire al ruolo d’un marito talvolta assente ma poi lo supplicavano o lo obbligavano a capire e fare, non a distrarsi e demandare. Era una Centocelle in una Roma e in un’Italia imperfette ma perfettibili e ci credevano tutti. Pure un preside un po’ paranoico e ossessionato dalle scartoffie da seguire e rispettare che comunque organizzava, coi professori più che contro di loro, una scuola utile a migliorare l’esistenza di ragazzetti riottosi e spesso pure disobbedienti. Eppure lontani da quelle oscurità della mente che conducono a dissociazioni emotive e sensoriali. Su cui possono discutere esperti ed educatori, noi invecchiati bene o male possiamo ricordare episodi e gesti addirittura eclatanti, talvolta pungenti senza essere taglienti. Qualcuno il coltellino a scatto in tasca lo portava, poi magari ci giocava a ‘punteruolo’ sui marciapiedi ancora non asfaltati. Quello lungo oltre i cinque centimetri, nessun ferramenta d’un tempo lo vendeva ai minori. Il passare del tempo e del commercio l’hanno sdoganato su qualsiasi sito d’acquisti online dove, figurarsi, si comperano anche armi da fuoco. Ma non è questo il buco nero. Il buio della ragione e del sentimento scaturiscono dall’aria che tira, da Centocelle a tanti incroci del mondo nel trascorre giornate senza apprendere princìpi esistenziali capaci di far svaporare frustrazioni e sostituirle con fantastiche creazioni di adolescenti che crescono e si misurano, senza la paura di cadere, di vergognarsi per questo vedendo nella vendetta un riscatto. Insegnare a fallire meglio conduce alla riuscita d’ogni prova, d’ogni progetto e sogno. Poter continuare a desiderare è quanto di meglio possono fare allievi, prof, il bidello Giggino, madri, padri e l’intera società che ricoprendo a fondo i ruoli si misurano con sé stessi. Così s’accantona l’angoscia e si rilancia il futuro.

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