giovedì 12 settembre 2013

Quirico, la Siria e mestiere di scrivere


Quale sia stato il motivo che ha messo nelle mani di maldestri ma comunque pericolosi sequestratori Domenico Quirico e il suo compagno di sventure Piccinin l’ha rivelato lo stesso inviato de La Stampa a dramma felicemente concluso: l’avidità. Legata al possibile riscatto che si può ricavare dall’impossessarsi di persone, giornalisti o altri, nel turbinio di violenza bellica e non che da due anni imperversa in Siria. Chi sequestrava i due, e prima di loro quattro free lance la cui disavventura è stata più breve seppure non meno angosciosa, probabilmente anche chi tiene relegato padre Dall’Oglio non sono combattenti anti Asad e neppure fanatici jihadisti bensì malavitosi. Costoro dal caos e dalla contrapposizione geostrategica che vuol fare della Siria il trampolino di un rivisitato Medio Oriente puntano a ricavare vantaggi personali rubando vite ed estorcendo denaro per riaverle. Non è la prima volta e forse purtroppo non sarà l’ultima.

Cosa conduceva Quirico su un terreno pericolosissimo come l’attuale  Siria è ragione ben nota a chi pratica e ama il meraviglioso e maledetto mestiere giornalistico: la deontologia. Quirico, e tanti come lui, voleva come ha detto “raccontare la Rivoluzione”. Per farlo non si può stare in redazione o comunque non solo. Lui aveva iniziato parecchi mesi prima, quando la ribellione di una parte della comunità sunnita all’emarginazione subìta dal clanismo di Asad aveva il volto dei moti di strada, pur repressi ma non guerra civile, né guerra sporca. In due anni quello scontro è diventato altro. Accanto alla violenza cieca praticata contro inermi di cui il massacro chimico è solo l’ultimo (speriamo definitivo) scempio, si è inserita la lotta fra bande, come precedenti scenari dei decenni passati hanno già mostrato. Quirico voleva esser lì, per vedere, saggiare cercar di comprendere ciò che accadeva perché non si può raccontare il dolore e l’orrore senza farseli passare accanto. Sceglieva il metodo più onesto, e rischioso, ben lontano dagli hotel sicuri in cui farsi riferire. Sceglieva, come fa un gran numero di seri cronisti conosciuti e meno, di affidarsi a chi ti conduce in certi luoghi e ti offre una visione delle cose.

Una visione inesorabilmente parziale, perché nella conseguente battaglia di parte e propaganda assunta dal conflitto siriano chi s’accompagna alle truppe lealiste è testimone delle violenze di oppositori laici o jihadisti e sicuramente di mercenari e miliziani di varie Intelligence che lì combattono contro il regime. Mentre sul fronte opposto c’è l’esatto contrario. Ciò non significa che non si possa narrare eventi certi, ma allo stesso inviato può mancare, per condizioni oggettive non per scelta preconcetta, l’opportunità di avere un quadro completo. Un reportage può comunque risultare anche un patchwork che gradualmente ricuce le situazioni osservate, però bisogna avere l’umiltà di riconoscere che ciò di cui si dà conto è una parte di realtà. All’opposto c’è la superficialità o la cattiva coscienza mostrate anche da firme illustri che s’incaponivano nel ritenere il proprio resoconto veritiero, storico, assoluto. L’esempio diventato aneddoto è quello di Montanelli, per decenni ostinato negazionista dei ‘gas di Mussolini’ in virtù del fatto che lui sul posto non li aveva visti. Lui, non Graziani e gli etiopi.

Una schiera meno garantita di reporter vive poi un’ulteriore difficoltà. Meno garantita non sul fronte dei pericoli incrociati in talune circostanze che quando giungono investono tutti, da Quirico dietro cui c’è una solida testata ai quattro free lance egualmente sequestrati in Siria. I giornalisti che non hanno alle spalle un editore forte, situazione diffusissima per la crudele crisi generale e di settore, si trovano davanti a cogenti problemi. Il budget a disposizione nelle trasferte è personale, non solo va anticipato ma spesso non viene reintegrato, questo limita sensibilmente la possibilità e la varietà di iniziative lì dove una guida, un interlocutore hanno un costo. Il mestiere non si blocca di fronte a questi ostacoli, però deve farci i conti. Aggirare il mainstream informativo conduce in certi casi nelle strettoie di percorsi praticabili a senso unico perché l’accoglienza dell’interlocutore è interessata alla propria verità. E questa oltre a non essere assoluta, a volte interdice la continuazione di cronaca in loco perché è impossibile camminare su entrambi i lati del fronte anche a fasi alterne. Così sequestrato non è il giornalista ma il giornalismo che, pur non essendo mai neutrale e magari mostrandosi gramscianamente partigiano, può almeno essere onesto. E l’onestà e la verità spesso infastidiscono. 

sabato 7 settembre 2013

Siria, l’attacco e le sue variabili


A metà fra congetture e rumors trapelati dagli ambienti diplomatici alcuni osservatori internazionali sostengono che fuori dalla facciata del G20 lo staff di Obama stia provando a prendere “il toro per le corna”. Un toro, che ben oltre questione Asad, è incarnato dall’Iran che del raìs di Siria è il protettore secondo il consolidato meccanismo delle alleanze funzionali all’egemonia nella regione. Il contatto diplomatico americano passa anche per interposte figure, alcune teoricamente super partes come il sottosegretario generale agli affari politici delle Nazioni unite Jeffrey Feltman recente visitatore a Teheran del ministro degli esteri Mohammad Javad Zarif.

Iran, vero nemico o prossimo alleato? – Ovviamente non ci sono comunicati ufficiali, ma quel che si prospetta sul da farsi o su quanto si potrebbe fare vede l’Iran oscillare dal ruolo di vero obiettivo da colpire in un intervento di lungo corso, come vorrebbe e come spera l’establishment israeliano, a quello di alleato con cui sottoscrivere accordi tattici. Da nazione molto più pragmatica di quanto la facciano apparire parecchie operazioni mediatiche il Paese degli ayatollah accetterebbe. Per come s’è spinta in avanti la minaccia dell’intervento punitivo Obama potrebbe comunque ordinare il lancio di Tomahawk sul suolo siriano anche dopo un voto contrario del Congresso. Il “beau geste” lo mostrerebbe finalmente decisionista, laverebbe la coscienza a lui e tanti interventisti “umanitari” senza preoccuparsi di far cadere Asad. E tutto ciò sarebbe tollerato dal nuovo corso di Rohani. Secondo ulteriori pareri l’attuale real politik si spingerebbe ben oltre, coivolgendo la stessa nazione iraniana in cambio d’un ravvedimento dell’intransigenza Usa sulla scalata nucleare di Teheran.

Jihadisti, nemici comuni – Un nemico comune nell’area mediorientale, rafforzato dalla caduta di alcuni governi arabi (la Tunisia e l’Egitto dei raìs) è l’Islam jihadista. Esso trae vantaggio anche dall’indebolimento della componente moderata e istituzionale come la Fratellanza egiziana, sottoposta al conflitto con militari e laici e da certo salafismo estremista (Ansar Al-Shar’ia). Jihadisti e qaedisti sono finanziati e sostenuti dalle petromonarchie alleate degli States che sanno di giocare col fuoco nei confronti di questo soggetto politico che persegue una propria strategia, come testimonia la storia di Osama Bin Laden. Un Medio Oriente che riavvampa dal Libano, ai Territori Occupati, naturalmente Siria e Iraq già in ampio subbuglio fino a Kabul, dove Washington a stento tollera di conservare al suo posto Karzai “talebano”, sarebbe ben visto da un Iran sottoposto a embargo economico e isolamento politico internazionale. Non perché gli ayatollah siano guerrafondai, ma perché il loro realismo prende in esame anche un rimescolamento dei rapporti di forza, violento o minacciato.

Chi combatte chi – Ne scaturirebbe un conflitto articolato anche via terra, in cui Pasdaran e i sodali Hezbollah combatterebbero contro i qaedisti  liberando le truppe Usa, ipoteticamente alleate tattiche dell’Iran, dall’incubo dello scontro al suolo sperimento con l’invasione irachena.   Una guerra vinta nell’intervento lampo e angosciosamente perduta nel periodo di successiva resistenza diffusa. Del passato si ha traccia concreta, sul futuro aleggiano ipotesi varie compreso il presupposto di assoluta fluidità delle stesse di cui i vertici iraniani tengono conto in assenza di certezze. Le uniche convinzioni che hanno le amministrazioni di Teheran e Washington è che gli ultimi conflitti hanno incrementato rispettivamente coesione e sfaldamento fra popolo e leadership. E non è cosa da poco nel panorama geostrategico.

mercoledì 4 settembre 2013

G20, la solitudine del numero uno

Padrone dimezzato - Nessuno dei capi delle potenze economiche mondiali presenti alla due giorni di San Pietroburgo vorrebbe trovarsi nei panni di Barack Obama, il padrone del mondo che stenta a essere padrone di se stesso e delle sue decisioni. Le ultime, riguardanti la spedizione punitiva in Siria nei confronti di Asad, le ha rimesse nella mani del Congresso con un gesto più caritatevole (verso di sé) che di profonda democrazia. Anche perché nella sua storia recente e passata, la più grande democrazia del pianeta, ha un’infinità di scelte unilaterali che voltano le spalle a qualsivoglia decisione condivisa. Invece il premio Nobel per la pace trova nei falchi oppositori alla sua amministrazione il consenso al passo bellico in Medio Oriente. Non è detto che la spunterà perché il malumore verso la guerra serpeggia nel Congresso e in un Paese che sembra risollevare il suo status economico ma teme altri buchi neri di spese com’è accaduto in Iraq e Afghanistan. Per salvare, almeno in apparenza, la faccia Obama cercherà l’irricercabile: un assenso di Putin al suo gesto “umanitario” di scudisciare Asad per le probabili, seppure non accertate, bombe chimiche sui bambini. Assenso fantascientifico per quello che sulla crisi siriana la Russia ha sostenuto, anche per salvaguardare i suoi interessi, da trenta mesi a questa parte. 

Solitudine di una potenza - E’ un Obama più che dimezzato il presidente che sarà al cospetto dei forti del mondo. Mostrerà la caparbia solitudine frutto d’una disastrosa strategia geopolitica suggellata non solo dai diktat sui superamenti di “linee rosse” ma la sequela d’incertezze e oscillazioni sulle vicende regionali (Egitto su tutte) che compromettono i positivi sganciamenti dalle paludi irachena e afghana. Paludi di conflitti, persi in entrambi i casi, ma non di dopoguerra che si prospettano ancora più caotici e ingarbugliati del panorama su cui operò la bushana “guerra al terrore”. Se non avesse lanciato o avallato altri aut aut, Obama potrebbe dialogare col nuovo corso di Teheran che ha nel diplomatico Rohani un interlocutore meno focoso del pasdaran Ahmadinejad. Ma verso il gigante regionale iraniano l’attuale amministrazione conserva embargo e preconcetti sull’establishment degli ayatollah, rafforzati dai consigli dell’alleato principe (assieme a Israele): la dinastìa Saud. Essa aggiunge al confronto economico-energetico e militante contro l’Iran (fomentando le milizie qaediste contro gli Hezbollah) anche quello confessionale e ormai contrappone un’internazionale sunnita all’espansione sciita in Medio Oriente. 

Economia fra speranze e nuovi timori - Per lo schiaffo a Damasco nella vecchia Europa della Nato il presidente Usa trova sostegno solo in Hollande, visto i problemi registrati da Cameron e il diniego già esplicitato dalla Germania, la cui Cancelliera Merkel, già immersa nella bagarre elettorale, s’è peritata di ribadire il no tedesco alle bombe punitive esprimendo la speranza di trovare domani “una posizione comune da parte della Comunità internazionale”. L’economia, questione centrale d’ogni assise mondiale, centrerà l’attenzione sugli ultimi suggerimenti di Fmi e Ocse di contenere i tassi d’interesse per dare fiato ad alcune iniziative di rilancio occupazionale. Mentre Europa e Usa sperano in una ripresa, colossi in crescita come l’India devono far fronte ad attacchi subìti dalla rupia che da alcuni mesi perde pesantemente terreno contro le valute forti e fa fuggire capitali dagli investimenti interni. Il fenomeno preoccupa lealtre neo potenze, Brasile e Sudafrica, che sotto il rispolverato acronimo Brics s’incontreranno dopo il G20 per analizzare prospettive future delle proprie economie. Investimenti, sviluppo, crescita globale, occupazione è il poker lanciato nell’incontro mondiale ma c’è da giurare che tante parole saranno dedicate a un unico sostantivo: bombardamento. Si dice per fini di pace.


lunedì 2 settembre 2013

Costituzione egiziana, così simile così diversa


Il deposto presidente egiziano Mohamed Mursi e altri quattordici figure di spicco della Fratellanza Musulmana (fra cui El-Erian, El-Beltagy, Ghoneim, Abdel-Ati, Abdel-Raouf e le giovani leve El-Mogheir ed Ezz) sono accusati e verranno processati per incitamento alla violenza in relazione ai sanguinosi scontri che seguirono le clamorose proteste dei primi di dicembre 2012 davanti al palazzo presidenziale di Al-Itthadiya. Le imputazioni sono comuni, le forme attuative variano per i ruoli che ciascuno ricopriva nell’amministrazione statale, di partito e religiosa. All’ex presidente viene contestato l’ordine repressivo, con ogni mezzo anche facendo uso delle armi da fuoco, impartito alla guardia nazionale per rimuovere i sit-in  nell’area circostante la sua residenza circondata per giorni dagli oppositori. In quella circostanza  le forze dell’ordine si rifiutarono di aprire il fuoco sui manifestanti. Altri membri della Brotherhood incitarono alla violenza usando media oppure le prediche in moschea. Così sostiene la Corte criminale, lanciando una denuncia gravissima, degna del massimo della pena (alto tradimento) di cui si sarebbe macchiato l’ex presidente. La stessa per la quale era processato Mubarak. 

E’ la vendetta dell’Egitto anti Fratellanza contro il vertice della Fratellanza che vede 1.800 fra responsabili e militanti intermedi incarcerati dallo scorso luglio, comprese figure simbolo quali la Guida Suprema Mohamed Badie recentemente infartuato nella prigione di Torah dov’è rinchiuso anche il presidente dismesso e altri pezzi da novanta della Confraternita. Non più Hosni Mubarak, riabilitato nelle strade prima che da certa magistratura amica. Si tratta del nuovo-vecchio volto assunto dalla terza primavera, quella dell’anno in corso, che lascia per via molti dei presupposti e delle speranze lanciati nel gennaio 2011. Ovviamente il quadro socio-politico ed economico del grande paese arabo è complesso, ne abbiamo parlato a lungo evidenziando contraddizioni e limiti della breve parentesi della gestione islamica del potere, ma questo prosieguo di “rivoluzione” che sa di reazione e scontenta anche tanti ribelli della prima primavera, non i Tamarod che ora inneggiano anche loro all’uomo forte Al-Sisi, introduce un paradossale rovesciamento di ruoli. La dolente questione della Carta Costituzionale continua a essere “il filo rosso” d’un incredibile gioco delle parti. 

I 50 saggi che devono apportare le modifiche “antislamiche” alla Costituzione stanno iniziando le sedute del proprio lavoro. Vista l’aria che tira e per i motivi su esposti, fra costoro non dovrebbero esserci, costituzionalisti vicini alla Confraternita. I saggi casserano e riscriveranno commi sgraditi agli orientamenti d’appartenenza che vanno dalla laicità di varia coloritura politica, a credenze religiose copte e islamiche non cofessionali o confessionalissime (il ruolo dei salafiti nei nuovi lavori della Costituente è tutto da scoprire). Insomma la ricostituita Costituzione del popolo egiziano sarà discussa e vedrà luce con l’assenza di una componente non indifferente che ha rapporti di rappresentanza con una parte del popolo. Sarà una Costituzione per tutti ma non scritta da tutti. Proprio come accadeva nell’autunno scorso, quando nella Seconda Assemblea Costituente che accelerò il passo per consentirte il contestatissimo decreto presidenziale attuativo, mancavano i laici riuniti poi nel Fronte di Salvezza Nazionale e alla fine anche i copti. Mancavano, però, per loro scelta. Non perché fossero esclusi, perseguitati e incarcerati come sta accadendo ai membri della Fratellanza. Gli attuali padroni della politica egiziana hanno scelto per mesi di non confrontarsi e non dialogare con glu uomini di Mursi dopo l’elezione di quest’ultimo alla presidenza. Quasi fossero seguaci di Shafiq più che di Sabbahi. 

Come ogni gioco delle parti che si rispetta sembra - lo vedremo a conclusione della correzione - che il “famigerato” comma 2, che fa riferimento alle radici islamiche della nazione, non verrà cancellato. Come non lo era stato dall’Assemblea Costituente “gestione Fratellanza”. E sì, perché quell’articolo veniva ereditato dalla Costizione del 1971 che nessun egiziano laico per oltre quarant’anni s’era sognato di contestare. Qualcosa che pare un po’ diverso dalla temuta Sha’ria.

giovedì 29 agosto 2013

Né col regime né con l’opposizione: la terza via dei kurdi di Siria


Anche dal disastro, dai massacri, dalla guerra fra bande cercano di trovare lo spiraglio d’un futuro politico per il loro popolo in un Kurdistan sovranazionale. Secondo il sogno di Abdullah Öcalan messo nero su bianco nell’ormai nota Road Map. Sono i kurdi siriani, o meglio coloro che seguono le indicazioni del Partito di Unità Democratica (Pyd) vicino al Congresso Nazionale del Kurdistan (Knk) in contrasto, e conflitto, con altre componenti: il Partito Democratico Kurdo (Pdk) e il Partito dell’Unione Libertà (Azadi) che attuano differenti tattiche e nel caos del conflitto si sono trovati a coadiuvare attacchi in zone controllate dai Comitati di autodifesa del Pyd. Kurdi contro kurdi.

Guerra confessionale o convivenza interetnica – Lo afferma un documento dell’Esecutivo del Knk che ripercorre momenti intensi e cruciali della crisi siriana, dalle manifestazioni anti regime del marzo 2011, i primi cortei che si ricollegavano alle Primavere tunisina ed egiziana. Sempre in prima fila fra gli scontenti d’una protesta vociante, severa, ma non certo armata c’era questa fazione kurda già attiva e organizzata nel 2003, strutturata pure in Forza di difesa popolare. Un organismo che nel 2004 non riuscì a evitare gli eccidi di quello che loro definiscono “il regime Baath” a Qamişlo, una delle tante cittadine a ridosso delle centinaia di chilometri su cui corre l’attuale confine turco. Le frontiere e dal 1923 la ferrovia Berlino-Baghdad divisero una popolazione che vive tuttora la sua diaspora in varie nazioni. Dai mesi sempre più tumultuosi della prima protesta, repressa a colpi di mitra da polizia ed esercito siriani, alla successiva nascita dell’Esercito Siriano Libero, foraggiato da Turchia e da un Occidente smanioso di colpire Asad. Fino alla presenza sempre più capillare, e nell’ultimo anno inquietante, della componente jihadista che raccoglie guerriglieri, armi, fondi da sauditi e altre monarchie felici di accrescere il fondamentalismo. Un campo che si amplia anche con liberazioni di prigionieri filo qaedisti definiti dal report del Knk “pericolosi criminali” condannati e spediti in terra siriana “800 dalle prigioni irachene di Abu Graib e Taci, 1200 dalla libanese Bingazi Kuveyfite, 250 dalla pachistana Dera Ismail Han” per rinfocolare le speranze del Fronte Al-Nusra di creare lo Stato Islamico Iraq-Damasco, ben oltre la fascia territoriale attualmente controllata dai suoi miliziani.

Prove di contropotere - In questi anni il Pyd s’è dedicato alla formazione di strutture territoriali nelle città di Aleppo, Hessaké e in centri minori guardando a tutta la fascia denominata Kurdistana Rojava. Una zona ampia e ambitissima per la presenza di petrolio nel sottosuolo e in alcuni punti, come nella regione di Cizre, per la fertilità del terreno, ben altra cosa dai deserti della Siria meridionale. Ricollegandosi a certi mesi di luglio che hanno segnato la recente storia politica kurda: quello del 1979, quando Öcalan “tracciava il percorso della rivendicazione identitaria” o quello del 1982 quando quattro detenuti kurdi nel carcere di Diyarbakır avevano avviato “la resistenza”, lasciandosi morire di fame per denunciare torture e pressioni dell’allora Turchia golpista. Così nel luglio 2012, in piena guerra civile o comunitaria, i kurdi oppositori di Asad rivendicavano la propria “autonomia democratica” e l’Alto Consiglio Kurdo creava tre Comitati per: la diplomazia, i servizi sociali, la difesa. Le “assemblee popolari” in varie città e le “case del popolo” in ogni distretto (in cui sono presenti anche minoranze armene, cecene, arabe, caldee) trovano nelle donne un fulcro e una forza motrice che, partendo dalla specificità della questione femminile, s’allargano per affrontare temi educativi ed economici. Le accademie e le più semplici scuole primarie sono strumenti che impartiscono istruzione ai discenti, formano anche i docenti e saldano le radici etniche e linguistiche kurde. Quest’obiettivo deve fare i conti con la diversità di programma di altre forze politiche kurde che, a detta del partito di Unità Democratica, cedono alle lusinghe dell’establishment di altre nazioni. Proprio il ministro degli esteri turco Davutoğlu ha lavorato su tali divisioni. L’esito è lo straniamento e la migrazione forzata, ora ingigantita dagli eventi bellici che conducono decine di migliaia di nuclei familiari e un’infinità di singoli a sfuggire alla morte rimpolpando la drammatica fiumana dei rifugiati. Le logiche nazionaliste e claniste sviluppano attacchi a situazione esemplari che attuano ciò che Öcalan teorizza: una realtà multietica dove si può vivere in pace. E’ accaduto nel febbraio scorso alla kurdo-araba-assira Tiltemir. Amata e odiata, secondo i punti di vista.


mercoledì 28 agosto 2013

Siria, l’auspicata sporca guerra


In terra di Siria arrivano i Tomahawk lanciati da statunitensi, britannici e francesi per punire, non per cacciare Asad. Un’azione dichiarata lampo che durerà tre giorni al massimo, dicono gli strateghi americani fautori dell’incursione bellica per salvare la faccia al loro presidente premio Nobel per la pace. Ma la contraddizione non dovrebbe trasformarsi in una guerra “umanitaria”, questa già la combattono le milizie pro Qaeda contro le truppe lealiste ai danni d’un popolo massacrato e fuggitivo, con o senza la crudeltà dei gas letali. Mesi e mesi di osservazione passiva da parte d’una cinica comunità internazionale per uno dei nodi più intricati della politica mediorientale che l’intervento previsto non risolve anzi esaspera seguendo, pur nelle differenze, copioni già noti. Però al Pentagono pensano di non ripetere i casi iracheno e libico, non fosse altro perché insoddisfacenti ad appagare i propri scopi geostrategici e politici. Quest’ultimi restano in sospeso nella crisi siriana, poiché la grande incognita da affrontare e il vero obiettivo dell’intervento nel nuovo magma mediorientale sono frutto del ridisegno del quadro regionale e la risistemazione delle alleanze sottoposte alla pressione degli eventi. Che comprendono anche nuove velleità d’Impero russe e cinesi per ora legate a energia e mercati.

Le Primavere arabe sono state un’esplosione di rabbia e bisogni, economici e morali. Hanno scalzato tigri che sembravano di carta (le dittature populiste dei Ben Ali e Mubarak) che però conservano, come nel caso del vecchio raìs egiziano, una salda presa su una parte della società. Nelle due nazioni dove l’Islam politico saliva a furor di voto al potere, in uno spazio temporale pur breve i governi di Ennadha e della Fratellanza non solo non risolvevano neppure uno dei cento problemi che assillano paesi avvizziti dai precedenti malgoverni filo coloniali, ma creavano profonde spaccature su cui infilano gli artigli nostalgici e lobby potenti come quella militare egiziana. Altrove (Barhein, Yemen) era solo repressione, in Siria illusione di scalzare un regime egualmente autoritario che non disdegnava di mitragliare i cortei popolari prima d’ingaggiare un conflitto civile più che coi ribelli propriamente detti, contro milizie foraggiate dall’Occidente e l’internazionale jihadista sostenuta da regimi reazionari e miliardari (Arabia Saudita, Eau, Qatar) mai sfiorati dal vento delle stesse Primavere.

La partita dell’egemonia regionale, combattuta da anni dagli stati iraniano e saudita prim’ancora che dal rispettivo sciismo e sunnismo, sostenuta dalla politica delle alleanze, le prediche degli imam, le scuole coraniche e i pellegrinaggi nei luoghi sacri, i mercati petroliferi aperti e chiusi, gli embarghi subìti e i ricatti del costo del petrolio lanciati, i finanziamenti ai paesi satelliti o presunti tali nei simulacri di banche, hotel a sei e sette stelle, ma anche ospedali, università, scuole e moschee (per comprenderlo basta viaggiare, finché è possibile, dal Libano all’Afghanistan). Combattuta tramite gli alleati che vanno dal “cuscinetto giordano” alla milizia tetragona di Hezbollah, disputata nei mesi e nelle settimane che incrudiscono l’instabilità dell’area col ritorno al passato delleautobomba ricomparse in Libano, addirittura in Turchia e in un  riflagellato Iraq. Proprio il Paese martire a causa dell’invasione inventata da Bush jr e dei comportamenti satrapi di Saddam rischia più di altri l’allargamento di una deflagrazione bellica a catena. Il compromesso della coesistenza fra confessioni ed etnie, esperimento diverso ma non lontanissimo da quello libanese, è nel mirino del sunnismo fondamentalista rinfocolato nelle matrasse wahabbite.

C’è pure la Turchia che dopo le illusioni europeiste era tornata a riguardare a Oriente, ed è costretta a riaggiornare il consolidato modello erdoğaniano, scalfito dalle contestazioni casalinghe e claudicante nel Medio Oriente dove i problemi coi vicini si sono moltiplicati anziché azzerarsi. Il flirt con la Fratellanza, ora in forte difficoltà in Egitto, è diventato un boomerang e vive tutti gli inconvenienti del dramma siriano con le centinaia di migliaia di profughi che premono ai confini e il ruolo turco di belligerante servile, non tanto della Nato cui il proprio esercito appartiene, ma dei capricci della Casa Bianca. Insomma Erdoğan perde terreno in quei circuiti anti imperialisti verso cui aveva diretto uno sguardo molto autoreferenziale. Nella fibrillazione introdotta dall’ipotesi d’un allargamento del conflitto è contro “l’anomalia” iraniana e il suo caparbio antiamericanismo che Washington punta il dito assieme al piccolo-grande alleato israeliano. E’ contro quella realtà autoctona che osa proseguire il programma nucleare concesso a India e Pakistan ma proibito agli ayatollah per la mai rinnegata rivoluzione khomeinista. Obiettivo che sa di antiche revanche e torna attuale; un fine che potrebbe trascinarsi destabilizzazioni della produzione petrolifera capace d’infiammare i mercati del mondo alla stregua di una distruttiva guerra locale.

Restano i popoli: dimenticati, massacrati e traditi anche da chi dice difenderli per spirito di patria, etnìa, confessione, umanità. Gli ideali non li cita più nessuno. Non fanno presa, non cementano e sono fuori mercato.


giovedì 22 agosto 2013

Mubarak, il sorriso che beffa la Primavera


Nei cento rivoli in cui si divide l’interpretazione degli ultimi 55 giorni dell’intreccio politico egiziano: seconda rivoluzione, golpe bianco, non golpe, sanguinaria restaurazione, salvezza della Patria e altro ancora la notizia della scarcerazione di Hosni Mubarak ha fatto meno clamore di quello che ci s’attendeva. Quasi fosse un passo scontato visto l’orizzonte degli eventi. La questione è ampiamente simbolica, come e più di tanti momenti susseguitisi nei due anni e mezzo di Primavera cercata e sperata, tradita e perduta. E il sorriso appena accennato ma non per questo meno beffardo, più da Monna Lisa che da Sfinge, con cui il vecchio raìs ha assistito alle ultime carte giocate dai suoi legali profumatamente pagati riassumono un copione mai scarno di colpi di scena. Quattordici mesi or sono Mubarak doveva finire sulla forca, secondo il dispositivo d’una sentenza che duettava col bilioso volere della piazza che durante il duplice processo (strage e corruzione) circondò per settimane l’area del Tribunale allestita in una delle tante caserme cairote. Il vecchio Hosni venne addirittura dato per morto, non moribondo come dichiaravano avvocati e familiari, ma colpito da collasso. I detrattori sostenevano si trattasse d’una sceneggiata volta a commuovere la Corte che sull’onda rivoluzionaria non si fece impietosire, pur mutando la pena in ergastolo.  

La “malattia” condusse il condannato dalla cella all’infermeria dove, con l’ampia schiera dei fedelissimi, ha atteso il crescente vento antislamico che introduceva un cambio di prigionia: fuori il vecchio tiranno dentro il nuovo, cioè Mursi presidente per dodici mesi odiatissimo dagli avversari laici. Se dietro ai simboli c’è sostanza, e qui ce n’è a iosa, la mossa sostenuta dai due poteri forti (Forze Armate e Magistratura) che formano il nuovo blocco egemonico assieme alla tumultuosa piazza anti Fratellanza ha voluto collegare la trascorsa e attuale dirigenza militare filo-yankee, checché ne dica chi ritiene Al-Sisi ammiratore di nuovi Imperi. Certo il generalissimo - lui vero presidente in pectore d’un Egitto normalizzato non ‘giocatori di sponda’ alla Sabbahi - potrà cercare anche alleanze con Mosca, Pechino, Delhi o chissà dove, però la restaurazione che si delinea segue percorsi regionali: i buoni rapporti con le petromonarchie, saudita in testa, e con Israele che stravede per il militare pronto a chiudere varchi ufficiali (Rafah) e ufficiosi (tunnel) verso la Striscia governata dai Fratelli di Hamas e silurare ogni sorta di jihadismo.

Smarrita è la Tahrir della prim’ora, quella del “6 Aprile”, dei socialisti rivoluzionari, dei cani sciolti della sinistra laica e sindacale che nella foia dell’opposizione alla Costituzione “islamica”, nel conflitto latente e poi aperto dei mesi scorsi s’è unita al Fronte di Salvezza Nazionale diventato la maschera per i reiterati massacri militari. La riabilitazione di Mubarak non va giù a questo fronte già minoritario e oggi surclassato dai Tamarod, spiazzati un po’ anche loro dalle conseguenze della sentenza che porta il simbolo di trent’anni d’affossamento della nazione al calduccio prima d’una nuova infermeria poi nella sontuosa villa di Sharm El Sheik. Quest’immagine ridà fiato a chi non vuole che l’Egitto cambi una virgola riguardo allo strapotere economico della lobby militare, alla politica come affare clanista impregnato di corruzione, a una reale redistribuzione della ricchezza. E quel che viene propagandato come orgoglio,  autodeterminazione e allontanamento dai finanziamenti-capestro statunitensi e occidentali ha il sapore d’una possibile bugia. Basta attendere per vedere sviluppi comunque votati a schiacciare l’organizzazione della Confraternita che mostra alcune novità. Preoccupanti.  

Arrestato e umiliato Badie, bloccati nonostante i travestimenti d’ogni genere anche il portavoce del partito della Libertà e Giustizia Mourad Ali e il tonitruante predicatore Safwat Hegazy, per il momento diventa Guida Suprema della Fratellanza un duro e puro: Mahmod Ezzat. Sessantanove anni, medico, fu braccio destro di Sayyid Qutb (il teorico dello scontro armato fatto impiccare nel 1966 da Nasser, al cui pensiero si richiamano anche taluni qaedisti). Ezzat ha alle spalle dieci anni di galera, dall’epoca Nasser che lo rinchiuse nel 1965 sino a Sadat, uscito terminò gli studi in medicina in Gran Bretagna, salendo la scala gerarchica dell’organizzazione anche grazie alla sua professione. Tornò in galera per la stretta repressiva di Mubarak dal 1995 al 2000. Tattico e astuto è conosciuto con l’appellativo di “volpe” sebbene siano note le su posizioni oltranziste che lo contrapponevano al moderato Badie. Dalla destituzione di Mursi sono sue le proposte di sit-in ad libitum contro cui i militari hanno deciso di scatenare la furia omicida. Adesso alle sue idee, finora marginali dentro la Confraternita, stanno guardando molti militanti. Da oggi alle prossime settimane vedremo se i “venerdì della rabbia” del “fratello di ferro” sceglieranno vie davvero non pacifiche e di rottura.