Furgone, Tir o auto lanciati a falciare
l’infedele occidentale, turista o residente che sia, ripete il copione già
drammaticamente visto a Nizza, Berlino, Stoccolma, Londra. Stavolta colpisce a
Barcellona e avrebbe potuto farlo ovunque, perché questa è la codificazione più
semplice offerta al jihadismo ‘fai da te’ per seminare sangue e panico alla
stregua dei miliziani addestrati che sanno usare tritolo e kalashnikov. Lo si
afferma da mesi: le sconfitte sul campo e gli spazi ristretti del Daesh
mediorientale, restituiscono all’Europa un buon numero di foreign fighters, le
Intelligence ne contano oltre tremila (un migliaio di Francia, settecento belgi
e via andare anche per i duecento italiani e altrettanti spagnoli) che
potrebbero tornare, o già sono rientrati, nelle città comunitarie. Costoro
potranno proseguire la militanza jihadista colpendo il cuore dell’Europa,
sebbene parecchi siano conosciuti, schedati, magari già osservati e
intercettati. Ma per il genere d’attentato, simile a questo catalano (13
vittime che potrebbero aumentare per le condizioni disperate di alcuni degli 80
feriti) servono identificazione a una causa e sangue freddo, non necessariamente
l’esperienza militare sui campi di battaglia siriano o afghano. Fra l’altro, il
reclutamento per azioni che diventano sanguinose come queste delle vetture
lanciate sulla folla, non avviene in particolari luoghi d’incontro, né
tantomeno in quelle moschee ostaggio di predicatori radicali. Abbiamo visto
come sia la grande rete virtuale a dare corpo e vigore alle nuove leve
jihadiste, in genere giovani, senza un passato né politico né di radicalismo
religioso. Tutto è molto rapido, libero diremmo facile, se non si trattasse di
scegliere la via che semina morte nelle strade; seppure nella mente dei nuovi
combattenti si tratta d’una scelta che vuol restituire, colpo su colpo, quella
destabilizzazione che gli eserciti “infedeli” conducono altrove. Eppure la
casualità dell’obiettivo spagnolo è meno casuale di quel che sembrerebbe. E se
Qaeda nel marzo 2004 colpiva la stazione madrilena di Atocha, causando 192
vittime, per punire l’impegno iberico nelle missioni Nato mediorientali a
cominciare dall’Iraq, oggi il pensiero degli analisti corre al Sahel, alle sue
contraddizioni, agli interessi europei in quelle aree, che sono francesi più che spagnoli e
coinvolgono Paesi come le ex colonie di Mali e Mauritania. Ma la Spagna, che
pure addestra i peshmerga nemici dell’Isis, conta un numero non esiguo di
immigrati marocchini, che assieme ai tunisini hanno in questi anni ingrossato
le file jihadiste. Dati ufficiali raccontano di circa duecento sospettati
fondamentalisti fermati dall’Intelligence di Madrid negli ultimi due
anni, molti di loro erano appunto maghrebini, com’è marocchino uno degli
attentatori di cui è stata diffusa l’identità. Giallo nel giallo, lui non
sarebbe il vero Driss Oukabir, di cui sono stati ritrovati i documenti serviti
per il noleggio del van stragista, bensì il fratello diciottenne Moussa. L’ha
rivelato alla polizia il vero Driss, presentandosi in un commissariato dopo
aver appreso la notizia della mattanza. I suoi documenti sarebbero stati
sottratti e usati dal più giovane, che, però, avendo complici non sembrerebbe
proprio un attentatore solitario. Cosicché la filiera della vicenda è ancora al
vaglio d’investigatori e osservatori geopolitici. Lo è anche la rivendicazione
dell’Isis, giunta in serata. Vera? Falsa? Bisognerà studiarlo. Come sempre non manca di retorica e di finalità
propagandistica quando, in riferimento al luogo dell’agguato, rievoca i fasti
islamici dell’Andalusia. Se l’Isis, pur in crisi, sta cercando macabri rilanci
in terra europea sembra non tralasciare mito ed enfasi che distolgono i seguaci
dall’inevitabile nuova scia di sangue. Oppure li inebriano.
giovedì 17 agosto 2017
martedì 15 agosto 2017
Palazzo Chigi e Farnesina tendono la mano a Sisi
Come nei peggiori governi dell’omertà
l’esecutivo Gentiloni, tramite il ministro degli Esteri Alfano, ha attuato
nella vigilia ferragostana la disonorevole manovra di reinsediare l’ambasciatore
al Cairo. Così Giampaolo Cantini, già da tempo nominato, ma rimasto finora a
casa, è volato nella capitale egiziana. La situazione era bloccata dalla semi
crisi diplomatica innescata un anno e mezzo fa dal caso Regeni, ma sul suo
oscuro sequestro, sulle reiterate sevizie, sul vile assassinio sta prevalendo
la logica dell’affare di Stato e, ancor più, degli affari mercantili
intrecciati dalle due nazioni. Una logica che getta il proprio peso sulle
stesse volontà dei magistrati Pignatone e Colaiocco, depositari italiani dell’inchiesta,
e in precedenti occasioni (in aprile, settembre, dicembre del 2016) sempre
delusi dall’insignificante contributo offerto alle indagini dai colleghi
egiziani. Ora anche i pm della procura romana sembrano accettare taluni
documenti, anche video, provenienti dal Cairo. In realtà nei circa 18 mesi di
tentata collaborazione i due magistrati avevano solo constatato l’inconsistenza
degli indizi egiziani, prove taroccate per false piste atte a coprire le responsabilità poliziesche. In tal
modo le ricerche italiane sono finite ostaggio della limacciosa palude
istituita dalla politica cairota, a cominciare da quella messa in atto dal
presidente Al Sisi e proseguendo attraverso la catena securitaria del terrore
da lui istituita assieme ai responsabili di vari organismi, come il ministro
dell’Interno Ghaffar. Quest’ultimo, da ex supervisore dell’apparato dei mukhabarat, l’Intelligence addestrata da
decenni dalla Cia, più altre figure di vertice del Gotha politico-militare,
hanno la responsabilità morale dei tragici sviluppi del caso Regeni. Costoro
hanno pianificato, organizzato, reso praticabile quella repressione che da
quattro anni affligge la parte degli egiziani che non si piega alla restaurazione.
Nella viscida e fosca rete di baltagheyah,
informatori di quart’ordine o quelli più introdotti negli uffici polizieschi,
come l’Abdallah, capo del sindacato ambulanti (colui che dopo aver provato a
vendere certe notizie allo studioso friulano, l’ha venduto agli agenti suoi
amici) si potrebbero facilmente individuare gli aguzzini di Regeni.
Tutto
questo, però, continua a essere ostacolato perché ogni pedina locale è
funzionale a un sistema costruito, o ricostruito, pezzo dopo pezzo e Sisi non
offrirà mai la testa dei suoi collaboratori. Significherebbe incolpare se
stesso. In molti casi niente era stato toccato dall’aleatorio governo Morsi,
esautorato col colpo di stato bianco del giugno 2013, poi tintosi di rosso
sangue proprio fra il 14 e 15 agosto di quell’anno. Quello spargimento di
sangue e l’orrore non sono mai cessati. Hanno colpito, una dopo l’altra, ogni
sponda politica non conformata a qualcosa che è anche peggio del mubarakarismo
perché gestito senza filtri di parvenza partitica dalla lobby militare. Le
logiche sono le stesse: rilancio del blocco affaristico para occidentale,
seppure siano presenti nel Paese varie aree d’instabilità attaccate dal
jihadismo (il Sinai su tutte e la capitale), che mettono a rischio gli introiti
interni ed esteri del business turistico. Cosicché la vicenda giuridica dell’affare
Regeni è indissolubilmente legata alle politiche dell’Egitto dell’ultimo
quinquennio. Si trascina lo spinosissimo tema studiato da Giulio: l’irrisolta
questione d’un crudele sfruttamento del lavoro salariato, correlata alla
mancata redistribuzione della ricchezza che mostra, come prima e più di prima,
ras e tycoon arricchirsi sulla pelle dei lavoratori, anche quando l’impresa è
diretta da uomini dello Stato che vestono la divisa. I familiari di Regeni, la
società civile italiana ed egiziana, i comunicatori, i sinceri democratici dei
due Paesi e di altri ancora che si sono occupati della querelle, lanciando una
campagna a sostegno della ‘verità e giustizia’, con la scelta della politica
romana vivono un ulteriore abbandono. Il titolare della Farnesina e diversi
politici la giustificano, sostenendo che dalla capitale d’Egitto il nostro
diplomatico potrà osservare, scrutare, capire meglio (sic). Coloro che fanno
finta di non capire sono i nostri politici che, balbettando quest’alibi, accreditano
la prassi bugiarda, depistatrice, cinica, assassina di chi attualmente guida
quel Paese. Personaggi che andrebbero additati sulla scena internazionale, per poterli
contrastare. Chi da noi pensava che i Renzi, i Gentiloni, gli Alfano e i
coriferi che gli fanno eco volessero difendere la dignità italiana, oltre al
senso di giustizia e alla memoria d’un cittadino seviziato, trova una risposta
in simili comportamenti. Regeni viene ancor più umiliato con un percorso di realpolitik
che, come mille altre volte, mira alla conservazione assoluta di omertà e
segreti. E affratella perfettamente le leadership italiana ed egiziana.
venerdì 11 agosto 2017
Israele, il muro nascosto
Un articolo
apparso stamane
sul New York Times riprende la nota ufficiale dei generali israeliani che confermano ciò di cui si vocifera da
tempo: la creazione di muri sotterranei sul confine con la Striscia di Gaza. A
giustificazione della nuova impresa di Tel Aviv ci sono le impressioni degli
abitanti d’Israele che vivono a ridosso del confine, una sorta di voci di dentro.
Rumori di sterro celati da presunte stanze stereo, “scavatrici” con cui Hamas
crea nuovi tunnel per attacchi in territorio israeliano, sino a vere e proprie paranoie di possibili esseri che sbucano dal terreno. A questi segnali, reali o
presunti, i generali di Tsahal prestano particolare attenzione tanto che da
tempo attuano uno specifico addestramento militare. Usano supporti tecnici
che simulano azioni e fasi di battaglia da sviluppare anche negli angusti spazi
dei tunnel. Un lavoro predisposto da ingegneri che hanno messo a punto
strumenti con cui vengono addestrati i reparti che potrebbero affrontare quelle
condizioni di scontro. La preparazione rientra nella tipologia di conflitto fisio-psicologico
da anni studiato e attuato da Israele. Per giustificare l’iniziativa delle
barriere sotterranee (all’epoca di Mubarak si proponeva di crearne anche sul
confine egiziano di Rafah) l’Idf mostra alcune immagini aeree.
Indicano
due presunti ingressi di tunnel presenti a Gaza city: Al-Atatra e Beit Lahia,
in direzione dell’attraversamento di Erez. Uno sarebbe sotto un edificio di sei
piani, l’altro si sviluppa nelle viscere della casa dove vive con la
famiglia uno dei capi di Hamas, in un’area prospiciente la moschea. Tutte le notizie
sono diffuse dal Mossad e sostengono come Hamas stia costruendo
infrastrutture per l’eventualità d’un conflitto nell’area civile. Il documento non specifica se quest’area sia il
territorio israeliano o, invece, quello di Gaza, che farebbe pensare a nuovi
attacchi pianificati contro i palestinesi come lo furono: “Piombo Fuso”
(2008-09), “Pilastro di difesa” (2012), “Margine di protezione” (2014) che
provocarono rispettivamente 1.400, 171 e 2.300 morti fra i gazawi, molti dei
quali civili; 91 vittime fra gli israeliani, quasi tutti militari. In realtà da
tre anni la situazione nell’area non ha prodotto grandi incidenti. Secondo i
fautori d’una sedicente sicurezza grazie all’Iron Dome, il costosissimo sistema
difensivo che intercetta nello spazio aereo possibili razzi e missili lanciati
dalle formazioni della resistenza palestinese.
Di fatto,
anche per la fase di difficoltà politico-militare vissuta dal partito di Hamas
nello sconquasso dell’area mediorientale con la guerra civile siriana e la
liquefazione dell’Iraq. Dalla debolezza del fronte palestinese cerca di trarre
vantaggi la linea securitaria del premier Netanyahu che rilancia la necessità
di sigillare i confini della propria nazione, soffocando le vite dei vicini
gazawi. E visto che l’iperdifesa è un ottimo viatico per le fobìe della
popolazione ebraica il governo rilancia ulteriori spese e per il muro, previsto
a 130 piedi sottoterra, è pronto un miliardo di dollari. Un progetto cui
guardano con interesse vari leader dell’isolazionismo che sdogana paura e
angosce: dall’immancabile Trump antimessicano, agli “europeisti” razzisti di
Visegraad. Mentre esercito e Intelligence israeliani sono impegnati per
evitare che le fasi della costruzione producano contestazioni politiche e
Intifade, un migliaio di maestranze sono già in fase operativa. “La minaccia israeliana non spaventerà la
resistenza”, afferma un portavoce del partito islamista palestinese, aggiungendo
che l’esperienza acquisita nei decenni farà trovare ai combattenti la via per
aggirare il nuovo ostacolo.
giovedì 10 agosto 2017
Taliban, teoria e prassi del jihad afghano (seconda parte)
Fondamentalismo
pre-talebano -
Mentre i progenitori dello Stato Islamico, come Al-Zarqawi hanno speso anni per
complottare, schematizzare, sognare una società islamica, non c’era alcun talib
in quella preistoria. Il network deobandi-sufi, in cui i talebani erano collocati,
ha una lungo processo di attivismo politico specie in Pakistan, dove gli ulema
hanno avuto una funzione di lotta anticoloniale. I mujahhedin, con cui i
taliban si sono rapportati nella resistenza all’invasione russa, hanno
teorizzato uno Stato islamico, ma fra i turbanti solo una minoranza pensava a
questa soluzione, molti ipotizzavano addirittura il ritorno d’un re alla fine
di quel jihad. E’ una sorta di paradosso il loro: volevano rovesciare il
vecchio ordine, forgiare uno Stato, puntare a un processo che spingesse le
prospettive lontano ma restavano piuttosto defilati. Anzi, durante la prima
fase della guerra civile (1992-94), che contrappone l’un contro l’altro diversi
mujahhedin diventati Signori della guerra, parecchi talebani rientrarono nelle
madrase o ripararono nei villaggi del sud del Paese. Preferivano restare
neutrali davanti ai comandanti-banditi intenti a spartirsi la scena di sangue
sulla pelle della popolazione. I partiti islamisti che si dividevano vari
distretti afghani si rapportavano a usi e tradizioni rurali e tribali con un
andamento alternato: talvolta li facevano propri, altre li contrastavano
attuando forme di “rieducazione” e, quando queste non bastavano, introducevano
un’aperta coercizione. Un esempio: la gente di Herat aveva l’abitudine di
allevare piccioni, l’usanza venne cancellata in breve tempo a seguito d’un
drastico divieto. Furono pure proibite le performances musicali, solo per un periodo
vennero ammesse nei matrimoni, ma non durò molto.
Coscienza
critica -
L’Ufficio delle virtù, istituito sotto la presidenza di Rabbani (1992-1996)
vigilava sui comportamenti popolari. E le norme rivolte alle donne, che nel
periodo di governo talebano (1996-2001) diventeranno rigida prassi: come il
divieto d’uscire senza l’accompagnamento di parenti, la negazione di un
abbigliamento attrattivo usando gioielli e profumi, l’impossibilità di rivolgersi
a stranieri, parlare a voce alta in pubblico, erano tutti già presenti nella
quotidianità diffusa, non solo nei villaggi, ovunque i comandanti
fondamentalisti si scontrassero. Assieme a queste proibizioni si attuavano
misure drastiche verso ladri e omosessuali, forme d’oppressione nei confronti
di giovani che venivano rasati (gesto che nella mentalità tribale aveva un
valore di evirazione) per diventare oggetti sessuali delle gang concorrenti. Dal
canto loro i talib si davano un’aria da paladini quando, in mezzo alla guerra
civile, compivano azioni contro i cosiddetti pataks, uomini armati che ai checkpoint depredavano chi transitava.
L’iniziativa rientrava nella propaganda per pacificare il Paese finito nel caos
dei conflitti interni, e a un certo punto i talebani cominciarono a reclamare sicurezza
e l’assoluta necessità di costruire un “vero Islam”. Il progetto vedeva gli
studenti coranici esaltare le radici del ‘villaggio pashtun’ come ideale di
purezza. Dall’aspetto esteriore ai pensieri interiori tutto doveva rientrare in
una specifica filosofia di vita che conservava o ripescava gli antichi costumi.
Dunque barbe lunghe maschili e burqa femminili, demonizzazione delle
innovazioni tecnologiche e anche dell’abbigliamento, ad esempio il vezzo di
allacciare i turbanti. Sul fronte ideologico i talebani puntavano a coniugare
il rispetto della tradizione con le componenti epistemiologica, disciplinare e
strategica, reagivano contro quello che si può definire il modernismo
nell’Islam e puntavano a limitare le influenze del wahhabismo salafita nelle
varie province.
Portabandiera
della lotta all’oppressione - La fase che precedette la loro presa del potere
vide politici e religiosi della famiglia talebana condurre battaglie contro le
posizioni dei vari Rabbani, Sayyaf, Hekmatyar che venivano considerati
diffusori di idee fuorvianti; i testi su cui quest’ultimi s’erano politicamente
formati (molti della Fratellanza Musulmana) furono proibiti. La polemica
viaggiava sul terreno del pensiero e della linea, i talib si facevano
portabandiera della lotta all’oppressione, che non riguardava solo
l’occupazione straniera, ma criticava ferocemente la corruzione dei governi,
quelli fantoccio e quelli sedicenti islamisti. Esaminava il problema della
giustizia sociale contro la depravazione della ricchezza e il lusso,
considerato estraneo ai princìpi della Shari’a.
Toccava argomenti che possono apparire futili, sulla presenza nella vita quotidiana
dei cani, per finire su aspetti nient’affatto secondari che dall’estetica
giungevano all’arte, condannata all’epoca dai miliziani coranici perché
accusata di imitare la creazione divina. Da lì le punizioni lanciate contro gli
artisti, sino alla distruzione di opere-simbolo come i Buddha di Bamiyan. La
teoria della legge applicata con la punizione esemplare, pur nel suo contorno coercitivo
segue un percorso “morale” e svela giustificazioni da “meno peggio” nei casi in
cui i responsabili delle ritorsioni minimizzano il rischio di scenari peggiori,
per cui al confronto delle stragi della guerra civile, le esecuzioni
risulterebbero accettabili… Esistono concettualizzazioni sul tema. Ad esempio,
la battaglia per estirpare il gioco d’azzardo punta non solo a eliminare il
vizio bensì a stroncare l’abilitazione del vizio. Se l’atto, non l’intento, era
soggetto alla disciplina, diventava più sicuro rimuovere le condizioni
sotto cui l’azione illecita poteva accadere.
Il potere
della frusta -
Sul ‘potere della frusta’ due figure centrali del movimento talebano, il
celebrato mullah Omar e il mullah Turabi (che per tutto un periodo collaborò con
lui, vestendo i panni di ministro della Giustizia) diedero interpretazioni
diverse. Il primo sosteneva il valore ‘educativo’ del rigore, Turabi a un certo
punto propose di bloccare le punizioni pubbliche. Alle divergenze pare
contribuisse una certa lotta per il potere presente fra i due chierici
impegnati in politica, e a ben poco servì anche la parentela stabilitasi per
acquisiti matrimoni. Antiche notizie ricordano come nel 1995, durante l’assedio
di Kabul, Turabi cercò di convincere l’altro mullah a negoziare con l’Alleanza
del Nord. Omar oppose sdegnato rifiuto, leggendo nella proposta un tentativo
per screditarlo e farlo rimuovere dal ruolo di leader. Di fatto durante il
quinquennio di regime talebano la polizia religiosa ebbe un ruolo centrale nell’orientare
la vita della popolazione e - a detta degli autori della ricerca Gopal e van Linschoten - la funzione partiva
da aspetti esteriori e comportamentali, entrava nel terreno della corretta via
islamica, ma puntava direttamente a un controllo sociale delle masse. Accreditandosi
come guida spirituale il mullah Omar si
autoproclamò “comandante della fede” (amir
ul-mumenin). Nel dare corpo alla politica amministrativa il governo
talebano dovette fare i conti con questioni finanziarie e mentre condannava il
sistema mondiale delle banche, tranne cercare scappatoie riguardo alla sua
Banca Centrale, si poneva domande sulla raccolta di denaro attraverso le tasse.
Sono quest’ultime in contrasto col santo princìpio della zakat? Questione rimasta insoluta, forse, per la breve durata
dell’esperienza di potere dei turbanti.
Caduta e
risalita -
Mentre tuttora gli analisti s’interrogano sulla volontà talebana rivolta più
che d’inseguire un’arte di governo al desiderio di legittimarlo, all’interno e
all’esterno della Umma, in casa quell’esperienza venne messa in crisi da due fattori.
Il primo risultava interno all’internazionale combattente, e qui spicca il
rifiuto della resa a Bin Laden (l’esatto contrario, dunque, della teoria della
sua protezione sulle montagne fatte bombardare da George W. Bush all’avvio dell’Enduring Freedom). Il secondo riguardava
il malcontento della popolazione contro i divieti imposti alla coltivazione
dell’oppio e per l’obbligo della coscrizione militare. Il voltafaccia della
gente sfociò in un profondo odio. Ma non durò a lungo: sono bastati tre anni di
operazioni militari Nato, le stragi della citata Enduring Freedom e la sostituzione con l’Isaf Mission, (dal 2001 al 2004), quindi l’introduzione del
governo servile e corrotto di Karzai che ha gradualmente cooptato diversi
Signori della guerra, perché agli occhi di tanti afghani i talib potessero
ripresentarsi come gli unici difensori del suolo patrio e rispolverare le
funzioni di guardiani della tradizione e della nazione. Nella propaganda
talebana le similitudini fra il 1980 e il 2001 si sono ripetute
incessantemente: lo sfacciato ateismo, la repressione verso gli ulema in tante
province rurali hanno offerto un quadro cui nuove generazioni, dal 2007 in poi,
hanno prestato ascolto. “Calpestare la
cultura afghana, distruggere il sistema islamico” sono refrain che ritornano in
una propaganda aperta anche all’uso di altri mezzi, un tempo osteggiati
dall’ortodossia talebana per i conflitti ideologici con l’Islam modernista. E
ancora “la Crociata occidentale contro l’Islam”. Sostenendo una battaglia
contro questi pericoli i militanti coranici hanno rilanciato il jihad afghano.
“Questa non è una guerra ordinaria, è una
guerra santa, volta alla difesa dei nostri valori culturali, dell’identità e della
libertà. Se tale è il prezzo dello sviluppo e del nostro sangue, continueremo a
combattere” afferma uno studente coranico diventato comandante sul campo.
Identità,
libertà, sangue e flessibilità - E dal periodo immediatamente successivo alla
caduta del regime, quand’era ancora vivo e vegeto il deus ex machina del
movimento, mullah Omar, i talebani rilanciano il proprio disegno incentrato su
resistenza all’occupazione militare e lotta ai governanti corrotti. Primo
passo: raccogliere e formare nuovi combattenti, ma con orizzonti più ampi del
precedente periodo e un’attenzione alle trasformazioni, riguardante pure quella
tecnologica prima rifiutata e nel caso della telefonìa mobile (20 milioni di afghani
usano i telefoni cellulari) ora utilizzata per la propaganda. Da anni i talib
reclutano giovani che rientrano dai campi profughi pakistani e dal territorio
autonomo confinante (Fata), alzano il livello dello scontro chiedendo ai
miliziani anche il martirio che, dopo la guerra irachena, è diventato pratica
diffusa. Ne trovano giustificazione interpretando alcuni passi del Corano. Il mullah
Omar era contrario alla scelta, non voleva perdere uomini, ma la pratica s’è
diffusa e con essa le stragi, anche di civili. Pur mirando a un proprio credo
ideologico-politico con cui s’oppongono alle tattiche di Jamaat e Broterhood, considerate forze riformiste,
i talebani del nuovo corso sono più flessibili alla circolazione di idee. Ora
accettano confronti con altre componenti islamiche e, in alcuni documenti,
ammettono anche l’aiuto fra non musulmani. Non pongono limiti a tatticismi se
il ritorno può essere utile alla causa. Riflessioni riprese da un loro report,
trattano di taluni impiegati dell’amministrazione del Wardak. “Devono essere considerati infedeli?” è
la domanda posta a un mullah comunicatore. La risposta è affermativa, se, come
si presume, sono pagati dagli invasori che notoriamente non danno denaro senza
contropartite. Eppure essi potrebbero mutare indirizzo e collaborare coi
ribelli… Ora la linea è meno tranciante
e più possibilista. Bastone e carota vengono lanciati secondo princìpi
autoctoni che, però, gli stessi occidentali praticano a proprio vantaggio. Quando
occorre la mano pesante della vendetta, i talib ripropongono un volto
integerrimo, come accade a quei khan,
malek e capi tribù che mantengono cordiali
rapporti coi governativi e dunque vengono puniti. Takfirismo è il neologismo
coniato per comportamenti giudicati contrari alla morale islamica e per questo
considerati empi. I tatticismi esasperano la visione del fine che giustifica i
mezzi, tantoché il network talebano, già diviso in tutta la fase
post-governativa esaminata nella ricerca, vive, specie dopo la dipartita del
mullah Omar, ulteriori frazionamenti.
Tatticismi
- Si
possono incontrare gruppi di insorgenti che collaborano con chi pratica
rapimenti, estorsioni, furti, traffico d’oppio, prassi un tempo inconcepibile
per il rigore talebano. Ma i veri tatticismi sono altri. Riguardano l’analisi,
che nel mondo islamico individua componenti riformiste e rivoluzionarie e ha
condotto il network a osservare e dialogare con entrambi i fronti. Ne deriva
una sua collocazione sulla sponda rivoluzionaria d’un jihadismo che non
dev’essere necessariamente transnazionale. Proprio qui sta la differenza con
gli attori dello Stato Islamico: i taliban afghani pur parlando di Umma non
conducono offensive esterne ai propri confini. Si pongono in un’ottica
nazionale, proponendosi come movimento patriottico volto a riunire la comunità
degli afghani indipendentemente da tribù ed etnìe d’appartenenza. Sembra
abbandonato un cavallo di battaglia del movimento che collocava la maggioranza
pashtun al centro del progetto dell’Emirato. Così il nazionalismo resta, ma si
rivolge a tutta la popolazione. E i reiterati attacchi che continuano a colpire
le minoranze interne, soprattutto gli hazara sciiti, paiono manovrati da quei
dissidenti che hanno creato un cartello con la sigla del Daesh. Certo i talib
delle Fata e in rapporto col Pakistan, come i Tehreek, autori di molte stragi
da Peshawar a Lahore, seguono logiche differenti e opposte i cui sviluppi, con
e contro i turbanti afghani, sono tutte da verificare. Comunque agli occhi dei
politologi si dipana un orizzonte diverso dal ventennio precedente. Con una
costante: la guerra può proseguire al di là della presenza delle truppe
d’occupazione. Un ulema vicino ai taliban ha definito l’Afghanistan “la casa
della guerra” (dar ul-harb) perché lì
si reitera attraverso lo Stato-fantoccio un modello di servilismo
all’Occidente. E da un paio d’anni, nonostante il copioso ritiro dei marines (ne sono rimasti circa diecimila), gli attacchi al governo Ghani
sono cresciuti notevolmente. Tutto questo è destinato a proseguire, e una delle
ipotesi che ha ripreso fiato è la via delle trattative, dell’accordo coi
resistenti, del loro trascinamento nel processo politico in corso. Un espediente,
non nuovo, per contrastare il tatticismo dei resistenti. Sebbene quest’ultimi la partita sembrano
volerla giocare seguendo tutta la distruttiva irregolarità che i nemici
cangianti nei decenni hanno introdotto.
(2 - fine)
mercoledì 19 luglio 2017
Taliban, teoria e prassi del jihad afghano (prima parte)
Partendo dai testi di Amhed Rashid, decano dell’ermeneutica
talebana, ma anche di altri giornalisti che si sono dedicati all’argomento, due
ricercatori del network di analisi sull’Afghanistan (Anand Gopal e Alex Strick
van Linschoten) hanno avviato un interessante studio del fenomeno taliban. In
un primo documento ne distinguono alcune fasi: una precedente al 1979, la lotta
antisovietica e la guerra civile, la creazione dell’Emirato dell’Afghanistan,
che coincide con la presa del potere e il governo del Paese. Quindi crisi e
caduta, conseguenze e compattamento attorno a un progetto di islamismo
nazionalista.
Longevità
- Uno
dei tratti che caratterizza lo sviluppo di varie epoche dell’epopea talebana è
la longevità del progetto. In ogni fase, pur fra alti e bassi del rapporto col
potere, la capacità organizzativa rappresenta un elemento di forza degli
studenti-guerriglieri, correlato alla repressione. Paradossalmente più questa
trova spazio più li rafforza, fornendogli la materia prima rappresentata dai
giovani combattenti, forgiati e cementati dall’ideologia. Buona parte degli
studenti coranici, si sa, si sono formati nelle madrase pakistane durante il
periodo della dittatura del generale Zia ul-Haq, avviata con un colpo di mano
nel luglio 1977 e proseguita per oltre un decennio. Quegli anni conobbero, fra
l’altro, una crescente islamizzazione integralista della società pakistana sostenuta
e incentivata dal presidente che riceveva finanziamenti sauditi per la diffusione
del wahhabismo. I giovani talebani si formavano anche nei campi profughi
dov’erano riparate decine di migliaia di afghani in fuga dall’invasione
dell’Armata Rossa. I ricercatori esaminano materiale documentario, come le memorie
di jihadisti antisovietici che avevano partecipato alla resistenza nel sud del
Paese. Nelle testimonianze di capi guerriglia e di semplici miliziani l’idea
della difesa del territorio da ingerenze esterne si lega a quella dell’onore, alle
virtù innescate dalla repressione, sia interna attuata dai
governi fantoccio, sia esterna supportata dagli eserciti alleati.
Identità - Il messaggio patriottico
dei talebani nelle province in cui sono presenti è un tutt’uno col radicamento
in tali aree di mullah, giovani studenti e fedeli islamici sostenuti dal
desiderio di affermare una propria identità. Il loro periodo di formazione è
lungo. Nasce dai mesi e poi dagli anni di lotta antisovietica degli stessi
mujahhedin, ma va oltre i poteri individuali acquisiti nel tempo dai Signori
della guerra che da quella resistenza sono scaturiti. Il riferimento risale
direttamente alla tradizione islamica presente alla disgregazione dell’Impero
Ottomano e ai successivi rappezzamenti geopolitici coloniali che introducono il
ripristino di monarchie locali, dalle progressiste di Amanullah, al pensiero più
moderato di Narid Shah e del figlio Zahir. Il patchwork islamico, già allora
presente, nell’area dell’ex Pashtunistan (divisa, nel 1893 dalla cosiddetta
Linea Durand, fra l’Afghanistan propriamente detto e quella parte delle Indie
Britanniche che nel Secondo dopoguerra diede origine al Pakistan) punta sempre
a formulare una difesa della propria tradizione culturale contro il dominio
Occidentale. In tal senso le esperienze monarchiche o repubblicane sono viste
dai movimenti islamisti come un puntello dell’imperialismo di ritorno, ben
radicato in tutto il Medioriente con le truppe schierate o con i piani
economici, ciascuno accettato e subìto dai governi considerati
collaborazionisti.
Islamismo - Le forme di
liberalizzazione e modernizzazione della società, vissute negli anni Sessanta e
Settanta del Novecento, vengono considerate forzature da ciascuna componente
islamica, sia dai gruppi armati degli studenti coranici sia da coloro che, nella fase della guerra civile
successiva al ritiro sovietico, entreranno in contrasto coi talib. L’Afghanistan
rurale è un ambiente eclettico, un mix tribale dove permangono elementi di
sufismo. Questo mondo si dà norme della Shari’a
come codice legale, impiegando gli ulama per amministrare la giurisprudenza. Presenti:
lapidazione di adultere, punizioni corporali a uomini e donne, pena di morte,
tutte queste ‘regole’ verranno ribadite e rilanciate durante il quinquennio
dell’Emirato (1996-2001). In precedenza lo Stato, incrementando una presenza
nei villaggi, aveva creato frizioni coi cittadini per un eccesso d’imposte e tramite
l’arruolamento nell’esercito. Dal canto loro khan e malek proseguivano a
organizzare la vita quotidiana mirando a razionalizzare i rapporti sociali e
legittimare l’Islam. Mentre i mullah di campagna, nonostante fossero al libro paga
del governo, amministravano un tipo di religione fortemente legata ai bisogni
locali, si creavano scuole informali e ciò che veniva imparato attorno alla Shari’a non era di certo insegnato nelle
strutture governative. La fase dell’Emirato segna una transizione fra la
regolazione di rituali e l’esigenza d’una moderna arte di governare, una
contraddizione che, comunque, non ha avuto una reale soluzione per la brevità
dell’esperienza.
Integrità e purezza - I talib diventavano la coscienza critica di quel jihadismo combattente
dei mujahhedin. Entrambi i gruppi erano foraggiati dalla Cia, ma i primi miravano (e mirano)
a creare un proprio sistema statale. Ci si dava un codice per preghiera e
lavoro, a nessuno era permesso di addestrarsi in proprio, chi violava le regole
era soggetto a punizioni, era vietato l’uso di droghe e i minori non erano
ammessi fra i combattenti. Tutti questi obblighi diventavano di per sé
portatori di cambiamento profondo e duraturo. Di conseguenza si stilano
progetti su come le persone dovrebbero comportarsi e su come la società
dovrebbe essere organizzata fino a sfiorare l’ossessività ideologica più che
teologica. Buona parte delle tendenze intransigenti su musica, segregazione e
oppressione femminile viene dal retroterra dei luoghi di formazione, ma risente
anche dei tratti integerrimi con cui il jihadismo talebano ama distinguersi dal combattentismo mujahhedin.
Quest’ultimi militanti erano e sono considerati rozzi e ignoranti dagli studenti coranici
che, all’interno della stessa rivoluzione delle gerarchie sociali e tribali
seguita a decenni di guerriglia, hanno incarnato il ruolo dei guardiani della
Sunna, imponendosi un programma di autodisciplina che quasi sfiorava
l’ascetismo. Gli esempi del mai dimenticato mullah Omar, ispirato da maestri
sufi, e dell’attuale guida politico-militare, e secondo molti, spirituale lo sheikh-ul Ḥadīth Haibatullah Akhundzada lo
testimoniano. (cfr. http://enricocampofreda.blogspot.it/2016/05/haibatullah-luomo-della-fede.html)
domenica 16 luglio 2017
Erdoğan, il patriota tagliatore di teste
L’anniversario della paura trasformatasi in
forza, torna a essere apoteosi dell’uomo simbolo dell’odierna Turchia. A lui si
stringe la folla dei patrioti che ne approva tutta la furia seguente, ritrovandosi
nel cuore della notte istanbuliota a ricordare l’orgoglio anti golpista e
osannare un anno di vendette. Rivincite attuate e rappresaglie promesse: “Taglieremo la testa ai traditori” giunge
a gridare il presidente. E se usa lo stile del califfo Al Baghdadi mentre il
mondo osserva e ascolta, sa di poter affondare il metaforico coltello nelle
gole. Non si tratta solo d’una frase a effetto, la truculenza che Erdoğan regala
a una platea interna eccitata è momento di vanto nelle ore in cui si scoprono
le steli dei 249 martiri difensori della patria. Ed è sondaggio esterno per
capire l’aria che tira davanti al suo progetto di reintrodurre quella pena di
morte che egli stesso, nel 2004, aveva congelato. Sembrano trascorsi decenni,
soprattutto per coloro che come la numerosa comunità kurda sperava in un
processo di possibile pacificazione, mentre è più di altre opposizioni colpita
e smantellata nella sua articolazione rappresentativa, con finanche i
co-presidenti del partito Hdp agli arresti. Si tratta degli effetti
collaterali, e che effetti! Hanno condotto il partito islamista turco ad alzare
il tiro contro tutti.
Così coloro che non appartengono alla cerchia di
attivisti, sostenitori, elettori Akp con diventati automaticamente traditori,
pericolosi attentatori della democrazia e della nazione. Terroristi. I fatti
son noti: dallo stato d’emergenza rilanciato per tre cicli, in queste ore ne
scatta il quarto, scaturiscono arresti di membri delle Forze Armate (169
generali e ammiragli, 7000 colonnelli e ufficiali, circa 9000 poliziotti di
vario rango, 24 governatori provinciali, cui s’aggiungono 30.000 sospettati
sempre in divisa, e secondo i dati forniti di recente dal ministero della
Giustizia 2400 giudici). Un totale di 50.000 arresti che vede in gabbia anche centinaia
fra giornalisti, avvocati, docenti. Mentre 130.000 appartenenti anche a queste
categorie, con l’aggiunta di un’infinità di ceto impiegatizio, sono messi fuori
dalla catena lavorativa tramite licenziamenti, rimozioni, pensionamenti. Un’epurazione
senza precedenti. Molti appartengono al potente movimento Hizmet, associazione caritatevole islamica col pallino del
business, che il predicatore Gülen ha messo su assieme a tanti adepti prima di
volare in Pennsylvania. Dell’antico progetto d’infiltrare lo Stato kemalista (che
fino alla fine del secolo scorso perseguitava i politici islamisti, compreso
Erdoğan) restavano solo i molti infiltrati nel corpaccione statale e non.
Di questo l’allora premier e poi presidente
sapeva, non foss’altro perché il piano l’aveva concordato coi gülenisti. Ciò
che probabilmente non s’aspettava, anche dopo la rottura del 2013, era
l’organizzazione d’un golpe ai suoi danni. Uno che si sente sultano non teme un
imam seppure scaltro e riparato in America. Invece la vicenda sembra essere
stata questa: l’organizzazione Fetö ha
provato a rapire (e magari uccidere) il presidente, sebbene Gülen neghi e di
rimando accusi l’ex compare d’aver orchestrato tutto per diventare dittatore di
fatto. Ma anche Kılıçdaroğlu, il leader dell’opposizione repubblicana al
governo dell’Akp, recente marciatore con centinaia di migliaia di turchi per
stabilire nel presente e nel futuro del Paese giustizia e democrazia, ammette
che se quella notte i complottisti avessero portato a termine il colpo di mano,
un disastro si sarebbe abbattuto sulla popolazione. Erdoğan gongola, continua
ad alzare il tiro, sventolando minacce. Quella della pena di morte la userà per
nuove trattative, con l’Europa e col mondo. Visto che dal rifugio ai profughi,
al ridisegno dell’assetto mediorientale, al doppiogiochismo su jihadismo e
dintorni, ai venti di guerra presenti e futuri nella regione, la sua presenza
continua a essere molteplice e pluridirezionale.
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