domenica 6 ottobre 2019

Iraq, la voce degli ayatollah


Non hanno nulla da perdere. Lo gridano, lo rivendicano i manifestanti di Baghdad, Nassirya, Bassora e adesso che i morti salgono ufficiosamente a più di cento, mentre il ministero dell’Interno non conferma né smentisce e soprattutto non offre cifre ufficiali, le piazze non recedono dalla protesta che prosegue ormai da sei giorni. Il premier Adel Abdul Mahdi è in difficoltà, dice di non poter far miracoli, ma guida da un anno e mezzo un governo che non ha cambiato l’andamento delle precedenti gestioni, tutte accusate di emarginazione della componente sunnita, di ruberie e corruzione.  Vista la determinazione dei contestatori il partito di Muqtada al-Sadr, Saeroon, che sosteneva pur con riserva il governo, ora si smarca e oltre allo sciopero generale chiede apertamente le dimissioni d’un premier che dal contenimento della protesta è passato alla repressione feroce, visto che diverse vittime sono state colpite da cecchini. Oltre a denunciare una cronica carenza d’investimenti e lavoro, bassi salari nei casi di manodopera primaria, le voci intervistate in questi giorni da Al Jazeera denunciano diffuse condizioni di sopravvivenza a 5-6 dollari al giorno e dicono: “Vogliamo che l’attuale leadership irachena sia posta sotto processo per l’abbandono e la mancanza di servizi verso gli strati più umili” che, nonostante le risorse petrolifere di cui la nazione dispone, risultano in caduta libera.  
Anche i settori privati restano sottosviluppati, così il Paese continua a girare solo attorno all’economia del petrolio. Si tratta della classica condizione da Stato redditiere che non riesce, né viene aiutato dai sedicenti istituti di sviluppo delle risorse come la Banca Mondiale, a costruire quella differenziazione finanziaria interna e rilanciarsi. Il personale tecnico intermedio avvicinato in queste ore difficili da giornalisti di agenzie d’informazione presenti in loco conferma il distacco fra le intenzioni parolaie dell’attuale Esecutivo e i dati reali. In più certi analisti fanno notare come si siano compiuti solo mutamenti di facciata, introducendo tecnocrati che di fatto non pianificano così tutto resta inattivo, come durante il triennio dello scontro coi jihadisti dell’Isis oppure durante la fase precedente al ritiro statunitense (2007-2011), epoca in cui le fazioni sciita e sunnita si scontravano direttamente e indirettamente. Situazione protrattasi anche nel biennio seguente. Ma sull’onda della protesta, che non si richiama ad alcun partito, si muove anche una figura carismatica di alto profilo teologico. E’ l’ottantanovenne ayatollah Ali al-Sistani, un marja al taqlīd della religione sciita, uno dei più autorevoli chierici in vita, che nella giornata di preghiera di venerdì scorso ha invitato i politici a comprendere le ragioni dei manifestanti anziché reprimerli. Una presa di posizione che spiazza Mahdi e può rafforzare la pretesa sciita (e iraniana) sulle sorti irachene.

venerdì 4 ottobre 2019

Egitto e nuove piazze in fermento


Ormai formano un puzzle, tanti volti, sorridenti nella pagina che li riunisce sui social media, ma che possono apparire sfigurati dai trattamenti subìti nel corso degli interrogatori dei mukhabarat. Sono gli avvocati egiziani, elementi coraggiosi, che rischiano in proprio nel Paese sottoposto al dominio di Sisi e dei suoi fedelissimi. La persecuzione di queste persone segue quella di oppositori e attivisti che, unitamente ai giornalisti, sono finiti nelle grinfie della repressione di regime già dai primi mesi del 2014. Il crescendo è stato, ed è tuttora, corposo in una nazione che mette in prigione decine di migliaia di cittadini, ne fa sparire centinaia per intimidirne milioni. Un governo che introduce, come ha fatto, la galera a tempo con arresti mensili che durano un paio di settimane, con tanto di trattamento di “favore”, consistente in una minore pressione, se riesci a pagare gli agenti corrotti, di sfavore se non hai denaro, o peggio se vieni bollato come terrorista. Gli avvocati dei diritti e quelli d’imputati, famosi e non, possono finire nella stessa morsa infernale che incute paura all’incriminato e mette nelle condizioni di ansia e precarietà gli stessi professionisti della legge impossibilitati a difendere e difendersi. 
Spezzare la già flebile rete di solidarietà, che reclama diritti e democrazia nell’attuale Egitto sprofondato in una tenebre peggiore di quella conosciuta ai tempi di Mubarak, rappresenta il subdolo percorso autoritario attuato dal governo col benestare della lobby militare. Quest’azione repressiva s’aggiunge a quella in atto da tempo verso la cittadinanza critica e rincara la diffusione di terrore e omertà. Eppure c’è chi sostiene come l’infatuazione fra gli egiziani conservatori e il presidente della salvezza dall’islamismo della Fratellanza stia scemando. Anzi, addirittura i colleghi di Sisi e della sua cerchia di potere, penserebbero a soluzioni alternative vista la refrattarietà di quest’ultimi a mutare passo e adottare comportamenti meno palesi, anche in fatto di accaparramenti e superpoteri. I venerdì di protesta, lanciati dal 20 settembre scorso, potranno anche non essere consecutivi, ma dopo circa un decennio diversi Paesi arabi dal Maghreb algerino, fino al Mashreq egiziano e iracheno rialzano la testa davanti a situazioni ingessate o peggiorate dopo repressioni interne e conflitti locali. La miseria di ritorno e la corruzione dei governanti, insieme alla repressione sono spettri che la popolazione non sopporta.

giovedì 3 ottobre 2019

Iraq, riappare la protesta


Si riaffacciano proteste popolari in un altro Stato senza guida. A Baghdad e Bassora migliaia di dimostranti, scesi in strada nelle giornate di martedì e mercoledì, sono stati dispersi dalle forze dell’ordine che hanno usato inizialmente cannoni ad acqua e gas lacrimogeni, quindi pallottole di gomma. Seppure non ci siano stati scontri particolarmente violenti in quei giorni si sono registrate nove vittime e centinaia di feriti, specie dopo un intervento poliziesco a Nassirya dove sono morte sei persone, fra cui un agente. Però la ribellione prosegue e stamane le agenzie diffondono la notizia che le vittime sono salite a diciotto. Già ieri sera il governo aveva imposto il coprifuoco nella capitale, probabilmente la misura sarà estesa ad altre città. I motivi del malcontento sono quelli di sempre: un ceto politico corrotto che s’accaparra di beni pubblici e, nonostante i proventi derivati dal commercio petrolifero, indirizza ai servizi pubblici quote sempre più scarse. Il paradosso degli ultimi mesi sono i continui black-out elettrici e la scarsità d’acqua. Quindi una disoccupazione radicata, che dal minimo del 25% tende a salire, specie per i giovani. Quest’ultimi mostrano nausea per politici inadeguati, come l’attuale capo dell’esecutivo Adil Abdul Mahdi, una sorta di diplomatico senza carisma che cerca di mediare fra le componenti politiche interne, con in prima fila i partiti religiosi come l’Islamico Da’wa (da cui provivano premier come al-Jafari e al-Maliki che hanno guidato l’esecutivo fino al 2014) e i mai celati interessi di attori locali (Iran, Turchia) nonché le potenze mondiali.

In realtà l’orizzonte di questa nazione non-nazione, dopo l’invasione statunitense e la guerra del 2003, è rimasto oscuro, con governi ingessati e inadeguati, col terrorismo strisciante degli attentati a ripetizione di quelle forze aderenti al qaedismo che miravano a destabilizzare il Paese, sino alla comparsa del tentativo di al Baghdadi di dar vita allo Stato Islamico. Anche in quel quadriennio (2014-2018) è esistito un governo, guidato da al-Abadi e sostenuto sempre dagli sciiti di Da’wa, ma solo grazie alla riconquista armata dei territori controllati dall’Isis (soprattutto nel nord-ovest fra Falluja e Mosul) dal 2017 la situazione interna assume risvolti di ricomposizione. Restano, in ogni caso, la spaccatura fra la maggioranza sciita (60% della popolazione) e le minoranze sunnita e kurda, più le ingerenze esterne per fare dell’Iraq uno Paese cuscinetto o un alleato succube. Fra le due minoranze quella kurda, grazie all’autonomia dell’area nord-orientale dov’è collocata, si ritrova a ricavare benefici economici dall’estrazione petrolifera nella zona di Kirkuk. Ma al di là dell’appartenenza etnica e di fede tanti, troppi problemi restano inevasi da un ceto politico di scarsa formazione e capacità, eredità della dittatura di Saddam. Se poi s’aggiunge la meschinità dei faccendieri insinuati nella politica, fenomeno peraltro assolutamente globale, ecco che i cittadini iracheni, che già annoverano in famiglia decenni di lutti, continuano a vivere in balìa degli eventi.

Intanto il leader sciita Muqtada al-Sadr del partito Saeroon, che fa parte del blocco di governo ma sta cavalcando anche le proteste, iniziate spontaneamente, reclama lo sciopero generale. E’ un leader religioso, con un pedigree importante. Appartiene a una famiglia storica, di origine libanese, suo cugino era quel Musa al-Sadr fondatore del movimento Amal. Mentre suo padre Mohammad al Sadr, fu un coriaceo oppositore del regime baathista. Muqtada è attivo da tempo sullo scenario politico, nei momenti bui del vuoto istituzionale (2004-2006) successivo all’invasione statunitense lanciava i sermoni contro l’occupazione del Paese e per questo venne privato della voce cartacea del suo gruppo, il giornale al-Hawza. Annovera posizioni che rompono lo schema di scontro sciismo-sunnismo, infatti gli si attribuiscono attacchi ordinati al suo gruppo armato contro ayatollah sciiti come al-Hakim e aiuti ai combattenti sunniti assediati a Falluja. Insomma è un personaggio scomodo, a suo tempo bollato dagli statunitensi come terrorista e sempre guardato con sospetto anche nella patria sciita per le aperture diplomatiche ai governi turco e saudita. Da leader che rompe gli schemi nel 2017, quando Asad riceveva gli aiuti militari e politici di Putin che ne hanno consentito la salvezza, al-Sadr  gli chiese di dimettersi per salvare la gente siriana massacrata e dispersa dalla guerra. Chi manifesta in queste ore dovrà fare i conti con quest’eminenza grigia che da quasi un ventennio osserva gli eventi del paradiso di Baghdad trasformato in inferno.

domenica 29 settembre 2019

Presidenziali afghane: bassa affluenza ma si è votato


Dati diffusi da poco più della metà dei seggi indicano in un milione e centomila gli elettori che si sono recati alle urne. Se tale cifra si raddoppierà e i votanti supereranno i due milioni l’Afghanistan registrerà la più bassa percentuale (attorno al 25%) di tutte le consultazioni presidenziali tenutesi dall’avvìo del cosiddetto corso democratico voluto, manu militari, dagli Stati Uniti. Nel 2014 i partecipanti furono sette milioni sui dodici milioni di iscritti, il 60%. Stavolta i cittadini che si erano registrati nei circa 5000 seggi ammontavano a 9.6 milioni. Ancor più che in altre occasioni il voto di sabato 28 è stato blindato da oltre 70.000 militari, impegnati a offrire sicurezza a chi si voleva esprimere nell’urna. Ma da una parte la paura di ritorsioni talebane, che minacciavano il taglio delle dita che avessero mostrato tracce dell’inchiostro con cui si controlla che l’elettore non si rechi più volte nei seggi, dall’altra la disillusione palesemente manifestata da tanti, troppi cittadini hanno prodotto quest’estraneità al decantato “giorno dell’elezione”. Del resto molte candidature ripropongono quanto di peggio la politica locale ha mostrato per anni: verticismo, corruzione, clanismo, asservimento a interessi stranieri e a quelli dei potentati interni. Una sequenza vista fino alla nausea dalla popolazione. Basti pensare che la concreta lotta per la presidenza è ancora una volta racchiusa nel confronto-scontro fra Ghani e Abdullah, i gestori di quattro anni più uno di totale disastro politico che nella società afghana ha solo prodotto spargimento di sangue civile. Eppure, nonostante la bassa affluenza, il governo ha salutato la giornata elettorale come un successo. I vertici della politica ufficiale si considerano già soddisfatti per aver tenuto sotto controllo la situazione generale, nonostante gli agguati ai seggi che pure ci sono stati. La ‘rete di osservatori afghani’ ne conta circa quattrocento, rivolti prevalentemente alle strutture, di cui uno solo in grande stile messo in atto nella simbolica Kandahar. Però si sono verificati anche attacchi alle persone, una trentina le vittime, e dal distretto di Shinwari è giunta la notizia d’un sequestro talebano ai danni di otto osservatori internazionali impegnati in vari seggi. I risultati ufficiali della consultazione sono attesi fra il 19 ottobre e il 7 novembre. Se nessuno dei dodici candidati che vantano qualche probabilità di successo supererà la metà dei voti, si ricorrerà al ballottaggio fra i primi due piazzati. Quella coppia dovrebbe risultare un dejà vu.

venerdì 27 settembre 2019

L’Egitto che non vuole Sisi


La seconda settimana di protesta anti regime fa più male della prima.  Così il generalissimo, ormai con più estimatori all’estero che in patria, fa arrestare alla vigilia dell’odierno venerdì di mobilitazione circa duemila concittadini, compreso qualche oppositore noto fra quelli che periodicamente sono costretti a fare i pendolari attraverso carceri. L’ultimo vessato è un noto docente di scienze politiche dell’Università del Cairo, Hassan Nafaa, che aveva dichiarato “Non ho dubbi che la continuazione del potere di Sisi ci condurrà al disastro. Nell’interesse dell’Egitto la sua partenza è auspicabile il prima possibile”. Per aver detto questo già mercoledì scorso il professore è finito a far compagnìa in cella a gente come il portavoce dell’ex capo dell’esercito Sami Anan. Quest’ultimo, poi, è a una sorta di arresti domiciliari dal gennaio 2018 quando pensò di sfidare il presidente nella carica dello Capo di Stato. La rielezione col pieno di consensi, superiori al 97% (ma con un’affluenza dichiarata del 41%, secondo parecchi analisti oscillante fra il 25% e il 30%) è stato l’ultimo atto d’amore di quel pezzo d’Egitto che si schierava a favore del colpo di mano anti Fratellanza Musulmana. Oggi anche una parte della non numerosa della classe media inizia a non credere alle due parole d’ordine che hanno rappresentato il fulcro del suo programma: sicurezza nazionale contro il terrorismo (che in alcune zone come il Sinai, ma anella stessa capitale quando vuole, continua a colpire le Forze Armate) e rilancio economico.  
Fatta eccezione per il partenariato con l’italiana Eni sullo sfruttamento del giacimento di gas Zohr che può rendere l’Egitto l’hub mediterraneo del metano, per il turismo, negli ultimi tempi in ripresa anche in base agli occhi chiusi della Comunità internazionale sull’eccezionalità repressiva presente nel Paese arabo, e per le grandi opere pubbliche (il secondo Canale di Suez e la mega capitale a sessanta chilometri dal Cairo) la situazione economica non avvantaggia i ceti subalterni interni. Anzi. Rispetto alla deprecata era Mubarak è stato ristretto quel minimo di ‘stato sociale’ in natura rappresentato dai sussidi per idrocarburi e generi alimentari di prima necessità offerti agli strati più umili. In crescita – in verità non solo in Egitto – sono gli opposti: ricchi e poveri. E nelle ultime settimane a far montare la disillusione su Sisi, si son messe anche le denunce sui social media offerte da un appaltatore dell’esercito, tal Mohamed Ali (non si risenta la memoria dell’omonimo campionissimo di boxe degli anni Sessanta e Settanta). L’attuale Ali è un ex compare di Sisi e del suo apparato, un fornitore di materiale edile che per tutto un periodo s’è arricchito con commesse per le Forze Armate, ovviamente pagando tangenti. Quando il giochino s’è rotto e fra l’imprenditore e il governo si son creati attriti lui è volato in Spagna e da lì spara veleno contro il presidente. Ma come ha affermato un noto oppositore del movimento “6 Aprile” più volte arrestato, la crescita del malcontento non è certo orientata dall’affarista un tempo amico e oggi nemico di Sisi.
Questo soggetto cerca di cavalcare le proteste. Magari i suoi interventi battenti ne ampliano l’eco, eppure l’opposizione oppressa con arresti, torture, sparizioni acquisisce nuovo coraggio per esporsi e sicuramente subirà danni e ulteriori incrudimenti della coercizione. Ma forse vacillanti cominciano a essere le certezze del generale che vede come il progetto d’intimorire la popolazione con assassini e rapimenti non riesce, comunque, ad azzerare il dissenso. E questo nonostante il controllo capillare dei mezzi d’informazione e il bavaglio posto ai social. Quella metà del Paese vicina all’Islam della Brotherhood, silenziata da sei anni, continua a esistere pur senza manifestare, le crepe all’unanimismo di facciata compaiono e il volto scuro del generale golpista all’Assemblea dell’Onu fa il paio con quanto ha dichiarato circa le “forze del male” che affliggono l’Egitto. Un anatema dettato dalla sua paura. Ipotesi neppure tanto peregrina è che fra le stellette cairote si stia valutando se da qui in avanti l’ingombrante figura presidenziale implicata in tanti buchi neri della nazione, comprese le accuse di ruberie per sé e la consorte rivolte dal businessman Ali, diventino un peso di troppo per la lobby militare. Perciò, a garanzia del proprio potere, occorre trovare un altro Sisi, come la consorteria militare fa da circa settant’anni o perlomeno dal momento in cui il “libero ufficiale” Nasser fu meno libero di pensieri e dal terzomondismo finì per proporsi come raìs. Seguìto da altri militari divenuti presidente (Sadat, Mubarak) per nulla carismatici rispetto all’apripista. Insomma la costante delle stellette sulla vita politica egiziana potrebbe pensare di sostituire il capo per salvare il proprio sistema, evitando rivolte di piazza e sanguinarie repressioni.   

lunedì 23 settembre 2019

Afghanistan, le presidenziali impossibili


A cinque giorni dalla pluririmandata scadenza elettorale per le presidenziali afghane c’è un candidato che sicuramente prega Allah perché si giunga al voto. E’ il presidente uscente Ashraf Ghani, il fantoccio statunitense osteggiato da taliban e dagli altri candidati, compreso l'amico-nemico di governo Abdullah. Gli attentati che fino a una settimana fa hanno cercato di riproporre un ennesimo rinvio per ragioni di sicurezza non ne hanno piegato la convinzione, ma più che saldezza democratica  l’ostinazione con cui Ghani resta attaccato a quest’elezione riguarda il suo futuro. Infatti è da tempo il grande escluso dalla vita politica nazionale, un paradosso per chi riveste la carica più alta d’un Paese, pur disastrato com’è  l’Afghanistan. Ma si tratta d’un Paese che non esiste. Continua soltanto a essere un luogo di morte per la guerra strisciante fra gli occupanti della Nato e i talebani che rivendicano il ruolo di resistenti all’invasore.  Nell’anno in cui i contendenti statunitensi e i turbanti di Quetta si sono ripetutamente incontrati per discorrere del futuro prossimo, Ghani è rimasto fuori dalla porta, considerato indesiderato e indegno dalla delegazione della Shura, senza che gli americani obiettasse nulla. Per questo il ‘presidente senza potere’ si spende da tempo per il ritorno alle urne, senz’altro previsto come scadenza, ma in un sistema completamente svilito.

Allora l’uomo che si sente solo cerca l’unica sponda possibile, quella offerta dagli altri candidati che, non fosse altro perché desiderano prendere il suo posto, s’apprestano al confronto dell’urna pur denunciando quel che appare palese: il voto potrebbe essere inficiato dagli atavici brogli. Nessuno però evidenzia un’altra realtà: questo voto risulterà  assolutamente parziale. Poiché i seggi elettorali sono presenti sulla metà del territorio (l’altra metà è impraticabile in quanto controllata dai talebani) e anche le urne aperte e vigilate militarmente potranno essere oggetto di agguati, com’è già accaduto in precedenti circostanze. Dunque, le presenze certe nel 28 settembre che s’approssima sono il terrore generalizzato e i taliban. Quest’ultimi estranei alla competizione elettorale, ma incombenti nel clima creato dalle loro stragi e, di sorpresa in sorpresa, non è detto che il trasformismo che comunque aleggia su quello scenario in futuro non possa accettarli anche nella veste di concorrenti. Finora gli studenti coranici l’hanno  rifiutata.  Essi conoscono la propria forza e la debolezza altrui e una parte celata dei colloqui, poi interrotti da Trump, riguardava un loro possibile ritorno legale al potere. Però i turbanti vogliono scegliersi i ‘compagni di merende’ e mostravano di non gradirne nessuno fra quelli all’orizzonte. Del resto basta ascoltare le dichiarazioni degli anti Ghani per intuirne, nonostante le critiche rivoltegli, un comune denominatore.

Wali Massoud, figlio d’un padre famoso quanto farabutto, si fa forte della Massoud Foundation, struttura a libro paga statunitense che sulla retorica delle gesta d’un “eroe” che è stato Signore della guerra cerca soluzioni alternative per conservare lo status quo che il Paese conosce da decenni. Massoud junior attacca: “Occorre muovere il popolo contro la mafia di governo, Ghani e Abdullah hanno garantito solo inefficienza”. Altrettanto critico è Rahmatullah Nabil che rincara: “Un governo che ha raccolto solo fallimenti”, la sua candidatura la sostiene Jamiat-e Islami, partito storico del jihad islamico, dove hanno militato Rabbani e Ahmad Massoud, con le conseguenze che tre generazioni di afghani conoscono bene. Se siete curiosi ascoltate anche Noorullah Jalili, sayyed della provincia di Nangarhar, un affarista che a suo tempo ha lavorato anche per i talebani: “La nazione accetterà perfino l’Emirato, ma gli attuali governanti non accettano compromessi sul destino del popolo”. Mentre l’ex parlamentare Latif Pedram, riempie i cuori di promesse: “Se vincerò porterò le riforme che servono al Paese”. Sic, evidentemente si sente atteso. Certo, c’è pure l’ipocrisia fatta persona, quella del premier Abdullah Abdullah, che giorni addietro, a corredo della sua terza candidatura, dichiarava: “Noi non vogliamo la continuazione della guerra per restare al potere”. Le bugie hanno le gambe corte, cortissime. Abdullah ha la faccia di bronzo. 

lunedì 16 settembre 2019

Tunisia, sorprendono afflusso ed outsider


Doppia sorpresa nel primo passaggio elettorale delle presidenziali in Tunisia: l’astensione è risultata meno marcata di quanto la dichiarata disillusione politica della popolazione avrebbe fatto attendere. Così il 45% dell’elettorato recatosi ai seggi, controllatissimi da settantamila militari, è di molto inferiore al 64% registrato cinque anni fa, ma non sconfortante come l’ipotesi del 25-30% ventilata da alcuni sondaggi. L’altra sorpresa è il vincitore del turno selettivo: Kais Saïd, un sessantunenne professore di diritto costituzionale che occupava un posto nella fitta schiera di indipendenti e che ha messo in fila i più quotati candidati del regime recente e della nostalgia benalista Probabilmente è stato il voto giovanile a dargli fiducia e a darsi speranza in una nazione rimasta bloccata da anni. I ragazzi che non vogliono finire nella spirale della violenza jihadista, che in Tunisia recluta pagando il bisogno e la disperazione, e non hanno le migliaia  di dollari per i viaggi degli scafisti sempre meno sicuri non solo per la tenuta in mare, ma per l’accoglienza sulle coste italiane e le collocazioni in Europa. Le due piaghe dello sradicamento sociale restano, ma chi ripone fiducia nel professore cerca altro. Il competitore con cui dovrà vedersela a metà ottobre, o forse a novembre perché non c’è ancora una data precisa del secondo turno, dovrebbe essere colui che i sondaggi davano per sicuro vincente: il tycoon Nabil Karoui. Ha ottenuto un 15,5% di preferenza, il 4% in meno di Saïd, mentre più staccato è l’uomo di Ennahda, Abdelfattah Mourou, con un consenso fra l’11 e il 12%. Il suo partito non s’è rassegnato, comunicando ufficialmente di attendere i risultati finali dalla Commissione elettorale, l’unica che ha il potere di verificare la correttezza delle schede scrutinate. Comunque i più penalizzati dal voto, viste le reciproche aspettative sono le due figure istituzionali: l’ex premier Chahed e l’ex ministro di Essebsi, Zbidi. Quest’ultimo, sicuro di un’affermazione, s’era spinto a preventivare una prossima riforma costituzionale per un ritorno al presidenzialismo dell’epoca di Ben Ali. E più d’uno fra i candidati accreditati aveva concesso strizzate d’occhio all’ex raìs, lodando sua era (sic). La mossa non ha avuto presa sull’elettorato. Però la stessa novità rappresentata da Saïd, tenutosi lontano dalle lusinghe dei partiti storici, non mostra una piani diversi concorrenti. Anch’egli appare imbalsamato nella conservazione di un’economia malata che non studia né lavora per percorsi alternativi. Perciò chi si sta appoggiando a questo candidato fuori dal coro, potrebbe scoprire scarse o nessuna novità, soprattutto di quelle prospettive socio-economiche che sono l’inestirpato tumore tunisino.