martedì 30 gennaio 2018

Afghani: rimpatri forzati fra le bombe


Tornano. Sono costretti a tornare nel Paese da cui erano fuggiti per cercare un’esistenza futura. Sono migliaia di afghani che, come altri migranti e rifugiati, si vedono respinti dall’aria che tira in Europa, un’aria xenofoba fomentata o subìta dai tanti governi Ue. Che in troppe circostanze, e nelle più diverse latitudini, non hanno attuato un’adeguata politica dell’accoglienza e dell’inserimento delle emergenze migratorie, così da ritrovarsi decine di migliaia di vite in sospeso. E nelle condizioni più varie: dalle para-detenzioni di taluni centri di accoglienza, alla ghettizzazione e all’autoemarginazione in città e campagne di chi cerca di arrangiare un’agra realtà pur di non tornare negli inferni conosciuti. Di chi si fa fantasma sociale pur rientrando nella catena dell’uso e dello sfruttamento di mano d’opera. Un fenomeno discusso dalla gente per via, prima che dai politici nelle sedi istituzionali e nei salotti televisivi. Discusso spesso in assenza d’informazioni, lamentando le proprie contraddizioni crescenti, col sangue agli occhi per la contrapposizione dei diritti e lo scontro razziale e razzista che ne consegue. E l’Italia non è fra le piazze peggiori, visti i muri e le minacce sollevati in questi anni dal pensiero neonazista riagitato nell’Europa della tradizione e della conservazione. Indifferenti all’orgiastica competizione dell’assassinio di civili per accaparrarsi la leadership del terrore che è in atto da due anni fra talebani e Isis del Khorasan, i governi del nostro continente aumentano i rimpatri forzati di richiedenti asilo afghani.
Nel 2016 avevano respinto circa 10.000 individui, compresi molti minori, nell’anno che s’è chiuso la cifra è aumentata, nonostante siano cresciute le vittime nelle province dove gli afghani vengono rispediti. Ma a premier e ministri degli Interni dei Paesi dell’Unione, anche quelle anime politiche che si fanno belle di sani princìpi di cristiana ospitalità poco interessa il contorno esterno. Premono ragioni di Stato e i risultati elettorali di un’Occidente ormai assillato da paure e chiusure, una società che si asfissia in una futile tecnologia della pace, trasferendo i prodotti della propria tecnologia della morte nel mondo posto sotto tutela. Cui s’aggiunge la sciagurata potestà delle alleanze economiche e geostrategiche che disegnano i disastri presenti nei luoghi di crisi. Con l’ultimo governo locale, frutto delle fallimentari alchimie sperimentate nei sedici anni di occhi e mani sull’Afghanistan, l’Occidente ha siglato il patto “Joint way foward”. Come nei tanti progetti sparsi dall’imperialismo  attorno alle sventure create, di condiviso in quella sigla non c’è nulla. Anzi, niente di più unilaterale si nasconde nella proposta rivolta al presidente Ghani. Se il Paese non accetterà di riprendere gli afghani che le nazioni rispediscono al mittente, Kabul, che già deve fare i conti coi serrati assalti jihadisti e talebani, vedrà tagliarsi i fondi  con cui l’Occidente lo mantiene in un comatoso stato di sopravvivenza. L’Afghanistan risponde a una tipologia di rentier-state. Utilizzato dalla Nato, e principalmente dagli Usa, quale avamposto militare strategico per l’Asia. Le basi aeree di: Kabul, Bagram, Parvan, Charikar, Kandahar, Khost, Paktia, Maza-e Sharif, Jalalabad garantiscono al Pentagono osservazioni, controllo e incursioni tramite F-16 e droni.

L’altra rendita proviene dallo sfruttamento del sottosuolo dove, nell’ultimo quindicennio, sono state scoperte vene minerarie cui è interessata l’industria bellica e l’high-tech. In realtà molti rilievi erano stati fatti a inizi anni Ottanta, durante l’occupazione sovietica. I russi, da sempre attenti a fonti energiche e materie prime, avevano compiuto scandagli, sapendo che per conformazione geologica gli urti fra subcontinente indiano e piattaforma asiatica aveva stratificato vari metalli. Dal 2004 l’Us Geological Survey, grazie all’occupazione dell’Enduring Freedom, ha formalizzato le ispezioni attorno a giacimenti di rame, ferro, cobalto, alluminio, mercurio, litio e le famose ‘terre rare’, stimando in mille miliardi di dollari il patrimonio di quelle viscere. A sfruttare talune riserve, il rame ad esempio, copioso in un punto dove c’è un’antichissima area archeologica (Mes Aynak) è il China Metallurgical Group. Il governo Karzai ne cedette l’estrazione trentennale all’azienda di Pechino in cambio di tre miliardi di dollari. Come per altre concessioni avvenute in questi decenni (terreni per le basi aeree, terreni per la coltivazione dell’oppio) non se ne è avvantaggiato il Pil del Paese; i capitali sono finiti nelle tasche di uomini di governo, clan familiari, clan tribali, Signori della guerra. Perché chi vuol sfruttare le risorse, dall’esterno e dall’interno, consente solo questa via. In quest’Afghanistan vengono rispediti, a morire o patire, i ragazzi che cercano un domani nella vecchia Europa.  

lunedì 29 gennaio 2018

Kabul, la corsa al primato del terrore


Prosegue la gara dell’attentato in una Kabul sfibrata più che blindata. Non c’è check-point, controllo, cinta muraria o ‘cittadella proibita’ che non possa risultare violata da attentati a ripetizione. Stamane la capitale afghana ne registra il terzo in dieci giorni, quand’è ancora mobilitata a tamponare la pesantissima strage di sabato presso l’ospedale Jamhuriat, in pieno centro città, dove le vittime sono salite a oltre un centinaio. All’alba un commando, in quest’occasione dell’Isis che ha rivendicato l’azione  (secondo alcune fonti compiuta di fatto da alleati tattici) ha assaltato l’edificio dell’Accademia militare d’élite ‘Marshal Fahim’, situato nella zona nord-ovest della capitale. L’attacco è durato ore, provocando l’uccisione di 11 militari e 4 assalitori, due dei quali kamikaze. Fra i motivi dell’azione attribuita alla rete di Haqqani, sempre riottosa verso il potere centrale talebano, ci sarebbero “sanzioni” americane verso il gruppo. L’unica sanzione che i comandi del ‘Resolute support’ riservano ai turbanti sono i missili per uccisioni mirate. E nel ‘mors tua vita mea’ tornata a essere unica legge vigente nella quotidianità afghana, talebani ortodossi, dissidenti, miliziani Isis autoctoni e venuti da fuori rivaleggiano a suon di assalti contro militari e civili del luogo. Alla popolazione che ha avuto la fortuna di raggiungere i trent’anni torna alla mente l’assedio di Kabul di inizio anni Novanta, quando a scontrarsi per il potere erano i Signori della guerra, divisi in bande che si cannoneggiavano dai crinali delle montagne attorno alla capitale.
Come allora, e con le diversità apportate dalla tecnologia, i kabulioti girano con dei foglietti infilati nel kurta-paijama. Ci son scritti: numero di cellulare, indirizzo di amici e parenti, gruppo sanguigno. Lo racconta un cittadino afghano a un inviato di Al Jazeera, ricordando come questo appunto potrebbe risultare inutile o essere solo scaramantico. La pesantissima aria che si respira negli ultimi mesi, proprio nel centro città, conduce all’incertezza e al pessimismo cronici. Ci son giovani che confessano di guardare più alla morte che alla vita e c’è chi pensa che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo. Si vive sospesi, fra esplosioni e un ossessivo riecheggiare di sirene. Dopo attentati devastanti, alcuni dei quali anche senza rivendicazione (quello del 31 maggio 2017 che fece 150 vittime), di certe persone si presume la morte perché non è stato possibile identificarle, in più taluni corpi dilaniati non riescono ad avere neppure una degna sepoltura secondo la ritualità islamica. Nello scenario della geostrategia terroristica, che s’interseca con la geostrategia dei Paesi che praticano il terrorismo di Stato attraverso interventi diretti e indiretti, l’attuale conflitto fra talebani e Isis vede sostegni e burattinai nient’affatto sconosciuti. Le intelligence statunitense e pakistana in primo luogo. Quest’ultima s’è trovata scavalcata in molte delle operazioni americane degli ultimi anni, dallo scontro con Qaeda per l’eliminazione di Osama bin Laden ad Abbottabad (2010), alla ripresa dei colloqui coi talebani da parte del governo Ghani, sempre su suggerimento di Washington (2016).
La trattativa è stata l’ultima pietra traballante posta dall’amministrazione Obama prima di lasciare la Casa Bianca. E non ha prodotto effetti. L’anno di Trump è stato, come per tante mosse della sua gestione, confuso, tranne vagheggiare ritorni di guerra massicci annunciati con la mega esplosione della Moab. Ma la partita afghana, in ballo da un quarantennio, calamita altri interessi. Oltre quelli delle basi militari statunitensi, il Paese è terreno di conquista fra contendenti regionali, e mentre Iran e Turchia rivaleggiano nel Piccolo Medio Oriente, il Pakistan è il gigante del Grande Medio Oriente. Da parte sua la megalomane monarchia Saud, protettissima dagli Usa, interviene su entrambi i fronti, in genere coi vari volti del jihadismo, Qaeda e ora Isis. Islamabad, l’alleato nucleare che impensierisce Washington, sta sicuramente lavorando con la sua Inter Services Intelligence sul fronte afghano. Lo scorso anno ha ricevuto 1.3 miliardi di dollari statunitensi, li usa anche per foraggiare la galassia talebana, la più difficilmente sradicabile dalla terra dell’Hindū Kūsh. E vuole la sua contropartita, fra l’altro difficilmente identificabile, viste le spinte centrifughe presenti nella più grande nazione islamica (200 milioni di abitanti, in gran parte sunniti, ma anche con tendenze fondamentaliste deobandi, e comunque 30 milioni di sciiti). Ad arricchire il panorama, la ‘protezione’ cinese del sistema pakistano, per gli effetti economici che Pechino conduce nella propria geopolitica, che la vede molto interessata alle miniere afghane, tanto da avere ottenuto da oltre un decennio il primato di ricerca e sfruttamento del sottosuolo, ricco delle cosiddette terre rare (scandio, ittrio, cadmio, ricercate nell’alta tecnologia) e non solo.

sabato 27 gennaio 2018

Cimitero-Kabul: la strage continua


Novantacinque corpi straziati, centocinquantotto feriti, fra i tanti lacerati altri perderanno la vita. Kabul centralissima, quella teoricamente super blindata e di fatto aperta alle incursioni. Perché se a portare l’attacco, come in questo caso (e a differenza degli uffici di ‘Save the childern’ di Jalalabad), sono i talebani molti varchi risultano aperti dalle infiltrazioni e collaborazioni presenti fra soldati e ufficiali dell’esercito afghano. Oppure da strumenti sanitari: un’ambulanza nella quale era stipato l’esplosivo che i turbanti hanno fatto brillare. In quale punto della capitale? Lì dove la contraddizione dei simboli parla chiarissimo: presso un’inutile sede dell’Alto Consiglio della pace, in uno snodo vitale della grande arteria di scorrimento denominata Salang wat Road. Nei pressi di un ospedale (Jamhuriat) che sorge fra tante ambasciate: l’indiana, la svedese. E poi, a neppure mezzo chilometro, quelle strategiche: la cinese e poco più su l’iraniana e la francese. Il messaggio al presidente Ghani è tranciante come l’esplosione che fa saltare migliaia di vetri, accecante come il fumo e la polvere rosata che per ore hanno veleggiato sulla città: qui comandiamo noi e vista l’aria che tira con la concorrenza dell’Isis che vuole insidiare a suon di botti il nostro terreno, ascolta l’ennesimo avvertimento e fatti da parte. Il punto di non ritorno che ha assunto la situazione afghana negli ultimi due anni, vede l’amministrazione fantoccio tenuta in pedi dall’opportunistica autoreferenzialità statunitense, nell’assoluta impossibilità di conseguire qualsiasi obiettivo.

Ghani non riesce a governare, non l’ha mai fatto anche quando ha evitato uno scontro di fazione fra pashtun creando la diarchia con Abdullah. Non sono serviti gli ex signori della guerra vestiti da ex presidenti (Dostum) e da ministri. Non sembra aver pagato neppure la cooptazione del fondamentalista Hekmatyar nel ruolo di mediatore coi taliban, perché Washington non riuscendo a batterli ha rilanciato l’ipotesi di accordo, magari inserendoli nel governo. I Talib, sempre rissosi, e spaccati dopo l’ufficializzazione della scomparsa del mullah Omar, tenuta tatticamente celata per oltre due anni, hanno trovato sotto nuove guide (Mansour e Akhundzada) una parziale unità, sebbene molte schegge si fossero separate già dal 2013: nelle aree tribali delle Fata, confluendo verso i Tehrik-e Talib del Waziristan, e nella provincia del Nuristan o in quella sempre borderline dell’antico Khorasan che sconfina nell’attuale Iran, dove è sempre attivo l’Islamic State Khorasan Province, unico gruppo che ha resistito all’ampia controffensiva talib Occorre tener presente quest’orizzonte per comprendere il crescente caos afghano, dov’è in atto uno scontro nello scontro. Quello primario si rivolge al governo kabuliota e all’imperialismo occidentale che lo sostiene. L’altro è una lotta di crudeltà, combattuta a suon di attentati col Daesh che s’è insinuato in territorio afghano.

Ne abbiamo parlato in occasione di altre stragi, attuate contro l’etnia sciita locale (gli hazara), ma ormai gli stessi pashtun sunniti risultano vittime inconsapevoli della corsa alla bomba più devastante, alla strage più sanguinosa che fanno del Paese un cimitero allargato. Una devastazione sulla devastazione avviata dall’Enduring Freedom e proseguita negli ultimi diciassette anni dalle truppe Nato di ‘missioni di pace’ dai nomi cangianti e dalla sostanza destabilizzante. Un Occidente che scuote e scassa come talebani e jihadisti, visto che quest’ultimi continuano a misurarsi e reclutare anche perché nel Paese il conflitto strisciante prosegue, sia con l’obamiana guerra dei droni, sia con “la madre di tutte le bombe” proposta da Trump. Simili attacchi hanno effetti sanguinari, nel caso della Moab, più sui civili che sui miliziani che, invece, subiscono maggiormente dalle esecuzioni mirate com’è accaduto ai tre emiri dell’Isis afghano (Saeed Khan, Abdul Hasis, Abu Saeed) freddati, via aria, fra il 2016 e metà 2017. Ma, appunto, la presenza dell’aviazione statunitense e delle truppe d’occupazione offrono ai due contendenti il meraviglioso alibi di difendere il popolo afghano dall’ingerenza imperialista. Se in quest’affermazione è sicuramente vera la seconda parte, la prima diventa una lotta per la supremazia fondamentalista, usurpatrice d’un popolo stremato e martoriato.

venerdì 26 gennaio 2018

Afghanistan, piccoli galeotti


Nel Paese della vita assediata e dell’infanzia negata i minori ‘rei’ di avere i genitori reclusi, in genere la mamma, subiscono la beffa di finire anche loro in galera. In realtà non c’è una sola nazione a mostrare questa violenza di ritorno, comunque l’Afghanistan, se non proprio tutte, riesce a sopravanzarne tantissime. Le meste storie s’inseguono da una città all’altra, Nangarhar, Jalalabad, Kandahar non fa differenza. Perché nella testa di bambine e bambini, le mura a limitare l’orizzonte degli sguardi, le porte blindate, il rumore di serrature e chiavistelli restano privazioni e incubi difficili da cancellare. L’opzione di avere accanto i figli, scelta da parecchie madri arrestate per alleviare le proprie sofferenze, rendono i bambini stessi detenuti. L’unica alternativa sono le non molte Ong locali che si occupano di orfani, minori abbandonati o privati di genitori. Però non bastano, così i piccoli in molti casi si ritrovano in cella. La questione da qualsiasi parte la si osservi è decisamente delicata e di non facile soluzione, perché per i minori reclusi involontari la privazione della libertà viene in second’ordine rispetto alla perdita, pur temporanea, della mamma. 
Il legame affettivo è di per sé primario nel rapporto madre-figli. Se quest’ultimi in età scolare, pur in prigione hanno la fortuna di vedersi assistiti da programmi di alfabetizzazione che, in casi rari, vengono accettati dall’amministrazione politica e carceraria in base a progetti di qualche associazione umanitaria, quella permanenza forzata si trasforma in un investimento. Talvolta la presenza dietro le sbarre della prole (esclusivamente femminile) prosegue anche nel periodo post puberale. E sempre ragionando per paradossi, questa condizione preserva le ragazze, anche se solo per la durata di quella situazione, da matrimoni forzati con uomini che per età potrebbero esserne padri e nonni. Comunque tutto è lasciato alle circostanze, poiché i tribunali locali non sentenziano allo stesso modo. Così le vite, già sospese per situazioni contingenti, subiscono l’ulteriore variabile della fatalità. Il miracolo accade se, e quando, chi segue questo cammino instabile e doloroso, riesce a ricavarne una forza da poter spendere all’esterno. In quel genere di esistenza che nella nazione dell’Hindū Kūsh non si rivela più sicura dell’inferno carcerario.

mercoledì 24 gennaio 2018

Afghanistan: attentati quotidiani, insicurezza diffusa


Nell’attacco avviato stamane a Jalalabad presso la sede di una delle multinazionali delle Ong “Save the Children” i talebani locali fanno sapere di non entrarci nulla. L’hanno comunicato a Tolo tv, che si occupava dell’ennesimo attentato in terra afghana. Certo, la località e l’area circostante (le aree tribali note come Fata) rappresentano una roccaforte storica dei guerriglieri islamici, e se l’assalto non viene dalle proprie milizie la concorrenza dell’Isis, s’è fatta incalzante. In casa. Rappresenta un conflitto nel conflitto, consolidato ormai da oltre un anno, per contendersi il primato della contrapposizione al governo di Kabul. In questo presente e in un futuro che appaiono pressoché congelati. L’assalto agli uffici dell’Ong conta per ora due vittime, l’emittente afghana inizialmente ha citato 12 feriti fra il personale della struttura, ma il numero, come spesso accade, può salire. Le forze della sicurezza hanno avuto la meglio su tre assalitori che sono stati uccisi. La rivendicazione talebana è invece giunta per l’hotel Intercontinental, assalito da un commando sabato scorso. “Siamo stati noi” ha dichiarato un portavoce talib parlando degli uomini penetrati nella super vigilata struttura alberghiera sorta su un’altura che s’erge sulla piana della capitale. In quell’occasione il commando vestiva divise dell’esercito e ha forzato il blocco di controllo.

I miliziani erano a conoscenza della pianta dell’hotel, testimoni hanno raccontato che si muovevano con agilità e sicurezza, sia seminando panico (e morte) fra gli ospiti (si sono contate 18 vittime e 22  feriti), sia piazzandosi in punti chiave per sostenere il conflitto a fuoco con le squadre speciali afghane sopraggiunte per liberare l’edificio. La battaglia è durata ben 16 ore, mostrando, com’è accaduto in più circostanze, l’alta specializzazione offensiva dei turbanti contro le titubanze direttive e la precaria condizione di quei reparti antiguerriglia, cui si dedica il piano statunitense per la sicurezza afghana sin dai tempi della prima amministrazione Obama. Colpire obiettivi simili, non strategici sotto un’ottica militare, né simbolici come palazzi istituzionali e ambasciate, serve ai Talib per compattare sulla linea del fuoco i propri miliziani, mostrare la precarietà delle Forze Armate di Kabul, fare terra bruciata di una presenza straniera d’ogni tipo in Afghanistan. Un Paese in guerra da 39 anni, in un conflitto cangiante e strisciante durante il quale è da tempo presente un sostegno alle prime vittime di questa condizione che sono i civili. Per i talebani, e per i jihadisti dell’Isis che ne insidiano il primato, tutto ciò è insopportabile. Dunque cercano il terrore diffuso, attaccando in maniera mirata medici e organizzazioni non governative e colpendo anche nel mucchio com’è accaduto all’Intercontinental.

Nonostante si tratti d’una struttura pluristellata  l’hotel non è frequentato da turisti, ci sono corrispondenti dei media e uomini d’affari, più o meno limpidi. E se le infiltrazioni di agenti dei Servizi sono utilizzate anche per organismi internazionali neutrali, è anche vero che in uno scenario devastato come quello afghano simili giochi di prestigio si possono ottimamente fare fuori dal Grand Hotel. Allora lo scopo delle offensive sembra quello di fare ovunque terra bruciata, instaurando l’angoscia dell’attentato come insicurezza assoluta per chi opera sul fronte sanitario e di sostegno alle componenti più deboli: bambini e donne. Colpendo la mega Ong britannica, con filiali operative in una trentina di nazioni, s’intimoriscono le piccole attività di cooperazione, comprese quelle interne. Situazioni che abbiamo visitato e descritto - come gli orfanotrofi e i rifugi per donne di Afceco, le scuole di Opawc a Kabul che si relazionano a organismi italiani come il Cisda e ‘Insieme si può’ di Belluno - in questi ultimi anni riscontrano serie difficoltà per far viaggiare cooperatori e attiviste a sostegno dei progetti che si coniugano a un Afghanistan che rigetta parimenti l’occupazione imperialista occidentale (cui contribuiamo coi nostri militari) e il fondamentalismo. In quella che è sempre più oppressa terra di nessuno, taliban e miliziani Isis uccidono e sorridono.

domenica 21 gennaio 2018

Afrin, parte il piano anti kurdo di Erdoğan


Se sarà una punizione o una più sanguinosa pulizia militare si vedrà prossimamente. Di fatto l’attacco a quelli che il presidente turco Erdoğan definisce terroristi, e che in questi anni sono stati solidi combattenti contro le milizie del Daesh, le formazioni kurde dell’Ypg e dell’Ypj, è iniziato ieri. I caccia turchi sono partiti proprio dalle basi aeree di Dıarbakır, la maggiore città kurda nell’area del sud-est, per sorvolare e colpire l’enclave kurdo-siriana di Afrin, avviando il piano che il presidente turco menziona da tempo: spingere le forze kurde verso est, oltre la stessa regione di Manbij. Quell’area situata fra i laghi Al Joubul e Asad, vede la presenza di ulteriori reparti kurdi che hanno combattuto sui fronti di Aleppo a ovest e Raqqa a est. Ma nelle strategie già esposte nel cosiddetto ‘Scudo dell’Eufrate’, che vide l’ingresso esplicito dei militari turchi nel conflitto in Siria, i kurdi, armati e non, devono finire oltre l’Eufrate, il più lontano possibile dai confini del proprio Stato. Naturalmente nelle incursioni aeree rivolte nella giornata di ieri contro cento obiettivi della cittadina del nord-ovest siriano, finiscono nel mirino anche le popolazioni che lì vivono. Le notizie parlano di alcuni morti, secondo fonti kurde sei civili e un combattente dell’Ypg.
Nei giorni precedenti l’attacco aereo c’erano stati movimenti via terra dell’esercito turco, giustificati da Ankara come “difesa dei confini” e si erano notati avanzamenti verso l’area kurda anche di miliziani dell’Esercito Siriano Libero. Mentre scriviamo il premier Yıldırım ne annuncia una seconda ondata, a suon di tank. L’Onu, per bocca del segretario Guterres, s’è detta preoccupata dalle nuove manovre militari, sostenendo come la sospensione delle battaglie contro l’Isis presupponevano un avvio negoziale sul futuro nella regione. Ma la Siria da sette anni è la mina vagante più esplosiva del Medio Oriente, per nulla disinnescata, dalla miriade d’interessi che si scontrano e non si confrontano. Neppure sul versante che s’è opposto al progetto di Al Baghdadi, lì dove le alleanze sono occasionali, contraddittorie, mirate a tornaconti soggettivi se non personali e i veti incrociati hanno fatto spargere sangue a oltre mezzo milione d’individui, molti dei quali non hanno mai combattuto su nessun fronte. Sono morti per convenienze altrui. Oggi il doppio e triplo giochista Erdoğan attacca i kurdi esterni al suo territorio per corroborare il fronte anti kurdo interno, quello che teme maggiormente da un punto di vista politico, sia nella veste armata del Pkk, con la leadership storica incarcerata (Öcalan); sia quella politico-istituzionale (Demirtaș e Yüksekdağ) incarcerata anch’essa, con l’accusa di sostenere i terroristi. Una sorta di prova ontologica dell’esistenza del terrorismo.
Ma il presidente-sultano non lo fa da solo il passo. Gli è permesso, per ora più dal recente amico autocrate Putin, che dallo sfrontato alleato Trump. In questo triangolo, ultimo esempio della perversione geopolitica che passa sulla testa, oltre che sulla pelle di uomini, donne, bambini, compresi i combattenti per la difesa di ideali come sono i guerriglieri kurdi di Afrin, esistono solo biechi interessi di parte. Erdoğan sembra aver ricompattato attorno alla difesa della sicurezza nazionale il comune sentire turco, difficilmente sarà minacciato da nuove marce pacifiste del Chp, e affonda anche l’opposizione che l’aveva impensierito (la novità dell’Hdp) che coalizzava kurdi, sinistre, giovani e popolo contrario al suo laicismo fascistoide islamista. Putin, il salvatore di Asad e non si sa se anche del suo regime reazionario contro cui s’era avviata la protesta popolare del 2011 presto fagocitata dal jihadismo e dalla guerra per bande, pensa al suo “democratico” quarto mandato presidenziale. Lo raggiungerà anche grazie alle carte giocate nella macelleria siriana e nella scadenza di marzo non incide per nulla se un po’ di kurdi, civili o armati, cadranno sotto le bombe dell’aviazione di Ankara. In queste ore sono i russi a non aver negato lo spazio aereo che controllano su Afrin, ai sorvoli omicidi turchi. Mentre Erdoğan avverte gli Stati Uniti di non muovere truppe per non creare problemi diplomatici e compromettere relazioni geostrategiche.  

mercoledì 17 gennaio 2018

Usa: dimezzati i fondi ai palestinesi, si materializza la vendetta statunitense


Gli effetti della minaccia di Nikki Haley, l’ambasciatrice americana all’Onu che sogna di salire alla Casa Bianca e per questo picchia duro più del boss che l’ha voluta in quel ruolo, si fanno sentire. Lei col piglio dell’immigrato che rinnega le origini (la sua famiglia è indiana, non pellerossa ma del Panjab) e diventa negatrice d’ogni diritto, aveva tuonato contro il voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che bocciava la proposta di considerare Gerusalemme capitale di Israele. “Ci ricorderemo di voi” aveva dichiarato in faccia ai 128 delegati dei Paesi che sotterravano l’idea inseguita dal premier sionista Netanyahu. Dopo neppure un mese l’amministrazione statunitense passa all’azione, colpendo in primo luogo gli aiuti diretti all’Unrwa, l’agenzia Onu che interagisce con le Organizzazioni non governative impegnate nell’assistenza ai profughi palestinesi dislocati in Libano, Giordania, Siria. Verranno colpite anche le strutture sanitarie e d’istruzione create a Gaza e in Cisgiordania. I fondi vengono letteralmente dimezzati e passano dai 125 milioni di dollari del 2017 ai 65 milioni stanziati per l’anno in corso, coi quali ovviamente o non si riuscirà a coprire adeguatamente i servizi finora creati, oppure se ne dovrà sopprimere un congruo numero. In ogni caso ci rimetterà la popolazione.  

Il rappresentante palestinese dell’Olp negli Stati Uniti, raggiunto dall’emittente Al Jazeera, ha dichiarato che quei fondi non rientravano in nessuna contrattazione, rappresentavano un obbligo internazionale. Ma la linea Trump, volta a sostenere i desideri più insostenibili della destra israeliana che da anni detta legge nel Paese, presta il fianco a ogni sorta di provocazione per infiammare gli animi. Privare centinaia di migliaia di bambini palestinesi anche di quell’istruzione basilare rappresentata dalle scuole primarie e tagliare l’assistenza sanitaria a loro stessi e ai familiari, punta a incrementare una frustrazione già elevatissima, ancor più nei Territori Occupati dove check-point e insediamenti coloniali illegali fungono quotidianamente da spunto per vessazioni e violenze. Nella sua spiccia volgarità Trump era stato chiarissimo nel ricordare come con le centinaia di milioni di dollari annuali “pagati” ai palestinesi erano  attesi un rispetto e l’apprezzamento anche delle più canagliesche iniziative, e quella su Gerusalemme lo è in pieno. Se gli Accordi di Oslo, sminuenti per ogni prospettiva di autodeterminazione palestinese, risultano un vago ricordo superato e calpestato dall’aggressivo realismo politico di Tel Aviv in atto da un quarto di secolo, il sostegno globale al sionismo punta ad alzare sempre più l’asticella. E propone privazione, umiliazione, repressione, secondo cicli permanenti e crescenti.