venerdì 20 novembre 2015

Mal di drone

Drone syndrome, non è uno scioglilingua. E’ catalogata come patologia, per ora solo psicologica. Il coinvolgimento morale non ha ancora colpito i cow-boys della guerra tecnologica che si ritirano dal programma. Quando lo fanno, assediati da ansia e disadattamento da stress, pensano a fidanzate e sorelle più che ai bambini esplosi sotto i loro clic. E’ ormai una realtà, di cui s’occupano diversi media, l’ultimo è il britannico The Indipendent. Il piano droni avviato in un importante centro militare del Nevada, quindi convogliato anche verso le basi che l’aviazione statunitense ha realizzato, consolidato e ampliato in giro per il mondo (il caso afghano è indicativo, ne esistono sette) appare scarsamente regolamentato e insidiato da problemi psicologici degli operatori-killer, che si rifugiano  nell’alcol e nelle droghe. Niente di nuovo, in Vietnam, Kuwait, Afghanistan, Iraq e altrove queste situazioni tracimavano; le pozioni servivano a tenere alta l’aggressività e scacciare la paura d’un nemico visibilissimo. E pericoloso.
Invece nelle basi tutto è ovattato, il cecchino è ben protetto dal possibile colpo d’un omologo abile e temibile. Il progetto, sorto per iniziativa di George W. Bush, ha subìto un’ampia accelerazione durante la doppia amministrazione Obama. Rappresenta la guerra bianca approntata dal presidente nero che passa per democratico e pacifista (sic), ma è colui che ha incrementato questo conflitto apparentemente soft, che si cela, ingombra poco (non in fatto di finanziamenti), facendo meno rumore dei F16 o dei C-130. Ingombra meno sul fronte della tipologia di mezzi volanti, però non è che costi meno. Anzi, l’industria bellica mondiale è ben lieta della nuova frontiera. Il prezzo d’un Predator oscilla fra i 5 e i 10 milioni di dollari, quello di un F16 si ferma a 3 milioni. Eppure il programma, che continuerà, ha di fronte due genere di problemi, ne parlano documenti degli stessi investigatori interni: la pratica incrementa la ‘sindrome da drone’ e crea “sempre più potenziali miliziani”.
Lo rivela un “pilota” attivo su un gruppo di uomini che trasportava merce in Pakistan. Il rapporto gli indicava il loro camion come nascondiglio di esplosivi. Si trattava d’un sospetto, ma lui doveva agire (e uccidere). Quando ha constatato che l’obiettivo colpito non ha avuto una deflagrazione maggiorata, ha compreso che la nota dell’Intelligence era errata. Ma ormai era fatta. Casi simili appaiono frequentemente. Così un campione del killeraggio sicuro, tal Cian Westmoreland, che sul pulsante aveva marcato 204 tacche di nemici uccisi, a un certo punto ha iniziato a porsi qualche dubbio. “Quei nemici non sono sempre nemici” è lo scrupolo che, fra un’operazione e l’altra, gli s’insinua nella mente e lo twitta. Il messaggio lo leggono in tanti sul social network e lui viene sospeso e spedito a “curarsi”. L’uomo viene considerato affetto da sindrome d’ansia e alterazioni d’umore. Poi ha iniziato a pensare ai suoi cari, alla famiglia, e s’è rivolto alla Veterans Affairs Administration che l’ha indirizzato verso una struttura psichiatrica dalla quale non ha ricevuto benefici.

Il Bureau of Investigative Journalism ha stimato le vittime di attacchi coi droni fino allo scorso settembre in circa 4000 in Pakistan e oltre un migliaio in Afghanistan. Gli operatori riferiscono d’essere stati addestrati per disumanizzare i loro obiettivi; l’esempio più disumanizzato erano e sono i bambini, indicati con l’acronimo tit “terrorists in training”. Alcuni dei soggetti dalla sindrome testimoniano d’aver lottato con la depressione e pensieri suicidi fino al desiderio di smettere con quell’occupazione. “Quando non devi sparare un missile, il lavoro è piacevolmente noioso” sostiene un ufficiale di lungo corso, in servizio dal 2005 al 2011 presso la base di Las Vegas. Lì l’alcolismo non è considerato un problema. Ricorda che quand’era nella base, dopo una giornata di “lavoro e tensione”, li definisce così, poteva uscire per tre, quattro ore recarsi in città a bere. E con la cocaina e il cannabis era ed è la stessa cosa: i responsabili sanno e tollerano per efficienza di servizio. 
  

giovedì 19 novembre 2015

Adel e Jonah, placcati dalla morte

Non ce lo mostra neppure l’onnipresente Al Jazeera il volto di Adel, eroe e martire di Burj el-Barajneh - cintura sud di Beirut, quartiere sciita e una delle roccheforti di Hezbollah - dove nel tardo pomeriggio del 12 novembre due miliziani del Daesh hanno seminato morte e falciato 43 persone. Usavano i loro corpi come mine, muniti della cintura da kamikaze. Una strage orrenda, come sono le stragi di civili, che sarebbe risultata ancor più sanguinosa se Adel, allertato da una prima esplosione e con gli occhi ingombri degli strazianti effetti sui concittadini, non avesse intuito i movimenti d’un secondo attentatore che cercava di raggiungere la moschea a quell’ora zeppa di fedeli. Sono stati un attimo, e un gesto fulmineo, quello con cui è volato sull’uomo-bomba, placcandolo come fanno le seconde linee del rugby. Così gli ha impedito d’ingigantire il massacro nel luogo di culto. Non è riuscito a fermare anche l’esplosione e il suo corpo, probabilmente atletico, di certo giovane, s’è smembrato nella deflagrazione assieme al kamikaze. Attorno s’è fatto il vuoto, poi riempito dai poveri resti di passanti.
La faccia di Jonah era nota a molti, se non a tutti. Essere campione di rugby, anche fra i mitici All Blacks, non è come essere Maradona. Ma Lomu, l’inafferrabile pantera rientra nella leggenda di quella meravigliosa frivolezza che è lo sport di fronte ai drammi del mondo, godeva d’una fama e una stima immense. Era un mito, alla maniera di Mohammed Alì e di pochi altri che qui non menzioniamo. Evitava con leggerezza e forza centinaia di prese che sui suoi muscoli mollavano o venivano trascinate via. Poi ce n’è stata una implacabile, decisa dal destino: malattia degenerativa ai reni. A 28 anni, a carriera ancora apertissima. Placcaggio, un gesto naturale presente in certa caccia felina, normale ma improbabile per i più in un’esistenza ormai globalmente sedentaria. Un corpo che scatta rapido e un altro che gli salta addosso; centosettanta o duecentottanta libbre, roba da fratture. Ma non è questo ciò che conta. Per farlo, oltre a saper saltare e cadere, conta il coraggio, di fare, prevedere, rubare nanosecondi a chi porta una palla ovale o dell’esplosivo.

Non sono la stessa cosa, ma in questo parallelo eretico, sarà per la vicinanza degli eventi, sarà per la cinica sorte subìta e per quella gestualità altruista che nobilita uno sport quasi fosse una battaglia civile, però la faccia arcinota di Jonah Lomu e quella sconosciuta di Adel Termos s’uniscono, come le ha unite la morte. Dedicata al suo popolo dal trentenne libanese, che assieme alle altre vittime di Beirut la catena mediatica occidentale ha rimosso, s’è detto perché concentrata sulla successiva tragica e sanguinaria altra impresa dell’Isis a Parigi. Mah… Dedicata a una specialità – il rugby – che il breve e travagliato percorso agonistico della statuaria trequarti ala di Auckland ha segnato per sempre. Vita e morte sono anche questo, pur quando sono sferzate da lutti imprevisti e dunque più dolorosi. Un martire e un simbolo, difficili da dimenticare.

mercoledì 18 novembre 2015

Fuga dalla Kabul degli affari

Fugge anche la gioventù dorata plasmata per il sostegno alla “classe dirigente” afghana. Giovani formati presso l’Università di Kabul oppure spediti a studiare direttamente negli States per essere inserirti nella locale macchina amministrativa. Il volto immacolato del sistema corrotto voluto da americani ed europei. Quei ragazzi ci credevano, s’avvantaggiavano dello status sociale: casa di proprietà nei recenti edifici abitati dalla casta di burocrazia e affari, duemila dollari al mese che per venti e trentenni locali rappresentano una fortuna. Riuscire a vivere nel proprio Paese devastato in certe condizioni di privilegio, costituiva un sogno per pochissimi. Avevano riposto speranze nel presidente ammaliatore e gentile, quell’Ashraf Ghani che proveniva dalla Banca Mondiale ed è la quintessenza del disegno statunitense di “stabilizzare” una nazione privata della libertà e posta sotto la propria tutela. Eppure in quello Stato prigioniero del business della guerra imperialista e del fondamentalismo - quest’ultimo secondo i casi, nemico o alleato di governanti corrotti - non vogliono più vivere neppure i beneficiati.
Lo narrano a The Guardian Farid e Rafi.  Venticinquenne il primo, occupato per un periodo presso strutture vicine alla Banca Mondiale nella provincia di Kapisa; trentenne l’altro, impiegato per sette anni per un’azienda locale inserita nel circuito della cooperazione internazionale, entrambi non hanno più sopportato e sono fuggiti. Per la paura del presente, fatto di bombe e talebani ovunque, di truppe Nato ancora lì, di nuovi istrioni e vecchi signori della guerra, accanto a un futuro annebbiato e intossicato. Anche loro, i privilegiati, finiscono nelle statistiche dei  richiedenti asilo per l’Europa (prevalentemente in Germania) che da gennaio ad agosto scorsi hanno segnato 123.000 domande, più del doppio del 2014. Sono quasi tutti giovani uomini che non vogliono finire massacrati come i parenti durante la guerra civile del quadriennio 1992-96 (fra i 60.000 e 80.000 morti) oppure vittime della missione Isaf (oltre 200.000 civili uccisi direttamente o per ‘danni collaterali’). Frattanto il mercato nero della migrazione ha fatto lievitare le spese.

Oggi un viaggio (via Nimruz), che tempo addietro s’aggirava sui 4000 dollari, ne costa 7000. Un volo verso Teheran e il proseguimento via terra 9000, cui si devono aggiungere 2000 dollari se si vuole volare a Istanbul. Poi ci sono le incongruenze mostrate da tutti i Paesi membri dell’Unione Europea. Quando i fuggiaschi sono nei luoghi d’origine, parecchi governi usano per loro il termine rifugiato, promettendo aiuto e integrazione. Successivamente la realtà può trasformarsi e mostrare comportamenti ben diversi. Non solo in Ungheria. I due intervistati hanno testimoniato che, fra i vari gruppi di dieci persone visti trasmigrare per l’Iran, gente giovane e fisicamente in salute, solitamente tre-quattro venivano bloccati dagli agenti  di frontiera e ricacciati indietro. Cosa che ormai può accadere anche nella successiva tappa turca, poiché la polizia è diventata molto meno tollerante d’un anno fa. Eppure il rischio va corso: la situazione afghana è nient’affatto sicura, non solo non c’è futuro, anche il presente stenta. Povertà e addirittura fame diventano uno spettro generale. Ghani, il seduttore, li ha traditi. Loro non dimenticano.

martedì 17 novembre 2015

Parigi: i libri, le bombe

Books not bombs c’è scritto su uno dei mille biglietti poggiati ai piedi della Marianne, cuore pulsante de la République de France. Cuore ferito, non fermato, nonostante le giovani vite cancellate da altre vite giovani. Vittime tutti; non solo per il buio calato sugli occhi di ventenni gioiosi e danzanti, ma per gli occhi accecati di buio di coetanei votati a una danza di morte scelta come rifugio più che come futuro. Certo, un distinguo esiste ed è netto fra chi la vita la ricama e chi la straccia agli altri e a se stesso. Però la scena finale è tragica per ognuno. I libri sono passati per le mani di Abdelhamid che ha vissuto a Molenbeek, Bruxelles, e studiato nell’ottimo liceo Saint-Pierre d’Uccle. 

Come passavano per le mani della dottoranda Valeria che sceglieva di fare ricerca e vivere a Parigi, metropoli multietnica, e finora più garante del percorso lavorativo per una giovane donna attratta dalla maternità. Così lei ne scriveva. Il libro dei libri della religione islamica, compare nella mano destra di Abdelhamid in una foto che lo ritrae combattente in Siria, dopo il passo compiuto verso la jihad. Un testo sacro con cui il suo mandante, l’autoproclamato califfo Al Baghdadi, ha decretato l’assalto all’Occidente e a ogni kafir a suon di bombe. Una bestemmia moderna, seppure per secoli interpretazioni faziose delle fedi hanno prodotto guerre di religione. Nel Mediterraneo, in Europa, nel Mondo.

Eppure l’odierna del Daesh non lo è. Usurpa il credo d’un miliardo e mezzo di fedeli per interessi e ragioni di potere; recluta chi riversa l’attenzione sulle bombe più che sui libri. Parliamo dei testi che traghettano cultura e sapere, non follìa di dominio. Ridotto nella condizione di potenziale bersaglio il cittadino occidentale non è diverso dall’uomo che percorre le strade dell’Oriente vicino e lontano, dell’Africa e di qualsiasi continente. In ogni comunità chi dà più importanza alla bomba (terrorista o di Stato) rispetto al libro, simbolo di scienza e pensiero, accresce la chiusura delle menti. Costruisce gli steccati dell’incomprensione che oscurano il domani.

lunedì 16 novembre 2015

Khorasan, i figli della jihad


“Come si chiama questo?” domanda il maestro mostrando un fucile d’assalto. “Kalashnikov” risponde l’allievo. “E in Pashto?” “Machine” è il riscontro, rapido ma a mezza voce. “A cosa serve?” “A punire gli infedeli”. “E questa cos’è?” “Una bomba a mano”. “Perché usarla?” “Per autodifesa”. La classe della jihad si trova in un villaggio sperduto della provincia di Kunar nel nord-est afghano. E’ povera, come tutto attorno, ci sono panche e una lavagna dove si potrebbero offrire rudimenti di materie normali. Invece l’insegnante, un bel giovane barbuto, dopo aver introdotto una generica riflessione su cosa sia la jihad passa a mostrare armi e spiegarne l’utilità. Teoricamente e praticamente. Quello che non si fa, almeno in quel luogo, è un uso delle medesime, anche perché alcuni allievi sono davvero piccini (quattro, cinque anni) e inadatti a sparare. Per ora. Sono scene raccolte in un documentario che i registi Najibullah Quraishi e Jamie Doran hanno girato mesi addietro e costituiscono una testimonianza viva della nuova fase che l’Afghanistan sta attraversando con la presenza di gruppi armati affiliati allo Stato Islamico. In molti casi si tratta di talebani dissidenti che, diversamente dalla tradizionale linea rivolta allo studio quasi ossessivo del Corano, pensano a spingere al combattimento i bambini fin dalla più tenera età, non escludendo sacrifici da kamikaze.
Gli “insegnanti” teorizzano che la legge islamica indichi di sviluppare le abilità dei bambini, preparando corpo e mente per la funzione militare del caso. Di minori il Paese dell’Hindu Kush, ne ha un’infinità. Nonostante la mortalità prodotta dalle infezioni della povertà e quella per morte violenta causata da raid di aerei e droni. Quest’ultimi, poi, costituiscono un meraviglioso alibi per i ‘maestri del kalashnikov’ nel proseguire con simili lezioni che parlano dell’occupazione statunitense. I talebani dissidenti covano il sogno di creare una generazione combattente che dia corpo a una nuova creatura geopolitica: il Khorasan. In realtà Wilayat Khorasan, che in persiano significa ‘dove origina il sole’, è un’amplissima antica regione che comprendeva tre province centro-orientali iraniane, buona parte dell’Afghanistan e dell’Uzbekistan, alcune zone del Turkmenistan e del Pakistan nord occidentale. Attualmente interessa sette province afghane, alcune delle quali (Herat) sono storiche roccaforti talebane. L’immensa area potrebbe rientrare nel Califfato di Al Baghdadi che correrebbe dal medioriente siriano addirittura sino ai confini indiani, sebbene per ora si punti a sradicare l’influenza talebana e quella del governo Ghani. Nei mesi scorsi nella zona di Nangarhar si sono registrati duri scontri fra combattenti talib e miliziani del Khorasan con decine di morti da ambo le parti; mentre l’infiltrazione più prolifica per il Daesh appare proprio attorno Kunar, che dista circa 40 chilometri da Jalalabad e non è lontana  neppure da Kabul (poco più di 100 km).
Da mesi miliziani stranieri provenienti dai campi di battaglia siriani e iracheni s’affollano in diverse aree per fare proselitismo fra i giovani e anche fra i bambini, insegnargli a combattere e dedicare la vita alla causa del Califfato. Più d’un analista, sostiene come l’Intelligence pakistana sia totalmente al corrente degli ingressi di foreign fighteirs attraverso i suoi confini e non faccia nulla per impedirli, anzi. L’ISI (Inter Service Intelligence) è presente nelle dispute interne ai talebani, come lo è il Daesh coi suoi emissari in loco. Dopo un conflitto fra le parti la scelta del mullah Mansour quale successore di Omar è stata rifiutata dai dissidenti che considerano la candidatura manovrata dai Servizi segreti pakistani. Fra costoro c’è il figlio di Omar. Oggi leader d’opposizione, come Khan, collocano fra gli infedeli che la jihad dovrà sconfiggere, quei Taliban  diventati organici alle strategie dell’Intelligence pakistana che ostacolano il progetto del Califfato. La competizione fra talebani risale a più d’un anno fa e fece leva su alcune spaccature esistenti all’interno della componente dei turbanti pakistani; ci sono state impiccagioni di capi nella provincia del Nuristan. Scene crudeli, filmate e mostrate nei mesi scorsi a  vantaggio della lugubre propaganda di terrore e sottomissione (esecuzioni tramite sgozzamento, impiccagione, esplosione su mine antiuomo di questi nemici o soggetti refrattari al proprio volere). Riprese che hanno previsto un meticoloso impegno tecnico (tre telecamere, mixaggio d’immagini e musica) dirette da una tetra regìa ideologica. Come l’Isis ci ha abituato a osservare.