La decapitazione di sette hazara, fra cui tre
donne e due bambini, da parte di miliziani vicini all’Isis ha scatenato dure
proteste nella capitale afghana. Migliaia di persone, prevalentemente
dell’etnìa colpita ma non solo (c’erano anche pashtun, urbeki e tajiki) sono
scese in strada gridando la loro rabbia contro gli assassini e contro un
governo inerme e incapace. Numerosissime le donne. I manifestanti si sono
diretti in corteo verso il palazzo presidenziale, dove risiede Ghani,
individuato come il responsabile dell’assenza d’un piano di sicurezza rivolto
alla popolazione, nonostante tutti i progetti sventolati anche con l’adesione
al Bilateral Security Agreement che
permette all’esercito statunitense di prolungare la presenza sul suolo afghano.
I sette abitanti hazara erano stati presi in ostaggio più di un mese fa da
miliziani pro Isis in una località della provincia di Ghazni e trasferiti più a
sud in quella di Zabul, confinante col governatorato di Kandahar. Quell’area ha
sempre visto una presenza talebana legata al gruppo del mullah Omar, ora la
dissidenza interna sposta sempre più elementi sulla sponda dei miliziani
favorevoli allo Stato Islamico e alle sue barbarie.
L’orrore della decapitazione è stato narrato da
alcuni testimoni che riferivano l’utilizzo di grandi rasoi. Alcuni attivisti di
diritti civili locali hanno rilasciato dichiarazioni ad Al Jazeera riferendo di vivere nel terrore. Simili episodi
diventano sempre più frequenti e, nonostante l’altissimo numero dei militari
presenti, non si vede chi possa porre rimedio e difendere il diritto alla vita
dei cittadini. L’unica dichiarazione rilasciata dal capo della polizia di Kabul
Abdul Rahimi è stata quella di “tranquillizzare” la popolazione, poiché
l’ordine pubblico nella capitale era garantito dai propri agenti che vigilavano
affinché dalla protesta non scaturissero tumulti contro le autorità. Sempre
nelle interviste raccolte dalla tv qatarina alcuni manifestanti sottolineavano la
necessità di protestare contro un governo che chiude gli occhi di fronte alla
crescente morte violenta di cittadini nell’intero Paese. Responsabilità dei
miliziani neri e dei bombardamenti statunitensi che sostengono di scovarli e
combatterli. L’episodio più clamoroso è stato il deliberato attacco
all’ospedale di Medici senza Frontiere nella città di Kunduz che aveva seminato
morte solo fra ricoverati e personale medico.
L’etnìa hazara, di religione sciita, ha
pesantemente pagato un alto tributo di sangue durante la guerra civile
scatenata nel Paese dal 1992 al 1996 da vari Signori della guerra, i più
potenti erano il tajiko Massud dell’Alleanza del nord e Gulbuddin Hekmatyar del
partito fondamentalista Hezbi-e Islami, quest’ultimo tuttora presente sulla
scena politica. Con la fortissima instabilità sul versante della sicurezza e i
terremoti presenti all’interno della variegata famiglia dei turbanti, gli
hazara tornano a essere il bersaglio di quel sunnismo che cerca di rilanciare conflitti
religiosi contro presunti tafkir. Fra
i profughi che in questi mesi hanno affrontato tragiche fughe ed esodi
attraverso l’Iran, la Turchia e le isole del Dodecaneso ci sono appunto giovani
hazara aiutati dalle famiglie in questi viaggi della speranza. Un numero che è
cresciuto e continua a restare elevato anche in nell’attuale fase in cui le
poche miglia di mare dalle coste turche alle isole di Lesbo, Samos, Kos spesso
nascondono insidie e producono naufragi. L’ultimo è di queste ore con ulteriori
vittime: quattordici. La metà erano bambini.
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