lunedì 20 aprile 2015

La Cina s’avvicina

Attrazione interessata - L’accordo sino-pakistano di queste ore, non coinvolge solo la sfera economica, che prossimamente potrà addirittura trasbordare dai pur ciclopici 46 miliardi di dollari convogliati da Pechino verso la popolosa e irrequieta potenza regionale asiatica. Le mosse cinesi assumono contorni geostrategici senza muovere ufficialmente pedine militari, come invece accade a un alleato fino agli anni scorsi privilegiato di Islamabad: gli Stati Uniti d’America. Che nel cuore dell’Asia vogliono  continuare a starci, nonostante la debâcle afghana e i pronunciamenti di ritiro, per tacere del caos creato dall’Iraqi freedom. Il Pakistan, attraverso il porto di Karachi, ha rappresentato e rappresenta la via d’ingresso della corposa macchina bellica terrestre che gli Usa scaricano dalle navi e che, viaggia non senza difficoltà, verso le mete preposte. Tante armi, munizioni e materiale di supporto giungono ovviamente anche dai cieli, e le mega basi aeree create a Kabul e in altre province afghane, sono servite per queste necessità. La diplomazia di Pechino guarda al Pakistan da tempo nella sua doppia veste di avversario dell’India, la concorrente economica diretta della Cina, e come riferimento regionale in antagonismo a Iran, Arabia Saudita e Turchia.

Il marchio della SCO - Col premier Gilani, prim’ancora di Sharif, si erano stilati accordi economici ed era tornata in auge la proposta di confluire nella Shangai Cooperation Organisation, dove la Russia che giganteggia con la Cina (Kazakistan, Khirghizistan, Uzbekistan, Tajikistan sono le altre nazioni aderenti) invita all’ingresso anche l’India. Quest’ultima, pur ponendosi come Paese osservatore, non ha mai avanzato richieste. Fra le potenze regionali è presente l’Iran, mentre la Turchia si è aperta a una partnership esterna. La SCO non si ferma alle relazioni economiche, i membri della struttura lavorano in sinergia sul tema della sicurezza in un’area instabile a elevata concentrazione di guerriglia - i network talebani con caratteristiche di resistenza alle truppe Nato - più il combattentismo indipendentista delle aree tribali (Fata), passando per i baluchi e i miliziani delle TTP, autori degli attacchi stragisti a Peshawar per vendicare la repressione dell’esercito pakistano nel Nord Waziristan. Un’insorgenza disposta a macchia di leopardo anche in zone dove il business minerario delle aziende cinesi necessiterebbe di tranquillità. Accanto a quella estrattiva dei metalli dell’hi-teach e delle armi più sofisticate (terre rare e dintorni) l’altra attività commerciale ruota attorno all’energia.

Corridoi solo economici? - Paesi come il Turkmenistan possono far viaggiare il proprio metano in gasdotti pianificati come quello denominato Tapi, di cui si discute da anni e che avvicinerebbe le non amorevoli relazioni di Pakistan e India, attraversate dalla pipeline assieme all’Afghanistan. Quest’ultimo, con la provincia di Kanadahar ad alta concentrazione talebana, costituisce l’anello debole del progetto per le oggettive ragioni di sicurezza e controllo del territorio. Aziende pakistane come la Pakistan Petroleum Limited e la Oil and Gas Development Company sperano di poter mettere le mani almeno sulla parte di gasdotto che attraversa il proprio territorio, ma il colosso energetico francese Total è in prima fila per l’aggiudicazione della commessa. Con la nuova immissione di capitali la Cina sta ‘corteggiando’ pesantemente la leadership di Islamabad. Le accoglienze in pompa magna riservate da Sharif al presidente Xi Jinping, certamente uno dei potentati del mondo, partendo da intenti commerciali potranno imboccare percorsi geostrategici. La questione dei “corridoi economici”, ad esempio, punta a sviluppare l’ipotesi già impostata quattro anni or sono sul porto di Gwadar, assai vicino al confine iraniano e prospiciente al Golfo Persico. L’intento sarebbe quello di renderlo grande quanto e più di Karachi.


Il mare del petrolio e della Quinta flotta - Nei piani cinesi più che inserirlo nella grande via marina che da Shangai giunge all’Adriatico (passando per le coste del Viet-nam poi Jakarta e Colombo, toccando l’Africa e insinuandosi nel Mar Rosso per varcare Suez) Gwadar farebbe da hub per una delle comunicazioni mercantili interne fino a Islamabad e attraverso la parte meridionale della Cina riaffacciandosi sull’omonimo mare. Eppure il grande porto potrebbe non essere solo mercantile. I colloqui avuti sinora non lasciano trasparire nulla. Ma alla Quinta flotta Usa, disposta nel Bahrein, pensare di avere subito dopo il Golfo di Oman un luogo dove possano aggirarsi anche solo mercanti cinesi può non piacere, pensieri simili vagano nelle testa degli sceicchi. Allo stato attuale ogni illazione è fantapolitica, poiché una certezza nelle relazioni internazionali cinesi è la lontananza da interferenze e provocazioni. Però le consulenze nucleari dei suoi consiglieri a Islamabad sono note e nella ridefinizione dei mercati globalizzati possono entrare sempre più geostrategie che trattano il controllo delle aree dove si produce e dove materie e merce viaggiano. Le nuove ‘vie della seta’ possono intersecarsi con l’instabilità e la delicatezza di certi beni e gli scenari possono mutare. Per ora i pechin-dollari serviranno ad aprire tre grandi direttrici di comunicazione interne dal mare Arabico al nord pakistano Chissà se trasporteranno anche materiale bellico americano nel cuore dell’Asia. 

domenica 19 aprile 2015

Aldo dice: ventisei per uno, settant'anni di Resistenza in sei libri (4)

PRIMAVERA DI BELLEZZA, di BEPPE FENOGLIO

Cos’è stato l’8 settembre nella coscienza civile degli italiani in divisa? La straordinaria penna di Beppe Fenoglio lo testimonia nel romanzo dal titolo fascistissimo come il refrain della prima canzone simbolo del Regime. E quel titolo fa da contorno amaro a tutte le delusioni di chi, vestendo l’uniforme, aveva creduto all’ubriacatura guerrafondaia del Duce d’Italia. Il Regio Esercito risultò sin dal tragico annuncio del 10 giugno 1940 massa di manovra servile dell’opportunismo politico di pater familias et gener. Mussolini e Ciano pensavano di banchettare con gli avanzi dell’alleato tedesco che in otto mesi aveva fagocitato Polonia, Belgio, Olanda, Danimarca e Francia. Ma subito le campagne di Grecia e Albania fecero cadere la maschera italica di Forze che era eufemistico definire Armate, inadeguate  nei mezzi e nei comandi per quella carneficina che diventava il conflitto mondiale. Qua e là ci furono atti di valore e caparbietà militari, individuali e collettivi. Ma se il giudizio deve riguardare l’uomo oltre che il soldato l’occasione di riscatto fu la scelta soggettiva da tenere dopo l’armistizio. Mentre i gerarchi cercavano la scappatoia della sfiducia al Duce col voto del Gran Consiglio (25 luglio 1943) e Mussolini, dopo la farsa dell’arresto veniva fatto liberare da Hitler per restarne fantoccio nella Repubblica Sociale, lo Stato Fascista si liquefaceva e la Monarchia Sabauda fuggiva. Su vari fronti per alcuni giorni restò un Esercito che molti giudicavano di sbandati, ma per intero non lo fu. Certo in tanti soldati e ufficiali, dopo le pesanti traversie vissute sino a quel momento, prevalse l’istinto di salvare la pelle. Ma alcuni manipoli che, nelle zone più ostiche, avevano avuto le armi in pugno non le gettarono. Ne nacquero sacrifici eroici: la Resistenza istintiva e martire di Cefalonia, e gli “sbandati” che andarono a formare gruppi partigiani, soprattutto al Nord e al Centro Italia. Truppe badogliane, come il Johnny-Fenoglio, azioniste come quelle degli ufficiali Revelli e Bocca che hanno narrato l’esperienza della Liberazione nei rispettivi diari La guerra dei poveri e Partigiani della montagna.

Fenoglio spiega didascalicamente che la maggioranza dei militari era afascista; i pochi restanti antifascisti. Per gli anti del Sud i fascisti erano buffoni, per gli anti del Nord criminali. Fra i militari che sceglieranno la via del partigianato l’antifascismo diventa vivissimo: “In un paese serio Mussolini sarebbe freddo cadavere da un pezzo” dice Lippolis, e Johnny chiede ”Il porco (Mussolini) sarà già rientrato da Feltre?” “Dargli del porco non basta più” è la secca risposta d’un commilitone. E un artigliere “Questo bastardo di Graziani, questo vigliacco e traditore” mentre ancora l’indomito Johnny manifesta il lucidissimo desiderio di morte del generale Graziani, e poteva vedersi come esecutore materiale, agevolmente, anzi con un empito di gioia morale.  Il giudizio di Fenoglio sul Regio Esercito è altrettanto sprezzante “L’esercito, che schifo l’esercito. C’è da ringraziare l’8 settembre per aver permesso all’Italia di constatare che schifo era il suo esercito, che vergogna i suoi ufficiali… Era vero che il fascismo aveva infettato l’esercito, però sapessi quanto l’esercito era pronto a farsi infettare”.  Incredibile Beppe-Johnny: romanzo scritto in English, e un inglese slang per iniziati o per anglofili esperti. Poi tradotto per intero, con tre sole pagine (relative al dialogo fra Johnny e i soldati britannici evasi dal campo di prigionia tedesco e utilizzati nella neoformata banda come cucinieri) più qualche frasetta sparsa, lasciate in lingua madre. Solito uso magistrale della lingua – italiana o inglese non fa differenza – per descrivere situazioni e atmosfere, stati d’animo e sensazioni con sempre formidabili metafore: “La sera franava sulla caserma”, “le goccioline atterravano sulla pelle e sulla stoffa come rospi piombanti a piedi giunti”, “il vestito che si sciorinò in tutta la sua volgarità e usura”, “lo guardò come un tumore di cui si fosse liberato appena in tempo”, “si sentì un pidocchio che vada incontro all’inevitabile pettine”. S’incrociano anche neologismi come la creazione di avverbi da sostantivi: idioticamente.

Chi per sua sfortuna ha vestito l’uniforme, anche per la sola leva in periodi meno tragici, apprezzerà i sarcastici quadretti fenogliani. Quel bestiario che è la vita di caserma, in guerra e in pace, luogo di nefandezze e meschinità piccole e grandi, di sermoni e vessazioni dei graduati ai subalterni, anche se si tratta di giovani ufficiali, che poi adotteranno con altri la stessa becera procedura. Perché la gerarchia questo prevede: coazioni a ripetere decerebrate o volutamente sadomasochiste (“Attenti. Riposo. Fate compassione. Attenti. Riposo. Fate schifo. Attenti Riposo. Rachitici, scoglionati, pezzi di chiavica. Attenti. Riposo. Avanti, marsc” e ancora “Sputerete, orinerete sangue. Vi faranno un culo così”).  A seguire tanti luoghi comuni che sono tragica realtà dell’ambiente e dell’apparato: il sergente maggiore che urla, il campanilismo, il nonnismo, il tenente taurino e sanguigno che andava sempre a passo di carica. Un comandante con sigaretta e frustino d’ordinanza che presiedeva la ginnastica sfoltitrice di ranghi poiché faceva fratturare gambe e lesionare schiene poco avvezze ai salti mortali. Nella miseria e desolazione della guerra anche una caserma di retrovia dove s’addestravano allievi, aveva camerate con androni scarsamente illuminati e pozze d’acqua in terra. E poi il cibo che faceva esplodere la dissenteria cosicché lo sterco costellava gli androni e faceva diga sulla soglia delle camerate finché le evacuazioni avvenivano persino in Piazza d’Armi, e dovette intervenire il battaglione chimico. Nella trama lo scenario si sposta a Roma dove gli allievi ufficiali vengono spediti in treno. Parcheggiati in una scuola del quartiere Montesacro si trovano ad appendere le armi agli attaccapanni degli scolari. Uscendo in città s’avvicinano ai tanto retoricamente declamati luoghi del Potere: Villa Torlonia, Palazzo Venezia. Vivono il bombardamento alleato del 19 luglio ’43, vedono i morti, la disperazione popolare, il bagno di folla che accoglie il papa. Quando girano per le strade s’accorgono che la gente li vede come oppositori del fascismo: “fateglielo vedere alla Milizia che non la vogliamo più”.


Trascorrono bloccati le notti d’agosto mentre gli americani sbarcano in Sicilia e i tedeschi li guardano come nemici. Con la notizia dell’armistizio c’è la certezza della prossima devastazione nazista e per molti l’istinto è correre a casa, nascondersi, sparire. Come fanno innanzitutto gli Alti Comandi. La frustrazione è estrema: ci si sente abbandonati e impotenti. Occorre disfarsi della divisa per evitare d’essere rastrellati, catturati, fucilati. Il pensiero di continuare la lotta viene ad alcuni che con treni e mezzi di fortuna risalgono la penisola verso il Nord. E lì dove le Alpi ergono le loro grandi spalle nude” Johnny incontra dei ribelli che resistono ai tedeschi. È la scelta definitiva. Col sergente Modica, il tenente Geo e altri s’organizzano. Loro, un manipolo,  recuperando armi e scontrandosi con un centinaio di tedeschi. Sia quel che sia fino alla morte:  così si riscatta l’infamia d’una guerra iniziata dalla parte sbagliata, che solo i ciechi e fanatici repubblichini reiterarono col proprio servilismo ai nazisti.

marzo 2004

venerdì 17 aprile 2015

Renzi, l’amerikano

Si resta a Shinland, o magari si torna in forze a Herat con parà e alpini. Parola di Renzi, che nel faccia a faccia con Obama lo impressione per sfrontatezza ed “energia”, così la definisce il presidente statunitense ben felice dello zelo militarista del premier italiano. Il quale oltre a tessere le lodi del modello americano, inseguito con passione e propinato a piene mani sul versante economico-lavorativo del Belpaese, ribadisce la posizione di supporto assoluto alla politica estera Usa. In questo non differenziandosi da predecessori di partito e delle altre sponde politiche nazionali. Poiché in Afghanistan, nonostante i piani dell’exit strategy, la linea del grande ritiro statunitense ha vissuto adattamenti tattici, sia prima che dopo la firma al Bilateral Security Agreement col mantenimento di 13.000 marines e sicuramente anche di qualche migliaio di contractors sparsi attorno alle basi aeree presenti e rafforzate.

A Kabul, Bagram, Kandahar, Camp Marmal, Herat, Mazar-e-Sharif, Jalalabad, Khost la Nato prepara la sua ‘presenza duratura’ incentrata su Falcon e droni per le azioni antiterroristiche nelle aree a rischio, quelle tribali delle Fata e non solo. I “nostri ragazzi”, come amano definirli a Palazzo Chigi, tuttora sul territorio afghano sono 1.500, in gran parte concentrati a Camp Arena, la base di Herat dove la presenza aveva raggiunto anche il doppio, quando nel 2011 i militari italiani nell’Isaf contavano una punta di poco inferiore alle 5.000 unità. E accanto a questi soldati dichiarati ufficialmente, c’erano anche gli uomini fuori lista, quelli coperti da segreto in quanto inseriti nei gruppi d’attacco (la Task Force 45 era una di queste) della ‘guerra sporca’ praticata con rendition e omicidi mirati studiati e preparati dalla Cia. E finiti, in varie occasioni, con stragi di civili, meglio noti come “danni collaterali”.


Duecento incursori nostrani (carabinieri, parà, marò) al totale servizio di graduati statunitensi di cui si cominciò a parlare a mezza bocca, per poi tacere subito dopo, solo a seguito del tragico ritorno in bara di uno di loro: il tenente Romani. Lo slancio obbediente di Renzi ai piani e disideri di Washington potranno riportarci in prima linea, e rivedere il nostro Parlamento trovare nuove copertura finanziarie per la missione. Chissà se ci si limiterà all’uso delle armi o si tornerà su questioni già trattate e tutte puntualmente fallite: dalla formazione di esercito e polizia (cresciute numericamente ma infiltratissimi dai talebani), all’apparato amministrativo inefficiente e corrotto, a quello giudiziario ennesimo flop dei tredici anni afghani. Forse l’efficientismo dello staff renziano introdurrà pozioni magiche utili anche agli alleati d’Oltreoceano. Per ora Obama apprezza e brinda col vino ricevuto in dono.

giovedì 16 aprile 2015

Turchia, la contesa armena

Qualcuno, qualcuno fra i turchi, lo chiama Ermeni Soykırımı, che sta per “genocidio armeno”. Sono pochi, in genere intellettuali: lo storico Akçam, lo scrittore e premio Nobel Pamuk, oppure oppositori. Sono turchi che rischiano d’essere a loro volta perseguitati come antipatriottici, perché il concetto di genocidio rivolto all’operato della grande Patria è vietato, negato, perseguitato, si rischia una condanna penale da scontare in galera. Così prende corpo il sospetto dell’autoritarismo che già fu di Atatürk,  rivisitato da colui che vuole emularlo e superarlo lanciando un kemalismo confessionale: il presidente Erdoğan. Altri, sempre in lingua turca, parlano di Ermeni Techiri cioè deportazione, situazione per giunta documentatissima con testimonianze, orali e scritte, e tante immagini (famose quelle del militare tedesco Armin Theophil Wegner). I censori, prima che negazionisti, aggiungono l’aggettivo sözde: cosiddetto, che introduce il dubbio, l’illazione, una vicenda creata artificiosamente. Almeno per chi vuol difendere gli atti che prima il sultano ottomano Abdul-Hamid (nel triennio 1894-1896) poi nel 1915-16 gli ufficiali noti come i “Giovani turchi” praticarono verso l’etnìa armena che viveva nei territori mediorientali dell’Impero.

Da parte loro gli epigoni del popolo armeno parlano di massacri e Olocausto della propria gente. Una vicenda che ha cent’anni e brucia ancora a carne viva, come tutte le persecuzione della Storia lontana e recente. Le cifre di morti e dispersi variano: duecentomila secondo i turchi, che giustificano tanti decessi con le vicende militari del primo conflitto mondiale. Due milioni e mezzo per la comunità armena che finì sotto l’Urss, dopo essere stata vicina alla Russia zarista che si scontrava con la Turchia ottomana (due imperi in disfacimento) e che ha vissuto la diaspora dei profughi prima di vedersi assegnata una terra nell’area caucasica. Dove altri popoli - i kurdi ne sono un esempio numeroso, come i poco più che centomila abitanti del Nagorno Karabakh - non vedono un pari riconoscimento. Anche fra gli storici che per decenni si sono occupati della materia le cifre del massacro ballano: Toynbee parla di 1.200.000 vittime, McCarthy 600.000. Ma il problema non è la conta. E’ l’approccio che il mondo, dalla grande carneficina della Grande Guerra - benedetta da tante confessioni – al secondo tragico conflitto planetario, ha avuto con quest’evento. Reiterando, poiché dopo gli armeni ci furono ebrei e rom. E via elencando popoli travolti da guerre e pulizie etniche proseguite per tutto il ‘Secolo breve’ fino ai nostri giorni.

Che Imperi d’ogni epoca - e imperialismi e colonialismi - si siano macchiati d’infamie con pogrom e persecuzioni di massa, religiose o ideologiche, non sminuisce né giustifica quello che s’è compiuto e gli oblii essi sì, ripetuti. E da parte degli esecutori, fossero pure popolazioni intere come quelle portate alla morte, violenta oppure indotta, servirebbero meditazione, ammissione di responsabilità, pentimento. Che con la comprensione del male rivolto ad altri possono provare a lenirlo, perché istruisono a non ricadere, salvando da vizi ed errori antichi le generazioni future, più di qualsiasi espiazione. Non sembra questo l’approccio dell’attuale establishment turco, che si sente assediato. Parla di complotto che vuole inserire la Turchia in un ipotetico ‘asse del male’, piani accaduti ad attori politici come Cuba, Iran da parte statunitense e recentemente rientrati (forse più per momentanee tattiche che per convincimenti profondi). La leadership turca, però, coi discorsi di Erdoğan e di Davutoğlu di queste ore che bacchettano il papa di Roma, spinge se stessa all’isolamento, denunciando a metà strada un attacco alla nazione turca e al proprio sistema politico che coinvolge il proprio partito di maggioranza (Akp), da altri  concittadini considerato partito di regime. Una risposta piccata e stonata, sicuramente inavveduta anche in funzione delle prossime elezioni del 7 giugno, nelle quali al partito di governo è pronosticata la prima flessione della sua storia. Forse il duo di comando cerca voti nella parte più profondamente nazionalista e reazionaria del Paese, che non è mai cambiata.