mercoledì 31 luglio 2024

Israele, l’inefficacia degli omicidi mirati

 


Neppure quarant’anni di vita politica e una filiera fittissima di leader passati per le armi, in genere esplosive, missili, razzi, micro bombe andate a segno soprattutto grazie alle molte facce di spia infiltrate o acquisite tramite il più banale e scontato dei tradimenti: vendersi per denaro. Shabak, che sta per Sherut Ha-Bitachon Ha-Klali, è il servizio segreto che divide i bersagli col Mossad, l’altra Intelligence israeliana che agisce in giro per il mondo. Il raggio d’azione delle due strutture è amplissimo, coadiuvato da collaborazioni con le agenzie degli imperi amici, la Cia americana e l’MI6 britannico, sebbene per spirito di corpo, orgoglio e vanità gli 007 di Tel Aviv si piccano di muovere fino in fondo le proprie strategie rendendo conto d’un operato estremo agli alleati solo a cose fatte. Proprio la guerra di spie, fra le più losche della campagna antipalestinese, contro il Movimento di Resistenza Islamico ha visto Israele praticare l’eliminazione dei leader nemici con una pervicacia da sterminio pianificato. Accade da decenni appena spenti i fuochi della Prima Intifada (1987-1993) che aveva ridato vigore alla protesta a sostegno causa palestinese dopo gli smarrimenti degli accordi di Camp David, cui seguivano proprio nell’agosto 1993 gli Accordi di Oslo. I vertici israeliani vedevano che una nuova generazione di oppositori ai loro piani di occupazione-sbandamento-cancellazione dell’essenza palestinese, era nata e ne erano angosciati.  La teoria, tuttora inseguita e praticata dal ceto politico di Israele che ben prima di Netanyahu ha avuto altri esecutori, di sconfiggere la resistenza palestinese eliminando cruentemente i suoi capi, mostra una palese inefficacia per la continuità con cui Hamas si rigenera e rinnova la sua leadership. Eppure Israele vuole convincersi del contrario, proseguendo la mattanza. 

 

Una delle esecuzioni mirate che fece più scalpore fu quella dello shaykh Yassin, uomo della pre Nakba, nato nel 1936 e rimasto tetraplegico per un incidente giovanile con un amico diventato nel tempo anche compagno di lotta. Yassin era uno dei padri del Movimento islamico fra i palestinesi, l’aveva fondato dopo aver frequentato la Fratellanza Musulmana e risultava fra gli oratori più ascoltati dalla sua gente anche prima della creazione di Hamas, quando negli anni Sessanta e Settanta la resistenza anti sionista vestiva i panni laici dell’Olp e delle organizzazioni ispirate dal marxismo, i gruppi guidati da Aswad e Habash. Lo sceicco, spesso accompagnato da un giovane Haniyeh che gli spingeva la carrozzina, pareva più anziano del sessantottenne che era nel marzo 2004 quando venne disintegrato da un razzo d’un elicottero che gli volava sulla testa. Tempo un mese e il successore alla guida del partito Aziz Rantisi subiva la stessa sorte. A settembre il nuovo capo Izz El Din Khalil veniva assassinato a Damasco. Una striscia di colpi letali a effetto contro nemici simbolo, trattati come qualsiasi miliziano combattente, magari angosciosamente bombarolo come l’artificiere Yehia Ayyash, l’ingegnere, attivo a metà anni Novanta per vendicare la strage della Tomba di Abramo dell’ebreo americano Goldstein. Ayyash introdusse una fase di attentati suicidi rivolti anche ai civili israeliani, stigmatizzati da Yassin e da altri leader di Hamas, ma questo non servì a salvare la vita di nessuno. Alla fine l’ingegnere venne fatto esplodere con un telefonino, che sarebbe stato sicuro se suo cugino, comperato dagli agenti israeliani, non l’avesse tradito. Ma quella fase, siamo nel 1996, e anche il decennio successivo  nel quale sotto Sharon Israele passava al setaccio i capi nemici volendo “tagliare la testa del serpente Hamas”, il livello tecnologico risultava di molto inferiore ai giorni in cui la precisione digitale e la potenza tecnologica orientano le armi nei meandri più reconditi. Sembrano non esserci più ripari, nascondigli, bunker inviolabili, sebbene la soffiata, l’infiltrazione, l’inganno riescano a guidare il colpo dove il bersaglio non l’aspetta. Ciò nonostante il pluridecapitato Hamas continua a muoversi. Quanti figli e fratelli minori dei 40.000 massacrati a Gaza possono diventare un Ismail Haniyeh? A Israele non interessa, al Medioriente che brucia sì. 


 

Israele raddoppia: ucciso Haniyeh a Teheran

La sciagurata marcia verso la guerra regionale di Israele aggiunge l’ennesimo tassello di sangue rivolto ai vertici di Hamas e all’alleato iraniano. Un’ulteriore esplosione, seguita a quella della periferia di Beirut dove ieri sera un drone aveva smembrato Fuad Shukr leader in seconda di Hezbollah, ha spento per sempre il sorriso di Ismail Haniyeh, dal 2017 a stanotte capo politico  del Movimento islamico palestinese di Gaza. Inseguito dal desiderio omicida dei suoi nemici da anni Haniyeh viveva lontano dalla Striscia perché non diventasse un bersaglio fisso o mobile, com’è accaduto ai suoi familiari (tre figli e tre nipoti) sterminati nei mesi scorsi dall’Idf. Qatar, Turchia l’avevano ospitato in più occasioni, ma l’uccisione di stamane compiuta a Teheran presenta un ulteriore valore simbolico. I vertici di Tel Aviv, stretti attorno all’unica ragione di vita del governo Netanyahu: proseguire la guerra all’infinito per mantenere l’emergenza e il potere, hanno disintegrato il più noto leader palestinese e una sua guardia del corpo colpendo un edificio della capitale iraniana dov’era alloggiato per presenziare all’insediamento del neo eletto presidente Pezeshkian. Hanno portato guerra sul territorio di un nemico che più volte ha dichiarato di non voler entrare in prima persona nel conflitto pur sostenendo e foraggiando la causa palestinese. L’azione bellica diretta nei cieli del Paese avverso, già in altre circostanze colpito con operazioni di Intelligence rivolte contro tecnici impegnati sul fronte nucleare e capi delle milizie Pasdaran, può segnare un passo di non ritorno per il conflitto che sta già deflagrando nel Libano meridionale. Il pragmatico riformista Pezeshkian non spingerà sull’acceleratore bellico come potrebbero volere i Guardiani della Rivoluzione, perché il suo disegno è provare a ricucire i rapporti con l’Occidente. Ma la moderazione non appartiene al quadro internazionale in atto Oltreoceano dove i quattro mesi che precedono l’elezione presidenziale americana paiono favorevoli a senso unico per il rilanciato Donald Trump. Amicissimo del sionismo massacratore incarnato da Netanyahu e lui stesso destabilizzatore con iniziative assassine, come quella in cui ordinò di colpire il capo della Forza Al Quds Soleimani a Capodanno 2020. Tutto questo il sanguinario Benjamin lo sa. E prepara una strada infuocatissima. Certo, l’eliminazione dei leader non produce la decadenza delle strutture politiche da loro dirette. Pur senza Haniyeh il gruppo politico palestinese prosegue il suo percorso. “L’assassinio di questo nostro fratello mira a spezzare Hamas. Noi siamo fiduciosi nella vittoria finale” ha dichiarato Abu Zuhri, alto funzionario del gruppo mentre si preparano esequie solenni che avvicineranno buona parte del mondo islamico, sunnita e sciita.

martedì 30 luglio 2024

Beirut, Israele fa esplodere la spalla di Nasrallah

 


Haret Hreik, cintura meridionale di Beirut e da anni roccaforte del Partito di Dio, non riesce a preservare militanti e capi. Questo il messaggio letale lanciato dal missile israeliano che ha abbattuto tre piani d’un palazzone di otto, facendo tre vittime. Una eccellente: Fuad Shukr, numero due del movimento Hezbollah, vicinissimo al responsabile politico Nasrallah e alle Forze Al-Quds iraniane. Così mentre l’Idf e la forza sciita continuano a ripetere di non pensare né voler aprire un fronte bellico, la morte s’insinua, uccidendo sia innocenti come sul campo di calcio di Majdal Shams nel Golan, sia i coinquilini beirutini di stasera assassinati assieme al capo Hezbollah. E’ indubbiamente vendetta. Tel Aviv l’annunciava da due giorni, “colpiremo duro” aveva detto Netanyahu visitando il luogo della strage pur schifato da una parte della comunità drusa che non vuole avere nulla da spartire con Israele, mentre i militanti sciiti attendevano un attacco, non sulla pelle d’un loro leader. Non nel cuore del proprio sistema pensante prima che operante. Così gli esperti d’intrecci bellici ricordano che se quasi sicuramente Hezbollah non voleva eliminare ragazzini che correvano dietro un pallone, e quella strage è frutto d’una tecnologia se non scadente comunque in taluni casi carente, le capacità missilistiche e soprattutto informative d’Israele restano elevate ed efficaci a danno dei nemici. Sicuramente più quando colpiscono a sorpresa rispetto alle invasioni di terra come accade da mesi nella Striscia di Gaza di cui si strazia la gente, senza riuscire a estirpare Hamas. Eppure sul confine libanese lo scontro strisciante c’è da mesi, non solo per i ripetuti lanci di missili e razzi, le intercettazioni dell’Iron Dome, la contro-artiglieria di Tsahal, ma per le botte letali andate a segno: sempre stasera l’abitante d’un kibbutz è finito morto sotto un razzo. Gli analisti danno per certo un freno alla guerra aperta, considerando buone le intenzioni dei politici. Ma in una crisi che non vuol trovare tregua né soluzioni diplomatiche, il clima regionale amplia i suoi roghi. Gli obiettivi si susseguono e possono diventare sempre più ambiziosi, anche quelli teoricamente non praticabili, in una linea rossa superatissima e sanguinosissima. 


   

Bilancio indiano, Gandhi dolceamaro

 


Modi, Shah, suo ministro degli Interni, Mohan Bhagwat, leader del movimento paramilitare e fascista Rashtryia Swayamsevak Sangh, Ajit Doval, ex capo dei Servizi segreti, attuale Consigliere per la Sicurezza Nazionale, più la coppia Adani e Ambani, i super capitalisti indiani influenti sulla scena finanziaria globale. E’ il sestetto che per Rahul Gandhi forma il chakravuyuh che condiziona l’India. Nella tradizione chakravyūha è una formazione militare utilizzata per circondare i nemici. La metafora lanciata in Parlamento dal leader del Congresso indica la lobby degli interessi politico-finanziari-militari e paramilitari che oggi controlla il Paese. “A tutto danno dei ceti subalterni: agricoltori, operai e pure piccole e medie imprese, perché questo gruppo è l’essenza del monopolio che distrugge altre forme economiche e la stessa struttura democratica della nazione”. Seduta caldissima della Lok Sabha che sta discutendo il bilancio economico del governo Modi insediatosi a inizio luglio. Gandhi, col sostegno dell’Alleanza denominata India e un cospicuo numero di seggi, attacca senza remore i piani dell’esecutivo. Riferendosi ai due magnate, li addita come i pugnalatori di quel ceto medio indiano che da anni s’è affidato alla linea di Modi, popolare a parole, classista di fatto e ancor più favorevole solo ai grandi gruppi d’impresa. L’insistenza su quei nomi ha scatenato accesi scontri verbali con alcuni parlamentari del Bjp e lo stesso ministro degli Affari parlamentari, Rijiju, ha accusato il leader dell’opposizione di non rispettare le regole, “abbassando la dignità di questa Camera”. Nel battibecco Gandhi ha proseguito evitando di pronunciare i nomi dei due super industriali e li ha chiamati A1 e A2. Ma la polemica non è finita. Contrasti anche quando lo scatenato Rahul ha mostrato un’immagine della cerimonia denominata halwa, dal nome d’un dolce locale a base di carote, frutta secca, latte, realizzata alla vigilia della presentazione del bilancio. Nella foto era presente la ministra delle Finanze Nirmala Sitharaman, alla quale Gandhi chiedeva: “Non c’è un adivali, un dalit in questa foto. Si mangia halwa ma il resto del Paese non lo vede”. Ulteriore provocazione sul tema delle caste, su cui i gruppi dell’opposizione chiedono un censimento che da anni il governo evita di fare.

giovedì 25 luglio 2024

Bangladesh, la strage taciuta

 


5% dei posti riservati agli epigoni degli eroi dell’Indipendenza, ha da poco sentenziato la Corte Suprema, dopo due settimane di rivolta studentesca contenuta prima e brutalmente repressa nei giorni seguenti. Una diminuzione del 25% delle ambìte funzioni pubbliche in  Bangladesh, considerato un favoritismo del governo di Sheikh Hasina all’elettorato a lei fedele. Ma gratta gratta, quando i fumi degli incendi si sono diradati, il coprifuoco continua a contenere l’ordine pubblico, l’esercito con armi spianate osserva e minaccia l’andirivieni nelle strade della megalopoli di Dacca, che dopo l’ora convenuta si trasforma in un deserto controllato quartiere per quartiere, crocicchio per crocicchio da migliaia di elmetti in mimetica, viene a galla la cruda realtà. Non solo Abu Sayeed, che nei primi giorni della protesta offriva il petto ai comunque letali proiettili di gomma, è tra le vittime della repressione. Gli iniziali sei-dieci morti si sono centuplicati. Lo scrive il quotidiano bengalese Photom Alo e denuncia ben 174 uccisioni. Alcuni organismi dei diritti umani interessati alla vicenda parlano d’una inusitata violenza poliziesca nella pur breve storia del Paese. Dal 20 luglio le comunicazioni telefoniche interne e dall’estero risultano disturbate, uno stratagemma che consente all’esecutivo di mantenere una parvenza di normalità, impedendo di fatto i collegamenti col mondo. Il partito d’opposizione BNP, nazionalista e conservatore, denuncia che fra gli oltre cinquecento arrestati, molti sono giovani bloccati in strada durante gli scontri, si contano anche alcuni loro dirigenti, colpiti dal clima oppressivo in atto. Del resto la premier pur davanti al citato pronunciamento della Corte s’ostina a ribadire la giustezza del decreto contestato dalla piazza; per contro uno dei portavoce degli universitari in rivolta afferma che il movimento non si fermerà finché il Parlamento non azzererà la misura.

 

Ci sono tutti i presupposti perché lo scontro riprenda al di là della stessa vicenda delle quote, visto che la “regnante” come qualcuno definisce Hasina o peggio la dittatrice secondo i manifestanti, da anni al governo con una maggioranza elettorale in odore di brogli e una scarsa partecipazione al voto, non ammette confronto politico. Sicura dell’appoggio della cerchia di categorie protette da misure simili a quella contestata, la leader della Lega Awami non molla il potere davanti a una popolazione ormai in subbuglio socio-economico. Certa anche del sostegno di organismi mondiali, Fondo Monetario Internazionale su tutti, che nell’ultimo biennio le hanno coperto copiosi debiti. Il boom produttivo dell’industria tessile, capace a inizio millennio di lanciare economia e occupazione è in crisi da almeno un quinquennio. Frutto di pandemia e conflitto ucraino, sostengono taluni analisti, a cui altri aggiungono vizi propri di chi si sente sicura del ruolo  che esercita. Non ascoltare le voci del dissenso, non solo quelle organizzate politicamente, ma direttamente della gente, delle figure sociali, dei tanti giovani fra i 18 e i 24 anni, oltre il 10% della popolazione, che non trovano lavoro. Vedersi preclusi alcuni spazi a vantaggio di chi non fa nulla per raggiungerli, è l’elemento di rottura vissuto in questi giorni. Eppure l’anziana Primo ministro soffia sul fuoco. Lei ha tutelato l’ala giovanile del suo partito, Chhatra League, scesa in strada ad attaccare gli studenti che la contestavano. Ha chiesto al suo ministro dell’Interno di non fermarli mentre assaltavano gli anti-quote. “Hasina lavora per spaccare la nazione” constata  amaramente un navigato osservatore della politica asiatica, e in una comunità popolosa che ha conosciuto miseria nera e parziale ripresa la mancanza di equilibrio è quanto di peggio un politico possa fare.  Sostenere solo una parte della cittadinanza per biechi fini elettorale non può che produrre frustrazione sull’altro fronte. E il Bangladesh sta andando alla resa dei conti con una dirigenza cieca e sorda. Gli scontri e la repressione di questi giorni annunciano conflitti ben peggiori.   

domenica 21 luglio 2024

Abu Sayeed, un corpo da trafiggere

 


Sono le braccia sollevate di Abu Sayeed, lo studente dell’università Begum Rokeya che protesta davanti alla polizia, l’atto d’accusa senza appello per il governo di Sheikh Hasina. Il suo assassinio è stato ripreso dalle telecamere televisive e mostrato all’opinione pubblica.   Diversi commentatori l’hanno paragonato al cinese wángwéi lin, cioè l’uomo del carro armato, come venne definito il giovane che il 5 giugno 1989 si parava davanti ai carri militari disposti nella pechinese piazza Tienanmen e che fu  probabilmente stritolato. Di lui non si seppe né la fine né il nome. La repressione scatenata in Bangladesh contro la protesta studentesca sulle quote di assunzioni statali riservata a figli e nipoti dei reduci dell’indipendenza nazionale del 1971, è la punta dell’iceberg di un più diffuso malcontento popolare. A un primo impatto d’un ordine pubblico improntato sul contenimento delle manifestazioni, con la polizia che usa lacrimogeni e cannoni ad acqua, sono seguiti attacchi mirati con l’uso di proiettili di gomma e di piombo. Sono bastati i primi ad atterrare il ventiduenne Abu, bersagliato mentre levava le braccia. Colpito una prima volta lui ha un moto di autotutela, si piega. Poi rioffre il petto su cui giungono diversi proiettili. Il ragazzo si ripara come può, visto che è in campo aperto, s’accartoccia finché non viene portato via a braccia dai compagni. L’esame post-mortem ha decretato che sul corpo c’erano parecchi segni di colpi ricevuti a distanza ed è stata un’emorragia interna a causare il decesso. Secondo testimoni e alcuni partecipanti alla protesta le vittime sono scaturite da questi ordini draconiani, colpire per uccidere, così da sfibrare i ranghi degli attivisti e impaurirli. Si fa un parallelo con la repressione del 2018, altra circostanza in cui le forze dell’ordine si scatenarono contro chi scendeva in strada. L’atto d’accusa è rivolto a lei, la populista Hasina che odia una parte del popolo, quella che non accetta passivamente il suo volere. La polarizzazione è alimentata anche da questo genere di provvedimenti contestati, e chi era in piazza lancia duplici accuse: contro Chhatra League, l’organizzazione studentesca del partito di governo che armata ha lanciato attacchi alla protesta, e contro la polizia intervenuta a senso unico sui contestatori della Hasina, senza muovere un solo manganello sulla fazione giovanile a lei vicina. Gruppi dell’opposizione hanno additato sicari prezzolati per fomentare caos e uccidere. Non ci sono prove che abbiano coadiuvato gli attacchi del Chhatra League, ma i sospetti sono tanti. Fra le componenti attaccate dai filo governativi ci sono alcuni collettivi femministi, presenti in strada, che negli ultimi anni si sono battuti contro la pratica dello stupro teorizzata e attuata dai militanti CL. Insomma da tempo il clima interno sta degenerando sul fronte della violenza, perché il partito pigliatutto della premier non tollera alcun genere di critica. I collettivi studenteschi hanno denunciato la presenza in alcune università di aulette adibite nientemeno che a celle di tortura, e si parla anche di omicidi extragiudiziari. Il ministro dell’Interno sorvola sulle accuse, nessun organismo internazionale interviene sulle vicende interne al Paese anche per la buona rete diplomatica tessuta da Hasina durante ogni suo esecutivo. Eppure la piazza continua ribollire, sotto la spinta giovanile anche la popolazione che sembrava narcotizzata si risveglia. Certo, l’attuale potere ha dalla sua parte Forze armate e alcune categorie protette della cittadinanza, ma le tensioni crescono. Tanti bengalesi non piegano più la testa. 


  

giovedì 18 luglio 2024

Bangladesh, sangue su reducismo e protezione

 


Più del fuoco dell’indipendenza, lontano oltre mezzo secolo, sono le conseguenze economiche e i privilegi a rinfiammare in questi giorni le strade di Dacca, Chittagong e altri centri del Bangladesh. Si scontrano con armi improprie ma capaci di far male e uccidere fazioni di studenti pro e contro il governo della premier Sheikh Hasina, al potere ininterrottamente da un quindicennio, dopo esserlo stata a metà anni Novanta. E’ lei a voler conservare spazi privilegiati ai figli e ormai ai nipoti dei combattenti per l’indipendenza del 1971. Costoro godono di quote protettive per l’accesso ai ben remunerati impieghi pubblici, ai quali altri giovani ambiscono e si sentono discriminati. Quest’ultimi rivendicano una selezione meritocratica per quegli impieghi, considerando la misura che la leader vuole mantenere un anacronistico retaggio del passato. Sul tema proteste c’erano già state sei anni fa, e il governo s’era visto costretto a eliminare la norma. Di recente l’Alta Corte del Paese si è pronunciata contro la sospensione, rilanciando la misura d’un terzo delle assunzioni riservate ai parenti dei reduci. Nei tumulti finora si registrano sei vittime, reparti anti sommossa sono stati schierati per via più con l’intento di dissuadere e contenere che di schiacciare una protesta che dopo due giorni continua a montare, occupa stazioni e binari ferroviari, vede partecipare anche le studentesse solitamente esenti da manifestazioni. La polizia non ha esitato a sparare proiettili di gomma, tre delle sei vittime sarebbero state uccise in questo modo, sebbene il governo neghi. Dietro le dirette motivazioni dello scontro alberga anche un conflitto fra il partito della Hasina, Lega Awami, e lo storico partito nazionalista, conservatore che riceve l’appoggio dei ceti medi e della casta militare. All’esordio come primo ministro (1996-2001) Hasina aveva incentivato l’economia,  aprendo spazi a investimenti privati con cui poneva un rimedio alle ampie sacche di povertà presenti nel Paese, che oggi conta 170 milioni di abitanti. L’intento della leader della Lega Awami è stato quello di attrarre capitali esteri per disporre di fondi da destinare a una sorta di politica sicurezza sociale rivolta a determinate categorie: un certo numero di anziani poveri, vedove, donne abbandonate, disabili. 

 

Agli ultimi due gruppi, nella misura contesa in questi giorni dalla piazza, spettano il 10 e il 6% dei posti pubblici. Insomma la storica premier nel proporre da circa trent’anni un’ammortizzazione sociale, è finita a realizzare un populismo politico che le garantisce popolarità e voti, ma conserva sacche di privilegio verso soggetti per nulla bisognosi e di fatto discriminanti nei confronti di quei giovani che ora la contestano. Il passato non è stato sempre rose e fiori per la Hasina, comunque ben vista dalla comunità internazionale occidentale (i suoi figli vivono negli Stati Uniti) per un approccio economico volto a un liberismo morbido. Nel 2007, quando il suo partito era finito all’opposizione, venne arrestata per estorsione. Quindi sulla base d’un presunto tentativo di attentato nei suoi confronti ordito da oppositori, venne liberata. La resurrezione politica si materializza nel dicembre 2008, il successo elettorale la riporta alla guida del Paese e il populismo riprende: impegno contro il carovita, ancora rete di sicurezza per i poveri, sistema giudiziario imparziale e rilancio dei diritti umani. A seconda dei casi disatteso: fece scalpore nel 2012 il rifiuto di accogliere profughi rohingya in fuga dal Myanmar.  Il seguente successo elettorale nel 2014 era macchiato da proteste e contestazioni per violenze e brogli operati dalla Lega Awami, eppure la comunità internazionale, attenta altrove a denunciare questi casi, non mosse un dito. Nel 2016 Hasina volava al G7 in Giappone come ospite dei suoi protettori. L’anno seguente una svolta: il Bangladesh concede rifugio a circa un milione di profughi rohingya e il Paese sfoggia due sottomarini nel suo arsenale militare. Nel 2019 la premier rivince l’ennesima tornata elettorale conquistando 288 seggi su 300 (votò circa il 40% dell’elettorato), e il debito fiscale che nel biennio 2021-22 segnava un aumento del 238% rispetto al decennio precedente, ricevette un sostegno del Fondo Monetario Internazionale. Circa cinque miliardi di dollari per l’ormai nonnina sola al comando. Dribblando scandali, accuse di corruzione e attentati (nella biografia ne vanta addirittura diciannove) Hasina è ancora lì. Non sarà un gruppo di studenti scalmanati a farla cadere. Questo pensa sotto il velo.