mercoledì 21 settembre 2016

L’Egitto di Sisi e la riforma delle ristrettezze

Quel che Giulio Regeni ricercava e studiava, anche tramite quei contatti trasformatisi in una trappola (col responsabile del sindacato ambulanti Mohamed Abdallah informatore del Mukhabarat), è una realtà difficile da nascondere. Un Paese con gravissimi problemi economici, cui non bastano né i 16 miliardi di petrodollari sauditi, che chiedono in cambio la riacquisizione dell’isola di Tiran sul mar Rosso e la creazione nel Sinai d’un porto franco mercantile targato Riyad, né il miliardo e mezzo di dollari statunitensi convogliati tutti sugli armamenti, mentre altri vengono dalla Francia. Gli investimenti esteri risentono del clima d’insicurezza della nazione, il turismo è in ginocchio, dimezzato dopo l’attentato all’airbus russo (già era dimezzato dal 2013, nel 2011 contava 14 milioni di presenze), il Pil è bloccato. Piangono i lavoratori nel settore industriale di Suez, dove una produzione scarsissima comporta scarsissime richieste occupazionali e una disoccupazione record; mentre sul mercato interno i prezzi dei manufatti registrano aumenti per la concorrenza nulla. Così quel pezzo d’Egitto rimasto timoroso e silente di fronte alla controrivoluzione di Sisi e pure i numerosi che, in odio all’Islam politico e per amore del laicismo filoccidentale, avevano sostenuto il generale salvatore della patria, sono costretti a fare i conti coi conti che non tornano.
La lira egiziana perde terreno, ufficialmente ne servono circa nove per un dollaro, di fatto bisogna sborsarne 12.8. Ovviamente al mercato nero del cambio, che la polizia dovrebbe impedire e invece tollera perché anche questo è un sistema adottato da parecchi per sopravvivere. Certamente sulla pelle d’altri, ma le “autorità” lasciano fare. Lo Stato sa pure che gran parte del commercio, da quello dei beduini del Sinai ai mercanti cittadini, risulta abusivo. All’ingrosso e al dettaglio, come ai tempi di Mubarak e prim’ancora, però chiude gli occhi scambiando il lassismo con altri favori. A molti ambulanti viene chiesto d’essere  informatori, raccontare quel che vedono e sentono per via, bersaglio: concittadini, attivisti, stranieri, giornalisti. I lavoratori dipendenti temono presente e futuro come evidenzia un’inchiesta del settimanale Al-Arham, prendendo spunto dagli usi e costumi dell’Eid Al-Adha, la festa del sacrificio, che cade in occasione dell’appena concluso mese del pellegrinaggio (Dhū I-Hijja). Il sacrificio della pecora, praticato da molti musulmani, è diventato dispendioso per i costi sempre maggiori del mercato ovino e bovino (più 20%). C’è stagnazione nel settore primario dell’agricoltura e si scopre che parecchi allevatori cambiano mestiere: per i ripetuti aumenti del prezzo del foraggio ritengono più vantaggioso acquistare animali adulti da spedire al macello, anziché svezzarli e crescerli.
Sebbene il regime copra, divaghi e impedisca ricerche si vocifera d’uno scandalo del grano, con prezzi gonfiati. Gli autori sono ufficiali statali, legati ad apparati delle Forze Armate che controllano aziende di produzione e commercio agricoli. Ma lo staff di Sisi si prodiga a divulgare altri messaggi, oltre a quello con cui recentemente ha dichiarato di voler indicare un pesce grosso dei propri apparati polizieschi quale mandante dell’omicidio Regeni, per allontanare Sisi stesso e il ministro dell'Interno Ghaffar dalle responsabilità che li inchiodano. Invita i cittadini a partecipare alla campagna di ristrettezze della nazione, predisponendo un variegato battage pubblicitario. La cartellonistica stradale ne è uno degli elementi. Visibilissimo. Mega tabelloni anziché promuovere un prodotto chiedono ai cittadini di partecipare alla “riforma delle ristrettezze”, com’è stata definita da chi non vuole chinare del tutto la testa. Le maggiori vie del Cairo e le autostrade verso il Mediterraneo sono disseminate di questi messaggi che compaiono anche sui media. Ai sacrifici gli egiziani, che danno una buona fetta della propria popolazione alla migrazione nel bacino del Mediterraneo e non solo, sono abituati. Sacrifici economici che finiscono in sacrificio della vita per chi parte sui battelli della speranza e per chi resta a casa, finendo nelle galere dove si viene trattati “alla Regeni”. Ora Sisi gli domanda un’ennesima stretta di cinghia, se non vorranno trovarsi addosso le cinture d’un altro genere di trattamento.



lunedì 19 settembre 2016

Kashimir insanguinato, soldati indiani sotto tiro

Un agguato con diciassette militari uccisi riaccende la tensione fra India e Pakistan. Le vittime sono soldati indiani della base di Uri, attaccati da un commando di quattro uomini che è stato poi eliminato dai rinforzi indiani. La struttura si trova a ridosso d’una zona cuscinetto d’oltre trenta chilometri che divide le due nazioni per il conteso Kashmir, regione ampia e montuosa che sovrasta lo stato indiano e che continua a essere nelle mire pakistane. E pure cinesi. Storia antica, risalente al dissolversi del Raj britannico, ma tuttora viva. Una storia intrisa di sangue, soprattutto fra le comunità pakistana e indiana coi loro governi che aggiungono tensioni nazionali e religiose alle smanie di supremazia politico-economica. L’area rivendica una sua autonomia attraverso politici locali, che devono fare i conti coi colossi in competizione e con tutti i loro giochi palesi e occulti.  I commenti all’assalto da parte di New Delhi sono durissimi: il responsabile delle operazioni militari, generale Dalbir Singh, ha additato i “terroristi stranieri con marchio pakistano”, mentre il premier Modi promette ai concittadini che “non lascerà impunito un attacco deprecabile e vile”, non dicendolo ma facendo intendere che i manovratori occulti sono i leadership politici e militari del Paese attiguo e rivale.
Per Intelligence e forze di sicurezza indiane comprendere dove possa avvenire un prossimo attacco su un confine lungo centinaia di chilometri, non è semplice, anche per come i pakistani risultano attrezzati coi propri Servizi, criminalmente abili nelle operazioni di copertura se non di aperto sostegno a ogni componente destabilizzante (si pensi ai talebani delle Fata) nonostante quel che dichiarino i due Sharif, il premier Nawaz e il capo di Stato Maggiore dell’esercito Raheel. Ma l’Inter-Services Intelligence è un mondo a parte e già in passato ha manifestato tendenze autonome dalla linea ufficiale del governo come raccontano i passati contrasti fra i vertici dell’Isi e il generale-presidente Musharraf. Dunque Islamabad potrebbe fomentare le pretese dei ribelli kashmiri diventati sempre più ardimentosi con assalti in puro stile guerrigliero. Secondo quanto riferiscono alcune agenzie in queste ore si registra un enorme afflusso di truppe indiane nella zona di Uri e il fatto che il capo delle Forze Armate indiane Dalbir Singh abbia sospeso due viaggi pianificati in questo periodo, negli Stati Uniti e in Russia, mostra la delicatezza del momento. Il contrasto s’era inasprito anche attraverso le dichiarazioni rilasciate nelle ultime settimane dalla politica pakistana che accusava gli indiani di feroci repressioni fra gli abitanti del Kashmir, definite crimini contro l’umanità.

Nel luglio scorso proteste e scontri erano rimontati pesantemente. La gente di molti villaggi kashmiri s’era opposta alle forze dell’ordine indiane, imitando la guerriglia inscenata dai separatisti nella cittadina di Srinagar. Inoltre un episodio era risultato devastante: l’uccisione di Muzaffar Wani, leader degli Hizbul mujaheddin, che sono i ribelli locali sospettati di aiuti pakistani. Da quel momento molti ragazzi si son trovati a dar manforte ai militanti della formazione attiva dagli anni Novanta, il periodo in cui il conflitto separatista aveva rinfiammato la valle. Wani, ventidue anni, veniva venerato come un politico antagonista a tutto tondo, dalle azioni militanti (alcuni sostengono non violente, sebbene lui stesso si facesse ritrarre a imbracciare un kalashnikov) a quelle di propaganda in giro fra la popolazione. L’aneddotica sul giovane leader racconta che non si facesse mancare una presenza virtuale: le sue riflessioni e gli appelli sul web riscuotevano un gran seguito sui social media. Ma al di là dell’emotività suscitata dalla sua dipartita occorre notare che il conflitto ha ripreso quota da quando Narendra Modi è salito al potere. Con lui l’ultranazionalismo indù del Bharatiya Janata Party scuote la vita interna e le ferite aperte come quella del Kashmir sanguinano e fanno sanguinare.

giovedì 15 settembre 2016

Scioperante, un simbolo da schiacciare

Non è la festa di Promenade des Anglais trasformata in tragica strage dal neo jihadista Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, ma è un dramma altrettanto atroce. E anche ideologico, al contrario di quel che dirà la voce del padrone. E’ accaduto a Piacenza all’ingresso d’una ditta dov’era in corso un picchetto contro la mancata assunzione di lavoratori precari a tempo determinato. Un’azione caparbia ma assolutamente pacifica, come constatava la polizia presente sul posto. Non è servita questa presenza a evitare che un camion, sotto l’incitamento di addetti alla direzione aziendale, abbia puntato un gruppo di lavoratori e abbia tirato dritto. Schiacciato sotto le ruote è rimasto Abd Elsalam Ahmed El-Danaf, cinquantatre  anni e cinque figli da mantenere. La rabbiosa reazione dei compagni della vittima stava per linciare il camionista, salvato dagli agenti. Il sindacato USB, che organizzava la protesta, ha lanciato un durissimo comunicato. L’atto sconsiderato e criminale non è la follia d’un conducente, s’inserisce nel clima d’oppressione e umiliazione cui è costretto il lavoro dipendente in ogni categoria, con ricadute ricattatorie e pesantissime su quelle meno sicure del precariato e del lavoro a termine.

Protestare, scioperare, manifestare, picchettare sono pensieri e azioni considerati blasfemi nei santuari imprenditoriali di Confindustria, che da tempo hanno abolito la consultazione dei lavoratori. I governi accondiscendono e nel comune sentire è diffuso il modello di servilismo, protezione, clientela, ruffianeria, opportunismo per ricevere quel che è un diritto; considerato dall’elargitore un dono che non si discute, s’accetta a capo chino. Nella società della disoccupazione, della precarietà, del ricatto in prima fila siede il modulo comportamentale preconfezionato, che esclude i concetti di libertà e dignità e li subordina, come un tempo più d’un tempo, ai voleri forti del comando. Dalla politica all’economia e in qualsivoglia posto di lavoro, dissentire e rivendicare non è solo sgradito, ma inconcepibile. E improponibile. La via indicata è l’assenso per ricevere elemosine, tutto il resto risulta lesa maestà. In una corte allargata dove le funzioni sovrane le fanno imprenditori privati e pubblici, dirigenti di vario ordine e grado, rappresentanti di elettori o lavoratori venduti per personali prebende c’è fastidio nel vedere il lavoratore col cartello e la bandiera. Mal si sopporta la pervicacia del ribelle. E allora via, s’accelera per spianare la strada alla merce e alla mercificazione che devono passare.  

mercoledì 14 settembre 2016

Afghanistan-India, prove di collaborazione

Il presidente afghano Ghani incontra il premier indiano Modi, gli stringe ardentemente la mano e incamera con l’altra un miliardo di dollari. Modi afferma al contempo che l’India s’impegnerà a garantire unità, sovranità, pace, stabilità e prosperità all’Afghanistan. Tutte speranze e dichiarazioni d’intenti perché questa nazione è frammentata, asservita, combattuta, instabile e povera. I due statisti lo sanno, ma i giochi di politica estera si riempiono di falsità per concludere accordi di comodo. In questo caso il pericolo fondamentale è la galassia talebana, fortemente rafforzata e sostenuta da un nemico comune: il Pakistan. Ovviamente in maniera celata, perché ufficialmente con l’ingombrante vicino Ghani ha stretto mani e altri accordi proprio un anno fa, che evidentemente sono serviti a poco. La componente talebana dissidente dei Tehreek-e Taliban ha colpito sul versante afghano e pakistano, ma sono i clan ortodossi che dal settembre 2015 hanno stretto d’assedio il governo di Kabul a rappresentare il pericolo maggiore per la vacillante amministrazione afghana sorretta dalla Casa Bianca. La mancanza di sicurezza in tante sue province costituisce uno dei talloni d’Achille della gestione Ghani, da cui lo stesso premier de facto Abdullah vorrebbe sganciarsi.
Gli altri sono la mancanza di risorse, nonostante gli aiuti internazionali, perché la corruzione governativa, infarcita di esponenti dei clan tribali inseriti nelle Istituzioni, i falsi imprenditori-signori della guerra succhiano per sé ogni avere e prestito. C’è da chiedersi dove finirà anche il miliardo indiano. Modi nell’allungare una mano così copiosa indica un utilizzo per uno sviluppo primario, dall’agricoltura ai servizi per sanità ed educazione. Sic! Promesse e proposte che vari “benefattori” lanciano e che poi vedono i fiumi di denaro disperdersi in rivoli incontrollati. Il presidente indiano ha parlato anche d’infrastrutture - le grandi assenti dalla cruda realtà afghana - riguardo all’energia, rivolta anche al solare, e magari pensa di proporre i prototipi predisposti dai propri ingegneri. Ha fatto riferimento agli iniziali accordi, datati 2012, che miravano a sfruttare il porto di Chābahār, situato nella regione iraniana del Sistan, sulla costa del Makran che s’affaccia sul golfo dell’Oman. Secondo quel primo patto, stilato fra India, Afghanistan, Iran, quest’ultimo governo prometteva d’investire 25 miliardi di dollari per trasformare Chābahār in un enorme centro energetico regionale. Poi tutto si fermò, c’era anche la promessa di Teheran di costruire un grosso impianto per connettere Chābahār col porto pakistano di Gwadar.

Su questo fronte gli interessi economici fanno sempre i conti con quelli geostrategici che vedono in perenne rivalità iraniani e pakistani per la supremazia nell’area, mentre indiani e cinesi si contendono il grande business asiatico. L’Afghanistan è solo un vaso di coccio che sembra essere sempre riempito da accordi e alleanze, ma viene continuamente svuotato da quel che riceve e che possiede, ad esempio nel sottosuolo. Bisogna vedere come finirà con quest’ennesima iniezione di fiducia a base di dollari e, parlando d’assetto economico rivolto alla sicurezza, certi segnali potrebbero comparire nella Conferenza di Bruxelles del prossimo 5 ottobre e nel successivo 4 dicembre, in cui si rinnova l’incontro di Heart of Asia-Istanbul Process che ha già avuto passaggi a Islamabad e Pechino. Sono coinvolte quattordici nazioni, potenze mondiali come Russia, Cina e India, regionali (Iran, Pakistan Turchia, Arabia Saudita), alleati di comodo e di peso, soprattutto energetico (Emirati Arabi, Kazakhistan, Azerbaijan, Turkmenistan). A tutte interesserebbe la stabilità, ma in molte albergano contraddizioni che alimentano l’insicurezza nel cuore del Medio Oriente, vicino e lontano. L’Afghanistan è l’unico a mostrare tutti suoi nei e le sue piaghe e sicuramente a subìrne ulteriori conseguenze. 

lunedì 12 settembre 2016

Turchia, nuovi arresti fra gli intellettuali

Si chiamano Altan, come il vignettista friulano da noi famosissimo per quella satira più che tagliente che ha preso il posto degli iniziali fumetti per bambini. Gli Altan turchi sono il giornalista Ahmet e il fratello Mehmet, economista e accademico che come migliaia di altri concittadini sono finiti in manette. L’arresto è avvenuto ieri, l’accusa è la stessa che da due mesi rimpingua le galere turche: sostenere a vari livelli il movimento gülenista accusato d’aver orchestrato il tentato golpe di metà luglio. Una repressione che finora ha fatto incarcerare decine di migliaia di persone (anche le Ong che s’occupano di diritti civili non riescono a tenere un conto aggiornato di fermi e arresti). Più precise le note sulle imposizioni del decreto sulla sicurezza che nei primi cinque giorni seguenti al fermo impedisce ai legali degli arrestati di parlare coi propri clienti, ricevere dettagliate informazioni sulle loro imputazioni e sul luogo di detenzione. Inquietanti i numeri del mega bavaglio che da chiude la bocca a: 102 media (di cui 45 giornali), 16 canali televisivi, 23 radio, 15 magazine, 29 case editrici, 3 agenzie stampa. Per un totale di 2.300 fra giornalisti e lavoratori della comunicazione arrestati, licenziati, rimossi.

I fratelli Altan erano già nell’occhio repressivo del governo, tacciati com’erano d’aver prospettato la possibilità d’un colpo di mano militare, in un’intervista televisiva andata in onda proprio alla vigilia del tentato golpe. I giudici indagano attorno a possibili coincidenze o all’ipotesi d’una sorta di rivelazione d’un piano. Gli avvocati dei due sostengono si tratti dell’ennesima montatura e persecuzione. Intanto da giorni è pubblico l’appello lanciato da premi Nobel (in testa Pamuk), accademici, scrittori, intellettuali per la liberazione della scrittrice Aslı Erdoğan colpita, nonostante la notorietà che le viene dal ruolo di romanziera, per aver trattato questioni di diritti umani su due giornali che hanno subìto i colpi della censura di regime: la testata di sinistra Radikal e quella in kurdo Ozgür Güntem. Dove pubblicava regolarmente interventi e riflessioni, che comunque apparivano anche sulla stampa internazionale da Le Monde a Frankfurter Allgemerine Zeitung. Ma l’odierna Turchia è diventata un mondo a parte. Chiudendo l’organo di stampa in lingua kurda, il 16 e 17 agosto scorsi i poliziotti sono andati a bussare anche nell’abitazione della scrittrice, che in altri periodi era riparata all’estero per l’aria non certo amichevole con cui veniva trattata in patria.