domenica 13 luglio 2014

Afghanistan, due presidenti al prezzo di uno


Raddoppia un Karzai e chiamalo governo d’unità nazionale che poi sarebbero Abdullah più Ghani - i due contendenti alla presidenza che si contestano per brogli - più i pashtun divisi fra i due fronti e tajiki e uzbeki e signori della guerra e degli affari. Riuniti tutti appassionatamente. E’ questa la quadratura del cerchio imposta dal segretario di stato americano Kerry per salvare da ulteriori complicazioni il giochino elettorale che doveva proseguire la comparsata democratica d’un Afghanistan a misura occidentale. Così è stato, perché gli Usa minacciavano di tagliare i finanziamenti a ciascuno dei soggetti che in gran parte vive di denari esteri (oltre 15 miliardi di dollari annui e nei momenti di punta addirittura 30), un obolo cui gli afghani del potere e del crimine non possono rinunciare. Budget affiancato a quello della produzione e del traffico d’oppio, un commercio, è bene ricordarlo, cui l’Occidente spacciatore e consumatore risulta interessatissimo. Poiché a loro volta gli Stati Uniti non mollano una presenza nel Paese, ora metamorfosizzata militarmente nell’occhio strategico delle basi aeree, e s’interessano di sfruttamento del sottosuolo e delle possibili pipeline verso le ex Repubbliche sovietiche caucasiche dell’energia, lusingate dagli altri giganti Russia e Cina, tutto doveva restare immutabile. E così è stato.

Secondo il traghettatore Kerry, che ha tenuto sul tema una conferenza stampa alla presenza dei pacificati candidati, molte cose restano da fare. Compresa la revisione degli otto milioni di schede (nelle scorse settimane ne venivano dichiarate sette) oggetto della contestazione di entrambi gli schieramenti che adesso certamente si placheranno. E’ previsto un trasporto delle urne a Kabul mediante un reparto elicotteristico Usa, e a seguito del riconteggio entro il 2 agosto verrà nominato un presidente. Ma lo sconfitto, o il non vincitore, sarà felice egualmente perché avrà piazzato se stesso e i suoi in posti che contano denari e uso degli stessi, non certo per opere pubbliche e per risollevare la quotidianità del 70% di afghani poveri, elettori e non. Ma così va la vita in quella latitudine e nel segno della conciliazione già è apparso il teatrino del bon ton. Abdullah ha lodato Ghani per lo sforzo di comprensione del grave momento (sic) attraversato dal Paese. L’uomo della Banca Mondiale gli ha restituito l’apprezzamento definendolo un patriota, aggettivo che fa gongolare il dottore compiaciuto nel farsi fotografare sotto le immagini di Massoud, come a voler riesumare il disegno politico dell’Alleanza del Nord degli anni Novanta. Mentre la Casa Bianca viene tranquillizzata dalla certezza che l’uno o l’altro presidente siglerà l’accordo sul Bilateral Security Agreement col quale l’Us Army procrastinerà al 2024 la sua presenza sul territorio.

Meno contenti di tali sviluppi sono i vicini di casa pakistani che dalla divisione interetnica, religiosa e politica degli afghani possono sempre trarre vantaggi per egemonie celate o esplicite. Vale per il governo di Islamabad e per l’amministrazione delle cosiddette Fata, le aree tribali che rientrano nella federazione pakistana e dove più alta è la presenza delle componenti talebane, sempre votate a un rilancio d’un proprio intento egemonico perlomeno delle province del sud-est afghano (Kunar, Nahgarhar, Paktika, Khost). 

venerdì 11 luglio 2014

Israele, l’assassinio dei calciofili


S'illudeva chi pensava che il Fun Time Beach Cafe di Khan Younis potesse salvarsi dalla missione di punizione e morte che da quattro giorni Israele dispensa a uomini, donne, vecchi e bambini della Striscia di Gaza. Il massacro di palestinesi, amanti del pallone e dei Mondiali di calcio, o semplicemente calamitati sull’unico svago che gli tamponasse il dolore di rinnovate oppressioni s’è consumato nella notte di mercoledì, quando gli occhi dei calciofili erano puntati sul televisore sintonizzato sul noioso match fra Olanda e Argentina. Il martellamento aereo del sedicente ‘Bordo protettivo’ era già in atto, la morte riprendeva le sembianze purtroppo note a chi vive nei seviziati quaranta chilometri di galera da cui non si parte e non s’arriva. Si sta. Per veder morire figli e fratelli quando il vicino carceriere decide ch’è ora di ridare fiato al proprio bisogno di “sicurezza”. Ora Kamal Sawali, seduto su sellino d’un bulldozer cerca i corpi dei parenti Hamdi e Ibhraim rimuovendo sabbia, ferraglia contorta del chiosco, e tavolacci su cui sedevano decine d’improvvisati telespettatori, compresi quei ragazzi speranzosi di gustare qualche giocata di Messi.

Sui loro corpi è planato il siluro che una nave della marina israeliana ha sparato, mirando alle fioche luci delle baracche ospitanti il raduno sportivo. Il portavoce militare d’Israele, colonnello Peter Lerner, afferma che loro - gli sparatori - non avvertono i terroristi. Seguendo il premier Netanyahu, per Lerner è terrorista ogni cosa che muove nella Striscia, visto che quanto è stato distrutto in maniera “selettiva” in quattro giorni di fuoco continuato erano obiettivi militari. Oltre alle case di militanti di Hamas spianate, come costume dell’Israeli Defence Force, coi familiari dentro, e con esse la stessa abitazione d’un rappresentante di Fatah, gli obiettivi ai quali i caccia di Tel Aviv mirano sono di fatto generalizzati. Come già accadde con ‘Piombo Fuso’ e ‘Pilastro della Difesa’ si dichiara  di colpire covi di terroristi e si spara nel mucchio. Si cancellano i già poveri e difficoltosi servizi - porto, distributore di carburante, ospedale ch’è eufemistico definire tali –. Soprattutto s’uccidono palestinesi, perseguendo la stessa linea dell’odio che ipocritamente la leadership d’Israele censura ai coloni oltransisti. E’ il modello della democrazia sionista. 

mercoledì 9 luglio 2014

Afghanistan, doppia presidenza e rischio di guerra civile


Tutti fermi fino a venerdì quando a Kabul giungerà John Kerry. Lo ordina in un discorso ai sostenitori il candidato Abdullah Abdullah che, qualora venissero confermate le proiezioni del riconteggio dei tre milioni (sì, addirittura tre milioni di voti su sette delle presidenziali) conoscerebbe per la seconda volta l’amarezza d’un naufragio del proprio sogno di gloria. E di potere. Uno smacco insostenibile per lui e i fan, che in coda al suo comizio proprio non ce l’hanno fatta a starsene buoni e hanno sfogato delusione e rabbia distruggendo una gigantografia di Hamid Karzai. Il fantoccio filo statunitense che batté il dottor Abdullah nel 2009 è considerato il manovratore delle nuove presunte irregolarità, messe in atto in combutta con l’ex ministro delle finanze Ghani. Un tecnocrate formato nel Fondo Monetario Internazionale che offrirebbe più garanzie filoccidentali rispetto al pur sempre opportunistico rivale, e che ora viene accreditato d’un 56,44% di preferenze. Un inatteso rovesciamento di pronostici, cifre del primo turno e iniziale conteggio del ballottaggio.



Lo spettro della manomissione fraudolenta delle schede è stato denunciato da entrambi i contendenti. Ma Ghani sostiene che, nei duemila seggi dove parte dei voti sono stati riesaminati, quelli che gli appartengono sono i più lineari e trasparenti. Sottigliezze da bon ton diplomatico, visto che fra le accuse rivolte alla Commissione Elettorale Indipendente (sic) c’è l’introduzione di schede pre votate in suo favore, frode per la quale è stato estromesso dall’incarico il chiacchierato segretario della commissione Zia-ul-Haq Amarkhail. Mentre i fan di Ghani, di bianco vestiti, danzano soavi per una possibile vittoria, la rumorosa e agguerrita fazione di Abdullah, già scesa in strada con cortei, è nuovamente sul piede di guerra. Nonostante i pacifici pronunciamenti con cui il boss dichiara di non voler creare crisi nel Paese, una sua eventuale defaillance metterebbe a repentaglio il già fragile equilibrio di sicurezza. Poiché lascerebbe fuori, o limiterebbe sensibilmente, gli interessi di quegli alleati con cui s’è fatto fotografare per tutta la campagna presidenziale. Ex candidati come Sherzai, Sayyaf, Helal diventati supporter di peso assieme ad altri signori della guerra che si proponevano un futuro affaristico di tutto rispetto sotto l’ala protettrice del dottore-presidente.

Ora fra le ipotesi apparse si ventila la possibilità che ciascun pretendente si autoproclami vincitore e inizi a formare un proprio esecutivo. Uno sdoppiamento che acuirebbe oltremodo la polarizzazione creata dalla campagna elettorale, reintroducendo pericoli di conflittualità latente pronti a deflagrare in rinnovate guerre civili e tribali. Del resto le bombe, talebane o delle Intelligence sempre al lavoro sul territorio incontrollato e incontrollabile, continuano a esplodere. Due giorni fa l’ennesimo attentato a Kabul ha fatto contare 16 vittime, fra cui quattro militari Nato. Ma ciò che preoccupa maggiormente i “portatori di pace” occidentali è il deragliamento del treno istituzionale, una maschera dietro la quale perpetuare sfruttamenti e massacri. La comparsata presidenziale sta opponendo due personaggi di comodo alle finalità internazionali e interne. Abdullah e Ghani non si preoccupano affatto dei bisogni popolari e di rilanciare la rinascita della nazione, già minacciata dalle mire di controllo di ambiziosi vicini (Pakistan, Iran) e da nuovi impulsi imperialisti. Entrambi potranno gestire il potere per sé, i clan di casa e quelli del business mondiale, forse con un accordo, evitando di farsi la guerra.  



 

domenica 6 luglio 2014

Morire di Palestina


I corpi nella Terra santa e contesa possono giacere inerti. In questi giorni è accaduto a Naftali, Gilad, Eyal. O diventare cenere come Mohammed. Possono sopravvivere a un odio vivo che si blocca prima di sfigurare del tutto Tariq. In tanti hanno pianto e le vendette, quella praticata, minacciata o promessa, restano nell’aria e non svaniranno anche se i politici stavolta cercano di placare ciò che hanno fomentato per decenni e ampliato con l’immobilismo dei decenni. Che poi inerzia non è, visto quello che la politica e la diplomazia internazionali e locali hanno prodotto con accordi beffa e con un’occupazione che perpetua crimini. Se Israele si sente insicura per gli assalti insensati e comunque omicidi dei tre giovani seminaristi compiuti da probabili killer palestinesi, deve rispondere di anni d’insicurezza e provocazione prodotti, giorno dopo giorno, dall’insediamento di Hebron e dalle mille colonie sparse in un territorio che dovrebbe essere lo Stato palestinese. Quella terra dovrebbe essere l’altra nazione e non riesce a esserlo per precisa volontà di uomini e donne impegnati nell’espressione più alta della democrazia israeliana, la Knesset.  Sui governi formati da quegli uomini e quelle donne pesano responsabilità enormi per la violenza, la vessazione, l’umiliazione pubbliche e private, rivolte spesso a gente inerme.

Tutto ciò non giustifica la follìa assassina scatenata contro tre adolescenti ebrei, ma di queste tragedie, di quelle passate o drammaticamente future devono rispondere quei capi di Stato che ora placano gli animi e giustamente invitano alla ragione. La ragione del premier Netanyahu, e di chi l’ha preceduto nella guida di Israele da ogni sponda politica, è priva d’ogni buon senso. La cultura mista di vittimismo (il proprio) e odio (per l’altro), il razzismo apparso nelle foto che giovani israeliani - aitanti soldati di leva o ragazze in vacanza - hanno postato sui social network, albergano nel governo di Netanyahu che continua ad assegnare il dicastero degli esteri al moldavo Avigdor Lieberman, nonostante gli scandali corruttivi che l’hanno coinvolto. Un politico che del razzismo anti-arabo fa professione non nascosta. Ma scandalo ancor più profondo dovrebbe produrlo il suo mai placato desiderio di aggressione e morte che in questi giorni gli fa sperare l’ennesimo intervento su Gaza, auspicando un “Pilastro di difesa due” che cancelli da quei luoghi decine o migliaia di palestinesi, come nel 2012 e nel 2008. Per la gioia degli intolleranti ebrei che direttamente ispira.

Non è granché credibile neppure l’uomo della poltrona illimitata di sponda palestinese. Il mite Abu Mazen, che certamente non è seminatore d’odio e violenza, ma ha il vizio eterno del politico di professione: l’infinitezza del potere. E’ radicato in un ruolo, la presidenza dell’Autorità Nazionale Palestinese, dal quale da anni deve rimettere il mandato e indire nuove elezioni, cosa che evita puntualmente di fare. L’attenuante è l’incertezza che sia la sua fazione (Fatah) sia quella islamica (Hamas) riscontrano da tempo e l’assenza d’un adeguato ricambio generazionale. Così ciascuno resta a gestire immagine, spazi, finanziamenti esteri in un surplace che fa da contorno all’attendismo con cui Israele ha svuotato ogni presunta conquista delle pluridecennali trattative di pace. Un’Autorità senza autorità né autorevolezza, che fra l’irrisolutezza di contraddizioni antiche (la terra rubata, il diritto al ritorno sepolto) e più recenti (la galera a cielo aperto di Gaza, il bantustan della Cisgiordania) dove esistenza e dignità umana sono continuamente violate, conserva un insignificante status quo. Lì può esplodere il desiderio di morte senza senso che ha generato i rapimenti e gli ammazzamenti a sangue freddo delle due comunità. In un malessere antico che si rinnova, a riaprire ferite perennemente sanguinanti. 

Egitto, la cura liberista taglia i primi sussidi


Effetto Blair o meno, gli egiziani ricorderanno questo primo week-end di luglio 2014 per uno dei tagli più drastici a quel particolare welfare nasseriano trasformatosi nei decenni in stato assistenzialista dalle finalità populista. Ogni genere di carburante, dalla benzina meno raffinata a 80 ottani a quella a 92 sino al gasolio, subisce aumenti dal 64 al 78% così da far risparmiare al governo 44 miliardi di lire egiziane con cui s’aiutavano le famiglie nella mobilità. Scioccati milioni di automobilisti e gli stessi pendolari che hanno visto aumentare del 10% il prezzo del biglietto pubblico per l’immediata mossa al rialzo delle aziende di trasporto, mentre i microbus privati di città hanno direttamente raddoppiato la tariffa. Non è dato sapere se l’iniziativa trova suggerimento nella vena liberista dell’ex premier britannico che voci accreditate danno quale consulente per il nuovo corso politico avviato con la presidenza di Al Sisi, certo è che l’annuncio dato dal nuovo capo del governo Ibrahim Mahlab ha gettato nel panico la cittadinanza.

Lo stesso ministro delle finanze Hany Kadry Demian non ha esitato a definire l’iniziativa irresponsabile per l’effetto domino che può avere su ogni genere di consumo in base all’aumento delle spese elettriche e di trasporto. Ciò nonostante un documento della primavera scorsa del suo dicastero evidenziasse un debito interno di 223 miliardi di dollari, debito ingigantito proprio dalle sovvenzioni statali per i carburanti. Sul tema anche l’Esecutivo gestito dalla Fratellanza Musulmana con Qandil nell’autunno 2012 cercò una via d’uscita. Trovò l’ostilità della popolazione e dovette fare i conti con manovre d’imboscamento delle riserve di carburante da parte dei grossisti, volte a mettere in cattiva luce le iniziative di quel governo. All’epoca venne, comunque, liberalizzato il prezzo del gas di più alta qualità e tenuto a basso costo quello dei consumi popolari. Ora le cose cambiano, sebbene non scompaia del tutto il contributo sociale dello Stato alla fornitura energetica.

Ma per evitarne la piaga del mercato nero e contrabbando sono già pronte quattro milioni e mezzo di “smart card” che consentono solo un ritiro personalizzato dal distributore. Chissà se il “fai da te” locale sarà più smart e bypasserà i controlli. In ogni caso gli annunci governativi sono rassicuranti e consolatori rispetto ai tagli: ciò che viene tolto verrà restituito tramite un incremento di servizi relativi a istruzione e sanità,  perché nei progetti di riforma sostenuti direttamente dal presidente Sisi c’è un recupero di un valore di welfare che travalica la sfera economica e si rivolge alle sovrastrutture a lungo trascurate dalle amministrazioni precedenti. Questo perlomeno dice la promozione dei suoi buoni propositi che annuncia nientemeno una redistribuzione della ricchezza fra le fasce più povere. Idealizzazioni da piazza Tahrir per il presidente-carceriere, sarà anche questo uno dei taumaturgici risvolti dell’effetto Blair?