sabato 17 ottobre 2015

Renzi, il diktat sull’Afghanistan

L’ordine amerikano – Renzi, il premier che non accetta “diktat da Bruxelles” lo riceve dalla Casa Bianca, anzi direttamente dal Pentagono per bocca del segretario alla Difesa statunitense Carter. Così appena Obama annuncia di lasciare uomini e armi in Afghanistan per tutto l’anno venturo, Palazzo Chigi rapidamente s’adegua. Settecentocinquanta militari italiani, tuttora in forza alla Resolute Support della Nato, resteranno sul suolo afghano. A fare cosa? Sicuramente a prendere ordini dal comando Usa prolungato d’un anno, tempo utile per investirne l’elezione presidenziale d’Oltreoceano. In una fase in cui si rimpasta la fisionomia geostrategica del Medio Oriente piccolo e grande, un disimpegno militare verrebbe giudicato dall’elettore statunitense medio come una resa a jihadisti e avversari in genere. Vantaggio che i Democratici non vogliono offrire ai Repubblicani. Il governo italiano fa da valletto a queste danze. Alla domanda su quali siano le prospettive del prolungamento della permanenza in Afghanistan nessuno degli strateghi di Washington risponde. Prendono tempo a vista.
Obiettivi falliti - Quel che appare evidente è l’inadeguatezza della costosissima struttura militare locale, sostenuta, assieme al governo della cosiddetta unità nazionale, dal Segretario di Stato Kerry. Due flop in un anno solo. La presunta normalizzazione afghana è una favola buona per la propaganda, i fatti dimostrano ben altro: tutte le province sono insicure, l’addestramento dell’ANF non riesce a creare reparti operativi e affidabili, il reclutamento (incentivato a suon di dollari) e le diserzioni si susseguono a ritmi costanti, vanificando gli impegni economici e spesso offrendo  soldati e armi alla guerriglia talebana. A fare da pedoni in questa viziosa partita a scacchi ci sono pure i nostri militi, prevalentemente parà e carabinieri che operano a Kabul ed Herat. Gli altri centri della missione restano a Mazar-e Sharif, Kandahar, Laghman e dichiarano tutti un impegno “no combat” cioè non guerreggiante. Il termine risulta tale prevalentemente nelle belle risoluzioni dei summit. La realtà è un’altra e l’esempio sanguinoso è recente.
Crimini di guerra - Il bombardamento dell’ospedale di Médecins sans Frontières che ha prodotto morte di civili e distruzioni di strutture (peraltro sanitarie) veniva da una delle basi statunitensi in loco, quasi sempre “cinetiche”, come l’attuale linguaggio diversivo dei ministeri della Difesa definisce le operazioni offensive. A Kunduz la “cinetica” missilistica dell’AC 130 americano ha fatto 22 vittime e centinaia di feriti. MSF richiede un’indagine estranea ai soggetti coinvolti (US Army e ANF) classificando l’operazione come crimine di guerra. Ma tre giorni fa un tank americano è penetrato nell’area dell’ospedale colpito, dov’erano accumulati macerie e reperti successivi all’attacco, spianando ogni cosa nell’evidente intenzione di disperdere ogni possibile prova utile all’indagine. Con la presenza statunitense ogni tentativo d’inseguire la verità verrà vanificato. Perché questa è l’altra faccia dell’illegalità globale oggi presente in Afghanistan: il governo fantoccio di Ghani e i protettori occidentali uccidono, usurpano, corrompono assieme a warlords e talebani vecchi e nuovi.
Occupazioni definite missioni di pace - L’attuale sopruso attuato contro MSF è in linea con l’illegalità con cui vennero lanciati Enduring Freedom e missione Isaf, giuridicamente fuori da qualsiasi motivazione, compreso l’articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, poiché rivolte a una nazione e un popolo estranei ad aggressioni e attentati. Non c’erano afghani nel commando che attaccò le Torri gemelle, né fu mai provata la presenza del saudita Bin Laden a Tora Bora, che comunque venne pesantemente bombardata, a due mesi dall’invasione dell’Afghanistan. Dal 7 ottobre 2001 la guerra privata voluta da G.W. Bush e proseguita da Obama, continua a vedere impegnati i partner europei, sebbene fra i grandi d’Europa la Francia abbia da due anni aggirato il pantano della presenza di proprie truppe e la Gran Bretagna lo mediti. Resiste una parte del partito conservatore, interessata a sostenere gli affari che imprese minerarie britanniche conducono sul posto.
Impegni e spese - L’Italietta è fuori da affari e geostrategie. Come storica “servitù militare” risponde ai comandi politici della Casa Bianca. Abbiamo ricordato l’impegno addestrativo rivolto alle truppe afghane, mentre gli uomini utilizzati da Unit Force 45 potranno essere mobilitati per le azioni più losche e feroci. Restano attivi anche i piloti della Task Force Air dislocati nelle basi emiratine di Al Bateen e Al Minhad. Prosegue anche la presenza di Eupol, missione di polizia per la sicurezza iniziata nel 2007. Scopo: consulenza e formazione per “soluzioni” ai loro problemi. I costi di Isaf hanno superato i cinque miliardi di euro, 750 milioni quelli delle missioni estere del 2013, saliti a 860 milioni per i primi nove mesi di quest’anno. In Afghanistan sono stati impiegati 120 milioni di euro per i militari, 85 per la logistica, 70 per la cooperazione (il cui finanziamento continua a essere agganciato a baschi ed elmetti). L’attuale annuncio renziano ha trovato in corsa 59 milioni di euro fino al 31 dicembre. Per i mesi restanti del 2016 la Finanziaria cercherà risorse.

giovedì 15 ottobre 2015

Il soldato Obama resta in Afghanistan


Obama non chiuderà il proprio mandato col promesso disimpegno militare afghano. Quando, a inizio 2017 lascerà lo Studio Ovale di Washington, 5.500 soldati, la metà delle attuali truppe statunitensi in Afghanistan, resteranno al loro posto. Potrebbero riaumentare se il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti dovesse essere un repubblicano, Trump o chi per lui. Ma la stessa decisione presa da un presidente democratico, la ridanciana Hillary o chi per lei, non stupirebbe, visto che l’occupazione di quel Paese prosegue da quattro mandati presidenziali (due Bush jr, due Obama) e tre missioni di “pace” (Enduring Freedom, Isaf, Resolute support). Del resto l’agognato - da Obama e dai generali del Pentagono - Bilateral Security Agreement, inizialmente pattuito da Karzai ma non firmato e siglato dopo l’insediamento d’un anno fa dal presidente Ghani, prevedeva una permanenza dell’US Army fino al 2016 con estensione nel tempo. Una presenza ridotta, rispetto ai grandi numeri voluti dallo stesso Obama nel 2010 (oltre 100.000 uomini, gradualmente rimpiazzati da un numero mai chiarito di contractors), mirata principalmente a consolidare e allargare nove basi aeree (Bagram, Kabul, Jalalabad, Kandahar le maggiori) dalle quali continuare a controllare i cieli, portare attacchi a ogni genere di nemico colpendolo con caccia e droni. Non necessariamente i talebani; in vari casi civili e Ong sgradite, com’è accaduto di recente a Kunduz a Medecins sans frontières che ha lasciato sotto le bombe d’un AC-130 dodici fra medici e infermieri. 
Nel ridisegno geopolitico del Medio Oriente, la piazza afghana continua a vestire un ruolo strategico per la sua centralità nella mappa asiatica, perché consente di controllare da vicino l’espansionismo economico cinese, ampiamente presente nello sfruttamento del sottosuolo afghano, e tener d’occhio due potenze locali. Quella avversa degli ayatollah iraniani, attualmente in una condizione di allentamento della tensione dopo l’accordo sul nucleare, e quella alleata pakistana che preoccupa la Casa Bianca per le tante contraddizioni di politica interna. Il Pakistan è ampia area rifugio della galassia talebana, soprattutto nel cuscinetto tribale delle Fata, e proprio tale presenza è uno dei motivi del mezzo ripensamento di Obama che si riverserà sicuramente sul nuovo inquilino di Washington. I Taliban, oggi in buona parte riuniti attorno alla guida del mullah Mansour, negli ultimi tempi hanno messo a nudo il grande bluff americano riguardo agli sbandierati: azzeramento del terrorismo, sicurezza nazionale, creazione d’un esercito afghano autosufficiente, presenza di un governo democratico. Per i due mandati di Hamid Karzai, creatura politica voluta da Bush per avvalorare la tesi d’una democratizzazione della nazione, questo è stato il mantra ripetuto sino alla nausea dalla propaganda delle truppe Nato, alleati Ue compresi. Cui hanno continuato a offrire il la i media mainstream. La realtà è mostrata dai fatti: i turbanti armati sono presenti in 24 delle 34 province afghane e puntano alle grandi città, come ha mostrato l’assedio di Kunduz, lasciata definitivamente solo ieri con la promessa d’un ritorno.
Obama è costretto a giustificare la permanenza statunitense riconoscendo quel che Stato Maggiore e portavoce hanno a lungo nascosto: l’incapacità dei 350.000 soldati afghani di tener testa ai guerriglieri. Affermando che il Paese “non diventerà il rifugio dei terroristi” lo fa seguire da un “ce ne andremo quando i talebani troveranno un accordo col governo di Kabul”. Ossimori politici che riportano alla memoria aneddoti sui suoi generali pronti a offrire ai reparti in ricognizione indicazioni sui talebani, valutati come buoni o cattivi rispetto alla possibilità di fare con loro accordi. Traspare tutta l’approssimazione con cui le amministrazioni statunitensi conducono una politica estera basata unicamente sui propri interessi geostrategici. Visto che associazioni non governative locali e i loro sostenitori sparsi per il mondo, le Ong estranee al business degli aiuti della cooperazione internazionale, continuano a denunciare i crescenti elementi peggiorativi nella vita quotidiana, frutto d’una cura “normalizzante” e “democratica” durata 14 anni. Anche i dati Onu sono spietati: lo spargimento di sangue fra i civili prosegue e aumenta fra i bambini, povertà e disoccupazione sono piaghe impossibili da sanare senza un’economia autosufficiente bloccata da un assistenzialismo che produce spreco di denaro (oltre mille miliardi di dollari spesi, gestiti unicamente da politici corrotti e signori della guerra). 85% di donne ancora analfabete, 87% di loro esposte a violenza, secondo Paese al mondo per mortalità di parto, 164° (su 165) per mancanza di diritti sulle donne. Ne parla l’Onu, di questo la Casa Bianca tace.

mercoledì 14 ottobre 2015

Istanbul, il sogno d’una resurrezione

Istanbul non porta la tristezza come ‘una malattia temporanea’, oppure ‘un dolore da cui liberarsi’, ma come una scelta...” eppure lo scrittore Orhan Pamuk, come altri cittadini liberi di Turchia è angosciato dall’attuale orizzonte che sta vivendo il Paese. Attanagliato nella morte, come durante i cupi tempi d’una dittatura lunghissima, quando negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta, periodi in cui lui era bambino, ragazzo e poi giovane uomo generali e militari dettavano legge sul resto della cittadinanza torturando, incarcerando, assassinando. Quei tempi sembrano tornare, attuati da un presidente assetato di potere sino al punto di dimenticare un passato che l’ha portato in galera, perseguitato dai militari kemalisti per il la sua fede islamica.
Eppure Erdoğan che di strada ne ha fatta tanta, diventando sindaco proprio della città pontiera d’Istanbul (che è Bisanzio e Costantinopoli, sponda europea e asiatica, luogo, come ricorda lo scrittore, dove ”le rovine convivono con la città”) prima d’essere premier e ora presidente ha dimenticato i tempi del dolore, se tanto ne produce con una gestione assolutistica del suo ruolo. In una recente intervista a La Repubblica il premio Nobel ha dichiarato “A Istanbul la vita negli ultimi due mesi è diventata impossibile. Gli amici continuano a dirti: non scendere a prendere la metro, non andare in piazza Taksim, non frequentare posti affollati. La sindrome della bomba sta accerchiando le nostre vite, ma tutta la gente in Turchia non vuole altro che la pace”.

La chiedevano anche quelle migliaia di lavoratori e giovani che sabato scorso manifestavano ad Ankara quando in trenta secondi due esplosioni hanno sparso frammenti di ferro sui volti e sul corpo di decine di loro. Lacerandoli. Sono morti in 97 ma di un’altra trentina non si hanno notizie da giorni. Potrebbero risultare fra le vittime. Nell’ennesimo disastro che soffoca il Paese, assieme alla guerra civile latente fra l’esercito e le organizzazioni politiche kurde, all’attacco alla libertà d’informazione e finanche di parola condotto da Erdoğan a suon di arresti, c’è stato un piccolo miracolo. L’insegnante Izettin che abbracciava la moglie dopo l’attentato ricoperto del proprio e dell’altrui sangue, e dato per morto insieme alla figlia, non è fra le vittime. L’uomo vive, seppure con la tristezza orgogliosa di cui parla Pamuk. Questa “resurrezione” può rappresentare un viatico per la rinascita della Turchia.

lunedì 12 ottobre 2015

Osce: “Elezioni turche: situazione anormale e rischiosa”


Le deteriorate condizioni di sicurezza mettono a rischio il corretto svolgimento delle consultazioni elettorali. L’afferma senza mezzi termini il capo dell’Osce (Organization for Security and Cooperation in Europe) Ahrens, che non nasconde la preoccupazione per la china violenta che assume la quotidianità in Turchia. E’ un pensiero diffuso, manifestato anche da illustri intellettuali che, come il premio Nobel della letteratura Pamuk intervistato dal quotidiano La Repubblica, afferma “… a Istanbul nei due ultimi mesi il clima è diventato impossibile”. Un clima di paura, oltre che di palese rischio di finire smembrato da ordigni collocati da mani occulte oppure colpito dalle pallottole poliziesche che reprimono chi manifesta. Nel suo ruolo mister Ahrens, che ricorda d’aver incontrato Erdoğan quando si candidava alle presidenziali del 2014, non è riuscito ad avere contatti con l’attuale premier Davutoğlu né con il leader del movimento nazionalista Bahçeli. Entrambi sembrano voler evitare di trattare temi della violenza e della polarizzazione che ha visto gli attivisti dei loro partiti scagliarsi contro l’opposizione kurda e di sinistra.
Questo panorama preoccupa l’Osce perché se ciascun cittadino non si sente libero d’esprimere i pareri personali e il voto, evitando ogni pressione privata o statale, non si può più parlare di situazione normale. Da parte sua la polizia promette di riuscire a vigilare sulla sicurezza di seggi ed elettori mentre il Consiglio Elettorale Supremo esprime di non voler allontanare i votanti dai luoghi abitati, ma proprio premier e  presidente criticano le decisioni del Consiglio considerandole pericolose per l’incolumità della popolazione. Di certa più di altre: le genti del sud-est, la comunità kurda. L’Osce di fronte alle scelte del coprifuoco e di cosiddette ‘zone di sicurezza’ esprime un parere per nulla tranquillizzante e col suo rappresentante sostiene di “non poter più parlare d’un quadro normale”. Certo non si è davanti a quanto affermano o scrivono alcuni giornalisti d’opposizioni, ancora dotati di libertà d’espressione, che lanciano paragoni fra il proprio Paese, Siria e Iraq; paralleli comunque non campati per aria, vista anche la fitta schiera di miliziani dello Stato Islamico di passaggio o addirittura operativi, come i sospettati dell’attentato di Ankara.
Nessuno dei 385.000 agenti vantati dal ministro dell’Interno Altınok (in odore di dimissioni per salvare quel Davutoğlu accusato di stragismo da Demirtaş e di mancata vigilanza dal repubblicano Kılıçdaroğlu) nelle scorse settimane aveva difeso dagli assalti sedi dell’Hdp e redazioni dei media liberali. Né alcun poliziotto di servizio s’aggirava presso la stazione di Ankara la mattina dell’attentato. Agenti antisommossa sono giunti a sangue ampiamente versato, secondo gli attivisti d’opposizione per suggellare con caschi e armi il disprezzo verso le tante vite stroncate dal disegno stragista. Proprio per ragioni di sicurezza e per garantire incolumità, l’Hdp valuta di cancellare tutti i raduni pubblici sino alle elezioni di novembre, non è escluso che lo facciano anche altre forze politiche. Eppure un pezzo di Turchia, la più cosciente e meno ricattabile, oggi ha marciato. Per ricordare le vittime, per denunciare lo stragismo che vuol paralizzare le teste delle persone incutendo paura, per sostenere le conquiste di normalità insidiate dalle bombe che spianano la strada alla proposta autoritaria di bisogno dell’uomo forte. Erano e sono lavoratori e giovani, la Turchia multietnica e democratica che vive alla luce del sole, che vuole partecipare e decidere fuori dai rigurgiti dello ‘Stato profondo’ golpista e sue nuove versioni di presidenzialismo islamico.

Izettin, il sale della vita


Un abbraccio nel sangue, una stretta tenera mentre attorno aleggia la morte. Anche quella della propria figlia Basak che era con loro, Izettin e Hatice, e che per la disperazione della madre e lo sconforto del padre ormai giaceva accanto cadavere. Tutto dopo lo scoppio assassino di Ankara dove i morti accertati sono novantasette, ma un’altra trentina di nomi mancano all’appello. Dopo alcune ore da quell’abbraccio, per le ferite che Izettin aveva ma non sentiva, anche lui ha chiuso per sempre gli occhi, che nel momento dello scatto del fotografo della Reuters Berkin, erano fissi nel vuoto. Forse osservavano la desolazione che aveva preso il posto della gioia di partecipare presente fino a pochi istanti prima; un sentimento passionale e cosciente delle difficoltà della propria esistenza e di quella di milioni di persone nell’attuale Turchia. Compiere un gesto normale in un Paese democratico come manifestare diventa rischiosissimo per la libertà e per la stessa vita. Izettin, insegnante, lo sapeva. Veniva da Suruç, cittadina sul confine siriano, diventata martire per un massacro simile nello scorso luglio. Ma Izettin, di cui raccontano gli ideali e il cuore, aveva preso per mano moglie e figlia, ricordando che l’impegno civile gli chiedeva una presenza nella grande manifestazione per la pace.
Perché nell’odierna Turchia che deve darsi un nuovo Parlamento e un governo c’è una guerra in corso, neppure tanto piccola, se aerei da combattimento sorvolano le province del sud-est, abitate dalla comunità kurda, sganciando bombe. Perché in opposizione a questa pratica di eccidio, i militanti del Partito dei Lavoratori Kurdo attaccano soldati e caserme con agguati mortali. Cento e più morti fra le divise, duemila in seno all’etnìa dei kurdi, colpita secondo l’esercito turco nelle sue milizie considerate terroriste, ma di fatto privata di suoi abitanti, anche di bambini che assieme ad altri abitanti finiscono sotto il fuoco indiscriminato della repressione. Tutto ciò sta accadendo da tre mesi e nel mondo solo gli addetti ai lavori della geopolitica se ne occupano. La pace presunta è a parole obiettivo di tanti, compresi i leader di ogni fazione, che la promettono, ne parlano finanche in tavoli di trattative pubblici o segreti. La pace concreta, che travalica gli accordi, è di solito inseguita dalla gente normale, cosciente e coraggiosa - come Izettin, Hatice, Basak - persone capaci di vivere e morire inseguendo ideali. Per dare senso e linfa a quel viaggio, più o meno lungo, che è la vita. Anche contro chi ha deciso di reciderla.

sabato 10 ottobre 2015

Turchia, la linea del terrore

Istituzioni e partiti turchi condannano la strage di Ankara, avevano stigmatizzato anche quella di Suruç, ma dalle indagini non era scaturito granché. Ipotesi d’infiltrazioni fra i manifestanti di miliziani dello Stato Islamico o dei Servizi, il casalingo Mıt e non solo. Ma chi vuole destabilizzare la Turchia? Con l’eccidio della capitale, che triplica il numero delle vittime rispetto alla precedente tragedia di luglio, l’obiettivo diretto sono: il partito della novità politica turca, l’Hdp, i suoi attivisti che s’affratellano e travalicano gli steccati del solo gruppo filo kurdo. E’ la fusione e il rinforzo che quella comunità e la sua questione ricevono con la creatura politica che li ha portati al 13% e con cui hanno bloccato il piano istituzional-autoritario della Repubblica presidenziale. Con la pratica del terrore diffuso avanza anche il disegno di riportare indietro la storia turca, farla riconvergere verso l’impossibilità di vivere la politica alla luce del sole, manifestando, riunendosi nelle strade e nelle piazze. Come accadeva all’epoca segnata dai golpe degli anni Sessanta, Settanta, Ottanta quando la vita collettiva doveva subire il giogo dello Stato armato. Questo clima la Turchia, che il presidente Erdoğan stava plasmando a suo piacimento, ha iniziato a riviverlo da un paio d’anni.
Prima con l’assalto alla gioia di vivere dei ragazzi di Gezi park, anch’essi uccisi per via, schiacciati e umiliati. Quindi con l’assillante e crescente bavaglio posto ai media, con la persecuzione all’informazione cavalcata direttamente dal presidente-sultano che, nelle valutazioni di tanti commentatori non solo interni, viene ormai dipinto come un autocrate megalomane. Lo scricchiolìo della macchina politico-organizzativa dell’Akp è sotto gli occhi di tutti, tanto che per tenere salda la propria base il partito ha dato spazio alla militanza più verace e feroce che nelle settimane scorse si sfogava rompendo teste e vetrine dell’opposizione politica e informativa. Ma sembra non bastare. La politica del terrore, che la stessa Intelligence interna non aveva mai dismesso, tranne che nei mesi dei colloqui con Öcalan diretti dal suo responsabile Fidan, è ripresa in tono sanguinario verso i militanti del Pkk e verso chiunque sia solo sospettato di aiuto o simpatia alla guerriglia kurda. Non ci riferiamo allo scontro aperto fra esercito e i suddetti combattenti, ripreso con l’asprezza degli anni Novanta, bensì ai suoi risvolti più spietati contro la popolazione civile, che in centinaia di casi torna a essere rapita e assassinata sul ciglio della strada da bande paramilitari.

Magari vicine al presidente o formate da agenti del Mıt attivi nell’ombra oppure dai mai morti Lupi Grigi. Questa rinata linea del terrore è la carta con cui oggi si cerca di fermare l’avanzata popolare della Turchia e della comunità kurda che non si piega ai diktat di Erdoğan, definito a gran voce “assassino” dai parenti delle vittime di Ankara, così com’era stato chiamato dalla gente di Soma durante la visita di pragmatica ai minatori superstiti. Seminare morte, inzuppare il Paese di sangue è la formula scelta dai manovratori della “Turchia oscura” che, con le elezioni del 1° novembre, può assumere una fisionomia addirittura peggiore del disastrato panorama di queste ore. Dietrologi vicini al potere sostengono che lo stesso governo è sotto attacco, da parte di forze occulte, dell’islamico statunitense Fetullah Gülen, nemico giurato dell’Islam erdoğaniano, da parte dell’Isis che si vendicherebbe di attenzioni mancate d’un governo che l’ha protetto e vezzeggiato o di potenze regionali avverse, a cominciare dai sauditi. Il quadro dell’intrigo può essere ampio, le sue ipotesi varie, quel che resta e interessa è l’aggressione alla democrazia e al popolo, un attacco presente ben prima la deflagrazione delle bombe. E che ordigni politicamente diretti aiutano a rivolgere contro chi si batte per un’emancipazione dall’autoritarismo, islamico o kemalista.

mercoledì 7 ottobre 2015

La guerra Nato alle Ong sgradite

Scrive Gilles Dorronsoro, docente di Scienze Politiche alla Sorbonne, direttamente sulle pagine dal quotidiano francese Libération, che il bombardamento dell’ospedale di Medecins sans Frontières di Kunduz “si mostra come un crimine di guerra legato alla pratica d’attacco dell’esercito americano rivolto alle stesse azioni umanitarie”. Le versioni palleggiate fra il comando Nato in Afghanistan e i portavoce del governo di Kabul si sono susseguite con fare contradittorio.  Una prima tesi parlava di errore, per la mancanza di segnalazioni e localizzazione dell’ospedale. Posizione immediatamente contraddetta dagli operatori umanitari, che facevano notare come ogni propria presenza viene segnalata a tutte le parti in conflitto, soprattutto a chi è organizzato in struttura militare stabile come lo sono gli eserciti. Peraltro il bombardamento, effettuato con caccia ad alta precisione di fuoco, è durato quasi un’ora, nonostante gli appelli telefonici rivolti dal MSF ai comandi americani. Una seconda tesi affermava la presenza all’interno del grande compound sanitario di guerriglieri talebani; i fatti l’hanno smentita, perché le vittime sono tutte civili (medici e infermieri) più i feriti ricoverati, fra cui tre bambini. Perciò afferma il professore “I bombardamenti ripetuti sono illegali rispetto a quanto previsto dal diritto internazionale e ignobili da un punto di vista morale”.
Quindi aggiunge una riflessione che avevamo anticipato giorni addietro “… in realtà c’è l’inquietante tendenza a criminalizzare l’intervento umanitario. L’ospedale è stato colpito perché curava anche i feriti talebani. Già a luglio s’era verificato un incidente diplomatico con le truppe afghane penetrate nella struttura, accusata di prestare cure agli insorti”. Secondo lo studioso ciò che si ha sotto gli occhi è un’estensione della linea politica bushiana, mai del tutto scomparsa nelle stesse decisioni  dell’amministrazione seguente, unita alle pratiche militari statunitensi. “Essa non concede spazi e interventi umanitari protetti da leggi internazionali nelle zone di guerra. Tutti gli attori presenti diventano bersagli legittimi”. Tutto ciò appare come l’altro volto del terrorismo, chiosiamo noi, speculare a quello talebano o del Daesh, di chi odia le testimonianze, di cooperanti, volontari, giornalisti pena lo sgozzamento. Oppure li vuole ammansiti, come il cronista britannico “convertito” John Cantlie, l’altra faccia della tipologia del reporter embedded che racconta una nazione in conflitto dalla base Nato di Bagram o simili. Dorronsoro ricorda come “nel 2000 la casa Bianca lanciò una campagna contro la Croce Rossa Internazionale che denunciava le torture sui prigionieri, ritenendo tali denunce protettive nei confronti dei terroristi”. In più gli Usa hanno fatto delle Ong uno strumento di conquista e potere (elemento ben noto ai governanti locali e ai signori della guerra cooptati nelle istituzioni, beneficiari primi dei finanziamenti, ndr).  

L’impunità a chi ha compiuto l’azione, a chi l’ha ordinata, a chi stabilisce certi protocolli comportamentali che hanno valenza eminentemente politica, è l’unica certezza che scaturisce dalla vicenda. L’inchiesta di cui il presidente Obama si fa portavoce è il classico fumo negli occhi che in ogni situazione geopolitica gli Stati Uniti propinano all’opinione pubblica internazionale. “In realtà gli americani rifiutano di riconoscere le proprie responsabilità - sostiene il docente parigino - e scommettono sulla velocità del cerchio mediatico per limitare il colpo politico dell’incidente. Né c’è nulla da attendersi dai governi europei, in virtù della loro dipendenza dagli Usa. Una possibile inchiesta delle Nazioni Unite, con risultati disponibili fra un mese, non spingerà l’esercito statunitense a mutare i suoi comportamenti. In chiusura il professore lancia un accorato appello - a nostro avviso utopistico per quanto lui stesso ha dichiarato sulla linea dei governi occidenti - che comunque riportiamo: “Una comune presa di posizione di tutte le Ong che intervengono in contesti di guerra e un sostegno politico del Parlamento Europeo possono aumentare il costo politico del cecchinaggio operato dall’esercito statunitense verso le Ong. Ne va dei valori, della sicurezza, dell’umanità e finanche delle nostre libertà politiche”.