martedì 16 dicembre 2014

Pakistan, strage di studenti


Un attacco senza cuore, rivolto ai figli dei militari, bambini e ragazzi dagli 8 ai 18 anni. Sferrato stamane a Peshawar da un commando talebano, i Tehreek-e-Taliban, una delle formazioni più intransigenti della galassia fondamentalista. Volto a vendicare l’offensiva che l’esercito pakistano conduce dallo scorso giugno nella zona del nord Waziristan, sul confine afghano. E’ un’area tribale dove varie componenti talebane stabiliscono le proprie basi militari e operative, controllando di fatto un territorio teoricamente appartenente alla nazione pakistana. Tutto s’è svolto nella scuola dov’erano a lezione 500 allievi, finora si registrano centoventi vittime, ottantatre sono bambini e ragazzi. 


La regione del Waziristan e i suoi abitanti, sono un’antica fabbrica di combattenti. Già durante l’occupazione sovietica dell’Afghanistan (1979-1989) da quei luoghi provenivano gruppi di mujaheddin che, anche dopo la conclusione di quel conflitto continuarono ad agire come Warlords nella successiva guerra civile afghana. Attualmente i talebani dell’area, di cui i Tehreek-e-Taliban, guidati da Maulana Fazlullah e volgarizzati in Taliban pakistani, sono uno dei gruppi più agguerriti oltre alle azioni anti-governative contro Islamabad, praticano attacchi in Uzbekistan e nella provincia Xinjiang della Cina. Con gli alleati di Al-Qaeda puntano a  stabilire un proprio governo islamico; il gruppo ha contatti con l’altro ceppo talebano della Rete di Haqqani. La forza militare dei Tehreek, contrastati dall’esercito pakistano e dai droni statunitensi, è stimata attorno ai 16.000 guerriglieri. Dodicimila autoctoni, altri quattromila provenienti dall’estero, sono fazioni fondamentaliste arabo-sunnite, uzbeki e turkmeni.


Altra temibile struttura è quella guidata da Gul Bahadur, anch’egli ex guerrigliero anti-sovietico, che nel 2006 ha firmato una tregua nella lotta contro l’esercito pakistano. Conta su oltre 9.000 armati, e negli ultimi tempi sembra che alcuni suoi comandanti militari dissentano dalla sua volontà di non collaborare coi Tehreek. Il sostegno economico a tutta la guerriglia talebana delle aree tribali di amministrazione federale (Fata) proviene da alcune madrasse radicali presenti in Pakistan, ma anche in alcune nazioni arabe che inseguono la Shari’a, e rende possibile da anni il mantenimento di militanti dediti esclusivamente ad azioni di guerriglia. Ci sono poi donazioni da parte di gruppi di fedeli, non necessariamente legati al mondo jihadista. Sempre più spesso vengono praticati rapimenti a scopo di riscatto, pescando le vittime nei territori pakistani che confinano col Waziristan. Rendono cospicuamente anche le commissioni frutto del contrabbando praticato sui confini delle nazioni limitrofi.

lunedì 15 dicembre 2014

Turchia, la domenica delle manette

La domenica delle manette cala sul sultanato erdoğaniano portando in galera 31 giornalisti che come altre figure (studenti, minatori, kurdi,  oppositori d’ogni genere e anche poliziotti e magistrati sgraditi) infastidiscono il sentimento d’onnipotenza del presidente-padrone. L’ennesima ondata repressiva attuata giunge alla vigilia di quei processi di corruzione e malaffare che un anno fa misero in crisi il governo dell’allora premier Erdoğan con l’implicazione di tre importanti ministri e coinvolgendo lo stesso premier tramite l’Ong vicina a suo figlio Bilal. Eppure scandali, contestazione del Gezi Park, stragi di lavoratori ipersfruttati da imprese gaglioffe per nulla rispettose delle non diffuse norme di sicurezza, non hanno incrinato popolarità e seguito dell’ex sindaco di Istanbul che, giunto alla presidenza d’una Repubblica vuole orientarla in senso presidenzialista ben oltre la tradizione kemalista. La retata di ieri ha la doppia funzione di togliere di scena cronisti e commentatori sgraditi e sceglierli sul fronte di colui ch’è diventato un avversario ideologico: Fetullah Gülen. Buona parte dei cronisti arrestati appartengono infatti alla testata Zaman di proprietà del miliardario islamico, riparato da anni in Pennsylvania.
L’allontanamento fra i due è ormai datato di qualche anno, ma l’ultimo biennio ha evidenziato uno scontro aperto con bordate reciproche e ricadute economiche sulle scuole private del gruppo Hizmet, cui Erdoğan ancora premier ha tagliato cospicui fondi statali di finanziamento. Le testate afferenti all’ambiente gülenista, tutt’altro che minoritario nella società islamica e con ramificazioni anche in strutture della sicurezza e della giustizia, hanno rappresentato una coscienza sempre più critica verso il gruppo di potere dell’Akp con contestazioni sulla politica interna, sia istituzionale sia finanziaria. Meno, in verità, su una politica estera caratterizzata da ambigui opportunismi nella rinfocolata area mediorientale,   non solo rispetto alla guerra civile siriana, ma alla nascita dello Stato Islamico. Eppure lo stesso imam Gülen si fa portavoce d’un islamismo moderato che nulla dovrebbe concedere a qualsivoglia fondamentalismo. Certo il capitalista turco-americano non mostra la spudorata doppiezza del suo rivale, ufficialmente non s’occupa di politica ma di business, però affari e scenario politico restano inscindibili in Turchia come altrove. E quando l’occupazione del potere diventa un fatto di clan più che di partito o tendenza ideologica, ecco sfociare le conseguenze di conflitto senza esclusione di colpi.
La retata in questione è, dunque, dettata dalla volontà di controllo di alcuni terreni. Quello comunicativo è indubbiamente centrale. Avere la spina nel fianco di taluni media che quotidianamente rivelano, commentano, criticano non piace a nessun uomo di potere, figurarsi a chi non ama il contraddittorio e mira a incarnare l’assolutezza istituzionale. I giornalisti vanno fermati con ogni mezzo. Un autocrate come Putin ne decretava la cessazione di servizio per avvenuto decesso; Erdoğan per ora li sta incarcerando, la via del fuoco l’applica coi blindati nelle piazze. Paradossalmente si può affermare che a Ekrem Dumanlı, direttore di Zaman e Hidayet Karaca, general manager di Samanyolu Tv, due fra gli arrestati più noti, sia andata ancora bene. Ovviamente dovranno dimostrare d’essere estranei alla pianificazione d’un “disegno terrorista” che attacca la sicurezza nazionale. Finché sono in vita potranno tentarlo di fare. E visto il delirio con cui l’establishment turco punta a delegittimare qualsiasi diversità d’opinione, lanciando attacchi anche a icone della sua intellighenzia come Pamuk (additato dal quotidiano filogovernativo Akit come aderente a una presunta lobby internazionale) la partita può considerarsi aperta. Non fosse altro perché il mondo osserva.

venerdì 12 dicembre 2014

Uomini: John e Samir

Uno è Samir Naji, yemenita. Accusato d’aver servito Osama Bin Laden e per questo rinchiuso per anni nel super lager di Guantanamo Bay. E lì “trattato” sostiene l’altro, lo statunitense John Brennan direttore della Cia. Vite indirettamente incrociate nell’angolo nero dell’isola cubana dove certe pratiche sono diventate scuola di rinnovata coercizione. Naji racconta i “trattamenti”: decine di particolari che sanno di sevizie psico-fisiche. Ricorda il silenzio e il gelo della cella, l’assillo d’essere solo, nonostante le decine di prigionieri messi in fila in attesa degli interrogatori. Che durano mesi, con le paure crescenti, per quello che può accadere un giorno via l’altro, perché è in mano a implacabili inquisitori, in balìa del loro programma e delle variazioni del caso. Privato d’ogni contatto, all’oscuro della vita di amici e familiari, tutti inesorabilmente lontani. Ogni apertura di cella introduce angosce rinnovate, simili a quanto già vissuto e potenzialmente peggiore. Naji rammenta che nei primi mesi di domande seriali pativa la mancanza di sonno, continuamente interrotto e disturbato, la testa fluttuava fra decine di quesiti e foto affisse al muro, circostanze e volti da dover riconoscere. Anche se non era colpevole di nulla, non era creduto.
Confusione mentale e grida. Di fronte all’impossibilità di riconoscere quel che gli veniva richiesto, giungeva “l’uomo dell’angolo” con una siringa sempre pronto a iniettare un liquido stordente nell’avambraccio. Il rifiuto del pasto in segno di protesta provocava due soluzioni: la nutrizione forzata via endovena o rettale e la forzosa umiliazione d’essere trattato come un maiale, col cibo gettato in terra e l’obbligo di assumerlo in quel modo. In un crescendo d’umiliazione gli impedivano l’uso del gabinetto, minacciando lo stupro in caso di bisogni corporali finiti nei pantaloni. E ancora: i trascinamenti con una catena sin dentro pozzanghere fangose, la nudità forzata e la rasatura a dispetto del credo religioso, la costrizione di eseguire danze e versi di animali. Sempre sotto minaccia e rischiando il congelamento. Sino al quasi collasso e al ricovero forzato in infermeria. Il sistema Abu Ghraib ripetuto e diffuso in decine di carceri speciali e di luoghi di detenzione illegale sparsi per il mondo. Quattro anni di questa vita per mister Naji, cui andò bene: i carcerieri riconobbero la sua estraneità a ogni addebito e venne rilasciato.
Mister Brennan sottolinea come tutto sia stato funzionale al progetto di sicurezza attuato dalla Central Intelligence Agency per combattere il terrorismo internazionale. Ragioni di Stato. E che ragioni, e che Stato. Ammette che talune azioni degli ufficiali che presiedevano interrogatori e detenzione dei sospettati non fossero autorizzate, insomma introducessero una vena creativa dettata dall’emergenza. Ma niente a che vedere con metodi illegali. Al limite iniziali impreparazione e inadeguatezza a sostenere queste “tattiche di lavoro”. Tutto ciò è stato esaminato da commissioni e ispettori anche interni all’agenzia investigativa, così da consentire al Senato di raccogliere dati e rendere trasparente ogni comportamento. Sulla forma e la sostanza delle azioni i pareri divergono non solo fra inquisitore e vittima, ma nell’istituzione americana che ridiscute certezze d’un tempo. Contrapponendo l’accusa della senatrice californiana Feinstein, che molto ha voluto il rapporto sulla Cia, alle teorie scagionatrici di questo direttore che ha attraversato, pur con ruoli diversi, tre amministrazioni politiche (Clinton, W. Bush, Obama) cambiando parere sui metodi, ma non rinnegandoli. Ora, nel più perfetto stile statunitense, sostiene tutto e il suo contrario. Ammette l’uso, forse eccessivo di alcune costrizioni, che mai e poi mai deve definirsi abuso. 

martedì 9 dicembre 2014

Faccia di Cia

Cinque anni per produrlo, sei milioni di documenti, spesso fuorvianti rispetto alle stesse direttive tutt’altro che tenere volute da Bush junior. Un report che parla di sistemi e metodi speciali utilizzati dalla Central Intelligence Agency, e dalle strutture di contractors di cui si serve, riguardo a super luoghi di detenzione. Non tanto Guantanamo o Abu Ghraib, di cui si sa quasi tutto, e neppure delle afghane Bagram e Salt Pit che le tallonano. Bensì dei siti oscuri dove sequestri e torture seguivano le extraordinary rendition con cui si catturavano (e si catturano) ricercati e gente comune. Dal Khalid Shaikh Mohammed, accusato d’aver pianificato gli attacchi dell’11 settembre, a cittadini al di sopra di sospetti concreti, presi in vari angoli del mondo. Il dossier viene divulgato nelle prossime ore per ordine del Senato statunitense nonostante gli ostacoli messi in atto dalla stessa Cia e da qualche esponente del partito repubblicano, secondo il quale l’iniziativa mira a gettare fango sull’Intelligence nazionale e sulla stessa Casa Bianca. Ora si dice ufficialmente ciò che da tempo si sapeva,  svelato da tante WikiLeakes: i detenuti erano privati del sonno e sottoposti a esecuzioni capitali simulate, subivano il quasi annegamento e i soffocamenti di respiro, fino alle subdole violenze dell’idratazione rettale. Forme utili per ottenere un loro “totale controllo”. Tutto giustificato dall’allora vicepresidente Cheney per vincere la guerra al terrore e catturare Bin Laden.

Però le stesse carte dell’Agency ammettono che la trafila utilizzata nelle operazioni straordinarie, nel tempo nulla ha prodotto per azzerare eventuali complotti jihadisti, né sono servite nell’oscuro blitz di Abbottabad. Delle oltre 6000 pagine del lunghissimo e dettagliato rapporto curato da membri democratici della commissione del Senato americano, i colleghi repubblicani ne confutano poco più di cinquecento, ma la sostanza non cambia. Alcuni grandi testate che, come il New York Times, hanno ricevuto il rapporto hanno comunemente deciso di pubblicarlo solo dopo la divulgazione della commissione. Ora si ha la certezza che torture come la diffusissima del waterboarding erano autorizzate dai legali del Dipartimento Giustizia, che talune pratiche erano così dure da mettere in difficoltà i seviziatori, comunque stimolati nel ruolo dagli ufficiali dell’Agenzia. I particolari del trattamento riservato nell’agosto 2002 al prigioniero saudita Abu Zubaydah (accusato d’essere da pianificatore dell’attentato alle Torri Gemelle, a quarto o terzo uomo di Al Qaeda, reclutatore di qaedista, addestratore di attentatori e decine di altri crimini tutti diversi e comunque riconducibili al terrorismo internazionale e trattato in un “Garage Olimpo” thailandese) facevano rivoltare lo stomaco anche a taluni esecutori che richiedevano d’essere rimossi dall’incarico. Qualcuno se n’è andato, molti sono rimasti. Per spirito di corpo, per i dollari guadagnati. Dollari finiti anche in Lituania, Romania, Polonia anche lì la Cia ha stabilito i black sites delle sue rendition.