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lunedì 31 agosto 2026

Onta nera

  


Gli strali metaforici e gli stracci verbali che segnano da mesi il non rapporto di Recep Tayyip Erdoğan con Benjamin Netanyahu, seguono le quasi rotture commerciali decise da più di due anni dalla Turchia verso Israele. Motivate dalle stragi di Tsahal nella Striscia di Gaza contro cui s’è scagliato lo sgomento della nazione turca che si dice vicina al popolo palestinese. Di conseguenza l’import-export anatolico ha cestinato una fetta del Pil derivato da quegli scambi: 5,4 miliardi di dollari di merci in uscita e quasi due in entrata, facendo prevalere un pragmatismo ideologico motivato politicamente. Un pragmatismo comunque non assoluto, come in più occasioni hanno fatto notare osservatori dell’affarismo energetico. Non è un segreto che i flussi di greggio e petrolio raffinato direzionati allo Stato ebraico proseguono, provenendo anche da fonti insospettabili. Se l’Azerbaijan rifornisce quasi la metà del fabbisogno israeliano di greggio, cui s’aggiungono gli approvvigionamenti russi e kazaki anche Gabon, Brasile e Nigeria fanno la loro parte (per un 3% c’è stata pure l’Italia, come riferiva una statistica di Oil change international di due anni or sono) nei transiti e nella raffinazione sono coinvolte le immarcescibili “Sette sorelle” e una recente nuova potenza: la compagnìa azera Socar. La quale ha nella turca Socar Türkiye la maggiore filiale estera con la raffineria Aliağa di Smirne dove sorge il colosso petrolchimico Petkim, acquisito dall’Azerbaijan nel 2008. Tali presenze e simili conduzioni hanno motivato le contestazioni avanzate da manifestanti turchi pro Gaza che in più occasioni avevano sollevato braccia e grida davanti alle sedi anatoliche di quest’azienda. "Nessun porto per il genocidio" avevano gridato e "Il petrolio che scorre dalla linea Baku-Ceyhan non è petrolio ma sangue". L’oleodotto in questione si sviluppa per 440 km in terra azera, 250 in quella georgiana e oltre mille sul suolo turco, aggira la rotta del Mar Nero fra la Russia e il Bosforo e offre ai mercati occidentali l’oro nero con l’iniziale gestione della British Petroleum e ora della Socar. E’ vero che gli intrecci della rete energetica che va dai pozzi all’estrazione, passando per il trasporto via mare o per condutture terrestri, quindi la raffinazione e la distribuzione nei mercati lega soggetti commerciali e nazionali differenti (un esempio è il citato polo turco di Petkim acquisito da Socar, dove al business a due s’aggiunge un terzo elemento APM Terminals del gruppo di navigazione danese Maersk), ma l’affare e il malaffare comuni non costituiscono un mezzo gaudio né salvano  ognuno dalle valutazione morale e politica di certe scelte. In questo caso il greggio che Baku decide di fornire a Israele con la sua Socar, continua a transitare per strutture portuali turche e viene imbarcato e trasportato su petroliere danesi. Questa fornitura consente a Israele di svolgere funzioni quotidiane rivolte all’energia civile, ma si può presumere che l’utilizzo militare con cui vengono riempiti i serbatoi dei jet che bombardano la Striscia non venga meno. Al solito Israele in merito non si pronuncia né rivela alcunché, ed è stata una nuova generazione di attivisti come i 1000 Youth for Palestine a contestare l’ipocrisia di chi s’indigna per un genocidio in corso, però di fatto non rompe del tutto il giro degli affari. Il comportamento di Erdoğan e quello di vari leader arabi segue questa deriva; il loro cammino per la sicurezza regionale col Patto de La Mecca mira a proteggere sé stessi più che la disastrata situazione di cittadini e profughi palestinesi. Quei cittadini seppur assediati, da tre anni ridotti nella condizione di senza vita, senza casa, senza tenda, senza cibo, senza terra, senza speranza alcuna, nonostante l’impegno di tanti campioni della solidarietà.


  

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