L’hanno uccisa mentre lavorava nella località di Al-Tayri. L’hanno finita deliberatamente quando si rifugiava in una casa insieme a un collega fotografo. Saltata l’intera casa, impedito l’accesso a un’ambulanza che interveniva in soccorso. La vittima è Amal Khalil, giornalista quarantatreenne della testata Al-Akhbar e corrispondente di altri media. L’ha uccisa chi? I Terminator di Israel Defence Forces l’esercito del crimine, la macchina sterminatrice dell’entità sionista che vuole disgregare il Medioriente e ci riesce grazie alla complice viltà del mondo. L’assassinio, mirato come quelli ordinati dal governo Netanyahu, e rivolto a capi di Stato o semplici bambini, tutti terroristi secondo la teoria sua e della diffusa schiera dei protettori seduti un po’ ovunque, nelle cancellerie occidentali e sui più insospettabili scranni progressisti. Amal era conosciuta e stimata per l’attaccamento alla professione, per il desiderio di raccontare e documentare anche nei luoghi a rischio, com’è oggi il martoriato sud del Libano, le situazioni più devastanti in cui il genere umano è costretto a sopravvivere. Così la comunità sciita libanese che Israele perseguita e sfratta dalle proprie case col pretesto di colpire Hezbollah, ma col concreto obiettivo di ripetere quanto già realizzato nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania: distruggere e rubare la terra altrui, assassinare e intimorire, imporre un’occupazione militare e coloniale. Se questa realtà che supera qualsiasi distopia cinematografica viene documentata dai temerari cronisti locali, costoro diventano bersagli. E’ teoria diventata prassi: il giornalista è un nemico poiché testimonia, come il bambino che lancia una pietra è un terrorista. Ucciderli non è un crimine, diventa realpolitik. Dice il “Comitato per la protezione dei giornalisti”: “Gli attacchi contro un'area in cui si erano rifugiati i giornalisti e l'ostruzione dell'accesso medico e umanitario costituiscono una grave violazione del diritto internazionale umanitario”. Serve a poco. Ormai serve quasi a nulla. Scrive il primo ministro libanese Nawaf Salam: “Non risparmieremo alcuno sforzo nel perseguire questi crimini di guerra davanti agli organismi internazionali competenti”. Sarà.
Di fatto l’impunito Israele inanella delitti. L’eliminazione di Khalil è avvenuta mentre era in corso una tregua militare, mentre a Washington rappresentanti di Tel Aviv e Beirut s’incontravano per discutere. Allorché i diplomatici israeliani discorrevano, i militari di Tsahal uccidevano sette cittadini libanesi. Perché durante le presunte tregue la macchina sterminatrice israeliana continua a “lavorare” e se il lavoro dei giornalisti è fatto di parole, quello dei soldati di David è contrassegnato dalla scia di sangue delle proprie pallottole e bombe. Duecentosessantadue cuori di cronisti hanno cessato di battere nei due anni e mezzo di soffocamento della vita a Gaza. Avevano il merito di divulgare notizie e immagini dello scempio, lo facevano come potevano, sotto le bombe, con l’interruzione dei collegamenti, con scarsità di mezzi, con tanta fiducia che il mondo osservante potesse in qualche modo intervenire. Altrettanto per i ventidue operatori dei media assassinati in Libano. E non è l’eccezionalità della fase, l’incrudimento d’un conflitto che non è tale poiché di eserciti nella Striscia come nel sud del Libano ne esiste uno soltanto: l’occupante israeliano. La tragica esecuzione di Amal fa rivenire alla mente la dolorosa vicenda di un’altra martire dell’informazione: la palestinese inviata di Al Jazeera Shireen Abu Akleh. Assassinata nel maggio 2022 a Jenin, anche lei durante un servizio con cui mostrava le violenze dell’Idf in quella che ormai è diventata un’enclave araba assediata da soldati e coloni ebrei. Uccisa da un militare nel ruolo di cecchino Shireen, che aveva in bella vista la pettorina Press e il solo microfono per la diretta. La versione di Israele è che attorno a lei si muovessero terroristi. L’inchiesta avviata e conclusa dalle Nazioni Unite confermò che il proiettile assassino apparteneva all’Idf. La portavoce dell'Ufficio per i diritti umani dell’Onu, Ravina Shamdasani, dichiarò: "È profondamente inquietante che le autorità israeliane non abbiano condotto un'indagine penale". Tutto qui. Avanti col prossimo cadavere.
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