E’ trascorso un mese dalla votazione del ‘mezzo secolo’, oltre quarant’anni è durato il conflitto armato fra lo Stato turco e il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Tale consultazione parlamentare con l’ampia maggioranza di 468 voti su 600 ha approvato la legge “Turchia senza terrorismo” che sancisce la chiusura della lotta armata da parte dell’organizzazione kurda e avvìa l’auspicata pacificazione nazionale. Si valutano i due scenari che il traguardo pone. Il primo interno al territorio anatolico, il secondo ai suoi confini. Bisogna premettere che occorre attendere un’altra manciata di giorni, quelli che conducono al 1° ottobre, per veder implementato il definitivo addio alle armi. Allora in alcune località delle montagne del Kurdistan iracheno (Qandil, Metina, Zap, Avasin, Basyan, Haftanin) l’intero arsenale in dotazione al Pkk verrà dismesso. Un precedente c’era stato con gli scenografici falò di kalashnikov che più d’un anno addietro avevano accompagnato la conclusione della lunga trattativa, posta sotto la supervisione tecnica del MİT, fra gli interlocutori principali, il leader kurdo Öcalan e quello nazionalista turco Bahçeli. Gli esperti dell’Intelligence calcolano in oltre quattromila i miliziani che lasceranno campi di addestramento e d’azione posti in quell’area, la stessa non è detto che sarà “bonificata” dalle utenze create, quelle logistiche e pure strategico-difensive come i tunnel con cui i guerriglieri sfuggivano ad avvistamenti e raid aerei. I nodi da sciogliere dentro il Paese, dalla Grande Assemblea Nazionale dove i deputati del partito filo kurdo Dem hanno votato assieme ai colleghi dell’Akp e del Mhp, ai comuni delle zone del nord-est dove la comunità kurda è maggioranza, sono essenziali. S’attendono quei riconoscimenti di rappresentanza, linguistici, culturali, d’autonomia amministrativa tuttora limitati, compressi e repressi nonostante i pronunciamenti del governo di Ankara. Fin qui lo stigma era il terrorismo, tale veniva considerato l’atto di resistenza organizzata dal Pkk e dalle sue strutture, alcune delle quali oggettivamente praticavano attentati e agguati verso membri di polizia e Forze Armate, venendo ripagati con la stessa violenza, troppo spesso rivolta verso inerti civili, parenti o solo concittadini dei miliziani del Pkk.
Il parossismo repressivo un decennio addietro ha colpito anche figure istituzionali, come il co-presidente del Partito democratico dei popoli, Selahattin Demirtaş onorevole nel Meclis, accusato assieme ad altri colleghi d’essere un fiancheggiatore della lotta armata. L’accordo e la recente legge fanno piazza pulita di teoremi e tesi aprioristiche, puntando alla pacificazione nazionale tendono la mano ai nemici di ieri, sanano molte condanne liberando detenuti politici ma dovranno definire anche i contorni permanenti della storica svolta. Che vanno oltre il possibile appoggio dei deputati kurdi all’ennesimo ritocco costituzionale che consentirebbe una nuova corsa presidenziale per Erdoğan, e riguardano appunto l’attuazione delle misure attese da quel mondo ideologico-politico che ha spinto Öcalan e il gruppo dirigente del Pkk, prima a rinunciare alla secessione dell’area orientale anatolica a favore del cosiddetto confederalismo democratico, e due anni or sono alla fine degli ultimi singulti di azioni armate. Spetta all’attuale esecutivo turco consolidare simili aspettative e non limitarsi alla generica convivenza fra comunità. Sul lembo sud-orientale turco, a ridosso del cosiddetto Kurdistan iracheno, resta viva la questione di chi occuperà quegli spazi predisposti alla guerriglia. Qualche osservatore ha ventilato l’idea d’un trasferimento nell’area di talune formazioni kurdo-iraniane in lotta contro Teheran, almeno di quelle riunite in un cartello (Pak, Pjak, Kdpi), ipotesi che non trova d’accordo altri analisti. Alcune di queste formazioni, in gruppo o per mano di singoli combattenti, avevano partecipato a scontri armati nella parte occidentale del territorio iraniano durante la montante protesta dell’autunno 2023 seguita alla morte/omicidio di Mahsa Amini. Ora, per diffusa mobilitazione armata di Artesh, Pasdaran e Basij impegnati, seppure a fasi alterne, nel conflitto contro Stati Uniti e Israele, la guerriglia kurda è in surplace. Il rischio ricorrente riguarda una possibile strumentalizzazione, diretta o indiretta, dei propri intenti, perciò il vuoto prospettato a Qandil e dintorni per ora resterà tale.


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