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mercoledì 2 settembre 2026

Mezzo mondo

  


Trent’anni di vita, nasce nel 1996, come fronte di sicurezza all’invadenza occidentale nel Levante dove il crollo dell’Urss ricreava vari Stati nazionali asiatici, potenziali partner non solo mercantili per le influenze a stelle e strisce. E furono tre ex repubbliche sovietiche (Kazakistan, Kirghizistan e Tajikistan) a rivolgere lo sguardo nuovamente a Russia e Cina, formando il primo nucleo della Cooperazione di Shanghai (Sco) in queste ore riunita nella kirghiza Biškek. I giganti dell’organizzazione vedevano la guida (alcolica) di Boris Eltsin a Mosca e quella (affaristica) di Jiang Zemin a Pechino, con quest’ultimo che nella personale scalata al potere era partito proprio da Shanghai di cui era stato sindaco. L’unione d’intenti del primo gruppo degli Stati della Cooperazione seguiva i prodromi della Nuova Via della seta tracciati da Deng Xiaoping, che comunque nel 1997 alla “verde” età di 97 primavere lasciava definitivamente ogni incarico. Ma gli sopravviveva l’impronta del cosiddetto “socialismo con caratteri cinesi” qualcosa di ben diverso dal “socialismo comunitario maoista”. Eppure i due padri dell’odierna Cina rappresentano un tutt’uno, dimenticate come sono le tendenze e battaglie interne dei seguaci. L’unità e la forza odierne di Pechino sono incarnate dall’attuale leader Xi Jinping in un continuo richiamo a un passato, lontano e vicino, incardinato su esempio, teorie, opera dei due ‘imperatori’ di quel socialismo. E lui, il terzo imperatore, dopo averne raccolto l’eredità ha incarnato il sogno di supremazia totale con cui alleati e avversari stanno facendo i conti. Cosicché, affermano molti analisti, il Paese rialzatosi grazie a Mao e alla sua Lunga Marcia, che ha prosperato con le quattro modernizzazioni di Deng, vuole diventare potente (e dominante) con la Belt and Road Initiative di Xi. La Sco è un tassello di questa strategia che punta ad ampliare i gangli d’una centralità senza venir percepita come propositrice di supremazia. Dopo aver raccolto le prime adesioni, dove ciascun membro gioca la sua partita, ad esempio la Russia putiniana ha pensato di risollevarsi dalla fase dello sfacelo statale seguendo anche antiche tattiche di dominio tramite la forza, il gruppo ha trovato nuove aggregazioni.

 

A cominciare dal gigante indiano che fa sponda con l’Occidente, ma sa di poter pretendere molto di più riguardo a economia, sviluppo, crescita del Pil. Quindi le adesioni fra i “rejetti” dell’Occidente, come l’Iran che dopo la quarantennale guerra economica subìta a opera di americani ed europei, si ritrova la sanguinosa guerra dei missili sulle proprie case. E Pakistan e Bielorussia che per differenti motivi non hanno vita semplice con diplomazie e mercati dell’Ovest. Mentre gli Stati Uniti, sbronzi del proprio potere secolare rilanciano minacce, offese e stragi in alcuni luoghi del mondo e un’Europa, declinante e servile, li segue pur sognando un’identità mai rinnovata dall’idea di crociate politico-confessionali, oggi questo gruppo conta circa la metà della popolazione del globo e quasi un quarto del Pil mondiale. Certo, i suoi adepti vivono in simbiosi precaria. La Cina, sempre intenzionata a evitare l’uso delle armi, s’è malmenata con l’India su territori di confine. Quest’ultima e il Pakistan moderni sono ai ferri corti sin dalla loro nascita. Ancora la Russia putiniana, e forse anche post, continua a confondere difesa e offesa, non solo a ridosso dei propri territori. Ma intanto l’accordo tiene. Soprattutto i tre grandi nel sottolineare quest’appartenenza trovano conforto a ulteriori affari (Cina), allontanano lo spettro dell’isolamento (Russia), ottengono dalle pianificazioni internazionali ossigeno per le contraddizioni politico-sociali interne (India). A breve, 12-13 settembre, il summit dei Brics, vedrà un’assise ancor più ampia, con Brasile, Indonesia, Sudafrica, paesi arabi come Egitto e EAU. Non tutti esenti da incoerenze ma interessati a guardare al globo oltre l’armamentario di guerra. E’ vero, passi concreti per affrontare lo spettro dell’incendio climatico galoppante, non se ne vedono neppure su questi tavoli. E su questo  allarme improcrastinabile si misura il reale umanesimo di cui ogni terrestre necessita, in luogo della demagogia di chi governando manovra l’esistenza di tutti.

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