Al Cairo nel fine
settimana i servizi di sicurezza egiziani hanno messo le mani sulla “primula
rossa” della Fratellanza Musulmana finora sfuggita agli arresti. E’ Mahmoud
Ezzat, 76 anni, che nel gruppo aveva rimpiazzato Mohammed Badie dopo la sua cattura
avvenuta nelle settimane seguenti la grande repressione dell’estate 2013. Sebbene
Ezzat fosse noto, e nonostante il radicato sistema di controllo e spionaggio
incrementato negli anni dal generale al Sisi, l’ultimo leader della
Confraternita è rimasto a lungo latitante. Si era ventilata una sua fuga all’estero,
si pensava in Turchia, dove alcuni Fratelli musulmani ripararono nelle prime
fasi dell’escalation militare golpista, godendo della protezione del governo
dell’Akp. L’uomo viveva blindato in pieno centro della capitale, in una zona
esclusiva, vicino all’Università Americana, probabilmente aiutato da un
manipolo di fedelissimi. Oppure il regime sapeva e l'ha tenuto nel mirino, valutando quando catturarlo. Durante l’irruzione nell’appartamento-rifugio gli
agenti della Sicurezza Nazionale hanno trovato pc e telefoni mobili con cui
l’uomo teneva contatti con membri della Brotherhood presenti in altri Paesi. Sulla
sua testa pesano due condanne a morte per terrorismo, le stesse che avevano
colpito altri capi dell’organizzazione (Morsi, Badie) che comunque erano state
tramutate in ergastolo. Molte di queste sentenze sono state emanate in totale
mancanza di prove, come ribadivano gli avvocati dei diritti che hanno difeso
gli imputati prima d’essere essi stessi arrestati, nel clima di caccia
all’oppositore lanciato dal 2014 dall’insediato presidente Sisi. Un clima che
prosegue, s’è espanso andando a colpire qualsiasi cittadino si occupi di
vicende interne oppure a esprimere non solo critiche ma anche semplici dubbi
sull’operato governativo. Il ministero dell’Interno egiziano comunica che durante
la perquisizione nell’appartamento di Ezzat sarebbero stati trovati documenti
di un “piano distruttivo” predisposto dal medesimo. Chi studia i movimenti
politici islamici egiziani afferma che durante tutta la militanza, iniziata
negli anni Sessanta, Ezzat, ormai anziano, ha sempre sostenuto la giustezza
d’una pratica non violenta. Anche davanti alla recrudescenza delle dure misure nasseriane,
e dopo quando una parte dell’islamismo decideva di eliminare il presidente Sadat.
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