In Uttar Pradesh proprio nel giorno di Eid al-Adha, per la Umma mondiale musulmana la ‘Festa del sacrificio’, il rischio preghiera è altissimo. Gli hindu di quello Stato indiano non tollerano riunioni pubbliche anche di semplice ritualità religiosa. “Creano disordine, impediscono il traffico” dicono, per quanto questi momenti si sviluppino in aree richieste dagli imam perché le moschee non riescono a contenere la folla dei fedeli. Gli islamici nel popoloso Uttar Pradesh sfiorano i quaranta milioni di cittadini e i luoghi di culto sono insufficienti ad accogliere una partecipazione numerosa, per questo le preghiere in contemporanea avvengono anche all’aperto. Però anno dopo anno dall’insediamento del governo di Narendra Modi l’intolleranza del fondamentalismo hindu è cresciuta. E nell’Uttar Pradesh guidato da uno stretto collaboratore del premier, il monaco Yogi Adityanath, la repressione delle preghiere pubbliche musulmane è aumentata esponenzialmente. L’intolleranza è diventata norma, ad applicarla senza tregua, la polizia e le ronde di gruppi armati dell’hindutva, sempre pronti a passare alle vie di fatto che significano pestaggi e nei casi peggiori omicidi, derubricati dalla magistratura in scontri fra fazioni o risse. Del resto i diktat vengono dall’alto, Adityanath propone agli indiani di fede islamica di pregare a turno, “in caso contrario adotteremo un altro metodo” che poi è quello descritto e già sperimentato. Il raggruppamento estremista Vishwa Hindu Parishad ha chiesto un divieto totale del rito religioso, richiesta illecita per la legge indiana che garantisce universalmente il diritto di culto. Ma l’intento del fondamentalismo hindu è impedire anche legalmente lo spazio ad altre fedi, praticando quell’esclusione già insita nel disegno di fare dell’India, anzi del Bharat, la nazione della sola comunità hindu. E’ la medesima linea identitaria e razziata messa in pratica dal Bharatiya Janata Party, da oltre un decennio impossessatosi del governo e desideroso di non mollarlo anche tramite un attacco frontale alla Carta costituzionale voluta dai padri fondatori Gandhi e Nehru.
Per quanto è accaduto negli anni scorsi i timori dei fedeli vanno dal possibile fermo all’abbattimento dell’abitazione, conseguenze d’un tappetino per la preghiera posizionato impropriamente o per un corposo assembramento vicino alle case dove si vive con la famiglia. Una vera disperazione per nuclei poveri e dimessi, rispettosi della legge ma pure attaccati alla tradizione che in ogni caso non vengono tollerati e possono finire nel gorgo della punizione in genere collettiva. Perché “più musulmani si puniscono, più se ne intimoriscono“ sostengono le autorità locali. Si tratta di pene faziose e illecite, ma la legge anche dettata all’impronta è quella del più forte e la nazione di questo genere di hinduismo si mostra inflessibile. Le minoranze straniate e impaurite subiscono questo clima e parecchi fedeli ammettono che il giorno di festa è diventato un momento d’angoscia da passare in fretta, quasi in anonimato. Situazioni analoghe si verificano in altri Stati federali dove la presenza islamica assume una certa consistenza (Delhi, Bengala occidentale). Alcuni momenti che affiancano la preghiera pur regolamentati rigorosamente dalla Umma, ad esempio il sacrificio di animali, diventano ulteriore motivo di divieti e i cittadini islamici, che con tale ritualismo intendono pure sottolineare la propria identità, constatano l’enorme sperequazione praticata delle amministrazioni a vantaggio dei riti hindu cui viene concesso tantissimo. In occasione di Kumbh Mela, Diwali, Holi, Durga Puja e altre celebrazioni spazi, luoghi, tempi sono dilatati. I luoghi pubblici di cui dovrebbero godere anche musulmani, cattolici, buddisti e non credenti risultano a disposizione della comunità hindu ben oltre i permessi concessi dall’autorità. Misure differenti per una discriminazione crescente.


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