Pagine

lunedì 14 settembre 2026

Non bastano i Brics

  


Sorridono tutti. La foto di rito ha contorni protocollari orientati all’ottimismo, ma gratta gratta anche i Brics nel recente ultimo summit appena concluso a New Delhi, praticano il cerchiobottismo tipico delle Nazioni Unite: dire e non dire e soprattutto non condannare. Nella fattispecie i conflitti in corso, né quello israelo-americano contro l’Iran né quello russo-ucraino. Del resto a vigilare sugli amici c’era Vladimir in persona, perciò nessuna reprimenda su ciò che interessa e riguarda Mosca. Neanche condanne sull’altra crisi perché se all’Iran, rappresentato dal presidente Pezeshkian, avrebbe fatto comodo, la censura delle offensive si sarebbe dovuta allargare alle risposte di Teheran contro i Paesi del Golfo, e nell’assise ci sono gli Emirati Arabi. Per tacere delle vicinanze militanti ai Pasdaran degli Houthi, passati al contrattacco sul lembo finale del Mar Rosso. Il cui controllo-clausura, per ora rivolto alle petroliere saudite, pesa su una fetta della distribuzione mondiale degli idrocarburi ma non per gli autosufficiente Stati Uniti che continuano a farsi belli col fare bullo del loro presidente, disseminatore di minacce più o meno false, bombe vere, dazi roventi. Tali sciagure gli alleati occidentali, prostrati al volere di Washington, comunque le trasferiscono sui bilanci delle singole nazioni che si rivalgono su cittadini resi inermi e spesso inetti dai partiti di riferimento, siano al governo o all’opposizione. Così quella che dovrebbe essere una rivolta globale, visto che economicamente è guerra, ondeggia fra promesse e turlupinamenti di governi e politici di grido. Molti dei membri Brics, sia fra chi ha e vende materia energetica sia fra chi ne beneficia tengono a far pesare il loro 40% e passa di Pil globale, cercando d’accorciare il tempo in cui quella cifra supererà la boriosa supremazia dell’Ovest, estesa per alleanza a Levante a campioni della tecnologia come Giappone e Sud Corea. Nelle necessità sempre globali dei nostri giorni (cambiamento climatico, sovrappopolazione) tali emergenze dovrebbero trovare soluzioni qui e ora. Invece il mantra è: accadrà domani.  

 

In verità la Cina di Xi Jinping un grande balzo alla maniera e oltre Mao zedong, l’ha fatto sul versante della cosiddetta “tecnologia verde”. E proprio di recente ha notificato che la principale fonte d’energia nazionale deriva dal solare: 1.288 gigawatt contro le 1.285 gigawatt provenienti dal carbone. Quest’ultime comunque resistono ed esistono mentre il fabbisogno energetico d’un Paese in straordinaria espansione tecnologica, dovrà presupporre sforzi altrettanto serrati. L’altro gigante, l’India col suo miliardo e quattrocentosettantaseimila milioni di individui da sfamare anche d’energia, è molto più arretrato. Anzi, risulta il terzo Paese del globo responsabile di emissione d’anidride carbonica (oltre il 7%). Eppure Modi e i suoi capitani d’affari (Ambani con l’impero petrolchimico e delle comunicazioni; Adani infrastrutture, logistica, porti; Jindal acciaio ed energia; Nadar ipertecnologia) sottolineano, come quella quota s’abbassa a 1,8 tonnellate pro capite, un’inezia dicono rispetto ai grandi inquinatori: australiani (15 tonnellate a persona), statunitensi (14,9), canadesi (14,3), tedeschi (8,1) e pure italiani (5,4). Appassionatamente anche i piccoli, si fa per dire, come il Brasile pensano in grande e vogliono crescere, ma con Bolsonaro e Lula stesso non hanno protetto quel bene supremo dell’umana natura che è la foresta amazzonica a vantaggio dei disboscamenti imposti dai fazendeiros. Insomma numeri e desideri enormi però coscienza ecologica ancora arretrata. Gli undici membri più gli aggregati si sono presi l’impegno di rafforzare il multilateralismo e la multipolarità, osservando che un mondo multipolare può espandere le opportunità per i mercati emergenti e i Paesi in via di sviluppo, ampliare il potenziale costruttivo e godere d’una globalizzazione e una cooperazione economica universalmente vantaggiose, inclusive, sostenibili ed eque”. Sperano, ma lo devono volere, che certe guerre in cui sono implicati cessino e con esse, lutti e disastri per i propri abitanti, i “nemici”, chi sostiene i conflitti guadagnandoci, e chi li sta a guardare. 311 milioni di tonnellate di gas serra sono stati versati in atmosfera nei quattro anni del conflitto ucraino, addirittura peggio in quello contro l’Iran: 5 milioni di tonnellate di gas e oltre un miliardo di danni climatici solo nelle due prime settimane dell’attacco.

Nessun commento:

Posta un commento