lunedì 5 dicembre 2022

L’India di Rahul il marciatore

 

Neppure il cognome talmente ingombrante gli aveva scrollato di dosso l’etichetta di eterno ragazzo, che per chi vuol fare politica ovunque nel mondo non è proprio un complimento. Sta per principiante non per chi si porta bene l’età. Rahul Gandhi, oggi cinquantaduenne, è figlio della mamma italiana Sonia, attuale presidente di un malmesso Partito del Congresso che però la storia dell’India moderna l’ha fatta attraverso la stirpe Gandhi. Costoro non sono parenti del Mahatma, ma d’un altro padre della patria: Jawaharial Nehru, bisnonno di Rahul. Che annovera in famiglia la nonna Indira e il padre Rajv, entrambi vittime della violenza che nonostante tutto ammanta la nazione indiana. Nel caso di questi omicidi attraverso due guardie sikh e le cosiddette Tigri Tamil. Rahul Gandhi per un buon periodo ha alloggiato fuori dal continente, sia per studiare in prestigiosi college e università inglesi e statunitensi, sia per riparare da possibili agguati. Col nuovo millennio è tornato in India e nel 2007 è stato nominato segretario generale del Partito del Congresso. Ma non è durato a lungo. In un gioco di specchi nella formazione dominata dal clan familiare si è alternato con la madre, stando un po’ dentro un po’ ai margini d’un gruppo politico glorioso, ormai ammantato solo di lustro e lustrini. Con l’avvento dell’aggressivo Bharatiya Janata Party, che incarna un intollerante confessionalismo hindu, gli spazi per il cuore tenero di Rahul si sono ulteriormente ristretti. Ma visto che finora non ha rivolto altrove i suoi interessi il richiamo della politica resta una costante nella quotidianità pur ovattata della sua schiatta. Fino alla folgorazione dello scorso settembre quando l’eterno figlio di Sonia s’ispira, almeno nel gesto, alla figura mistica proprio del Mahatma. Così pensa di camminare tanto, tantissimo e attraversare Stati federali in lungo e in largo. Se non è una “marcia del sale”, come quella lanciata nel 1930 dall’avvocato dalla ‘grande anima’ che protestava contro la tassa imposta dal Raj su quell’essenziale elemento, la surclasserà sul fronte chilometrico superandola di dieci volte. 

 

Tremilacinquecento i chilometri che Rahul vuole percorrere per avvicinare il Paese alla sua persona e inserire se stesso nei territori. L’obiettivo è farsi una propria anima in vista delle elezioni previste per il 2024. Da tre mesi sta percorrendo sedici chilometri al giorno, ogni giorno, con ogni tempo, un bell’impegno fisico anche per un cinquantenne. E’ un’operazione a effetto che ha avuto un richiamo mediatico, sebbene il centinaio di attivisti che l’accompagnano tengano lontani taccuini e telecamere poiché il leader vuole parlare, incontrare, toccare solo la popolazione. Per “unire l’India”, come ha dichiarato all’avvìo, contro l’odio diffuso a piene mani dal partito di governo. L’odio del razzismo dell’hindutva che l’estremismo hindu lancia soprattutto contro le confessioni islamica e cristiana. Per risalire la china della popolarità politica, il poco carismatico Rahul, vuol avvicinare questioni sociali: disoccupazione, inflazione, mancanza di risorse per un rilancio economico su cui non ha da dire molto più dei contestati avversari in quanto il suo partito non ha pianificato granché. Intanto lui cammina. Certo, incontra tanti potenziali elettori nelle città e nelle campagne, si mostra con la veste dimessa del viandante che suda, fatica, s’avvicina alle pene altrui con l’antico gesto del camminatore. Eppure potrebbe non bastare per attirare consensi. Pensando in grande, cosa che la famiglia ha fatto ma a lui resta un’impresa, vuol concludere la marcia in Kashmir. La regione che è di per sé una bomba geopolitica (per i contrasti col Pakistan), sociale (perché è fra le aree più povere), religiosa (la maggioranza è islamica, ma dal 2019 ha perso per volere del governo Modi l’autonomia di cui godeva). Occorre riconoscere a Rahul il coraggio di un’azione ciclopica, a metà strada, è in caso di dirlo, fra mito, fantapolitica e sogno. Mamma Sonia già applaude.

domenica 4 dicembre 2022

L’Iran senza 'polizia morale'

 

Le ragazze e i giovani delle proteste di strada - pericolosissime perché di vittime ne ha fatte duecento o quattrocento, secondo le diverse fonti - dicono di non vederla più da due mesi. Ora la ‘polizia morale’ scompare dagli orizzonti della stessa Repubblica Islamica Iraniana, secondo quanto dichiara ufficialmente un procuratore generale dal cognome che è pare una nemesi: Montazeri. Il legale Mohammad Javad Montazeri offre alla piazza la cancellazione d’una delle istituzioni più odiate da chi non vuole farsi imporre il modo di vestire, oltre al pensiero unico. Hossein Ali Montazeri, il grande ayatollah e Marja (fonte d'imitazione) che doveva subentrare a Khomeini quale Guida Suprema, finì per scontrarsi con lui su uno dei temi cocenti del sistema iraniano: il velajat-e faqih, il superpotere dei giureconsulti che tuttora incombe sulle leggi del Parlamento tramite questo ruolo. Quel teologo e politico, caduto in disgrazia anche per altri contrasti col Ruhollah (chiedeva aperture interne, era contrario alle esecuzioni di prigionieri politici dopo il conflitto civile d’inizio anni Ottanta, s’opponeva alla fatwa contro Salman Rushdie) fu emarginato e finì agli arresti domiciliari. Per un paio di generazioni ha incarnato il fantasma d’un possibile diverso cammino del clero iraniano, più prossimo al sentimento rivoluzionario di Shariati che all’ossessione teologica khomeinista pedissequamente applicata per oltre un trentennio da Khamenei. Questo però è passato remoto. Le piazze assai variegate degli ultimi tre mesi, unite nell’astìo verso il regime, possono festeggiare la cancellazione del “buoncostume”. Potrebbe essere l’anticamera di altre flessioni del clero di regime oppure il mezzo per attenuare il focoso e diffusissimo dissenso, senza intaccare il vigente obbligo d’indossare il velo. Infatti tale norma sembra resistere. Certo, senza più controlli per via da parte degli agenti della morale, l’ossessivo rispetto dell’abbigliamento secondo ‘dettami islamici’ può liberalizzare quello che le “provocazioni dei manifestanti” stanno diffondendo tramite i capelli femminili al vento. Questa sfida, ora massiccia, a un codice di comportamento era presente da tempo, veniva repressa nei modi più vari, da fermi e multe, ad arresti e repressioni, fino alla tragica uccisione di Masha Amini. E da quel martirio, parte il desiderio di non darsi pace finché la presenza di Khamenei e quindi dell’istituzione della Guida Suprema non cesserà d’esistere. Questo pensa l’attuale ribellione. Riuscirà a incassare un ennesimo obiettivo? A quel prezzo?

venerdì 2 dicembre 2022

Le banche nell’Emirato afghano

 

I tanti che in Afghanistan ci sono rimasti - quei trentatré milioni e più che non agguantavano i voli di fine agosto 2021 successivi alla calata dei taliban su Kabul e sul potere, né transitavano nei corridoi umanitari organizzati in Occidente soprattutto per chi s’era esposto coi governi collaborazionisti e temeva per la propria incolumità - devono fare i conti col sostentamento quotidiano. I più fortunati che per attività proprie, commerciali e imprenditoriali d’una certa consistenza, o per rapporti di lavoro con le poche Ong tuttora presenti sul territorio si rivolgono alle filiali del denaro, raccontano le traversie per effettuare operazioni di prelevamento e versamento. Tutto comincia di notte nella speranza che la coda che troveranno davanti la banca non sia già copiosa alla dieci della sera. Se, quando s’arriva al cospetto di chi è già intruppato, si contano almeno cinquanta persone, meglio lasciar perdere. Di solito quelli sono i numeri che al mattino vengono distribuiti dagli addetti agli sportelli, per quanto talvolta pur avendo un regolare numerino l’operazione risulta impraticabile. Ciò che si può fare quasi sempre è versare denaro o compiere transazioni verso terzi. Si tratta di casi rari, perché chi ha contante non lo porta in giro di notte per timore di rapine e poi la liquidità, in afghani e ancor più in dollari, offre possibilità immediata di effettuare acquisti e impegni. Come detto c’è il rischio del furto, però alcuni lo corrono e s’attrezzano con armi proprie o guardia spalle. Chi è impegnato nei lavori con Ong è obbligato a ricorrere alle banche, che sono meno numerose dell’epoca precedente l’avvento talebano, ma continuano a esistere. L’importo ottenuto dai fortunati della coda, che dopo la nottata d’attesa giungono allo sportello, s’aggira sul 5% della quota del loro conto. 

 

In genere è così perché si tratta di cifre contenute. S’intascano al massimo 200 dollari settimanali, che comunque non arrivano una settimana via l’altra per i motivi più vari: impossibilità d’accedere alla coda serale, mancanza di contante al mattino seguente, discrezionalità nella scelta della clientela da parte dei funzionari dell’agenzia, più variabili d’ogni sorta. Esistono pure sportelli automatici, ma sono un pro forma visto che risultano  digiuni di biglietti verdi o rossicci ancor più delle casse interne. Sebbene le filiali siano diminuite l’Emirato non limita l’operato delle banche, certo l’appoggio sulla rete internazionale presente in precedenza non esiste più. Le riserve afghane conservate negli istituti statunitensi ed europei (circa 10 miliardi di dollari) sono state congelate e lo sblocco d’una porzione destinata all’emergenza umanitaria dei mesi scorsi, non è finora avvenuto. Ne risulta danneggiato il cittadino medio che non può servirsi delle banche come accadeva durante l’occupazione Nato, quando si poteva prelevare e trasferire denaro senza limitazioni. Oddio, poi si verificavano anche situazioni melmose e disastrose, come quella della Kabul Bank frutto degli intrallazzi dei tecnocrati collusi con Karzai, ma finché in Afghanistan ci sono state armi e truppe americane arrivavano pure i dollari per sanare le ruberie della casta e dare una parvenza di “normale democrazia”.  Chi ovviamente ha un accesso difficoltoso in banca sono le donne. Nessuna osa mettersi in coda di sera per riservare l’operazione del giorno seguente. Qualcuna, che al mattino si presenta in chador o burqa, riceve il numero recuperato dal solito uomo di casa, marito o parente, che ha vegliato per riuscire ad accaparrarsi la preziosa prenotazione. Eppure tutto è ammantato da incertezza. Si sta sul posto appesi a un cellulare, se la filiale è a Kabul che gode d’una certa copertura di rete. Si sta appesi alla volontà degli addetti e alle altalene dei flussi di denaro, che prescindono dalle stesse intenzioni dei turbanti. Mentre qualcuno fra i capi, godendo di coperture e aperture, può far transitare i dollari per altri canali d’una “Umma bancaria”, ristretta e riservata che finisce in Pakistan, negli Emirati e altrove.     

mercoledì 30 novembre 2022

I Tehreek-e Taliban riprendono a colpire in Pakistan

Hanno concesso due giorni al premier Sharif, ai generali Munir e Mirza e pure all’ex arrabbiato Khan, i Tehreek-e Taliban che avevano annunciato una ripresa delle ostilità. Così un attentato preliminare raggiunge un veicolo militare nella zona di Quetta, città simbolo dei turbanti e del loro eterno Pashtunistan. Un agguato vecchia maniera, realizzato da un kamikaze che rappresenta un ulteriore segnale nella ripresa delle ostilità: i miliziani che sacrificano se stessi per il Jihad contro lo Stato servo dell’Occidente, non mancano. Questo dice l’uomo-bomba. Lo scoppio s’è portato via oltre alla sua vita, un poliziotto e tre civili, fra costoro una donna e un bambino. Si registrano anche una trentina di feriti, poiché accanto al camion della polizia altri due fuoristrada sono stati investiti dall’esplosione. Erano occupati da personale sanitario che interviene nell’area per praticare vaccinazioni antipolio. Una prima valutazione della potenza esplosiva fa pensare ad almeno due decine di chili di polvere impiegate nella bomba, il cui trasporto nel vestiario del kamikaze costituiva un ingombro non indifferente.  Le reazioni delle autorità sono stizzite verso forme di puro terrorismo che si riversa sui civili, nonostante i pronunciamenti della leadership talebana. Ma si riflette anche sull’inefficacia dell’azione repressiva intrapresa negli ultimi tempi. Giudicata leggera da chi rimpiange la durezza che fu dei due Sharif - Nawaz al governo, Raheel alle armi senza legami di parentela fra loro ma uniti nell’intento persecutorio su taliban e famiglie. Eppure quella linea non riusciva a piegare l’islamismo armato, come non hanno prodotto risultati le trattative intraprese dal populismo di Imran Khan e dal pragmatismo di Shehbaz Sharif. Tutto resta aperto nel Paese dove il fondamentalismo delle madrase deobandi continua a sfornare miliziani per il contropotere talebano, ma non si deve dimenticare come gli stessi leader della politica duettano con questo contropotere non solo quando aprono tavoli di confronto. Cercano appoggi indiretti alle proprie amministrazioni in cambio di finanziamenti alla causa taliban. Insomma la mano che reprime, se davvero lo fa, è la stessa che nutre l’insorgenza antistatale. L’Inter-Services Intelligence è esperta in materia.  

 


Pakistan: leader, militari e mogli-faccendiere

 


Un’indagine che parrebbe gossip politico-finanziario, e che invece è legata all’aria che tira in questi mesi nelle alte sfere pakistane, mostra il volto d’una nazione ricca di spunti per conflitti interni che possono rincorrersi all’infinito. La nomina della coppia di generali ai vertici della casta militare può trovare nella persona di Asim Munir un osso duro per taluni leader. Uno in particolare: il premier defenestrato Imran Khan, recentemente ferito in un attentato che ha tutto il sapore dell’avvertimento. Avvertimento per cosa? Per la sua irruenta reazione all’allontanamento dall’incarico avvenuto ad aprile per defezione interna al suo governo, al quale alcuni alleati del partito Tehreek-e Insaf hanno tolto l’appoggio. Khan li ha accusati di tradimento manovrato dall’estero, ha parlato d’un complotto ordito contro la sua persona dagli Stati Uniti. Una sorta di ‘golpe bianco’ con l’intento di favorire un ritorno al comando dei gruppi familiari (Sharif e Bhutto) che da decenni gestiscono il potere con un’alternanza non priva di colpi di scena, anche sanguinosi. L’ex campione di cricket, diventato premier sull’onda d’un programma anti-clan e anti-corruzione, aveva sparigliato la razza padrona pakistana, ma il successo nelle urne ha ricevuto l’assenso, e non solo, degli altri padroni del grande Stato islamico: le Forze Armate. Con queste Khan, dimentico della storia patria, a un certo punto ha avviato una prova muscolare che potrebbe essere la causa di quel “complotto”, i cui mandanti sarebbero gli americani scontenti delle libertà geopolitiche del premier  nel cercare sponde russe e cinesi. Ora il generale Munir, definito ‘Hafiz Quran’ per la dimestichezza che ha col sacro testo dell’Islam, si trova a ricoprire il massimo incarico dell’Esercito e se esperti di vicende militari sostengono che dovrebbe confermare la linea diplomatica del suo predecessore (Bajwa) verso l’India, qualche analista pensa che potrebbe far pagare a Khan l’interruzione del proprio incarico da direttore generale dell’Inter Services Intelligence. Interruzione decisa dal focoso Imran nel 2019.

 

All’epoca il generale indagava su casi di corruzione e certi risvolti  riguardavano la moglie del premier, Bushra Sheikh, e la di lei amica Farah Khan, solo omonima del marito. Costei subiva le attenzioni dell’Ufficio nazionale sui crimini finanziari per un incremento spropositato dei conti bancari e per uno spostamento della sua ricchezza negli Emirati Arabi. Non è un caso isolato, però è legato alla salita al potere di Khan che contro la finanza illecita aveva lanciato la sua battaglia elettorale. Proprio in questi giorni l’ex premier ha compiuto due mosse distensive: ha dato il benestare alla scelta della coppia di generali avanzata dal Capo dello Stato Arif e dall’attuale primo ministro Sharif e ha bloccato la marcia di protesta contro il presunto complotto che l’ha defenestrato. Inaspettatamente ha vestito i panni del pompiere, smorzando polemiche e mobilitazione. Così chi già vedeva il generale Munir costretto dalla coriacea protesta a ricorrere alla forza con chissà quali conseguenze, si trova davanti a un’inattesa calma. Se ne deduce che i nuovi arrivati ai vertici delle Forze Armate non puniranno la supponenza del campione-premier. Anche perché in fatto di fiscalità e arricchimenti per nulla trasparenti un altro potentato con le stellette viene additato in questa fase. E’ Bajwa, il predecessore di Munir. Un giornalista, chissà come ha pescato presso il ministero delle Finanze le ultime dichiarazioni dei redditi del generale e di sua moglie, evidenziando come quest’ultima, fino a quel momento esente da redditi, dal 2017 dichiarava cifre da capogiro. Ci sono gli estremi per indagini e ulteriori faide fra politici e militari. Ma c’è chi scuote il capo. La guerra dei dossier fiscali e delle consorti probabilmente non ci sarà. E’ servita a stabilire una pace armata fra potentati, un po’ come l’attentato ammonitore per Khan. L’unico versante tuttora non ricattabile e incontrollabile resta quello talebano che si dichiara pronto a nuove battaglie.  

lunedì 28 novembre 2022

Pakistan, talebani sul piede di guerra

 

Il capo dei Tehreek-i-Taliban Pakistan (TTP) annulla il cessate il fuoco concordato nello scorso giugno col governo di Islamabad e ordina ai militanti di organizzare attacchi su tutto il territorio nazionale. Perciò saranno immediatamente  indaffarati sul fronte anti terroristico i due generali (Asim Munir al vertice dell’Esercito e Shamshad Mirza, Capo di Stato maggiore) recentemente nominati dal premier Sharif e dal presidente Alvi. Mirza risulta particolarmente indigesto ai turbanti perché anni addietro s’era distinto per l’accanimento con cui li cacciava nel nord Waziristan. Era in corso l’operazione Zarb-e Azb con cui un precedente generale, Raheel Sharif (Mirza lo coadiuvava), ordinava ai suoi di applicare con zelo il motto “cerca, distruggi, ripulisci, mantieni” che fece migliaia di vittime ed evacuò dall’area  80.000 famiglie. I TTP non hanno dimenticato e nonostante le recenti aperture alla ricerca di patteggiamenti e accordi - un anno fa col governo di Khan, da maggio a ottobre con quello di Shehbaz Sharif - rievocano quei massacri. Ora che nessun tema sul tavolo delle trattative ha trovato sbocchi: non la fusione delle aree tribali (Fata) col Khyber Pakhtunkhwa e neppure la liberazione dei combattenti che la leadership richiedeva, i talebani decidono di riavviare i combattimenti. In un comunicato, ripreso dal quotidiano Dawn, i TTP denunciano che “In queste settimane una serie di attacchi non-stop sono stati lanciati dalle organizzazioni militari nel distretto di Bannu Lakki Marwat, di Dera Ismail Khan, Tank, Sud e Nord Waziristan”. Avvertono che non staranno a guardare e gli agguati riprenderanno. 

La presenza alla loro testa di Noor Wali Mehsud, che nel 2018 rimpiazzò Khalid Mehsud eliminato da un drone americano, potrebbe risultare meno cruento delle pratiche adottate un decennio fa. Il quarantaduenne Noor Wali è uomo di studio e d’azione, ha unito formazione teologica nelle madrase e militare sui campi di battaglia afghani, dove ha guerreggiato contro Massud a fine anni Novanta. Ma quando prese il comando della struttura frazionata e rissosa, ribadì che il nemico era lo Stato pakistano non la gente comune, dunque gli obiettivi dovevano essere i militari, non i loro figli. Il riferimento alla strage di Peshawar del 2014 - quando la scuola per familiari di graduati dell’esercito subì un sanguinosissimo assalto da parte dei Tehreek che costò la vita a 134 allievi - era palese. Eppure Noor Wali non ha il cuore tenero, la sua presenza a Karachi un decennio addietro l’ha visto fautore e organizzatore d’una catena di rapimenti di commercianti e imprenditori per autofinanziare il gruppo. Non tutti finirono senza spargimento di sangue. L’attuale timore del ceto politico pakistano, condizionato dalla lobby militare e al tempo stesso bisognoso del suo aiuto, è che i generali possano lanciare ulteriori offensive taglienti su talebani e loro congiunti, come la citata Zarb-e Azb, che innescano le ritorsioni già vissute. Il ministro dell’Interno dichiara di temere pure le frequenti scissioni dei TTP che generano fughe di nuclei non ortodossi difficilmente classificabili e controllabili. Le fuoriuscite maggiori s’erano verificate nei mesi del cambio della leadership, quando parecchi militanti avevano scelto di unirsi allo Stato Islamico del Khorasan e al nucleo fondato da Hafiz Gul Bahadur (anche lui ucciso da un drone) per attuare azioni terroristiche, senza un dettagliato piano.

giovedì 24 novembre 2022

Pakistan, militari e partiti nella Repubblica nucleare

 

L’ora dei generali non è un momento speciale. E’ una costante che i vertici istituzionali pakistani - come il Presidente della Repubblica, loro comandante - devono porre in cima all’agenda politica e alla prassi quotidiana. La lobby militare è talmente presente nei gangli del potere ed è talmente importante che nelle fasi di rinnovo degli incarichi manda in fibrillazione esecutivo, opposizione e quel che  gira attorno al Parlamento. In questi mesi particolarmente caldi, col defenestramento d’aprile dell’ex premier Khan e il suo recente ferimento in un attentato, la scelta dei nuovi responsabili dell’Esercito e dello Stato Maggiore, è stata frutto d’incontri e bilanciamenti fra i leader degli  schieramenti contrapposti: Lega Musulmana-N, attualmente al governo con Shehbaz Sharif, e Partito Tehreek-e Insaf di Imran Khan. A fare la spola fra i due, che non si parlano, il Capo di Stato Arif Alvi. Il premier gli ha proposto al vertice dell’Esercito il generale Munir, mentre per il coordinamento delle Forze Armate il nome prescelto è Shamshad Mirza, molto conosciuto dai talebani di casa. Alvi è corso a colloquiare col grande convalescente, fermo da giorni nella sua villa di Lahore. Il presidente e il padrone di casa si sono intrattenuti alla presenza anche di altri potentati del PTI, a fine colloquio Khan ha dichiarato di gradire le opzioni se queste seguiranno un percorso legale all’interno della Costituzione. Il tema della legalità e di ciò che è costituzionale o meno ha caratterizzato per mesi i contrasti non solo fra lui e Sharif, ma verso la stessa magistratura. Si sono agitate teorie d’incostituzionalità nei passi compiuti da più soggetti con accuse lanciate e poi rientrate. E Alvi viste le forzature compiute nell’ultimo triennio per e contro uno dei generali che lascia, Bajwa, e viene rimpiazzato da Munir ci è andato coi piedi di piombo. E’ che al di là e ben più dei politici, le stellette fanno quadrato per perpetuare il loro peso e non lasciano passare sgarbi, fino alle estreme conseguenze. 

 

Era stato proprio Khan da premier a prolungare la carriera di Bajwa dal 2019 all’anno in corso, per poi un anno fa emarginarlo e prospettarne un prepensionamento. C’è chi sostiene come nell’indebolimento del suo governo, dal quale alcuni alleati si sono sfilati facendone mancare il sostegno, ci fosse lo zampino vendicatore del Capo dell’Esercito. Per altro nel successo elettorale del partito di Khan viene adombrato il conforto, neppure tanto occulto, dei militari. Che nella “vita democratica” pakistana danno e tolgono per vie tortuose e, fin che possono, mimetizzate fuori dalle mimetiche. E’ il motivo per cui politici e capi di governo cercano buoni rapporti con le stellette. I curricula dei due nuovi ras della Repubblica nucleare – 165 sono le testate gestite da Islamabad con un rapporto di odio-amore con Wasghington e il Pentagono – sono ineccepibili. Munir è generale a tre stelle da un quadriennio. Nel suo passato:  scuola di addestramento a Mangla e reggimento di frontiera. Bajwa è stato il suo mentore, dunque, l’Esercito trova continuità. Anche per lui un episodio di contrasto con Khan. Nel 2017 era stato nominato direttore dell’Intelligence militare, quindi della potente Isi, ma il percorso s’interruppe perché sostituito dal generale Faiz Hameed su nomina del premier. Anche l’altro incaricato Mirza è figlio d’armi di chi va a sostituire: Nadeem Raza. La sua portentosa carriera ha avuto il marchio benefico d’uno storico padrino dell’Esercito, il generale Raheel Sharif (nessuna parentela col clan politico dei Nazif e Shebhaz). Questo generale, e Mirza con lui, misero a ferro e fuoco la provincia del nord Waziristan per sradicare i Tehreek-e Taliban con bombardamenti, rastrellamenti, deportazione rivolti a un milione di civili. I talebani non furono sradicati. Anzi, il clima da guerra civile ne rimpinguò le file. Mirza ha anche partecipato ai colloqui intra-afghani fra esponenti dell’Emirato, Pakistan, Cina e Stati Uniti che non hanno fruttato granché. E nella galassia dei turbanti oltre confine, soprattutto gli Haqqani solidali ai Tehreek, ne avranno archiviato la foto. Un volto che non dimenticano, in ogni senso.