Pensava di cambiar vita il noto
opinionista saudita Jamal Khashoggi, così è entrato nella sede del consolato
del proprio Paese a Istanbul mentre l’attuale fidanzata l’aspettava per via. Il
giornalista depositava la documentazione per ottenere il divorzio da una
precedente partner. Però l’uscita da quell’edificio non è mai avvenuta e la
compagna, lasciata fuori dall’edificio, non vedendolo tornare ha dato l’allarme
della scomparsa. Per la polizia turca, e anche secondo l’ufficio del ministero
degli Esteri saudita, l’uomo è ancora all’interno del consolato, mentre secondo
la cerchia dei suoi amici Khashoggi è stato rapito. Un mistero in piena regola
che dura da due giorni. Sul fronte lavorativo il giornalista, oggi
cinquantanovenne, aveva già cambiato molto, sia la testata di riferimento e
pure la residenza cercate negli Stati Uniti. Da lì sul Washington Post proseguiva una valutazione critica della gestione
politica che da due anni ha stravolto parecchie dinamiche interne della nazione
capofila delle petromonarchie del Golfo. Inutile sottolineare che il bersaglio
dei suoi resoconti era Mohammed Bin Salman, il sovrano di fatto di Riyad. Gli
staff governativi dei due Stati stanno comunque gestendo la questione prima che
diventi un’emergenza. Certo Khashoggi, che ha lettori su carta stampata e
fruitori del suo pensiero critico sul blog, è troppo conosciuto per sparire nel
nulla senza richiamare l’attenzione di media e anche Intelligence. Ma dal Washington Post fanno sapere
l’infruttuosità dei tentativi compiuti dalla direzione del giornale per
rintracciare il collaboratore, e la stessa agenzia Reuters propende per un affare di Stato. Situazioni strane, al
limite della legalità, sono già state proposte dalla creatività repressiva del
principe-sovrano di casa Saud. Il caso più clamoroso fu l’enclave-sequestro
propinato mesi addietro ad affaristi e a diversi membri della famiglia reale,
tutti trattenuti per diversi giorni all’interno del Ritz-Carlton Hotel di Riyad
nel corso d’una cosiddetta campagna anticorruzione. Alle strette fu messo il
principe Alwaleed Bin Talal assai critico verso i passi di re Salman che hanno
imposto l’avvento dell’ingombrante Mbs. Per non parlare di altre figure, in
primo luogo oppositori e attivisti dei diritti, finiti in galera con condanne
pluridecennali. E’ l’apertura modernista del principino riformatore.
giovedì 4 ottobre 2018
martedì 2 ottobre 2018
Usa-Pakistan, l’alleanza disamorata
All’amore mai sbocciato
fra l’amministrazione Trump e il cangiante vertice pakistano - passato dal capo
del governo incarcerato Nawaz Sharif della Lega Musulmana, al rampante neo premier
Khan del Pakistan Tehreek-e Insaf - sono seguite le vendette economiche
americane. La Casa Bianca ha decurtato e continua a farlo (gli ultimi tagli
ammontano a 300 milioni di dollari) svariati fondi all’importante alleato del
Grande Medio Oriente, reo di non sostenere a dovere il piano regionale statunitense.
Un piano in verità altalenante, spesso latitante, che conserva come unica costanza
la vendita di armi ai soci. Una vendita mascherata da appoggio economico, di
fatto un sostegno al programma geostrategico del Pentagono. Certo il Pakistan,
Paese islamico popolatissimo e denso di contraddizioni interne, ci mette del
suo quando sancisce accordi senza mantenerli, così se l’interlocutore è un peso
massimo della politica mondiale, presunti “sgarbi” diventano roventi.
La realtà pakistana è variegata,
contrassegnata da contrasti sanguinosi fra i partiti o fra poteri forti come
sono l’esercito e l’Intelligence locale, da un nazionalismo desideroso di
primeggiare al cospetto di competitori altrettanto determinati (Iran, Arabia
Saudita, Turchia), dal magma talebano ribollente che s’autoalimenta nelle aree
tribali denominate Fata. Proprio la questione talebana coinvolge l’establishment
del Paese, che nella campagna elettorale
dello scorso luglio ha essa stessa ricevuto colpi da turbanti irriducibili come
i Tehreek-e Taliban, persecutori di avversari politici e di semplici cittadini
sventrati da kamikaze suicidi. Le misure
antiterroristiche riescono a frenare solo in parte l’ostinazione omicida di
talune frange fondamentaliste con cui settori dell’Inter-Services Intelligence
familiarizzano e si scambiano detonanti favori. Ma quando gli Stati Uniti, in
più occasioni sostenitori e difensori di queste losche ambiguità, accusano
Islamabad d’incoerenza, ecco che pure gli ultimi rappresentati del potere, come
il neo ministro degli Esteri pakistano Qureshi, alzano la guardia.
Lui dice che il suo
Paese lavora per la pace regionale, non protegge la destabilizzazione, opera
per una normalizzazione del vicino Afghanistan e una cooperazione con esso.
Questa posizione, l’ha ribadita in un recente viaggio a Kabul, forse convincendo
il locale presidente Ghani, tutto preso nella campagna di offrire
all’Afghanistan una maschera di democrazia, non lo staff trumpiano.
Quest’ultimo parla fuori dai denti esclude buone maniere, ordina e trae
conclusioni che se non si confanno ai propri disegni assumono i drastici
contorni della sfida. E ora fra Washington e Islamabad l’aria è pesante. Intanto
oltre confine, nelle province afghane che predispongono i seggi, chi lavora
sulla conservazione di tensione e terrore prosegue l’opera. E’ di oggi
pomeriggio l’ennesimo attentato dissuasivo nei confronti d’una partecipazione elettorale:
13 morti, 30 feriti a Kama nella provincia del Nangarhar, area orientale, del
Paese. Un’altra zona dove chi vota mette a repentaglio l’incolumità.
sabato 29 settembre 2018
Afghanistan, urne e buchi elettorali
A meno d’un mese dalla
scadenza, fissata per il 20 ottobre, parte la campagna elettorale per i 249
seggi da assegnare alla Wolesi Jirga, la Camera bassa del Parlamento afghano.
Secondo la Commissione elettorale i 2500 candidati, fra cui 400 donne, possono
iniziare la propaganda. Lo fanno direttamente o con l’ausilio di sostenitori issando
cartelloni e affiggendo proprie immagini dov’è possibile, anche su muri di
edifici privati, talvolta entrando in conflitto coi proprietari. Per tale pratica
fuori da normative di legge, peraltro fumose, sono previste multe fino a
100.000 afghani. Multe simboliche più che onerose, visto che il massimo della quota
corrisponde a un euro e quattordici centesimi. I candidati più navigati tengono
anche pubbliche concioni, in genere in luoghi chiusi per ovvie ragioni di
sicurezza. I 5.100 seggi saranno vigilati da 55.000 militari, cui si potranno
aggiungere circa 10.000 riservisti.
Non è chiaro se alla
scadenza si voterà in tutte le province o verranno escluse quelle
controllate dai talebani, che non si sono fatti convincere dalle carezze
diplomatiche governative e guardano con spregio alla consultazione. Parecchi candidati
si rivolgono ai gruppi etnici, minoritari o meno, sebbene ce ne siano altri che
contestano quest’approccio, sottolineando la piena apertura a qualsiasi etnìa e
puntando sul concetto di nazione. C’è anche chi pone temi come il sostegno di
chi si occupa delle sicurezza, dunque l’Afghan National Army, attraverso la donazione
del sangue per i militari che pongono la vita al servizio del Paese. Nonostante
il populismo diffuso qualche vecchia volpe del logoro scenario politico mette i
piedi nel piatto, criticando Ghani e Abdullah e accusandoli di pensare alle
proprie tasche più che agli interessi del Paese. Tutto vero.
Ma un simile richiamo è
giunto da un personaggio screditatissimo come il signore della guerra Mohaqiq,
uno che di sopraffazioni e interessi soggettivi non è secondo ai criticati leader.
Costatare che c’è chi lavora per incrementare un clima divisivo, senza curarsi
dei reali problemi della popolazione, usata come sempre come alibi per potere e
affari, non è una novità. Capire se la propaganda normalizzatrice che si
trascina dietro la scadenza dell’urna possa risultare attendibile e veramente
rappresentativa costituisce un nodo irrisolto. In una delle province che
nell’agosto scorso ha messo a nudo non solo tale progetto, ma direttamente la
presunzione di controllo del governo sul Paese - Ghazni assediata e tenuta per
giorni dai taliban - le elezioni per ora non si terranno. L’ha stabilito la
Commissione che rimanda di quattro mesi (sì in pieno inverno, oppure a
primavera) sia le consultazioni politiche, sia quelle amministrative.
Lo spunto viene preso
per quel che accadde nelle elezioni locali nel 2010. Allora gli 11 vincitori
appartenevano tutti all’etnìa hazara assai consistente nell’area, che lasciò i
pashtun senza propri eletti. Questo creava squilibri. Così, per presente e futuro,
si penserebbe di equilibrare le rappresentanze con meccanismi elettorali tutti
da decidere. Più realistiche voci pensano, invece, che la cancellazione del
confronto in quella provincia serva a non offrire la possibilità alle milizie
talebane di sferrare attacchi ai seggi. Queste azioni finora sono state
appannaggio dei turbanti dissidenti che si firmano Daesh, ma ciò che teme Kabul
è un ripetersi dell’attacco che ha mostrato tutta l’incapacità militare del
governo, come e peggio dell’assedio di Kunduz nel 2015. Ora la chiusura dei
seggi a Ghazni è ufficiale, ma in quante altre province le urne resteranno
deserte o disertate per insicurezza? La macchina della “normalizzazione”
pompata da Ghani non ne parla.
giovedì 27 settembre 2018
Ira saudita sull’Iran
E’ stato il principe
saudita al-Jubeir, l’uomo imposto da Washington al cerchio magico di Mbs nel
delicatissimo ruolo di ministro degli Esteri, a esternare pesantemente al
Palazzo di vetro una litanìa risultata musica alle orecchie di Trump e della
sua ambasciatrice all’Onu Haley. Tanto per ribadire la già nota fedeltà Jubeir
ha parlato fra due angeli custodi che si chiamano Bolton e Pompeo e curano la
sicurezza statunitense e la segreteria di Stato. Il ministra Saud senza voli
pindarici ha esplicitato la necessità di far cadere la presidenza iraniana di
Rohani, applaudendo al rinnovato embargo americano che ristabilisce muri in
luogo delle aperture decretate dall’accordo sul nucleare firmato da Obama prima
della chiusura del mandato. A sostenere il braccio di ferro trumpiano ci sono
anche Emirati Arabi e Israele, tutti concordi nel propugnare uno scossone agli
attuali vertici iraniani prima che lo Yemen si trasformi in quel Libano
conosciuto dagli anni Ottanta in poi con la crescita politica e militare di
Hezbollah. Dunque via i vertici di Teheran, con ogni mezzo.
Fra i mezzucci messi in
atto non è certo, ma è plausibile, annoverare anche gli attentati che hanno di
recente insanguinato la località di Ahvaz. Ovviamente nessun diplomatico presente
all’Assemblea Onu fa riferimento a essi, ma il media ufficiale saudita (Al Arabiya) per mano d’un suo
opinionista, fa diretto riferimento ad altre spine nel fianco del sistema,
manifestazioni e scioperi che dalla fine dello scorso anno si susseguono in
molte aree del Paese. Il malcontento sociale iraniano è diffuso, alimentato
dalla caduta esponenziale del ryal, dalla sua perdita di valore e conseguente
potere d’acquisto monetario che riduce sul lastrico i ceti medi sostenitori di
Rohani. A politicizzare le proteste sarebbe la mai estirpata componente dei
Mujaheddin del Popolo, la cui rappresentante Maryam Rajavi vive a Parigi in un
esilio autoimposto. Il gruppo, che nella guerra civile del triennio 1980-82
assunse pratiche terroriste e stragiste, è da tempo chiacchierato per i
molteplici sostegni offerti dalla Cia. E può benissimo prestarsi a organizzare
turbolenze.
I sauditi, che tifano
per loro senza nasconderlo, spererebbero che questa fosse l’opposizione
iraniana in grado di stanare il regime degli ayatollah. Al di là della reale
consistenza in Iran di tale gruppo, la lotta intestina fra i poteri forti di
Teheran: da una parte gli orientamenti tradizionalisti di certo clero
conservatore che ha trovato in Raisi l’esponente di punta e continua ad avere
in Khamenei il garante della linea khomeinista, dall’altra il laicismo dei
Pasdaran, negli ultimi anni in un totale compromesso coi chierici che s’è trasformato
in diarchia. Non perfetta, poiché i riformisti fanno da terzo incomodo, vivo e
attivo, e soprattutto non rinuncia a una presenza attiva la popolazione. Fra la
gente, i fedeli al regime non mancano, come non mancano gli oppositori,
sicuramente crescono i dubbiosi, quei ceti sociali sempre presenti sullo scenario
nazionale e in molte fasi determinanti: studenti, commercianti, giovani donne
sempre meno rurali. Bisognerà vedere quanti di costoro son disposti a seguire i
proclami ideologici dei mujaheddin e quanti le promesse del clero, che
militante e non, attualmente ha scarsa presa su una gioventù di certo meno
combattente, non è detto meno combattiva.
lunedì 24 settembre 2018
Iran, ipotesi sull’attentato di Ahvaz
Mentre una parte della
gente di Ahvaz s’è stretta attorno alle bare dei martiri dell’agguato mortale
di sabato, la comunità araba sunnita della regione si ritrova l’accusa d’essere
il motivo dell’attentato, vista la linea separatista seguita da alcune
componenti politiche locali come il Fronte popolare degli arabi di Ahvaz. Ma
questo gruppo e altri sospettati rigettano le accuse, girandole sul regime
possibile autore d’una montatura per stringere ancor più la morsa sulla
provincia del Khouzestan, ricca di petrolio e intollerante nei confronti del
governo di Teheran, ampiamente contestato nei mesi scorsi. Rispetto a proteste
di carattere prettamente economico registratesi in varie città iraniane, in
quest’area il malcontento sunnita mostra, accanto a tale matrice, quella del
dissenso politico e guarda a ovest, per quanto oltreconfine l’attuale Iraq offra
contorni caotici. Da quel che è dato sapere i locali interagiscono più con
strutture come quelle citate, organizzate con dissidenti espatriati all’estero
(ad esempio a Londra) che col jihadismo militante. Quello che potrebbe aver
organizzato lo spettacolare attentato, frutto di un’organizzazione articolata,
per ciò che appare dall’infiltrazione del loro commando in una struttura tutt’altro
che facile da raggirare come i pasdaran.
Oltre al sangue versato,
al terrore diffuso, all’offesa arrecata alla sfilata per l’anniversario della
guerra patriottica contro Saddam, è stata lesa l’immagine coriacea che i
Guardiani della Rivoluzione amano offrire del proprio corpo d’élite. Un
elemento psicologicamente non secondario. Perciò i vertici dello Stato, col
ministro della Difesa Hatami, il capo dell’Intelligence Alavi, il deputato e
comandante pasdaran Salami, fino allo stesso presidente Rohani sono intervenuti
pubblicamente additando chi trama nell’ombra per destabilizzare anche
militarmente la nazione. La triade accusata raccoglie Stati Uniti, Israele e
Arabia Saudita, sponsor militari e ideologici d’un certo fondamentalismo islamico
usato - a detta di Teheran - come ariete per colpire la sicurezza nazionale interna.
Certo, la sigla dello Stato Islamico è comparsa nella rivendicazione dell’agguato,
come pure quella Al-Ahvaziya. Se il Daesh è da un quadriennio materia, ectoplasma
e fantasma della politica destabilizzante in Medio Oriente, del secondo si sa
che è finanziato dalla dinastia Saud e che nell’area ha già compiuto azioni con
l’intento di divulgare un progetto separatista. Invece s’autoescludono dallo
scenario della strage altri separatisti, denominati Patriotic Arab Democratic
Movement in Ahvaz.
Nel richiamo che la
notizia dell’attentato ha avuto ovunque nel mondo, s’inserisce il botta e
risposta fra Rohani e l’ambasciatrice statunitense all’Onu Haley. Il primo non
ha risparmiato colpi antistatunitensi rivolti al bullismo della politica estera
trumpiana; la portavoce di ferro ha ripetuto sprezzante che nell’incolpare gli
Usa gli iraniani devono guardarsi allo specchio. Il duetto accende
ulteriormente gli animi alla vigilia delle prossime sedute dell’Assemblea
generale delle Nazioni Unite. Rohani, come altri capi di Stato, è atteso domani
e dopodomani a New York. A condurre il dibattito nel Palazzo di vetro ci sarà
proprio la Haley, e il da lei strattonato Rohani dovrà incontrare l’omologo
Donald Trump. Sebbene il faccia a faccia potrebbe in extremis saltare, non
tanto per le tensioni rinfocolate in queste ore, ma perché il dibattito sul
nucleare iraniano sembra diventato un dialogo tra sordi dopo il rilancio
dell’embargo unilaterale imposto dal presidente Usa. Temi caldissimi anche
quelli dei conflitti mediorientali sugli scenari siriano e yemenita, sempre con
gli iraniani coinvolti e gli americani critici sull’operato di quest’ultimi. E’
noto che l’Assemblea Onu ha solo funzioni consultive, esamina questioni e
propone orientamenti per garantire la pace internazionale. Purtroppo decisioni,
prese a maggioranza di due terzi, possono tranquillamente risultare inapplicate
e dunque infruttuose.
sabato 22 settembre 2018
Iran, tiro al bersaglio sui pasdaran
L’attacco portato allo
Shahrestan di Ahvaz nel corso di una parata militare dei Guardiani della
Rivoluzione, è un’azione simbolo rivolta a una struttura strategica dello Stato
iraniano. La più potente, assieme a quella degli enti benefici (bonyad) gestiti
quasi esclusivamente dal clero e dai militari. Avviene in una zona occidentale
del Paese, sul confine iracheno, area che ha conosciuto le pene della lunga
guerra contro l’invasione di Saddam Hussein. E proprio quel conflitto,
sanguinoso e logorante, durato dal 1980 all’88 veniva ricordato con la sfilata,
quando dagli spalti un commando ascrivibile ai miliziani dello Stato Islamico,
così li ha definiti la Tv iraniana, ha scaricato le proprie armi sui pasdaran
intruppati e sugli ufficiali seduti in tribuna. Ne sono morti ventiquattro, una
cinquantina sono rimasti feriti, fra cui bambini che assistevano alla celebrazione,
mentre gli attentatori venivano in parte uccisi, in parte arrestati. I commenti
dell’agenzia Irna, fanno riferimento all’Isis ma anche alle protezioni e
finanziamenti offerti dall’Arabia Saudita. Il ministro degli Esteri Zarif,
coglie l’occasione parla esplicitamente di sponsor statunitense.
Lo stesso presidente
Rohani non lesina riferimenti critici agli Stati Uniti e alla politica
trumpiana che foraggiano la destabilizzazione in Iran con ogni mezzo, dal
rilancio dell’embargo, al sostegno dell’opposizione filo monarchica o
terroristica come quella esule Oltreoceano e Parigi, chiaro il riferimento agli
ex mujahheddin- e Khalq foraggiati dalla Cia. Certo, nel Paese esiste una profonda
spaccatura politica fra i riformisti, che hanno in due tornate elettorali
sostenuto il moderato Rohani contro i fondamentalisti religiosi e laici, e che
da mesi lo contestano. Cui s’aggiunge una spaccatura generazionale fra gli
ultrasessantenni, che hanno fatto la rivoluzione e hanno praticato la militanza
combattente, appunto contro Saddam, e i giovani nati negli anni Novanta e
successivamente. Quest’ultimi, gran serbatoio del voto progressista, vedono
tradite le speranze di cambiamento riguardo all’occupazione, alla
trasformazione sociale con un superamento di rigidità di costumi (pensiamo
all’obbligatorietà del velo), e al sistema clericale basato sul velayat-e faqih.
Parte del malcontento, esplicitato
nelle proteste di piazza dell’inverno scorso - meno clamorose, partecipate e
violente di quelle del 2009 - risulta spontaneo, ma l’opposizione interna ed
estera agli ayatollah ha sponde varie e può far riferimento a ogni
contraddizione esistente. Ad esempio, la crisi economica ha fatto criticare il
copioso, e costoso per le casse statali, impegno militare all’estero che sui
fronti siriano e yemenita dura da tempo. Una strategia che lega le posizioni
del tradizionalismo clericale avvallate dalla Guida Suprema, alla componente
tradizionalista laica, legata ai Guardiani della Rivoluzione. Ciascuno, nel
rispettivo cammino, ultraconservatore e modernista, ma di fatto
irrinunciabilmente non solo anti imperialista ma anti occidentale. Con tutte le
chiusure e le differenze del caso. Finora il collante fra tutte le componenti
politiche, anche quelle riformiste, è sempre stato quello della sicurezza interna,
seppure il modo d’interpretarla non sia il medesimo. Ma più si stringe la morsa
attorno all’Iran più l’interesse nazionale offre spazio al partito della forza,
che magari può cercare un nuovo Ahmadinejad da proporre per un futuro non molto
lontano. E questa via, attacchi terroristici o meno, segue il suo corso.
lunedì 17 settembre 2018
Lo stallo Regeni e i balletti di Stato
Ha parlato direttamente col presidente Al Sisi, Roberto Fico,
presidente a sua volta, del Parlamento italiano, dopo aver incontrato in
precedenza l’omologo egiziano. Differentemente dal collega Di Maio, ha parlato
esclusivamente del caso Regeni affermando che “le indagini sono a un punto di stallo”, cosa che Sisi sa benissimo
semplicemente perché è il regista della palude in cui si dibatte l’Egitto dal
2013. Data della sua presa del potere, operata con un golpe, prima bianco e
dopo quarantacinque giorni rosso sangue, colato dai corpi di centinaia di
concittadini che il presidente dal sorriso gentile faceva massacrare dai suoi
militari e poliziotti. L’Italia con gli esecutivi Renzi e Gentiloni ha fatto
inizialmente la voce grossa, ha ritirato l’ambasciatore dal Cairo per poi
rintrodurlo con l’alibi che avrebbe controllato da vicino (sic) i passi
istituzionali della nazione sull’omicidio del ricercatore. Tutto questo dopo
che gli stretti collaboratori di Sisi, finanche il ministro dell’Interno
Ghaffar e quello degli Esteri Shoukry, coprivano i sottoposti esecutori di
sequestro, torture e omicidio di Regeni. Sicuri dell’impunità che il nuovo raìs
garantisce loro, visto che di arresti, sequestri, torture, galera, assassini e
sparizioni l’Egitto dei militari di Sisi fa un uso sistematico. Come le
peggiori dittature mondiali.
Con questi sanguinari, pur dal rassicurante aspetto, i politici
italiani pensano di dialogare. Se non sono proprio fuori di senno, possiamo
pensare che inscenino anch’essi una sceneggiata. Fanno quel che i vertici d’una
nazione devono fare, ma senza prendere contromisure nei confronti della
chiarissima tattica della Sfinge in divisa che promette, ma tergiversa e
soprattutto ostacola indagini e processo. Come abbiamo visto, in Egitto a
processo vanno gli scampati dal massacro della moschea di Rabaa, l’Epifania di
quel che Al Sisi avrebbe riservato al suo popolo, iniziando dagli odiati
Fratelli musulmani, per passare a oppositori della sinistra giovanile, e socialisti,
e giornalisti, e blogger e attivisti dei diritti. Tutti costoro hanno riempito
le galere egiziane, mentre gli attuali presidenti e vicepresidenti cinquestelle
e leghisti guardavano probabilmente ad altro, intenti a quell’avanzata elettorale
volta a gabbare i claudicanti governi del Pd. Nel febbraio 2016 apparve in
tutta la sua drammaticità la vicenda Regeni, uno scempio che confermava ciò che
da anni era messo in cantiere dalla macelleria egiziana. La cui dirigenza, non
a caso militare, rievocava i ‘garage Olimpo’ dell’Argentina di Videla. Come
allora, la comunità internazionale ha taciuto e continua a farlo.
L’Italia, parte offesa, si barcamena in goffe iniziative con
l’Egitto, i cui vertici si beffano delle inchieste della procura di Roma, che
ha esplicitamente denunciato le falsità e l’omertà del governo cairota. Altro
che collaborazione! Altro che promesse di far luce! Sisi governa su una
popolazione soggiogata o adescata col terrore, governa nel buio pesto delle
prigioni dove in questi anni sono sparite attorno alle cinquemila anime. Questo
denunciano talune Ong umanitarie che hanno dovuto abbandonare quel Paese per
non finire esse stesse risucchiate nel gorgo della repressione. Si può
dialogare con dei criminali travestiti da statisti? E’ la domanda che gli
attuali esponenti delle Istituzioni italiane, dai Di Maio ai Fico, viaggiatori
e interlocutori di Al Sisi, si sarebbero dovuti porre. Se sì, al di là di
diplomatici balletti, che differenti misure prende il governo ‘gialloverde’
rispetto a quelli rosapallido del Pd? All’orizzonte non si vede nulla, se non
moti autoreferenziali, attenti a non disturbare rapporti commerciali col
partner egiziano, per gli affari dell’Eni che sono solo in parte affari
nazionali. Essi potrebbero cedere il passo a una sana morale di quello stato di
diritto che sosteniamo di difendere e che ‘l’amico Sisi’ ha calpestato, facendo trucidare un nostro
cittadino. Diventato uno di loro, una vittima di quel regime cui non dovremmo
riservare colloqui e strette di mano, ma esplicite accuse.
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