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giovedì 11 agosto 2022

Afghanistan, donne censurate dai taliban

Sono le donne d’affari, in realtà pochissime, e un tempo le più numerose impiegate nei ministeri, ambasciate, Ong locali e straniere, ad aver subìto l’ostracismo lavorativo del primo anno del secondo Emirato afghano. Che era partito con buone intenzioni e tante promesse proprio nei confronti delle donne, quelle autodeterminate economicamente con un lavoro di concetto, o professionale come le insegnanti dei vari livelli d’istruzione, dottoresse e infermiere finanche giornaliste. Invece gli annunci del portavoce Zabihullah Mujahid, famoso il suo: “le donne lavoreranno spalla a spalla con noi”,  mese dopo mese, si sono rivelati infondati. Sì, i rapporti diplomatici dopo il ritiro delle truppe statunitensi s’erano subito irrigiditi per il blocco dei fondi rimasti nelle banche americane; e i non amati turbanti, che rintuzzavano le proteste contro un loro ritorno, dovevano affrontare guai peggiori: crisi alimentare per due terzi della popolazione e  rilancio di attentati dell’Isis Khorasan che evidenziavano il pressappochismo della sicurezza interna. Ci si metteva anche l’emergenza terremoto nella provincia di Paktika, però sin dall’avvìo il governo talebano risultava spaccato fra orientamenti morbidi e rigidi. Non solo in politica estera, dove Baradar incontrava i potenti del mondo, mentre Haqqani apriva casa ad acerrimi nemici dell’Occidente come al-Zawahiri, ma pure fra i confini domestici. L’attacco di genere, sostenuto un po’ da tutti, assumeva i contorni del blocco dell’istruzione secondaria col pretestuoso alibi della mancanza di divise, della limitazione di movimento, dell’obbligo se non del burqa d’un chador che spingeva indietro la condizione femminile, pur limitata dal fondamentalismo che i vent’anni d’America a Kabul non avevano sradicato né dalle vie, né dalla Loya Jirga. Per le donne e le ragazze dei villaggi cambiava poco. Per le kabuliote, pur non inserite in alcun circuito lavorativo simile a quelli descritti, la differenza era evidente. La polizia religiosa non si comportava come ai tempi del mullah Omar, ma il ministero per la Promozione della virtù e prevenzione del vizio, lanciato già il mese seguente la presa del potere, lasciava presagire poco di buono per la condizione femminile. Così è stato. Ora statistiche da Kabul, riguardanti la minoranza di donne emancipate da particolari occupazioni, sottolineano che a perdere quei lavori sono soprattutto loro (16% in meno, e in alcuni casi 28%), rispetto agli uomini la cui riduzione occupazionale s’attesta al 6%. Sono state raccolte testimonianze di impiegate lasciate a casa, subdolamente ridotte all’inattività seppure non licenziate, tenute a stipendio minimo ma fuori dagli uffici. Oppure “lusingate” dalla possibilità di conservare il salario che serve alla famiglia, trasferendo il proprio ruolo a un uomo di casa. Passo egualmente viscido che degrada anni d’impegno e capacità di quelle donne. Le vendette incrociate, dunque, non seguono traiettorie che scavano in un passato “collaborazionista” coi governi collaborazionisti. Ma rivolgono gli strali alla società femminile, colpita e umiliata in quanto tale.


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