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giovedì 7 giugno 2018

Ghani, un futuro da talib


Con un quadro politico che gli sfugge di mano, un orizzonte sicurezza devastato da cinque mesi fitti di attentati, un panorama sociale altrettanto tragico nonostante le ipotesi economiche derivanti dal progetto Tapi, l’unico che spende a suo favore nella campagna elettorale, il presidente afghano Ghani prova a non finire stritolato come il classico vaso di coccio. E lancia l’ennesimo appello ai talebani di casa proponendo un cessate il fuoco sino al quinto giorno seguente all’Eid-ul-Fitr che segna la fine del Ramadan. Dunque il prossimo 19 giugno. Nell’annuncio dato ufficialmente in tivù il presidente ha sottolineato: “Col cessate il fuoco incarniamo la forza (sic!, ndr) del governo afghano, per dare un futuro alla popolazione e una soluzione pacifica del conflitto nel Paese”. L’offerta è rivolta esclusivamente ai talib ortodossi, quelli con cui cerca di rapportarsi da un anno, usando anche l’intermediazione del signore della guerra Hekmatyar, rientrato a Kabul per la missione. L’ultimo tentativo di dialogo c’era stato a febbraio scorso, ma non aveva sortito effetti.

Anzi, i talebani, che in cuor loro sperano di scalzare il ceto politico collaborazionista filo occidentale con la forza delle armi, s’erano lanciati nella sfida con gli ex compari, ora dissidenti, che si firmano Isis afghano. Una gara all’ultima bomba per il primato del terrore e la patente di prima fazione della resistenza alla Nato. Nel tentare di sminuire il fondamentalismo sanguinario, nei giorni scorsi alcuni rappresentanti religiosi s’erano riuniti a Kabul per discutere ed emettere una fatwa contro gli attacchi suicidi, che spesso colpiscono la stessa popolazione. I kamikaze non gli hanno dato tregua, anche il luogo dell’incontro è diventato un obiettivo da colpire. Altri morti e feriti, come nei mesi precedenti, seppure nessuna rivendicazione. Ghani cerca il dialogo coi talebani che furono un tempo guidati dal mullah Omar e che restano nella sua ortodossia, lui considera nemici i miliziani del Khorasan che assieme ad altre sigle costituiscono la rete denominata Isis afghano. Per allettare gli interlocutori ora propone un rilascio di prigionieri. 

L’inclusione di liste di gruppi armati nella tornata elettorale prevista per il prossimo ottobre con conseguente revisione della Carta Costituzionale. Insomma una sorta di resa incondizionata al talib. I quali, però, sornioni osservano, infiltrano, colpiscono, come fanno da anni. Puntano sull’inefficienza dell’apparato di sicurezza messo su dagli Stati Uniti, sulla corruttibilità delle gerarchie militari locali, sulla volatilità della truppa che negli anni ha raggiunto grandi numeri (fino a 350.000 uomini) ma spesso diserta e soprattutto non è disposta a combattere e morire per uno Stato inesistente. Eppure gli studenti coranici in armi, che sognano di riprendere con quel mezzo il potere, come avevano fatto i loro padri ventidue anni or sono, approntano guerriglia, controllo di province impervie e d’importanti vie di comunicazione, azioni temerarie nei punti più difesi della capitale, però nulla possono contro la repressione aerea statunitense. Perciò loro precondizione per avviare i colloqui è il ritiro delle truppe d’occupazione Nato, cosa che ovviamente il presidente-fantoccio non può decidere. Se non puoi battere il nemico, alleati con lui, chiosa un celebre motto. A Ghani piacerebbe, ma il tentativo può rivelarsi l’ennesimo buco nell’acqua.

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