domenica 16 novembre 2014

Kabul, autobomba sul piano di sicurezza



Mentre il presidente Ghani discorre a porte chiuse e stringe la mano del premier pakistano Nawaz Sharif, discutendo sul futuro e sulla sicurezza indispensabile per stabilirlo, c’è chi dice no. Lo manifesta a suon di autobomba che esplode durante il passaggio d’un corteo di vetture parlamentari intente a raggiungere i palazzi di rappresentanza. Fra esse quella di Shukria Barakzai, onorevole e avvocato impegnata (a suo dire) a favore dei diritti delle donne, rimasta leggermente ferita. Ferite anche altre ventidue persone, per tre non c’è stato nulla da fare. Allungano la lista dei caduti nel conflitto latente e ossessivamente presente nella quotidianità afghana. Erano kabulioti di passaggio sul luogo della deflagrazione che, fortissima, ha rimbombato in un’ampia zona della capitale. Esistono due agende contrapposte fra chi cerca nuovi equilibri e chi conserva caos consolidati. I rappresentanti istituzionali di due nazioni contigue che a lungo si sono guardate in cagnesco, con l’accusa afghana rivolta a Islamabad d’interferire e attentare all’unità nazionale sfruttando a suo vantaggio la totale instabilità dei vicini, paiono tornare a dialogare. Nel nuovo corso politico avviato da Ghani, che avalla i piani statunitensi di vigilanza sul territorio attraverso le basi dell’aeronautica militare, e di sfruttamento del sottosuolo con propri gruppi d’impresa e garantendolo ad altri businessmen, le ragioni di sicurezza restano centrali e irrinunciabili.
L’insorgenza talebana lavora contro tale progetto, che non appare distante dagli intenti imperialisti dei decenni precedenti serviti a depredare il Paese, tarpando le ali a sviluppi autoctoni. In genere i seminatori di terrore e morte mirano a elevare il livello della paura per tenere congelata l’anomalìa, solo che quest’ultima esplosione può non rientrare nei piani caotici inseguiti dal contropotere dei turbanti. Costoro non hanno rivendicato l’attacco contro i parlamentari e l’hanno disdegnato, per cui Ghani potrebbe scoprire di non avere già più quell’ampio consenso frutto del compromesso dei mesi scorsi e di trovarsi dei sabotatori occulti in casa. Oppure semplicemente riceve da qualche alleato dell’amplissimo clan di sostegno, segnali di sgradimento sugli ultimi passi. Il Pakistan stesso che ha mire egemoniche sull’intera regione, vive frizioni con la componente talebana più intransigente che vuole continuare ad agire indisturbata nell'area Fata, già territorio a sé dal lato afghano e dal versante pakistano. Da uomo di business e d’apparato internazionale Ghani fa politica basandosi sull’economia. Le due trasferte in successione che l’hanno condotto in Cina e ora in Pakistan partivano dalla sfera economica per toccare altre questioni. Se i cinesi per gli affari chiedono un panorama tranquillo o comunque controllato, i pakistani guardano a piani di collaborazione sulla sicurezza che portino i propri “consiglieri” nei gangli dell’Afghan National Security Forces. Fra una settimana il 23 novembre si ritroveranno tutti all’assise della Saarc, l’associazione della cooperazione sud asiatica, dov’è presente anche l’India.

venerdì 14 novembre 2014

Egitto, lo scontro del terrore

Taluni analisti iniziano a domandarsi quanto siano utili azioni e metodi antiterroristi dell’esercito egiziano nella caldissima regione del Sinai. Secondo l’establishment cairota, che è un tutt’uno col presidente-generale Al Sisi, lo sono. Ma l’escalation di attacchi, sino a giungere a quello dello scorso 24 ottobre che ha ucciso 31 soldati, e le rabbiose reazioni militari lanciate indiscriminatamente contro vari soggetti stanno facendo riflettere. Una repressione durissima che, mirando al terrorismo islamico, plana non solo su membri delle tribù beduine, considerate fiancheggiatrici e in alcuni casi esse stesse jhadiste, ma anche sugli abitanti della zona di confine prossima al valico di Rafah, quello che conduce alla Striscia di Gaza. Negli ultimi tempi i frontalieri hanno subìto arresti e torture oppure sono incappati in rapimenti stile Rendition, metodi noti ai mukhabarat addestrati dalla Cia mai scomparsi fra le stellette egiziane. E riornati di moda con la linea politica voluta dall’uomo forte della rinascita nazionale sotto il segno della restaurazione. In aggiunta sono arrivate le ruspe che fanno piazza pulita di case, radendo al suolo tutto, in perfetto stile Tsahal. Ora l’area attorno a Rafah lamenta una trasmigrazione forzata di popolazione per ragioni di sicurezza.
Si riflette sulla sostanza, oltreché sulla forma che nel caso di misure eccezionali non segue certo la strada delle buone maniere. L’intento di Sisi e di una parte del ceto politico egiziano era colpire gli avversari della Fratellanza Musulmana, e così è stato. Non ripercorriamo quanto si conosce sulla prassi seguita dopo la defenestrazione del presidente Mursi, legittimata coi massacri della Moschea di Rabaa. Dalle settimane di luglio-agosto 2013 il giro di vite ha raggiunto picchi elevatissimi, s’è poi abbattuto su altri elementi: attivisti laici del movimento di Tahrir, intellettuali e blogger più o meno noti, giornalisti egiziani, cronisti stranieri. Paura, silenzio, omertà hanno ripreso piede nel Paese che s’era sollevato contro la quarantennale dittatura. L’estrema coercizione crea spazi per soluzioni estreme e da mesi si valuta il reclutamento che forze jihadiste come Ansar Beit al-Maqdis - già filo Al-Qaeda ora avvicinatasi all’Isis - stanno registrando. Le adesioni possono arrivare dalla stessa area intransigente della Fratellanza, secondo alcuni sempre permeata dalle dottrine armatiste di Qutb, secondo altri “costretta” a tale passo dall’impossibilità di seguire una via politica legalitaria e ufficiale.
A sostegno della teoria del legame fra Brotherhood e il citato gruppo jihadista – dallo scorso aprile inserito da Stati Uniti e Gran Bretagna nella lista del terrorismo mondiale - ci sarebbero finanziamenti provenienti dal magnate Khairat Al-Shater, vicepresidente della Fratellanza, in prigione dal 5 luglio 2013. Sebbene su iniziativa del procuratore generale Barakat i beni di Al-Shater, Ezzat, Al-Khatany e altri membri della Confraternita vennero congelati qualche giorno dopo l’arresto e da allora ne viene impedito l’uso. In realtà non è facile stabilire se quest’operazione sia riuscita a pieno, soprattutto riguardo alle ramificazioni di finanza mondiale che il potente e ricco Al-Shater aveva col suo patrimonio nato nei settori tessile e alberghiero, ingigantitosi lungo il percorso imprenditoriale. Forse occorrerebbero rogatorie internazionali che nessuno ha mai richiesto.  L’altro uomo d’oro della Fratellanza è Hassan Malek. Nei mesi del governo Qandil il suo Egyptian Business Development stilava accordi economici con Turchia e contemporaneamente con Spagna, Olanda, Gran Bretagna, Canada, India, seguendo la ferrea legge dell’affarismo di mercato ovunque applicata. Ben oltre la scoperta di chi finanzia chi, utile a svelare taluni misteri che nel caso di petromonarchie, Turchia e parecchi ‘aid’ statunitensi sono sotto la luce del sole, è utile soffermarsi su particolari che introducono scenari di medio termine.
Un Egitto destabilizzato, in una regione infuocata, non fa bene soprattutto alla vita egiziana. Il Sinai, deserto a parte, è zona d’introiti turistici, linfa vitale per l’economia di casa. La cura militare sembra favorire un caos ancora più aspro dei mesi scorsi, per l’acuirsi del livello di scontro interno e l’alibi offerto alle posizioni estreme del fondamentalismo salafita applicato da Ansar e dai gruppuscoli alleati dell’internazionale jihadista. La situazione s’ingarbuglia ulteriormente se s’ipotizza la pratica d’infiltrazione rivolta all’elefantiaco corpo militare e degli stessi organi di sicurezza. I terroristi potrebbero imitare la tattica dell’arruolamento di propri miliziani per colpire dall’interno. Non tanto per abbattere un simbolo come fece Al Istambuli l’uccisore di Sadat, quanto per creare tensione continua con centinaia di agguati, come fanno i talebani inseriti nell’esercito afghano. Sospetti sono sorti durante le indagini sull’attentato al quartier generale della polizia, ma sono rimasti sotto traccia. Fra le ipotesi anche quella di un’esplosione creata ad arte da porre sul piatto della bilancia elettorale, per quanto dall’esisto scontato. Certo le bombe ai gasdotti, i razzi su Eilat, le sparatorie sugli uomini in divisa sono frutto di elaborazioni autoctone dell’islamismo armato. Però nel Sinai “Falcon uno e due” degli anni 2011 e 2012, più la “guerra” lanciata dal settembre 2013 non sembrano sinora efficaci come Al Sisi s’aspettava.


mercoledì 12 novembre 2014

Soheila, il passero di Kabul

Quella di Soheila è storia dolce e drammaticamente vera. La narra il documentario “To kill a sparrow” del Center Investigative Reporting che ha avvicinato la ragazza dopo la sua liberazione da due prigionìe: dal carcere di Kabul dov’era rinchiusa e dal marito da cui scappava. In realtà la fuga maggiore Soheila la compie - come tante donne afghane - dai tentacoli della tradizione e d’una faziosa e distorta interpretazione della religione islamica voluta dalle figure maschili di famiglia e della società. Nell’ascoltare le loro giustificazioni ci si sente schiacciati da un pensiero granitico che comprime gli stessi aguzzini delle donne. Oppressori a loro volta oppressi da consuetudini, tribalismo, ignoranza, conformismo,  opportunismo maschili e maschilisti. Soheila finisce nel vortice infernale della persecuzione giudiziaria dopo aver lasciato il consorte cui era stata promessa da quando aveva cinque anni. Promessa paterna, diffusissima in Oriente. Quindi inseguendo l’incontro con l’uomo di cui s’innamora. Gli dice: “Portami via di qui oppure vendimi; portami via o m’uccido”.
Quell’uomo è Niaz, un suo cugino, che dovrebbe rispettare famiglia e tradizioni, ma non ha altri orecchi che per il richiamo del cuore. Conduce Soheila nella capitale dove qualcuno gli suggerisce di sposarla. “Perché non lo fai, sei scapolo?”, lei però non è libera, l’unione è illegale così i due scelgono di vivere nascosti. Il padre della ragazza, vecchio quasi quanto il marito abbandonato, si rivolge alla polizia denunciando la figlia. La sorte o una soffiata conducono gli agenti nella zona dove Soheila vive e una volta scoperta finisce in prigione. Niaz non si dà pace, va dalla polizia anche lui. Racconta: “Mi sembrava impossibile stare fuori mentre lei era reclusa, volevo regolarizzare il nostro amore. Lei avrebbe divorziato”. Amore, divorzio: illusioni nell’orizzonte del fondamentalismo tribale. Ancora Niaz: “Protestavo perché tutto mi sembrava illecito, così hanno arrestato anche me. Avrebbero dovuto imprigionare suo padre che l’ha venduta come fosse una mercanzia. Non c’è legge né Corano che ammettono questo comportamento”. Non la pensa così il padre avvinto alla tradizione più conservatrice.

La nostra religione non fa fare a una figlia ciò che vuole, secondo la legge islamica una ragazza deve sposarsi con colui che il padre ha scelto. La donna gli appartiene e non ha diritto di rifiutarsi”. Perciò Soheila sta in un carcere femminile, Niaz in uno maschile. Dopo sedici mesi di detenzione lei viene liberata per un’amnistia che il presidente Karzai concede a chi non ha commesso crimini gravi. Il suo innamorato, però, rimane recluso. La donna torna nella casa d’origine parlando di divorzio e si ritrova inquisita: padre, fratello, cognato, zio tutti i parenti maschi l’accusano, l’insultano, la picchiano. E’ il disonore della famiglia, per causa sua sorgeranno faide. Il padre le fa una proposta: “Ti riammetto in casa solo se ucciderai tuo figlio”. Soheila non risponde, fa capire che ci penserà. La notte stessa fugge ancora. Trova protezione in una casa-rifugio, medita di lasciare l’Afghanistan, sebbene Niaz sia prigioniero… I parenti non si danno per vinti. “Noi vogliamo convincerla a tornare e seguire i nostri consigli, se non lo farà la uccidiamo. Non saremo dispiaciuti, sarà come sparare a un passero”.  

lunedì 10 novembre 2014

Afghanistan, l’Usaid aiuta le donne

Rula - S’è mobilitata anche la First lady Rula Ghani che sul tema sta sostenendo un marito impegnatissimo nella fase seguente la sua designazione ufficiale a Presidente. La nuova leadership afghana per celare-distrarre-alterare la realtà dell’establishment politico sulla condizione femminile lancia una campagna a sostegno d’una non meglio precisata “responsabilizzazione” della figura femminile. L’intento sarebbe quello para modernista di divulgare ciò che un tempo (durante la monarchia di Zhair Shah) era consentito alla donna: l’impegno palese e pubblico sul fronte lavorativo. Tutto ciò che una visione restrittiva dell’Islam corrente, non solo fra i talebani, di fatto impedisce od ostacola. Per far questo i Ghani s’affidano a una vecchia presenza della discussa e discutibile famiglia della cooperazione mondiale: la statunitense Usaid. Susan Markham, rappresentante dell’organizzazione, è stata intervistata da Tolo tv. E affinché un piano d’aiuti di 216 milioni di dollari si sviluppi, ha ribadito la necessità di stare alla larga dalla corruzione e operare con strutture politiche trasparenti d’un governo democratico.
Le buone intenzioni - Se la recita delle buone intenzioni risponde al copione, essa cozza contro l’ultima farsa politica: le imbrogliate elezioni presidenziali. La sua evoluzione nelle ultime settimane vede mister Ashraf impegnato su vari fronti, quelli che maggiormente contano sono ovviamente l’occidental-statunitense, cui appartiene anche l’iniziativa “Promote“ targata Usaid e l’asiatico, incentrato sui rapporti economici con la Cina. Dopo il recente viaggio a Pechino, Ghani parteciperà all’assise del Saarc (South Asian Association Regional Cooperation) prevista il 23 novembre. L’aiuto alle donne prevede che 75.000 di loro possano impostare una carriera e scalarla nei propri settori d’intervento. E’ un passo, che potrebbe però accondiscendere alla limitazione settoriale, rivolta a elementi d’apparato come le attuali parlamentari afghane ben poco disposte a svelare i risvolti del potere che colleghi, ministri, funzionari, affaristi utilizzano contro il genere femminile. E discriminare la gran massa delle donne del Paese. Inoltre la libano-statunitense Rula, vicina al marito all’epoca del suo lavoro presso la Banca Mondiale, nell’intervento sulla realtà del Paese lancia un assist agli amichevoli aiuti di Usaid. Sui quali è bene meditare. 
Usaid, nel segno del comando – La United States Agency for International Development ha nel suo dna uno scopo preciso derivato dal Foreign Assistence Act che il presidente John Fitzgerald Kennedy avviò nel 1961. In tal modo il sostegno economico, tecnico, sociale verso altre nazioni diventa una seconda arma da accoppiare a quella militare, un ulteriore supporto alla dottrina Roosevelt sulla supremazia e il controllo statunitense nel mondo. Export-import Bank, Development loan fund, International Cooperation Administration fungevano egregiamente da maschera per i suddetti fini. Senza seguire gli oltre sessant’anni di onorato servizio per la Casa Bianca ci riferiamo a qualche vicenda che ha coinvolto l’importante struttura in Afghanistan secondo quanto già rivelato da giornalisti che hanno narrato certe “imprese” di questa grande Impresa. Gli abusi più recenti in terra afghana spesso sono descritti dalla sola stampa locale: da Kabul Presse si riscontra nel 2007 un inefficace e inadeguato utilizzo di 240 milioni di dollari per il supporto all’agricoltura nel nord e sud del Paese.
Ammanchi, scandali, stravaganze - Nel 2010 24 milioni di dollari investiti per una legge di stabilizzazione dei servizi presero altre vie. La pubblicizzazione del misfatto fece muovere un assistente del Segretario di Stato Usa, i vertici di Usaid si giustificarono e partì un’inchiesta di cui però a tutt’oggi mancano le conclusioni. Nello stesso periodo non si riusciva a comprendere la destinazione di 3.8 milioni di dollari, nessuno spiegava come il denaro fosse stato o venisse al momento utilizzato a Kabul e dintorni. Crebbero i sospetti di cattiva amministrazione e collusione con presunte Ong locali gestite da mafiosi e signori della guerra e degli affari. Anche in questo caso trasparenza e verità sono rimasti concetti vaghi. Piuttosto chiacchierate altre iniziative: la fornitura, lautamente pagata, d’interpreti in dari e pashtun a truppe della “Mission essential personal”, una struttura di contractor che lavorava per il Pentagono. In svariate occasioni gli interpreti non furono in grado di tradurre correttamente gli avvertimenti su imboscate subìte dalle milizie mercenarie per mano talebana. E ancora: le stravaganze di pagare coi fondi pubblici compagnìe di danza da spedire fra i militari, seppure non ci fosse nessuna Marylin a ipnotizzare le truppe.
Spreco di denaro – Il quadro, tutt’altro che edificante, s’arricchisce di ulteriori cadute con la nota di copiose unità d’impiegati inoccupati, tenuti in sede o inviati sul territorio afghano a far nulla, riscuotendo però emolumenti accresciuti dall’indennità di “rischio”. Coloro che per coscienza o indignazione denunciavano sperperi e paradossi hanno subìto ritorsioni ed è utile sapere come l’andamento sia rimasto inalterato sotto le amministrazioni Repubblicana e Democratica. Nonostante le promesse di pulizia e le buone intenzioni corpo e spirito di Usaid non sono mai cambiati, così nel 2010 un altro report evidenziava l’addestramento dei giudici afghani affidata a un’unica azienda senza indire gare d’appalto. Cifra prevista: 24,5 milioni di dollari, spesi senza controlli né conseguenze. Precedenti progetti (fattorie per l’allevamento di pollame) s’erano rivelati clamorosi flop e i vertici dell’organismo non hanno mai spiegato i motivi per cui 145 fattorie su 180 avessero rifiutato d’investire nel business dell’allevamento. Le scelte di Usaid sono state criticate anche per la distrazione di denaro da obiettivi primari come quelli alimentari, visto che tuttora un terzo della popolazione afghana consuma un pasto al giorno.

sabato 8 novembre 2014

La Guerra, il coraggio, i prati

E’ stata Guerra ed è stata Grande, così l’hanno definita per i numeri: fra i sedici e i venti milioni di morti. Ammazzati e crepati. Nove di qua, sette di là e tre milioni che non si sa di chi fossero. Alla fine della conta non importava più, tanto di nomi con cui infarcire lapidi ce n’era un’infinità. E degli sconosciuti uno valeva per tutti, consacrato in un mausoleo nazionale. Ogni Patria ebbe il suo Milite Ignoto. Fra i cadaveri anche sette milioni sette di civili, che per uno scontro da campi di battaglia e senza le enormi stragi dal cielo è un bel record. Record, come nello sport, che però fermava la neonata passerella olimpica piegandosi alla contesa armata, diversamente da quanto accadeva nell’antico mondo. Ventidue nazioni partecipanti sui due fronti. Partecipanti, come fosse una gara. La corsa alla morte certa, che i teorici di classismo, autoritarismo e dominio definivano purificatrice. Loro, più folli dei tiranni Cecco Beppe e Zar Nicola. Loro, intellettuali cinici,   cullati nel ventre delle democrazie borghesi nutrite dalla linfa coloniale. Bramavano un aiuto “igienico” più potente di quanto la natura già dispensava di suo con la febbre spagnola.
Numeri e carni da macello, lacerati com’erano i soldati-contadini di ogni landa spediti dietro a un vessillo a scannarsi per prendere una valle, un monte, allargare il confine su un crinale. Su un angolo d’una cima (venti, quaranta metri orizzontali?) c’è il manipolo di eroi dipinto da Ermanno Olmi che su carni straziate e capitani di ventura già s’era cimentato col semi biografico ed estetizzante “Il mestiere delle armi”. Ma non c’è arma più potente del ricordo con cui il regista ricompone i racconti del padre ex soldato, scampato per sua fortuna al possibile castigo della guerra. Riempita poi di festeggiamenti e orgoglio. Di Patria risorta, Risorgimento compiuto, riscatto morale, ma anche di rancori per chi, fuori d’ogni realismo, voleva tutto e cercava altre imprese e sciagurate battaglie, vaneggiando di “vittoria mutilata”. La Storia dell’ultima pellicola olmiana, è semplice e vera come la radice buona che la terra nutre e fa fruttare. E’ piena  dell’essenza rurale ch’egli conosce e rimpiange. Narra dell’eroismo naturale del contadino e montanaro in divisa, capaci di stare per mesi sotto quattro metri di neve. Sottoterra.
Febbricitante e malnutrito, pronto a morire (Patria o no) a ogni battere di ciglia, di scemenza tattica dei propri comandi, di mortaio nemico, di assalto alla baionetta inferto o subìto. L’ungarettiana “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” aveva poetizzato la straziante condizione, l’attesa, rassegnata o meno, non fa differenza. Esserci e condividere odore del sangue e ordinarie paure, pustole e pulci, missive e sogni, desiderio di vita e canzonette, ben lontani dalle aberrazioni guerrafondaie di grandi penne della narrazione, invasate dalle categorie delle proprie ossessioni combattentistiche trasformate in missione e lavacro (“Coraggio significa farsi inchiodare, da soli, alla croce della propria missione, significa professare fede in quel che si pensa, per ciò in cui si è combattuto e caduto, anche esalando l’ultimo respiro con ultimo guizzo nervoso…”. Da Ernst Jünger, “La battaglia come esperienza interiore”, Piano B, traduzione di Simone Buttazzi). L’animo afflitto del montanaro-soldato, che non vedrà più il verde dei prati, né il familiare abito d’oro del larice, attende il suo turno di vita o di morte fuori dalla retorica e dal fanatismo, con la saggezza d’un istintivo rapporto esistenziale. Il suo coraggio è molto più grande di qualsiasi missione, patriottica o vitalistica. E’ il coraggio di essere uomini che affrontano il destino.

mercoledì 5 novembre 2014

Nidaa Tounes, il vecchio vestito di nuovo


Un mix di liberali e conservatori tutti invariabilmente liberisti, uomini vicini a Bourguiba, come il leader ottantottenne Essebsi, ministro degli interni e degli esteri del presidente-padrone, poi premier lui stesso per dieci mesi del 2011, dopo la fuga del despota Ben Ali. Nidaa Tounes, il nuovo primo partito della Tunisia elettorale, è una creatura di due anni di vita e appare come un coacervo di componenti unite dall’interesse di contrastare l’Islam politico di Ennahda, che timori e odi ha creato fra cittadine e cittadini della società laica. Eppure accanto ai volti di tanti giovani e speranzose donne appaiono certi businessmen, definiti dalla stampa economica compari di Ben Ali. Divenuti suoi amici subito dopo la  presa del potere tramite il “colpo di Stato medico”, lo stratagemma cui prestò consigli in qualità d’esperto d’intrighi internazionali, il premier italiano dell’epoca Bettino Craxi. Insomma nel partito del rilancio laico circolano affaristi poco raccomandabili, sodali del clan mafioso dei Trabelsi, cui apparteneva Leila, tragica first lady della Repubblica tunisina.
Durante la governance dei coniugi Ben Ali il Paese era messo a servizio dell’affarismo corrotto d’imprenditori, taluni locali, molti stranieri, senza che la popolazione ne ricevesse benefici economici e d’emancipazione sociale. Al di là della zona costiera, dove si concentravano alcune industrie e si sviluppò un’attività turistica, il resto del territorio restava arretrato e abbandonato, la redistribuzione della ricchezza era inesistente sia negli scarsi salari, ridotti anche nelle aree produttive diffusamente sindacalizzate, sia negli introvabili servizi. Per tacere del sud e di zone periferiche soffocate da disoccupazione e carovita. E’ così che si è giunti a Sidi Bouzid, al gesto estremo dell’ambulante Bouazizi immolatosi fra le fiamme e divenuto miccia della ribellione all’uomo che guidava la nazione con 99% di consensi. Il resto è storia nota: la sua fuga precipitosa a Jeddah, le casse coi denari di famiglia smistate nei paradisi fiscali e in istituti di credito sicuri. Quindi sul fronte della “rivoluzione dei gelsomini” sogni e speranze d’acquisire dignità sono finiti nell’urna e poi nelle mani dell’islam di Ennahda che prevaleva su tutti.
Pur non comportandosi come la Fratellanza egiziana, il gruppo di Gannouchi ha avuto un rapporto controverso con l’amministrazione pubblica, toccando con mano la difficoltà nell’affrontare questioni d’investimenti e lavoro per evitare i ‘balzi dell’illusione’ verso Lampedusa. Tutto inutile, perché disoccupazione e disperazione continuano a intossicare la vita dei giovani più poveri e obnubilarne la mente col mito del denaro facile all’estero. A qualcuno il micro affarismo, spesso basato sulla criminalità piccola o media dello spaccio, riesce. A qualcuno. Gli altri rimangono a sperare in governi con risorse e idee scarse o tramutano la rabbia in guerra santa. Ansar Al-Sharia è stata, ed è, una realtà presente nel Paese e odierne statistiche sull’ondata dell’internazionalismo jihadista parlano di quattromila combattenti, divisi fra Siria e Iraq, provenienti dalla Tunisia. Se tutti motivati politicamente, pur nel sanguinario progetto del Califfato, è da vedere. In ogni caso chi come Jund al-Khilafa, ha rapito e ucciso la guida alpina Gourdel l’ha fatto da retroguardia d’un banditismo posto a metà strada fra crimine e disegno politico.
Contro l’aria cupa che un certo salafismo - da cui Ennahda ha preso le distanze dopo gli omicidi degli attivisti Belaid e Brahmi - agita soprattutto nelle aree periferiche, il movimento laico ha ripreso forza. Non solo quello progressista vicino al Fronte Popolare, ma l’aggregazione diventata maggioritaria nel calderone di Nidaa Tounes, dove le forze volontarie  che raggiungono la ragguardevole cifra di 100.000 unità possono finire per far da volano alla restaurazione d’un passato già noto. Un grido dall’arme lo  lancia in queste ore il leader del Partito Repubblicano e presidente ad interim Moncef Marzouki. Intervenendo all’avvìo delle elezioni presidenziali previste per il 23 novembre, l’attivista per i diritti umani che ha conosciuto carcere e tortura del regime di Bourguiba mette in guardia da possibili rigurgiti di autoritarismo già vissuti dalla gente di Tunisia. Marzouki ammette personali errori del recente passato politico, principalmente sul non brillante governo islamico appoggiato anche dal suo partito ed Ettakotol, ma invita i laici democratici a guardarsi attorno. Su 27 candidati alla presidenza i più accreditati sono lo stesso Marzouki, Essebsi e Slim Riahi, un affarista posto a capo dell’Unione Libera Patriottica, il raggruppamento giunto al terzo posto nelle consultazioni della scorsa settimana.