venerdì 18 settembre 2026

Omicidi

 

Chi ha ucciso giorni addietro Molavi Yousef Gorgij, un imam sunnita che guidava la preghiera del venerdì nella moschea di Zahedan? Zahedan è un luogo simbolico e controverso dell’Iran a ridosso del confine pakistano. E’ lo strategico e caldo capoluogo del Sistan-Balucistan, abitato in maggioranza da beluci e periodicamente scosso da ripetute ribellioni di quest’etnìa che dal 1948 rivendica un’indipendenza, principalmente dalla nazione pakistana, la quale formandosi in quell’epoca ha annesso l’area di Baloch. Il chierico si distingueva per cercare ostinatamente l’avvicinamento fra sunniti e sciiti, superando i contrasti religiosi all’interno della vita di comunità. L’esecuzione, avvenuta davanti alla propria abitazione, fa dire ai Guardiani della Rivoluzione che s’è trattato d’un agguato commissionato proprio per spezzare l’intento con cui il religioso mirava ad aggirare i conflitti settari. Non c’è palese certezza ma i sospetti planano su Israele avvezzo a destabilizzare la regione anche rinfocolando le contraddizioni interne. Accanto a una considerazione del capo dell’Irgc Vahidi che sottolinea la continuità del progetto sionista di colpire la nazione iraniana fomentando il terrore, segue un dispaccio dell’Intelligence di Teheran con cui si comunica la recente scoperta e l’azzeramento di tre cellule eversive intenzionate a seminare panico e sangue. Ne è coinvolto il gruppo salafita Jaish Ul-Adl, attivo dal 2012, e che lo scorso anno annunciava l’unione con altre componenti della galassia jihadista locale riunite sotto la sigla Fronte dei combattenti del popolo. Nel condurre prevalentemente attacchi contro pasdaran, poliziotti e guardie di frontiera iraniani da una parte e militari pakistani dall’altra, i jihadisti beluci potrebbero aver cambiato obiettivi ed essere anche gli esecutori del citato omicidio. Esecutori in proprio per rinnovate strategie oppure imbeccati dietro compensi e rifornimenti d’armi dai Servizi israeliano e statunitense che agiscono sotto copertura in quella parte di territorio. 

 

Del resto quest’uccisione non è l’unica. Altri rappresentanti religiosi sono finiti nel mirino dei killer. A luglio un altro imam, Mohammad Rigi, anch’egli guida della preghiera nel giorno santo era stato freddato a Mirjaveh, nella medesima area beluca. Così il kurdo sunnita Mohammad Nezhati, freddato nell’area azera di Piranshahr; lui un chierico che risultava vicino ai Basij, e la sua eliminazione ha rinfocolato l’ipotesi d’una vendetta postuma di questa comunità sottoposta nell’autunno 2022 alla repressione di manifestazioni presto tramutate in violenta ribellione anti regime. Ma quattro anni da quegli eventi sembrano un’eternità. Inoltre nessun gruppo kurdo ha rivendicato questo colpo davanti a un clima geopolitico precipitato con una guerra d’aggressione portata nel territorio iraniano che non ha prodotto nessun vantaggio per le minoranze etniche come promesso da Trump. Sia lui sia i predecessori della Casa Bianca non avevano disdegnato di lusingare, armare e utilizzare la militanza armata kurda non tanto e non solo contro l’Isis sul territorio del cosiddetto Daesh (fra Siria e Iraq), ma incentivare quelle velleità e rivalità fra cinque organismi che agiscono sull’Iran stazionando e trovando riparo nel Kurdistan iracheno (Partito Komalo, Partito democratico dell’Iran,  Organizzazione del Kurditan iraniano, Partito della vita libera, Partito della libertà del Kurdistan). Formazioni talune di vecchia data, altre di più recente creazione ma tutte meno strutturate e incisive della guerriglia kurda per eccellenza, quella del Pkk che agivano in Turchia e delle Ypg presenti nel Rojava. Anche per questo tre giorni fa il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha ospitato a Teheran un leader del Kurdistan noto per la lunga dinastia con cui la sua famiglia, Talabani, ha gestito quella fetta di territorio, peraltro particolarmente ricca di riserve energetiche. Insieme hanno ribadito non solo rinnovata cooperazione economica ma il comune interesse di una bilaterale sicurezza, allargata al più vasto territorio iracheno, dai movimenti terroristici del Jihad islamico. Talabani ha, altresì, ricordato che il Kurdistan non si presterà a un uso bellico del proprio territorio da parte statunitense per attacchi all’Iran. Anche per evitare una ripetizione delle reazioni missilistiche di Teheran su Erbil e Harir.

 

Nessun commento:

Posta un commento