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mercoledì 5 settembre 2018

Libia, uno, due e tre


Tripolitania, Cirenaica, fino al desertico Fezzan. Non c’è bisogno di ripercorrere le tappe della storia mediterranea e le più recenti vicende del colonialismo italiano da Giolitti a Mussolini, fino al colonialismo di ritorno praticato su versante energetico dall’Ente Italiano Idrocarburi nella versione più sofisticata di Mattei, mica dei boiardi Scaroni e De Scalzi, per sapere che la Libia è una creatura fragile. Sorta come nazione prima in veste monarchica con re Idris, quindi con quell’esperimento di ‘Repubblica delle masse’ naufragato nella dittatura personale di Mu’ammar Gheddafi, il colonnello dell’emancipazione. Personaggio sognatore e cinico, istrione e megalomane, condannato per scelta e suo malgrado al ruolo di uomo-contro che sfida le sorelle dell’estrazione sul terreno della geopolitica. Nella sua Libia le tribù stanziali e nomadi, divise da interessi, invidie e ricerca di supremazia perpetuavano quei particolarismi conosciuti probabilmente dallo stesso Settimio Severo e poi per secoli sino al declino dell’Impero Ottomano che apre le porte alla Libia colonizzata.

Su questo territorio, coi suoi clan finanche le potenti aziende del petrolio mondiale per proseguire il business del sottosuolo necessitano di accordi. Loro li fanno, trattandosi in fondo di briciole rispetto ai guadagni che perseguono. Comunque tutti: affaristi, governanti, politici di ieri e di oggi brigano con ceppi familiari conosciuti e secolari. Gadhafi, Warfallah, Zentan, Tarhuna si spartiscono l’area della Tripolitania, in Cirenaica si tratta coi Zuwaya e Awaqir, e nella zona di Tobruk con la tribù Obeidat. Il Fezzan vede l’antica e potente presenza dei Magariha, mentre i Tuareg restano sovrani delle dune. Il conosciutissimo panorama è ulteriormente variegato, i notisti giungono a contare addirittura 150 clan, poiché figli, rampolli ramificano le tribù, seppure le storiche restano le citate. Quanto quest’ultime si facciano coinvolgere dall’evoluzione degli eventi si dovrà vedere. Certo dallo scossone subìto dal regime gheddafiano nel 2011 anche per un inizio di rivolta, per i voltafaccia di alcuni clan, e soprattutto per i piani d’intervento giostrati fra la Casa Bianca di Obama e l’Eliseo di Sarkozy, la Libia è terra di nessuno.

Darle una parvenza di normalità è la mossa ipocrita con cui le democrazie affaristiche scrivono falsi copioni. In questo caso sul banco degli imputati Francia e Italia, cioè Total ed Eni, che pozzi ed estrazioni se le spartiscono con Bp e altri, ma sotto sotto tramano.  Magari sperando che il politico sponsorizzato: Serraj, da parte del nostro governo, Haftar, da quello Macron, li aiuti ad avere di più, a favorire la propria azienda sulla concorrente, complici le stesse tribù e i loro manipoli armati. Un quadro dove ciascuno cerca di trarre vantaggio da una situazione degenerata e incancrenita negli ultimi anni di destabilizzazione. E nelle stesse Nazioni Unite, che raggiungono un accordo per un momentaneo cessate il fuoco fra contendenti, le posizioni italiane, francesi, britanniche e statunitensi non seguono affatto processi unitari, lavorando per l’autodeterminazione dei libici. Le divisioni tribali, ovvio, non favoriscono questo processo, ma a monte i signori degli affari puntano sempre e solo sui signorotti della guerra vestiti di qualsiasi foggia, turbante, mimetica o doppiopetto.

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