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mercoledì 30 maggio 2018

Afghanistan: fuoco sul presente, buio sul futuro


E’ la volta del ministero dell’Interno, colpito stamane a Kabul da un’azione articolata: la deflagrazione di due autobomba vicino alla nuova, presidiatissima, sede che sorge a un paio di chilometri ovest dall’aeroporto internazionale, anch’esso controllatissimo. Dopo l’esplosione, che ha sicuramente ferito alcuni militari di guardia (fonti ufficiali non hanno precisato il numero, ma sono attese anche vittime) gruppi di miliziani hanno tentato di penetrare nell’edificio. Sembra che siano stati respinti, però le notizie restano tuttora approssimative. Il portavoce del ministro ha solo confermato l’attentato senza aggiungere particolari. Il ruolo era stato occupato da alcuni mesi da Wais Ahmad Barmak, 47 anni, e già responsabile di un dicastero che s’occupa di affari umanitari e “disastri”, uno spaccato ben chiaro di ciò che produce nel Paese la politica interna e quella straniera. Nel governo di Unità nazionale Barmak aveva ricevuto per un breve periodo da Ghani l’incarico di raccordo col Fondo delle Nazioni Unite per lo sviluppo dell’Agricoltura.

Nelle spartizioni fra fazioni su cui si regge (si fa per dire) la diarchia Ghani-Abdullah, Barmak ha rimpiazzato come capo dell’Interno un pashtun della storica tribù Barakzai, radicato ed eletto a Kandahar: Nur ul-Haq Ulumi. La cui carriera politica, seguita a una precedente militare, si era negli ultimi tempi accasata con Abdullah. Ma chiunque ricopra quel compito si ritrova sotto gli attacchi dell’insorgenza bicolore, talebana e del Daesh afghano. Proprio il premier, in un recente discorso alla nazione, aveva sottolineato l’intento esclusivamente sanguinario dell’infinita catena di attentati, rinnovando ai talebani l’invito alla pacificazione che il presidente ha lanciato da un anno. Certo, per interrompere la catena di morte ha coptato Gulbuddin Hekmatyar, fondamentalista definito “macellaio di Kabul”, con un passato tuut’altro che immacolato. Non è servito. Talebani e vecchi e nuovi qaedisti si fanno beffa di tali proposte, non hanno aperto nessun tavolo di trattativa e proseguono sulla propria linea che punta a riprendere il potere con le armi.

Ipotesi finora irrealizzata, forse irrealizzabile, mentre l’Isis afghano pensa solo a creare caos e paura seminando morte, se non paralizzando le maggiori città, limitando di molto i movimenti quotidiani delle persone, visto che ogni passo risulta a rischio vita. Nel proprio populismo i talebani diffondono ripetuti avvertimenti alla popolazione di tenersi lontana dai centri di potere, che saranno appunto bersagliati. Dicono sia la sprezzante risposta all’offerta d’un governo servo dell’occupazione Nato. Discorsi che, comunque, trovano udienza fra la gente comune. I talib dissidenti col marchio Isis, che invece senza alcun preavviso seminano bombe davanti agli uffici elettorali, lì dove i futuri votanti devono recarsi per la registrazione, sono fuori da qualsiasi prospettiva di gestione ammistrativa, anche solo ipotetica. Al di là di sogni di Califfato, di cui non vociferano più né Al Baghdadi né altri, offrono testimonianza di sé, d’una presenza territoriale, del terrore programmato e diffuso per impedire ogni passo. Si dice siano molto foraggiati da chi trae vantaggi dall’instabilità afghana, dunque da Islamabad o Teheran o Washington e l’Occidente perché tutto resti bloccato, distrutto, fumante. Come da quarant’anni a questa parte.

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