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martedì 30 settembre 2014

Obama: “L’America è la guida”


Un discorrere veloce, immediato, amichevole. Il presidente Obama riceve l’assist dall’anchorman della Cbs Steve Kroft per un’intervista sulle sue scelte che lo riposizionano al centro della vetrina internazionale e gli riequilibrano l’elezione di medio termine. Faccenda tutta yankee quest’ultima, ma non secondaria per la Casa Bianca. Risollevare l’immagine può servire all’autostima d’un presidente che, dopo sei anni di potere, parecchi analisti hanno definitivamente bocciato. Velleità ed evanescenza i suoi limiti maggiori, sommati a uno scarsamente compreso operativismo, rimasto sospeso a metà e, in politica estera, rivelatosi spesso sbagliato. Eppure nel rimpallare gli argomenti serviti, mai insidiosamente, dall’intervistatore, Obama appare reattivo e sfodera tematiche patrie cui nessuno cittadino-spettatore riesce a sfuggire. Scandisce temi, già toccati alla recente Assemblea Generale Onu, che paiono inattaccabili. Gli States non hanno lanciato una guerra, guidano una grande coalizione, con tanti partner arabi militarmente attivi.  Un’alleanza che deve tutelare il pianeta da assalti terroristici, garantire gli affari economici iracheni e, in un prossimo futuro, anche siriani.

Il piano di antiterrorismo, peraltro, non può essere considerato un’azione di guerra. Contro l’Isis si prosegue la battaglia già iniziata e, secondo il presidente, parzialmente vinta contro Al Qaeda. Invece non c’è alcuno scontro con l’Islam che è religione e cultura pacifica per un miliardo di musulmani, mentre le frange fondamentaliste, i jihadisti distorcono il credo e lo stravolgono contro l’intera collettività. Sono proprio gli islamici a doversi liberare da un simile cancro sostenendo che certe follìe omicide non li rappresentano. Quando torna indietro nel tempo alle scelte del predecessore Bush jr, dice solo una parte di verità riguardo al settarismo di Al Maliki e ai giochi di potere dello sciismo iracheno a danno della locale comunità sunnita. Tutto ciò è accaduto, ma l’Iraq non era stato lasciato nelle “condizioni positive” dichiarate da Obama. Lui riconosce come il problema di quello stato non sia tecnico bensì politico, e che in queste condizioni un aiuto verrebbe da una tolleranza sociale, politica e religiosa che i vari Islam a confronto e a contrasto non riescono a stabilire. Tale equilibrio, però, non compete a nessuno degli attori presenti.

Ovviamente il presidente tralascia il ruolo suo e dei predecessori, la funzione destabilizzante intrapresa dagli Usa nel piccolo e grande Medio Oriente dall’inizio del Millennio; insomma le responsabilità additate nel suo intervento al Palazzo di Vetro dall’omologo iraniano Rohani. La lettura di quella parte del mondo e del globo intero risulta differente e opposta. “L’America è la guida. L’America è indispensabile. Il nostro esercito è il migliore della storia mondiale” sono le taumaturgiche frasi a effetto con cui Obama prova a bucare il video. Profferite con un tono pacato ma deciso provocano un sussulto anche nel cuore del repubblicano a lui più ostile, svelando da sole l’intento propagandistico della parata televisiva. Rincara la dose quando dice che l’Islam s’incarta “nel contrasto fra sciismo e sunnismo, dimenticando i reali bisogni della sua gente: fame, analfabetismo, disoccupazione”, mentre l’Islam politico rilancia ideologismi e faziosità che sollevano trambusti gli Stati Uniti vengono ricercati da tutti – alleati e non – quale nazione salvifica. “Chiamano noi, non Pechino, non Mosca per crisi politiche, per tifoni nelle Filippine o per il terremoto haitiano”.

Eppure al momento dell’apoteosi il presidente regala un singulto autocritico: nei mesi della crisi siriana la Cia e le menti del Pentagono non hanno compreso più d’una sfida. Quelle di Al Nousra, le nuove galassie tardo qaediste come il gruppo Khorasan e l’indiretto aiuto al ribellismo jihadista che combatteva, e combatte, Asad e ora nell’Isis ha raggiunto notevoli livelli di aggregazione. Obama sostiene di “riconoscere le contraddizioni” e al momento avalla i raid aerei, che comunque non risolvono il controllo del territorio. Se si riparte da dove si è lasciato, o si vorrebbe lasciare, un altro Afghanistan è alle porte e già qualche generale rilancia il bisogno di utilizzare i marines. In attesa di verifiche si sta in guerra, potendo non definirla tale, che rappresenta un’interessante opzione per superare lo scoglio di novembre e chiudere il mandato. Se a favore del suo partito o dei repubblicani si vedrà, ma con minime differenze fra i candidati e la base. Negli Usa la mobilitazione bellica mette d’accordo tutti. Fra due anni vincerà il candidato migliore, oppure il peggiore. Tanto sotto lo stellone americano quasi nessuno se ne accorge.

sabato 27 settembre 2014

Assemblea Onu, due potenze regionali in primo piano


Accanto all’Obama in versione guerrafondaia moderata, ma giustificatore l’intervento armato contro l’Isis per difendere la civiltà occidentale e la sicurezza del mondo, la recente Assemblea delle Nazioni Unite ha visto i riflettori rivolti a due presidenti di stati islamici, diversi per condizioni e approccio, ma vicini per realismo politico: l’iraniano Hassan Rohani e il turco Recep Tayyip Erdoğan. Massimi esponenti di due potenze regionali che dall’acuita crisi mediorientale ricevono danneggiamenti politici. Col suo perentorio “L’Is è una minaccia per la civiltà” Rohani s’è messo in sintonia con chi guida e sostiene la missione anti jihadista, seppure la chiosa sugli Stati Uniti che “da anni sbagliano tutto”, non fa perdere al suo Paese (considerato tuttora stato terrorista da tanta politica americana) un distinguo essenziale. Eppure la real-politik del momento, potrebbe far superare l’impasse. Lo sciismo è considerato un nemico dal sunnismo fondamentalista al pari di qualsivoglia imperialismo occidentale. L’ascolto e le aperture fra presidente Usa, quello iraniano e il premier britannico Cameron possono prevedere approcci e scambi sulla crisi dell’Isis in atto; specie se questa “guerra” diverrà un’azione prolungata nel tempo.
Paradossalmente l’Iran riceve dal generalizzato pericolo del fanatismo wahhabita un indiretto aiuto per uscire dall’embargo politico subìto per decenni e non bypassato neppure dai negoziati sul proprio nucleare. Che potrebbe diventare l’elemento di scambio con statunitensi, britannici e francesi, giudici del suo arricchimento dell’uranio. Da ottimi diplomatici, con Rohani in testa, i politici iraniani colgono quest’occasione, sebbene la nazione punti alla tranquillità e non veda favorevolmente la destabilizzazione dell’area. Un caos che amministrazioni amiche, come quella di Maliki in Iraq, comunque hanno contribuito ad ampliare col proprio settarismo. Del resto se l’egemonia della regione non verrà condivisa, lo spettro di conflitti economici e militari continuerà ad aggirarsi, accompagnato dalla volontà statunitense di vestire i panni del tutor-controllore tramite governi alleati o fantoccio. Anche Erdoğan ha enunciato la necessità di combattere il sedicente Stato Islamico, un Islam deforme che ne stravolge regole e princìpi. Il neo presidente turco, abile e supponente al tempo stesso, deve scrollarsi di dosso l’accusa di appoggio al jihadismo non solo vagamente ribelle foraggiato tramite l’Esercito Siriano Libero, già due anni or sono.
Deve rispondere (nei mesi addietro in qualità di premier) dei flussi di armi, guerriglieri turchi e di varie nazionalità comprese le occidentali, transitati dai suoi confini nel sud-est della Siria per partecipare agli assalti contro le zone kurde della Rojava, e poi in territorio iracheno contro popolazioni (ancora kurdi e yazidi) e gruppi religiosi. Anche perché queste finiscono con pulizie etniche e terrore diffuso con le decapitazioni degli ostaggi, il volto più crudele e vile di tali sedicenti combattenti di Allah. Contro cui, comunque, ha manifestato pur in seconda battuta di schierarsi. In Turchia fra i problemi all’ordine del giorno, oltre a garantire la tranquillità commerciale e d’investimento, c’è il flusso di enormi masse di rifugiati, ormai più di un milione e mezzo. E la difesa delle frontiere, se queste dovessero subire azioni offensive di jihadisti. Per tacere del rischio attentati, che pone Istanbul e Ankara, molto più a portata di mano di New York e Parigi. In un ruolo attivo e non solo di sostegno ideale alla colazione anti Isis, i due presidenti e le due potenze regionali dovranno coinvolgere anche i propri apparati bellici. Quegli “scarponi sul terreno” che Obama non vuol far mettere ai marines e che per ora solo gli alleati doppiogiochisti del Golfo sembrano voler fornire. La Turchia è Nato-dipendente e potrebbe farlo, l’Iran ha ben altri riferimenti. Fra l’ipotesi e il coinvolgimento concreto il divario è ancora ampio.

martedì 23 settembre 2014

L’Egitto dei diritti calpestati


Mohamed Sultan, rinchiuso da tredici mesi nella prigione cairota di Tora, non è un detenuto qualsiasi. Non che le altre migliaia di concittadini imprigionati siano in posizione diversa dalla sua, ma essere un noto portavoce del movimento di protesta di Rabaa al-Adawiya l’ha reso celebre. In più i familiari del ventiseinne, laureato in economia all’Università dell’Ohio, hanno fatto pesare la loro seconda nazionalità statunitense. Eppure come per il trio di giornalisti di Al Jazeera arrestati con l’accusa di appoggiare il disegno eversivo della Fratellanza Musulmana, non c’è stato verso: il regime di Al Sisi non fa sconti di trattamento neppure a chi può vantare evidenti posizione pubbliche. Sultan dal gennaio scorso ha iniziato, come centinaia di detenuti, uno sciopero della fame mirato ad accorciare i tempi del processo che al contrario s’allungano. La tattica dell’amministrazione giudiziaria, concorde col potere politico, è quella di lasciar trascorrere i mesi. Lo sciopero della fame, che vede un’ampia rete di solidarietà col gesto estremo di protesta da parte d’un numero crescente di persone, è ormai un caso di cui si stanno occupando anche organizzazione dei diritti umani.  C’è chi vuole portare l’interpellanza alle Nazioni Unite, sebbene il fulcro della restaurazione egiziana abbia un valore esclusivamente geopolitico.
Le galere del Paese pullulano d’una quantità di veri e propri prigionieri ideologici, che vanno dai vertici ai semplici militanti della Brotherhood (si parla di oltre dodicimila unità), e di altre migliaia di attivisti di quello che è stato il movimento di piazza Tharir nelle sue forme organizzate (6 Aprile) e non. Più un cospicuo nucleo di giornalisti ufficiali, ufficiosi e blogger, di coloro che per mesi hanno usato ogni spazio sui social network più noti - You Tube e Facebook - per divulgare quanto vedevano nella strade, che comunque dallo scorso febbraio si sono definitivamente tacitate. L’investitura di Sisi alla Presidenza della Repubblica ha imbavagliato ogni voce di dissenso. Sono scomparse anche quelle dell’opposizione ufficiale (neo nasseriani e liberali) che s’erano misurate col generale nello scontro elettorale. In questi mesi, la scure della repressione giudiziaria è calata su volti noti come il blogger Alaa Abdel Fattah, condannato a 15 anni di prigione per la partecipazione attiva ai cortei contro i militari golpisti, dopo che dal novembre 2013 leggi draconiane vietano non solo proteste e manifestazioni di piazza, ma qualsiasi assembramento che abbia parvenza di richiesta di democrazia. La vita collettiva è regredita, ripristinando la paura e la delazione dell’epoca Mubarak.
Nel degrado crescente sono tornate torture di vario genere ai detenuti politici. Quest’estate una cinquantina di ragazze nella prigione Koum El Dekka di Alessandria hanno denunciato, tramite un’associazione panaraba per i diritti con sede a Ginevra, d’avere subìto elettroshock nelle parti genitali, bruciature con mozziconi di sigaretta, tentativi e stupri realmente attuati ai loro danni da guardie e officiali carcerari. Con l’aggiunta di minacce d’aggressione tramite feroci cani tenuti al guinzaglio, pratica totalmente estranea ai costumi islamici. Si è tornati a quella società vischiosa che nelle prime settimane della Primavera lanciata contro l’antico raìs avevano registrato casi come quello di Samira Ibrahim, la manifestante “visitata” da un ufficiale dell’esercito dentro il museo del Cairo con la compiacenza di donne che lavoravano per l’Intelligence. Un establishment  schiacciato nella dimensione che ha rivestito per un quarantennio:  oppressore del suo popolo, responsabile di una povertà diffusa e resa cronica. Una casta dirigente accaparratrice di risorse secondo logiche che creano diseguaglianze e privilegi per pochi intimi. Un gruppo di potere formato da militari, magnati e magistrati servitori della politica internazionale che gli assegna compiti di mera esecutività di decisioni prese altrove. Un Egitto prono al volere dell’altrui potere.

lunedì 22 settembre 2014

Ghani, una presidenza a servizio


Nel mondo alla rovescia afghano vince chi perde, nella fattispecie Ashraf Ghani, cui s’assegna il titolo di neo presidente. L’accordo col suo avversario Abdullah - vincitore sicuramente della fase elettorale d’aprile, poi nel faccia a faccia di giugno ciascuno diceva d’aver prevalso - vede quest’ultimo diventare capo dell’Esecutivo. I due, sotto la regia a distanza del segretario di Stato americano Kerry, avevano già concordato la diarchia da alcune settimane. L’inconcludente Commissione Elettorale Indipendente e l’Onu, che avrebbero verificato i milioni di voti contestati da entrambe le parti, hanno ratificato il risultato senza offrire alcuna percentuale. La sedicente “soluzione della crisi” è solo una farsesca chiusura dell’ennesima messa in scena di democratizzazione del Paese  attraverso il voto, che cerca di sopperire a un vuoto ufficiale di mansioni. Coi due incarichi assegnati dopo quattro mesi di liti, minacce e impasse si cerca di riprendere il filo del piano di normalizzazione sempre caro all’Occidente. Tutto ricomincerà dalla firma del Bilateral Security Agreement, il patto che il bizzoso Karzai di fine mandato, prima accettò poi non sottoscrisse. Un accordo che gli Stati Uniti pretendono per poter legittimare il prosieguo d’una presenza armata in un’area per loro sempre ad alto interesse.
Il 2014, indicato come l’anno del grande ritiro dell’Us Army dal Paese, continuerà a vedere fra i dieci e i ventimila soldati, concentrati nelle basi aeree, quelle create e quelle in via di ampliamento, per completare un doppio piano geostrategico, militare ed economico. Una presenza nel cuore dell’Asia risulta indispensabile a Washington con l’acuirsi di varie crisi locali, il controllo dello spazio aereo coi droni ha questa funzione. Lo sfruttamento di particolari risorse del sottosuolo afghano come le “terre rare” conduce gli Usa a non lasciare lo sfruttamento dei preziosi minerali alla sola potenza cinese. La produzione hi-tech ha fame di simili rocce dai nomi strani: cerio, scandio, etc. Gli occorrono per costruire computer e telefonini, lampade e macchine digitali, ma anche missili teleguidati e satelliti. Una corsa nella quale grazie a competenze pluridecennali i nordamericani sono tuttora leader, inseguiti ormai dappresso da cinesi e indiani. Perciò il quadro politico attorno a Kabul necessita d’un contorno simile al passato, affinché nulla cambi. Per l’ufficialità e i consessi internazionali Ghani mostra tratti più spendibili di Abdullah. Ma solo dopo aver trovato un accordo che garantisca ai due e ai propri alleati (Dostum il primo, Sayyaf e Sherzai, per tacere di Helal, il secondo, tutti signori della guerra) di cogestire potere e sottopotere nelle province.
Ghani è un pashtun come Karzai, in queste elezioni per acchiappare sul fronte etnico si è proposto anche col nome tribale di Ahmadzai. E’ come chi l’ha preceduto fedele all’Occidente. Formato in casa nella New York Columbia University, quindi economista della Banca Mondiale, rientrò in Afghanistan col lancio del ‘corso democratico’ post talebano, nel quale si distinse come ministro delle Finanze dal 2002 al 2004. In quella veste introdusse valuta nuova e impostò un sistema di tasse che non riequilibrava una situazione dove il peso di criminalità, corruzione dei funzionari, familismo coinvolto nella spartizione politica vide numerosi episodi di malgoverno (si pensi allo scandalo della Kabul Bank che coinvolgeva direttamente il presidente sorretto da Washington). Nel discorso d’insediamento il nuovo Capo della Repubblica Islamica ha ricordato il successo dell’unità nazionale, sicuramente frutto del compromesso che l’ha collocato nell’attuale posizione. E non si sa quanto cosciente di un’involontaria comicità ha affermato: “Per la prima volta nella nostra storia il potere si trasferisce da un presidente eletto a un altro”.

giovedì 18 settembre 2014

L’Iran pensa al dopo Khamenei


Nel turbinìo orrifico delle notizie mediorientali una nota di cronaca sanitaria (l’operazione alla prostata per tumore di Ali Khamenei, da venticinque anni Guida Suprema iraniana) produce una certa agitazione all’interno di quella grande nazione. Paese ora ‘riabilitato’ dalla real politik statunitense e invitato sulla scena interventista contro i jihadisti dell’Isis, per possibili battaglie di terra dei propri Pasdaran. Un’idea, poi messa da parte da altre congetture che lo staff politico-militare di Obama impartisce a flussi alterni. La proposta ipotizzata potrebbe rientrare in uno scambio di favori la cui contropartita è una posizione più morbida verso il nucleare di Teheran, ovviamente a uso civile, che finora alcuni (Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania) dei famosi 5+1 avevano limitato, imponendo ristrettezze e penalizzazioni con tanto di embargo di prodotti e ampio nocumento alla popolazione iraniana. Insomma al diplomatico Rohani non mancano scottanti questioni da affrontare. Ma ora il piano per una successione a Khamenei irrompe nell’agenda nazionale, coinvolgendo la sfera religiosa che il velayat-e faqih rende ampiamente politica.
Il ruolo di altissimo prestigio, e di non nascosto potere, che concerne la carica di Guida Suprema, è scritto nelle vicende iraniane dell’ultimo trentennio. Con tanto d’incontri e scontri fra le anime tradizionaliste, riformiste e rivoluzionarie del clero sciita. Non è un segreto che Khamenei non fosse il prescelto per rivestire quella carica. Lo sopravanzava per cultura teologica e attinenza alla via da indicare al proprio popolo l’ayatollah Montazeri, vicino al Khomeini nel periodo della predicazione e opposizione contro il regime dello shah e poi durante l’esilio del Rahbar. A metà degli anni Ottanta Montazeri divenne anche presidente dell’Assemblea degli Esperti. Però nel periodo durissimo e pieno di privazioni della guerra contro l’Iraq, il minuto ayatollah criticò due scelte del grande leader: la continuazione del conflitto e l’eccesso di punizioni, spesso capitali, contro i “nemici della Rivoluzione”. Non perché Montazeri fosse un tenero, era addirittura a capo dell’Associazione del clero militante, però leggeva l’inutilità d’un conflitto divenuto logorante (che nel 1988 si concluse senza vincitori né vinti, ma con un milione di vittime da parte iraniana) e la contraddizione della sanguinolenta scia delle esecuzioni.
Un idealista pragmatico che fu costretto alle dimissioni dall’Assemblea degli Esperti e rispedito a Qom agli arresti domiciliari. Così resterà sino al 2003. Dopo la morte di Khomeini venne sopravanzato dal pragmatico affarista Rafsanjani, per due mandati presidente della Repubblica Islamica e dal carrierista Khamenei, Guida Suprema tuttora in carica. Formatosi come molti mullah a Qom, anche quest’ultimo sosteneva posizioni radicali delle teorie ‘marxisteggianti’ di Shariati che sottolineavano l’importanza della sfera sociale, poi negli anni del conflitto iracheno le abbandonò orientandosi verso posizioni tradizionaliste. Fu l’ala conservatrice dell’Assemblea degli Esperti a sostenerne il durevole incarico. Ora che la salute potrebbe metterlo anzitempo da parte la sua sostituzione potrebbe diventare un complesso busillis. Perché farebbe irrompere, nella caotica  fase politica mediorientale, lo scontro fra le componenti del clero iraniano oggi meno rivoluzionarie, ma molto tradizionaliste e parzialmente riformiste. Se si prende come specchio l’elezione presidenziale d’un anno fa, Rohani presentato come un riformista, è concretamente un esponente del clero moderato.
Il tempo ha fatto il suo corso sugli ayatollah più celebri e anche i Montazeri, Shirazi e altri non ci sono più. Inoltre occorre verificare l’attuale influenza di quelle correnti che sono state definite fondamentaliste, tradizionaliste, moderniste. Per taluni esperti d’Iran un candidato alla successione potrebbe risultare Hashemi Shahroudi, in questi anni vicino a Khamenei stesso. Sarebbe un passo stabilizzante nel segno della continuità. Un’altra ipotesi è quella di Sadegh Larijani, che ha dalla sua il casato, essendo il fratello dello speaker parlamentare Ali. Su di lui due note: quella negativa riguarda un’età giovanile (42 anni) per rivestire i panni di Guida Suprema, quella positiva è che riceve il benestare del potentissimo partito delle Guardie della Rivoluzione. Comunque l’età di Larijani junior è solo un parziale handicap, perché fra l’establishment prevale il senso pratico di non affidare il centrale ruolo a un soggetto eccessivamente anziano, per non doverlo sostituire a breve. Non s’esclude una soluzione che guarda al passato. Proprio dopo il decesso di Khomeini, prima che Khamenei lo rimpiazzasse, s’era ventilata l’ipotesi d’un consiglio di giureconsulti, una direzione collegiale, formato da un manipolo di chierici, non dall’intera Assemblea degli Esperti. Allora non se ne fece nulla, magari potrebbe accadere.

martedì 16 settembre 2014

Isis e l’attacco al reporter


Lancia l’allarme il giornalista e scrittore Ahmed Rashid, decano dell’informazione fatta vis-à-vis con l’uomo nero. Negli anni Novanta lui i Talebani li ha conosciuti e frequentati, tanto da dedicargli un lavoro (Talebani, da noi Economica Feltrinelli) diventato un bestseller della geopolitica di quell’area denominata Fata (Federally Administred Tribal Area) a cavallo fra le nazioni afghana e pakistana create dal colonialismo britannico. L’ampia regione che raccoglie i seguaci del mullah Omar e della Shura di Quetta, la Rete di Haqqani, i Taliban del Punjab e gli inconciliabili del Tehreek-e-Nefaz-e-Shariat-e-Mohammadi. Ricorda Rashid stesso in un articolo apparso su La Repubblica: “Quando nel 1993 scorrazzavo insieme ai Taliban in Afghanistan erano loro l’orrore a quel tempo (ma non meno i Signori della guerra che con un sanguinosissimo conflitto interetnico si spartivano la nazione, ndr) – imparando la loro filosofia, vedendo come governavano e trattavano le persone, cosa pensavano della geopolitica… I Taliban erano educati, cortesi, non particolarmente comunicativi però – almeno fino a un certo momento – non ti torturavano, non ti appendevano per i piedi, e ti consentivano – con molte restrizioni, per esempio il divieto di fotografare – di descrivere quello che vedevi. Ora so come nessun giornalista obiettivo sarà mai in condizione di fare la stessa cosa con l’Is…”

Pochi reporter come Rashid hanno avuto fegato, desiderio professionale e opportunità per avvicinarsi a soggetti demoni e demonizzati, sebbene in tante circostanze centinaia di cronisti di guerra e di situazioni complesse rischiano la vita, e purtroppo a volte ce la rimettono, per casualità o per vendette di politici, affaristi, militari e paramilitari che non vogliono far documentare le nefandezze che li contraddistinguono. Da Ilaria Alpi ad Anna Politkovskaja, passando per l’eliminazione di tanti giornalisti scomodi, il potere manifesta la sua globale avversione verso taluni narratori. La strategia avviata dal sedicente Stato Islamico di Al-Baghdadi è ancor più estrema. Utillizza il terrore assoluto, rivolgendolo contro le minoranze etnico-religiose sgradite, siano yazidi, cristiani o sciiti, le popolazioni anche sunnite assoggettate, i testimoni indesiderati: giornalisti e cooperanti. Parliamo di giornalisti e cooperanti veri, non offrendo ai carnefici l’alibi di scoprirne (come in certi casi accade) alcuni nella veste d’informatori dei propri avversari. Ci riferiamo al giornalismo che si muove per raccontare il mondo, negli angoli disagiati del mondo, nei luoghi resi insicuri da odi e contrasti, che ficca il naso cercando di studiare, comprendere, riferire concetti che le informazioni d’apparato non amano offrire. Perché non gli conviene e perché chi comanda vuole ragionare e finanche testimoniare per tesi. Le proprie. In genere senza confronto alcuno.

Così l’Isis punta a fare terra bruciata di qualsiasi comunicazione su di sé e attorno a sé, vuole ammantarsi di mistero per creare un mito. Vuole offrire – come fa ogni regime – l’unica e sola rappresentazione d’una realtà che ha preconfezionato. Per adesso il macabro rituale dell’esecuzione dei disturbatori - occidentali ma potrebbero essere d’ogni razza - va avanti, tanto che né Rashid né altri nomi celebri del mestiere potranno avvicinare gli uomini di quel jihad senza rischiare di diventarne l’agnello sacrificale. Eppure mentre questo è lampante, va in scena l’ennesima ambiguità. Come diffusamente si chiosa, fra i numerosi partecipanti alla coalizione anti Isis, lanciata da Obama e benedetta dal summit parigino, ci sono doppio e triplo giochisti. Il presidente americano lo sa perché questa tattica è d’uso alla Casa Bianca. Stati che dicono di combattere i jihadisti mentre li finanziano: non solo il wahabbismo saudita, anche gli Al-Thani, i Khalifa e l’Islam politico turco, di sponda erdoğaniana e ğulenista. Beh, questi stessi “volontari” d’una guerra proclamata da tanti ma che quasi nessuno vuole combattere sono vicinissimi al califfo Al-Baghdadi quando, dentro i propri confini, impediscono, attaccano, azzerano la comunicazione libera, l’informazione a essi sgradita. Su tale terreno certi volenterosi non differiscono dai lugubri fondamentalisti.

Naturalmente forma e modi non sono quelli dei tagliateste in nero. Però i giornalisti e cooperanti oppure gli oppositori finiti nelle prigioni egiziane, saudite, siriane e anche turche non vengono trattati coi guanti bianchi. Gli alleati d’occidente ne sono coscienti, ma tacciono. Probabilmente la lucida follìa che risponde al termine deontologia continuerà a condurre giovani e vecchi reporter vicino ai luoghi dello strazio. Senza eroismi, né suicide manìe di protagonismo, semplicemente seguendo passione e impegno. Con tutte le precauzioni possibili, evitando di diventare facile bersaglio del ricatto dell’esecuzione esemplare e dissuasiva. Di fatto in questa fase, e chissà per quanto, il reportage mediorientale diventa un lavoro non solo logorante, ma ad alto rischio.  

lunedì 15 settembre 2014

Gaza, ritorno a scuola


Non mancano solo i banchi, in molti casi non c’è più la scuola, ridotta a un cumulo di macerie. E soprattutto non ci sono tanti compagni, finiti sotto le bombe dell’ennesimo sterminio. Immotivato. Il ministero dell’Educazione di Gaza, Ziad Thabet, annunciando l’inizio dell’anno scolastico per i bambini delle primarie ha offerto alcune cifre: a lezione andranno in 230.000, in gran parte utilizzando edifici delle Nazioni Unite, qualche decina di migliaia nelle strutture private. Si tratta di luoghi di fortuna, che sorgono in alcuni casi in tende, vista l’ampia devastazione di costruzioni colpite dai bombardamenti dei caccia israeliani. 26 istituti risultano totalmente distrutti, 232 hanno subìto danneggiamenti più o meno consistenti. Solo due settimane fa l’avvio dell’anno scolastico era a rischio perché nelle sedi dell’Unhcr si ammassavano ancora migliaia di sfollati, privati anche del tetto sotto cui mangiare e dormire. Eppure ieri il centro di Gaza city pullulava d’una moltitudine di grembiulini e uniformi indossate dai bambini in una specie di enorme sfilata pre scolastica, cui partecipavano genitori e familiari.
Insieme. Non solo per un momento d’orgoglio con cui mostrare il riscatto dai giorni bui dell’emergenza, ma rincorrendo il desiderio di normalità reso impossibile dalle condizioni estreme in cui i palestinesi della Striscia sono costretti a sopravvivere. La questione dei fondi per la ricostruzione risulta un problema annoso, come già sperimentato per gli altri attacchi distruttivi rivolti alla gente di Gaza nel 2009 e 2012. I denari dell’Onu e della Comunità internazionale non vengono indirizzati alle autorità locali, dell’amministrazione di Hamas, ma passano per le strutture dell’Anp di Cisgiordania. E i tempi,e gli ostacoli, burocratici e politici, si sommano. Rappresentanti dell’Unicef hanno lanciato in queste ore un grido d’allarme alle potenze mondiali. Dicono che quelli per scuola e istruzione sono investimenti per il futuro dei ragazzi stessi e dell’intricata situazione: “una gioventù istruita lavorerà per sciogliere i nodi dell’annosa questione israelo-palestinese ed emancipare se stessa da povertà e subordinazione”. E’ quanto vorrebbe chi lavora contro l’autodeterminazione palestinese.

venerdì 12 settembre 2014

Guerra all’Isis, gli alleati armati da Washington


Dopo l’avvio solenne pronunciato mano sul cuore con al fianco lady Michelle, il piano di Obama di caccia all’Isis vede il Segretario di Stato Kerry cucire il puzzle delle adesioni armate mediorientali. Fra le forze alleate arabe che dovrebbero mettere i famosi “scarponi a terra” sul terreno iracheno e forse siriano l’Arabia Saudita è certamente in testa alle petromonarchie del Golfo. Non solo perché rappresenta la nona nazione al mondo per investimenti militari, superando anche altri Paesi industrializzati (Corea del Sud, noi stessi, Australia, Brasile e Canada) ma per una propensione all’armamento tecnologico sotto la spinta, appunto, statunitense. Se i piedi al suolo non bastano per reggere uno scontro senza motivazioni adeguate, come accadde all’esercito di Saddam, i militari sauditi sono sulla carta numerosi (230.000) e ben equipaggiati. Hanno otto brigate meccanizzate, quattro corazzate, tre brigate di artiglieria. Un totale di 1300 carri armati, in gran parte statunitensi (sia i vecchiotti Patton, ma anche i più moderni Abrams, sperimentati nella 1° e 2° guerra del Golfo).
La fanteria è dotata di mezzi da trasporto e combattimento dagli M113 americani e dalla loro evoluzione M2A2 Bradley, agli AMX 10P francesi. E poi artiglierie e mortai, alcuni di provenienza anche cinese. Del resto i tanti miliardi di dollari dedicati da anni alle spese militari devono tornare utili a qualcosa. Dall’aria, fra caccia e mezzi di trasporto, la dinastia saudita riceve un altro cospicuo supporto che la rendono la seconda flotta aerea militare del Medio Oriente dietro a quella di Tel Aviv. I numeri sono sempre ballerini, ma chi ha conteggiato cita un migliaio di mezzi. Forniture, neanche a dirlo, statunitensi (F-15 Strike ed Eagle Strike, elicotteri d’attacco Apache, vari modelli Boeing di trasporto e rifornimento), qualche pezzo britannico (Bae Hawk), comunitario europeo (Airbus) e gli Augusta-Bell italiani. Ben più numeroso l’esercito egiziano, rodato nel bene e nel male nei conflitti contro Israele, anche se questi restano ormai nella memorialistica dei veterani. Negli anni Ottanta contava su 320.000 effettivi, più 110.000 aviatori, numeri mantenuti anche in tempi recenti, epoche in cui Mubarak, e ora Al-Sisi, hanno utilizzato i soldati soprattutto nella repressione interna.
Sulle forniture militari il balletto della scena mondiale ha giocato la sua partita con promesse a suon di miliardi di dollari (dai 2 americani agli 8 del Gulf Cooperation Council) pur di orientare la politica interna del  Cairo. Dall’elezione alla presidenza della Repubblica del generale di ferro anche la Russia, nel periodo nasseriano fornitrice dell’apparato bellico egiziano, ha proposto un finanziamento in armi per 4 miliardi di dollari.  Il piccolo Qatar, agguerritissimo nella corsa a tecnologie e visibilità utilizzando tutti gli strumenti possibili, dall’ormai seguitissima Al Jazeera ai grandi eventi sportivi (Mondiali di calcio del 2022), ha investito a maggio scorso cifre esorbitanti in armi: 24 miliardi di dollari dotandosi di aerei (Lockeed), missili per batterie aeree di difesa costiera, carri armati Leopard. Conta, però, di un esercito non superiore a 12.000 unità, rivolto più alla difesa del territorio che all’offesa. I “consiglieri” statunitensi non gli faranno mancare sostegni e sceglieranno magari qualche reparto per l’avventura siro-irachena. Così gli ambiziosi Al-Thani potranno vantare presenza e battere cassa nei consessi internazionali.
Ben altri numeri possono fornire nazioni mediorientali con eserciti rodati, ma non sempre motivati. Sia il Libano (279.000 unità), sia l’Iraq (271.000) vantano uomini ben equipaggiati, la cui condizione fa i conti con l’instabilità della propria quotidianità, l’ossessione di conflitti combattuti da familiari e amici per decenni, sempre senza stabilizzazioni durature. La Turchia coi propri 664.000 militari, che salgono a oltre 1 milione coi riservisti, rappresenta una formidabile macchina da guerra, anch’essa in tempi recenti usata nella repressione locale, soprattutto contro guerriglieri e popolazioni kurde. Kerry nel suo viaggio a Oriente ha iniziato proprio dal neo presidente Erdoğan, esponendogli tutti i vantaggi per l’eventuale appoggio al piano Obama. Dalla leadership turca gli statunitensi s’aspettano il via libera per l’utilizzo delle basi Nato con cui colpire i territori in mano ai jihadisti e probabilmente le vestigia millenarie di Raqqa, che dovranno subire quelle distruzioni di patrimoni artistici già visti in Iraq. Una storia che si ripete uguale, fatta d’interventi per decretare i propri vantaggi politici (a novembre gli Usa vivono le elezioni di medio termine), non per salvare vite. Nei mattatoi siriano e iracheno si moriva anche prima dei folli proclami di Al Baghdadi.

giovedì 11 settembre 2014

L’Egitto libera qualche Fratello moderato


Nel corso dell’ultima settimana alcuni quotidiani arabi (Al-Masry Al-Youm, Al-Ahram) hanno diffuso la notizia del rilascio di alcuni dirigenti d’un certo peso della Fratellanza Musulmana egiziana (uno è Halmi El-Gazar) e con essa dell’ipotesi di trattative col governo e lo stesso presidente Al-Sisi per una sorta di riconciliazione fra le parti. Voltando letteralmente pagina sulle durissime repressioni in atto dal luglio 2013, indirizzate soprattutto a quel movimento politico stesso che ha contato circa duemila morti e ventimila incarcerati. Uno degli attori dell’iniziativa sarebbe il membro della Confraternita, Mohammed El-Katatney, che fu speaker parlamentare finché il Parlamento non venne congelato dallo stesso generale Al-Sisi. A coadiuvare Katatney un altro noto leader islamico: Ali Bashir. I due avrebbero in animo anche di formare un nuovo gruppo politico moderato. Ma da Londra giunge la smentita d’un altro Fratello che conta, Ibrahim Mounir, che sostiene come non sia in piedi nessuna mossa conciliativa. Vedremo se la notizia prenderà corpo.


La diceria può essere scaturita dal fatto che il terzetto formato da El-Gazar, El Katatney, Bashir nell’estate 2013 aveva cercato di mediare col neo governo egiziano e l’Unione Europea una situazione interna diventata incandescente dopo l’arresto del presidente legittimo Mursi, accusato d’alto tradimento e incitazione alla violenza. Attualmente anche alcuni analisti ed esponenti politici del fronte islamico, pur non vicini alla Fratellanza, ipotizzano che l’attuale profonda frattura con un’ampia fetta di simpatizzanti ed ex elettori della Brotherhood andrebbe sanata. Ma non nei modi in cui l’ha presentata in una personalissima conferenza stampa nel distretto di Aswan un altro rilasciato celebre, l’ex parlamentare El-Omda, che sostiene l’accordo senza toccare questioni quali: emendamento della nuova Costituzione, messa al bando del movimento islamico, non solo come Fratellanza e Partito della Libertà e Giustizia, ma in un ambito più generale. Insomma altri colleghi di Omda lo smentiscono.

Vere o presunte trattative, c’è da notare un allentamento della tensione verso una componente ‘morbida’ della leadership islamica reclusa, della quale il governo egiziano libera taluni detenuti. Scarcerazioni motivate, a detta di qualche commentatore, dall’inconsistenza di talune accuse, che sono però le stesse (incitazione alla violenza) rivolte ad altri capi della Fratellanza tuttora reclusi. L’iniziativa in atto ha, dunque, un sapore ampiamente politico e viaggia su due livelli. Sul fronte interno cerca un dialogo con elementi moderati che potrebbero dividere una ‘casa madre’ accreditata nel 2011-12 d’un ampio seguito di consensi, prospettiva tattica utile al regime militare e favorevole ai partiti laici che l’hanno coadiuvato per le prossime elezioni. Mentre nel panorama mondiale, col Medio Oriente incendiato e lacerato in più zone dall’avvento dello Stato Islamico, l’Occidente statunitense ed europeo continuano a cercare punti d’appoggio nei Paesi arabi amici (petromonarchie e l’Egitto supervisionato dai generali) fino a ipotizzare alleanze tattiche coi nemici di ieri: Asad e gli ayatollah.

In più si rafforza, rispetto a un passato anche recente, l’allerta delle Intelligence sulle figure del jihadismo formatosi al Cairo e dintorni, attive su uno scacchiere ampio coi missionari della guerra santa (come quell’ Ahmed El-Hissiny Helmy, attivo anche in Italia) e capaci di tenere in scacco pure l’esercito patrio nell’area del Sinai.

sabato 6 settembre 2014

Terza Nato, continuità imperialista


Disquisire se la Nato del Terzo Millennio sia diversa da quelle del secondo, concentrate entrambe in uno spazio temporale ridotto, il cinquantennio che va dalla sua creazione (1949) alla caduta del Muro di Berlino (1989), pare un esercizio accademico di forma più che di sostanza. La “terza Nato” scaturita dal summit di Newport rievoca tutte le manìe originarie consolidate nei decenni: l’attuazione dei piani di controllo e dominio statunitense con uso strumentale e univoco degli alleati considerati, secondo il rango, propri sodali (britannici e francesi) o meri esecutori (aggregati vecchi e nuovi). Il nostro Paese è da sempre nella seconda schiera e viene ora chiamato con Germania, Danimarca, Polonia, Turchia, Canada e Australia ad attrezzarsi per attuare i nuovi piani della rilanciata “sicurezza globale” targata Pentagono. Archiviato (ma non è detta l’ultima parola) il braccio di ferro con Putin sull’Ucraina, questi piani vedono nel pericolo del Califfato del Levante il nemico da battere.
Tralasciamo ciò che da tempo anche il più americanista fra gli occidentalisti sa: certo jihadismo tattico è stato coccolato, foraggiato, addestrato per i suoi intrighi dalla prima della classe fra le Intelligence mondiali. Si sono aggiunti contributo di Servizi e petrodollari di alcuni alleati locali che, mirando alla supremazia nel Medio Oriente, ne stuprano genti e futuro. Eppure riascoltare le pianificazioni di Barack Obama, uno fra i più fallimentari presidenti statunitensi, produce quantomeno sconforto. Ricucire con interventi armati il tessuto socio-politico attualmente in mano al fondamentalismo jihadista dello Stato Islamico può voler dire che altri spazi regionali proseguiranno a essere terre di tutti e di nessuno. Sicuramente terre di chi ha le armi e la forza di usarle e luoghi nei quali la gente comune deve subìre o fuggire. L’Afghanistan l’insegna. Lì teoricamente i talebani furono sconfitti e scacciati da Kabul.
Dopo tredici anni d’occupazione quel Paese resta unito sulla carta, è amministrato a macchia di leopardo dal sedicente governo (fra l’altro latitante da cinque mesi e chissà per quanto tempo per la farsa elettorale), molte province sono controllate da Signori della guerra che mostrano o celano i propri gruppi armati. I Taliban sono presenti nell’area sud-est della Fata, controllano l’economia sommersa in varie province, si dilettano nel non rendere sicura neppure la capitale costellandola di attentati e infiltrano stabilmente ciò che dovrebbe garantire la sicurezza dello Stato: l’Afghan National Security Forces. Insomma la punta di lancia (accanto alla guerra ad Al Qaeda) del progetto della lotta al terrorismo mondiale, nel quale si è giunti a spendere fino a 36 miliardi di dollari l’anno per “aiuti umanitari”, a utilizzare oltre 100.000 militari sacrificandone un certo numero, a reiterare i così definiti “danni collaterali” con cui si sono sterminati migliaia di civili, risulta ampiamente spuntata.
Ciò nonostante viene riproposta, sia in quei luoghi: il ministro della Difesa afghano Mohammadi partendo dal Galles ha annunciato che la Nato riafferma il proprio supporto alle ANSF, con un impegno di spesa di 4,1 miliardi fino al 2017, altro che strategia del disarmo… Sia nel quadrante siriano-iracheno dove l’Is imperversa da mesi. Ma quell’area, destabilizzata da tre anni dalla guerra civile siriana per la quale Asad non è esente da colpe, proprio un anno fa era oggetto delle minacce d’intervento aereo delle forze Nato “suggerito” dall’ineffabile Obama, mentre il Dipartimento di Stato minimizzava sulle infiltrazioni di jihadisti-occidentali attraverso il territorio dell’alleato turco. E, come detto, non censurava minimamente la vicinanza di taluni sceicchi sauditi al rafforzamento militante e militare dei gruppi guerriglieri in azione su quei territori. Il caso iracheno è ancora più evidente.
Dopo la tabula rasa voluta da Bush jr, lo scempio di vite umane e di bellezze dell’antica Mesopotania, gli orrori di Abu Graib e Falluja, gli Usa hanno vestito i panni diplomatici d’un temporeggiamento poco attento a segnali sempre più allarmanti. Si lasciava consumare il disegno di governo interconfessionale che lo sciita Al Maliki gestiva maldestramente e settariamente. Ogni giorno un’auto bomba, a Baghdad e altrove, terrore diffuso e condiviso. Un caos che gli strateghi del Pentagono pensavano di poter gestire a distanza. Non è stato così. Perché il nemico in turbante ha avanzato la sua proposta, guadagnando consensi pur nel terrore. Sicuramente nell’adesione popolare di certo sunnismo iracheno e siriano c’è il timore che le lame giungano anche sulle proprie gole, la disperazione di non sapere a quale autorità votarsi, e il voler riscattare condizioni di miseria ed espropriazione del proprio status soggettivo e collettivo.
Ma c’è anche l’ostracismo ricevuto da quell’islamismo moderato affacciatosi su taluni scenari. Mentre, ad esempio, s’accusavano i Fratelli Musulmani di applicazione della Shari’a questa è comparsa davvero in forme peraltro già note. Gli alleati turco e saudita, che gli Usa tuttora cercano per ben posizionare la propria Nato, continuano a speculare sul Medio Oriente per rafforzare la loro egemonia. Non sono le uniche potenze regionali, ma certamente quelle che scherzano col fuoco della guerra fra religioni. E nel Risiko globale il gioco delle parti d’inimicizie trasformate in alleanze di comodo può riemergere nella veste di Salvatore chi era additato come Grande Satana. E’ il caso di Teheran riguardato con interesse da Washington. La Storia e la storia politica insegnano ricorsi e giri di walzer, ma degli scempi dell’imperialismo occidentale dal trattato di Sykes-Picot in poi resta una costante: riproporre il proprio dominio. Dal Secondo Dopoguerra servendosi della Nato, e si prosegue.