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venerdì 14 settembre 2018

Afghanistan, sussurri e grida


I sussurri, le grida si susseguono sullo scenario politico afghano con ruoli invertiti o comunque mescolati. Alle lusinghe che il presidente Ghani continua a lanciare ai talebani, o per meglio dire a quella parte dei turbanti che l’ascolta, fa eco la voce grossa del  già signore della guerra Hekmatyar. Prescelto da tempo, e proprio da Ghani, come cerimoniere della pacificazione coi fondamentalisti armati, ora Hekmatyar contesta il possibile slittamento elettorale oltre la scadenza del 20 ottobre. Molte province sono insicure, e sebbene la maggioranza dei gruppi taliban snobbi le elezioni, il pericolo attentati è elevatissimo a opera di quei dissidenti che si firmano Stato Islamico del Khorasan. Lo stesso presidente, che molto s’è speso per promuovere l’apparato rasserenante delle consultazioni, ha recentemente dato risalto ai dati dell’agenzia Onu sulle morti di civili, che nei primi sei mesi 2018 schizzano a 1.692 vittime, stabilendo la peggiore percentuale degli ultimi dieci anni. Morti determinate in prevalenza da attentati organizzati dal Daesh afghano, mentre i talebani, che pure hanno ucciso concittadini, rivolgono il tiro prevalentemente su militari e poliziotti.
Il partito di Hekmatyar (Hizb-i Islami) chiede a gran voce il mantenimento della scadenza elettorale, mentre il premier Abdullah gli contrappone il concetto d’unità della nazione in una fase in cui il pericolo è il terrorismo e le polemiche favoriscono i nemici della nazione. Abdullah in persona, all’epoca della sfida con Ghani per la presidenza, diede una didascalica dimostrazione di cosa s’intenda per amici e nemici, inanellando accordi ufficiali, ufficiosi, sotterfugi, voltafaccia, braccio di ferro e kalashnikov puntati con alleati ed ex alleati. Infatti la costante che regna a Kubul è l’estrema inafferrabilità degli eventi. Però i vertici statali ribadiscono che una totale smobilitazione militare americana porterebbe a un pieno terreno di coltura terroristica. Sarà. Ma quel che esiste da anni con tanto di truppe d’occupazione non l’ha limitato affatto. Poi c’è il terrorismo con le stellette, anzi quello apertamente a stelle e strisce, su cui aveva mosso qualche passo la Corte Internazionale per i crimini di guerra, che può dormire sonni tranquilli. Giorni fa l’uomo di Trump (John Bolton) ha minacciato i magistrati: guai a toccare soldati Ryan e generali statunitensi. Il loro operato non si discute, anche quando bombardano malati e medici come a Kunduz nel 2015. 
E allora cosa continua ad andare in scena nel mondo parallelo dell’Hindu Kush? Niente di diverso da quanto sappiamo. Rappresentazioni, intrighi e falsità comprese. Quest’ultime talvolta non facili da smascherare. Osservatori locali impegnati a studiare il fenomeno jihadista hanno cercato riscontri su alcune notizie diffuse dalla portavoce del ministro degli Esteri russo. Lei sosteneva che elicotteri, non identificati ma imputabili alla Nato, rifornissero di armi gruppi jihadisti nella provincia di Sar-i Pol. Non sarebbe il
primo caso. Non sarà l’ultimo. Però indagini in loco non evidenziano presenze del Daesh in quell’area. Al più, ci sono gruppi di combattenti uzbeki che si rapportano ai talebani, non all’Iskp. Spiegano i ricercatori: l’Islamic Jihad Union, affiliata sino a una decina d’anni fa a Qaeda e al gruppo di Haqqani, può reclutare dissidenti talebani, e per questo non è ben vista da quest’ultimi, ma se deve scegliere uno schieramento s’appoggia a quello tradizionale degli studenti coranici. E’ in tale puzzle di aree controllate da vecchi e nuovi signori della guerra che va in scena la pantomima della normalità. Col macellaio Hekmatyar a fare da maestro di cerimonie di democrazia.

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