giovedì 18 giugno 2026

Tormenti d’amore

  


Provate a innamorarvi d’una bellezza per la quale siete poco più d’un uomo qualunque, intellettuale sì, ma dalle fattezze ordinarie, anzi quasi meste quale si mostrava Cesare Pavese. Lei era una newyorkese arrivata in Italia quando da poco aveva sloggiato l’Amgot, ma non le divise a stellestrisce attorno all’ambasciata statunitense nel romano palazzo Margherita. Prestigio aristocratico Ludovisi, la villa urbana più bella del barocco lottizzata per pecunia, e sparita coi suoi alti fusti. Comunque diventato l’arredo parigino della città eterna, che trasforma gli Horti Sallustiani in giardino nobiliare quindi in città per chi può godere dell’aria fine delle pendici pinciane. In quel luogo magari per un visto, un documento, un party - poiché lì insiste la sede governata nel 1947 da mister James Clement Dunn - sarà passata la lei di lui, Constance Dowling, per tre anni in Italia e a Roma. Giunta a recitare in un film citato dagli annali (Miss Italia) avendo già fatto la ballerina di fila per filare sul set d’un paio di precedenti pellicole hollywoodiane. Bella era bella Constance e conobbe il quarantunenne Pavese a ventinove anni. Lo scrittore se ne invaghì. E quale luogo per un incontro tanto straordinario quanto monumentale, appariscente, gioioso nel batticuore della salita - e che salita, coi centotrenta e più gradini - mentre in basso è ormeggiata la barca di pietra e acqua. Passa, dunque, per l’iconica piazza di Spagna il poeta frastornato dalla passione di colei che chiama Connie. Nonostante tutto riesce a osservare cielo e strade tumultuose, immancabili fiori, rondini e sole. Come un adolescente infervorato parla d’un cuore in subbuglio mentre nel salir le scale, una porta s’apre. Immaginiamo veda l’amata “ferma e chiara”. L’oro dei capelli di Constance s’intuisce anche da immagini d’epoca in bianco e nero, e su quel “ferma” c’è da domandarsi se si tratti di postura o di carattere. Una lirica lineare, pascoliana, diversa dall’intreccio amoroso che su quella scalinata animava lo Sperelli dannunziano. Ma nella connessione fra Connie e Cesare non albergano soltanto speranza e illusione, la passione conosce i passi dell’intimità, perché le due C condividono incontri e sensazioni. Conosciamo quelle del poeta, che dopo alcuni mesi poneva drammaticamente fine ai suoi giorni, quando nel Diario annotava: “6 marzo. Stamattina alle 5 o 6. Poi la stella diana, larga e scintillante sulle montagne di neve. L’orgasmo, il batticuore, l’insonnia. C. è stata dolce e remissiva, ma insomma staccata e ferma. Il cuore mi ha saltato tutto il giorno, e non smette ancora. Quella che si chiama passione non sarà poi semplicemente questo dibattersi del cuore, questa tara nervosa? Sono molto deteriorato dal ’34 e dal ’38. Allora ero smaniosissimo ma non malato” E ancora: “9 marzo. Battito, tremore, infinito sospirare. Possibile alla mia età? Non mi succedeva diverso a venticinque anni. Eppure ho un senso di fiducia, di (incredibile) tranquilla speranza. È così buona, così calma, così paziente. Così fatta per me. Dopotutto, lei mi ha cercato… Il passo è stato terribile eppure è fatto. Incredibile dolcezza di lei, parole di speranza. Darling, sorriso, lungo ripetuto piacere di star con me. Le notti di Cervinia, le notti di Torino. È una ragazza, una normale ragazza. Eppure è lei – terribile. Dal profondo del cuore: non meritavo tanto”. Non conosciamo né mai è stata resa nota la visione di Constance che evidentemente viveva l’incontro con differenti prospettive e lo stesso Pavese, amante deluso, riusciva lucidamente a darsi una panoramica dell’infatuazione: ”Certo in lei non c’è soltanto lei, ma tutta la mia vita passata, la inconsapevole preparazione – l’America, il ritegno ascetico, l’insofferenza delle piccole cose, il mio mestiere. Lei è la poesia, nel più letterale dei sensi. Possibile che non l’abbia sentito?”. Musa, desiderio e chissà cos’altro, ma quel “ferma e chiara” descritta nei versi su piazza di Spagna individuavano anche differenti punti di vista. Così altri versi dedicati a Connie: ”Tu, screziato sorriso  su nevi gelate – vento di Marzo, balletto di rami spuntati sulla neve, gemendo e ardendo, i tuoi piccoli “oh!” – daina dalle membra bianche, graziosa, potessi io sapere ancora la grazia volteggiante di tutti i tuoi giorni, la trina di spuma di tutte le tue vie –  domani è gelato giù nella pianura – tu, screziato sorriso, tu, risata ardente”. Espressioni da maschilismo di ritorno? Libertà poetiche? più descrizioni amorose alla Eluard o Neruda. Certo il buon Cesare era ‘cotto’ e la sua partner non gli concedeva altro. Le scriveva lettere e biglietti senza ricevere risposte e annotava nel Diario: “Nulla. Non scrive nulla. Potrebbe esser morta. Devo avvezzarmi a vivere come se questo fosse normale. Quante cose non le ho detto. In fondo il terrore di perderla ora, non è l’ansia del possesso ma la paura di non poterle più dire queste cose. Quali siano queste cose ora non so. Ma verrebbero come un torrente quando fossi con lei. È uno stato di creazione. Oh dio, fammela ritrovare”. Poi, di punto in bianco, Connie lasciò l’Italia per proseguire la carriera cinematografica. Si unì in una lunga relazione al regista Elia Kazan, ma questo il poeta torinese non lo seppe mai. Sei mesi dopo aver scritto i celeberrimi versi “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” in cui molti critici, letterari e non, vedevano le pupille ammaliatrici dell’amata, Pavese si suicidava. Eppure di suo pugno aveva scritto: “Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla”. 


 

Nessun commento:

Posta un commento