Trasformata in distretto nel 2018 ancora sotto il governo di Imran Khan, il presidente pakistano oggi incarcerato che a differenza d’altri aveva aperto un dialogo coi taliban interni, Bajaur è una zona amministrativa della travagliata provincia del Khyber Pakhtunkhwa. E’ il cuore delle cosiddette Fata, le aree tribali gestite per lungo tempo dalla popolazione pashtun i cui referenti politici appartengono alla grande famiglia talebana in lotta contro la centralità dello Stato pakistano. Questa località di un milione di abitanti ha conosciuto negli ultimi giorni l’ennesima azione armata d’un nucleo dei Tereek-e Taliban (TTP), il gruppo più organizzato dell’insorgenza interna. L’esito cruento dell’azione è costato la vita a otto militari di Islamabad, secondo l’agenzia Reuters anche una decina di assalitori hanno perso la vita per un totale di venti vittime. A queste s’aggiungono altri trenta morti registrati a inizio settimana, cosicché l’annoso scontro riprende forma e sangue sotto gli assalti a strutture militari, autobomba disseminate nel territorio, dura repressione del governo centrale. Quest’ultimo, che negli ultimi mesi a più riprese ha sorvolato coi propri aerei il confine afghano, distante da Bajaur una settantina di chilometri ma lungo ben 2.500 nella famigerata Linea Durand di coloniale invenzione, accusa apertamente i turbanti di Kabul di ospitare e coprire i “fratelli” pakistani. Costoro, se non intercettati e uccisi dalla repressione, mordono e riparano oltre quel confine che non c’è attraverso un territorio montuoso e poroso. Poroso perché difficilmente controllato da eserciti mobilitati, visto che l’unico copioso e organizzato risulta quello dell’attuale Capo di Stato Maggiore pakistano il feldmaresciallo Asim Munir, negli ultimi mesi ospitato a Washington e definito da Trump “il mio maresciallo preferito”. Munir è un ufficiale provetto, con ampi tratti di acume politico, e può essere considerato il reale premier pakistano che dà le carte allo scialbo Sharif junior. Probabilmente le stesse operazioni militari lanciate sui cieli afghani, tutto sommato circoscritte a qualche bombardamento che ha pur sempre prodotto vittime civili mancanti dal 15 agosto 2021, servivano al Pakistan di Munir per accreditarsi quale gendarme dell’Emirato di Kabul. Agli occhi della Casa Bianca tale servizio acquieta angosce ancorate ai ricordi dell’ultimo disastro militare statunitense nel Medio Oriente profondo.
Sebbene il passo bellico sia mutato, non più guerre infinite e impaludate come ai tempi di George W. Bush ma schizofreniche operazioni-lampo con aperture dialoganti e ritorni di fiamme e non si sa cos’altro, visto che Trump usa le bombe per monetizzare affari di guerra e di pace, i fronti d’instabilità creati e trovati necessitano di alleanze locali. La lobby militare pakistana, per decenni svezzata e nutrita dal Pentagono fino alla fornitura dell’atomica, trova nel generale Munir il classico uomo di polso con occhio rivolto non solo a reparti e santabarbara ma ai tavoli della diplomazia internazionale. Infatti il Paese ne risulta avvantaggiato fino a diventare con la crisi di Hormuz l’ago della bilancia per quei colloqui col nemico che Trump disdegna ma di cui il mondo ha bisogno, e in fondo necessitano anche a lui per arrivare con minore affanno alle elezioni di metà mandato. Fin qui la macro politica, che trova sempre negli scampoli degli affari locali riscontri inderogabili. Perciò al feldmaresciallo guerreggiare contro l’Afghanistan non conviene granché. Il Pakistan, e pure l’Iran, negli anni del grande caos afghano hanno cercato sponde in alcuni Signori della guerra per stabilire una sorta di profondità strategica in quel Paese fallito e devastato da vari conflitti; poi dalla nascita del Secondo Emirato i turbanti di Kabul si sono chiusi in una sorta d’enclave politico, rilanciando oppressioni e fanatismi su diritti civili ma cercando aperture economiche nel continente asiatico per sopravvivere. I ‘fratelli’ oltreconfine che impensieriscono i vertici di Islamabad hanno riacceso la conflittualità, che negli anni passati ha avuto folli punte di stragismo verso la popolazione civile (a Peshawar, Lahore), proprio a seguito della restrizione di spazi autogovernati, come sta accadendo nelle Fata. Eppure i grandi moti repressivi (il famigerato “colpo affilato e tagliente”, in urdu Zarb-e Azb) lanciato nel giugno 2014 nel Waziristan settentrionale e durato per tutto il 2015, non produsse effetti stabilizzanti. Tremilacinquecento ribelli, in gran parte dei TTP ma anche del Lashkar-e Islam e del Movimento islamico uzbeko furono uccisi. L’esercito pakistano, che impiegò oltre 30.000 elementi, ne perse solo cinquecento però non risolse il problema. Anzi. La brutalità bellica con bombardamenti dal cielo e da terra e caccia all’uomo nei villaggi, produsse lo spopolamento della provincia con circa un milione di abitanti trasmigrati a sud e riparati in altre aree delle Fata. E nell’attuale decennio la guerriglia continua a deflagrare.


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